Il 12 dicembre
1969, alle ore 16.30, la Banca Nazionale dell’Agricoltura sita in Piazza
Fontana a Milano, è lacerata dallo scoppio di un ordigno che causa
la morte di 16 persone e il ferimento di altre 88. Quello stesso giorno
nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana, in Piazza della Scala,
viene scoperta una bomba inesplosa. Sempre il 12 dicembre esplodono a Roma
altri tre ordigni con un bilancio approssimativo di 17 feriti. Nelle
ore successive agli attentati sono perquisite le sedi di tutte le organizzazioni
anarchiche e dell’estrema sinistra, le quali porteranno agli arresti dei
militanti del gruppo anarchico 22 Marzo tra le cui fila compaiono Mario
Merlino, Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda. Pinelli morirà
tre giorni più tardi cadendo da una finestra della questura di Milano,
dove gli uomini del commissario Calabresi lo stavano interrogando. La sua
morte verrà archiviata come un suicidio. Valpreda sarà invece
riconosciuto come l’esecutore materiale della strage di Piazza Fontana
sulla testimonianza di Mario Merlino e di un tassista semi alcolizzato
che afferma di aver condotto personalmente il Valpreda sul luogo della
strage.
Nel frattempo a Padova un commerciante
dichiara ai Carabinieri che le borse degli attentati, alcune delle quali
ritrovate ancora con le etichette del negozio, erano state vendute presso
il suo esercizio la sera del 10 dicembre; il verbale della sua testimonianza
è datato 15 dicembre 1969 ed è inviato il giorno stesso alla
questura di Milano, di Roma e al Ministero degli Interni, ma qualcuno si
occupa di farla sparire immediatamente. Alcuni anni più tardi viene
accusato di “intralcio alla giustizia” il vice capo della Polizia di Milano
Elvio Catenacci.
La sera del 15
dicembre 1969, Guido Lorenzon, segretario di una sezione della DC di Treviso
si presenta ad un magistrato della città dichiarando di essere a
conoscenza di fatti che sono in relazione con gli attentati. Lorenzon conosce
l’editore Giovanni Ventura e l’avvocato Franco Freda, entrambi militanti
nel gruppo neofascista di Ordine Nuovo, ex esponenti del FUAN (l’organizzazione
degli studenti dell’estrema destra) e fondatori dei gruppi d’Aristocrazia
Ariana che si ispirano alle tesi antisemite di Adolf Heichmann.
Lorenzon rilascia
un resoconto dettagliato di una discussione che ebbe alcuni giorni prima
della strage di Piazza Fontana dall’amico Ventura il quale gli confida
di appartenere ad un’organizzazione clandestina responsabile di numerosi
attentati compiuti nell’agosto del ’69 con l’obbiettivo di creare il terreno
favorevole ad un colpo di stato mirante ad instaurare un regime ispirato
alla Repubblica di Salò.
I magistrati
di Treviso ritengono di avere sufficienti informazioni per aprire un inchiesta
che segua la cosiddetta pista nera. Nel frattempo Valpreda sconta la propria
condanna in carcere. L’inchiesta dei magistrati di Treviso compie una svolta
decisiva nel novembre 1971, quando si scopre per caso un arsenale di munizioni
NATO presso l’abitazione di un esponente veneto di Ordine Nuovo. Tra le
armi ritrovate sono presenti delle casse metalliche di marca Jewell: le
stesse utilizzate per contenere gli ordigni deposti in Piazza Fontana.
Quell’arsenale era stato nascosto da Giovanni Ventura dopo gli attentati
del 12 dicembre ’69. I magistrati scoprono inoltre che il gruppo neofascista
teneva le sue riunioni presso una sala dell’Università di Padova
messa a disposizione dal custode Marco Pozzan, anche lui esponente di O.N.
