APPENDICE: TRE BIOGRAFIE
1. Dolcino e i "fratelli apostolici"
Il fondatore della setta dei "fratelli apostolici" era un giovane contadino della zona di Parma, Gherardo Segarelli. I racconti dell'epoca lo dipingono a volte come un rozzo campagnolo, a volte come un sempliciotto, ma a giudicare dal suo successo non doveva essere privo di qualche qualità.
In ogni modo, a causa della sua "semplicità" gli fu negato, nel 1284, l'accesso all'ordine dei francescani. Allora egli si recò nella vicina chiesa e vi si fermò a lungo ad ammirare i quadri che ritraevano gli apostoli. Uscito di là, cessò di radersi, si lasciò crescere barba e capelli, come gli apostoli raffigurati dagli artisti contemporanei, e si cucì un vestito simile al loro. Dopodiché vendette la sua casetta, si recò nella piazza principale, gettò al vento tutto il suo denaro dicendo: "Lo prenda chi vuole", e se ne andò.
Incominciò allora a vivere d'elemosine, e raccolse attorno a sé una piccola setta che andava vestita come lui e conduceva lo stesso tipo di vita.
Erano tempi favorevoli alla nascita di nuove sette. Si avvicinava il 1260, anno per cui Gioacchino