Pozzan riferisce che il piano per gli attentati ai treni dell’agosto ’69
e quello contro il rettore ebreo dell’Università di Padova effettuato
nello stesso periodo, aveva ricevuto il via libera in una riunione notturna
tenutasi nell’aprile del ’69 con la partecipazione di un personaggio importante
che avrebbe dovuto concedere il suo benestare; quel personaggio era il
capo di O.N. nonché dirigente nazionale del MSI Pino Rauti. Il 3
marzo 1972 Freda, Ventura e Pino Rauti vengono arrestati con l’accusa
di essere responsabili di numerosi attentati commessi tra l’aprile e l’agosto
del ’69. Solo alcuni giorni più tardi si aggiungono ai capi d’imputazione
gli attentati del 12 dicembre e i fascicoli sono trasmessi alla magistratura
milanese, nelle persone dei giudici D’ambrosio e Alessandrini. La loro
prima iniziativa è quella di rimettere in libertà Pino Rauti
senza far cadere i capi d’accusa, ciò per evitare che se Rauti fosse
eletto deputato, i fascicoli passassero di diritto ad una commissione parlamentare.
I magistrati
Milanesi battono con grande sollecitudine la pista nera cominciando a cogliere
elementi che provano i rapporti tra gruppi dell’estrema destra e apparati
dello Stato; l’istruttoria verrà però congelata nel 1974
con la decisione della corte di Cassazione di sottrarre l’inchiesta ai
magistrati milanesi.
Il fascicolo
viene riaperto nel 1990 dal Pubblico Ministero Salvini. Nel frattempo Pietro
Valpreda è rilasciato e la strage di Piazza Fontana resta
senza mandanti né esecutori; Freda e Ventura sono condannati con
sentenza definitiva per il reato di associazione sovversiva e per gli attentati
dell’agosto 1969, mentre vengono assolti per insufficienza di prove per
i cinque attentati del 12 dicembre.
Ribattendo nuovamente
la pista nera, Salvini torna a dare un nome ai responsabili della strage:
l’uomo che il 12 dicembre 1969 depone la bomba presso la Banca Nazionale
dell’Agricoltura è Delfo Zorzi, militante nella cellula veneziana
di Ordine Nuovo ai comandi di Carlo Maria Maggi. Zorzi dopo l’attentato
riparò in Giappone dove tuttora vive protetto dal governo Nipponico
che ha sempre rifiutato di concedere l’estradizione del neofascista.
Zorzi nonostante ancora nel
1987 fosse segnalato come “persona pericolosa per la sicurezza dello stato”,
ebbe modo di rifugiarsi oltre oceano grazie ad un passaporto diplomatico
concessogli dal Ministero degli Esteri Italiano, per la sua attività
svolta in favore del Giappone. Attività che consisteva in una collaborazione
attiva con le autorità nipponiche allo smantellamento della Japan
Red Army, un gruppo armato di estrema sinistra, equivalente alle Brigate
Rosse Italiane. Alcuni anni più tardi, la fuga di Zorzi, così
come quella di altri neofascisti implicati nella strage di Piazza Fontana,
fu scoperto essere stata progettata dal generale Maletti e dal suo vice,
il capitano La Bruna, responsabili dell’ufficio D del S.I.D.; questi ultimi
furono poi arrestati ed accusati non solo di aver favorito la fuga dei
terroristi, ma di aver per anni intessuto una rete di rapporti continuativi
con gli stessi, rifugiati all’estero.
Inoltre Zorzi
era stato già precedentemente arruolato dal questore Elvio Catenacci,
nell’ambito dell’attività anticomunista svolta dall’ufficio affari
riservati del Ministero degli Interni. D’altro canto fu proprio il Ministero
dell’interno con la supervisione di James Angleton, ufficiale della NATO
in Italia, che organizzò l’operazione di infiltrazione di esponenti
dell’estrema destra nei principali gruppi politici della sinistra, con
il chiaro obbiettivo di far ricadere su questi ultimi la responsabilità
degli attentati dinamitardi effettuati in quegli anni. In questo senso
è significativo il ruolo di Mario Merlino militante di Avanguardia
Nazionale che tornato in Italia dopo un viaggio nella Grecia dei Generali
fascisti, condotto insieme a Pino Rauti, si converte all’anarchismo, fondando
il circolo 22 Marzo, nelle cui fila andranno a militare proprio quegli
elementi che Merlino indicherà come responsabili della strage
di Piazza Fontana.
Il programma
di infiltrazione nei movimenti dell’estrema sinistra rientra in una strategia
più ampia, che fu definita con grande precisione in un documento
elaborato da Ordine Nuovo nel maggio 1965 ad un convegno presso l’Hotel
Parco dei Principi, presieduto da un generale dei paracadutisti e dal presidente
della Corte d’Appello di Milano a cui partecipò il fior fiore dell’estrema
destra italiana. Questo documento fu rinvenuto a Lisbona nel 1974 presso
la sede di Aginter-Presse, un’agenzia diretta dall’ex ufficiale dell’OAS
(il gruppo terroristico neofascista Algerino formato da paramilitari Francesi
che si opposero con ogni mezzo contro l’indipendenza dell’Algeria) Guerin
Serac e da Robert Leroy ex ufficiale delle SS-Waffen in Francia; un’agenzia
che nascose per molti anni la più importante centrale neofascista
europea a cui facevano riferimento i principali gruppi eversivi di tutta
Europa, Franchisti e Greci compresi. Il documento in questione esprime
con grande precisione i termini di quella che anni dopo sarà ricordata
come la “strategia della tensione”. Si fa riferimento in particolare alla
necessità di favorire lo stabilirsi del caos, minando l’economia
dello stato affinché si determini confusione in tutto l’apparato
legale. Questo produrrebbe una situazione di forte tensione politica, di
avversione verso il governo e tutti i partiti; la prima azione da scatenare
consisterebbe nella distruzione delle strutture dello stato, attraverso
i gruppi comunisti e filo-cinesi guidati da appositi elementi infiltrati.
Ciò crea un sentimento di avversione nei confronti di coloro che
saranno ritenuti responsabili di questo clima di tensione. A partire da
questo stato di fatto si dovrà rientrare in azione nel quadro dell’esercito,
della chiesa e della magistratura per agire sull’opinione pubblica indicando
una soluzione politico economica adeguata al momento. Il nuovo organismo
politico dovrà quindi apparire come difensore dei cittadini e unica
alternativa al terrorismo comunista dilagante.
Il 12 dicembre
1969 rappresenta il punto cruciale di questa strategia, il detonatore che
dovrebbe far saltare definitivamente le Istituzioni Repubblicane, attraverso
la proclamazione dello stato d’emergenza. I promotori politici e gli esecutori
di questo fallito golpe vanno dai fanatici neonazisti come Valerio Borghese
(ex comandante della X MAS) ai socialisti moderati come Saragat, tutti
quanti accomunati da un forte sentimento anticomunista. La sera dell’11
dicembre si riuniscono a Milano quadri dei servizi segreti, alti
ufficiali dell’esercito e supervisori della NATO, allo scopo di definire
i termini ultimi dell’intervento militare dopo la proclamazione dello stato
d’emergenza; la mattina del 12 Dicembre si segnalano attorno alla capitale
movimenti di truppe e carri armati. Dopo la notizia degli attentati di
Milano e Roma il piano prosegue secondo copione e il Presidente della Repubblica
Giuseppe Saragat invoca lo stato d’emergenza ma trova un ostacolo inaspettato
nell’ostilità del Presidente del Consiglio Rumor e del Ministro
del lavoro Donat Cattin, entrambi spaventati dalla reazione suscitata e
dall’enormità dell’evento.
Gli uomini politici
della strategia golpista avevano d’altro canto l’idea di un colpo di stato
che fosse più simile a quello che in Francia, nel 1958, portò
al potere il Generale De Gaulle, mentre ben presto si resero conto d’essere
sopraffatti dall’estrema destra, che si muoveva invece seguendo il modello
del golpe militare con cui i colonnelli Greci si impadronirono del potere
nel 1967. Aldo Moro incontrò Saragat il 23 dicembre e si impegnò
a coprire tutto in cambio della rinuncia a posizioni oltranziste sullo
stato d’emergenza (secondo dichiarazioni dello stesso Moro, rievocate in
un memoriale ritrovato poi nel covo delle BR in via Montenevoso a Milano).
Il fallito golpe lasciò sulla Piazza 16 morti e centinaia di feriti
nella sola giornata del 12 dicembre 1969.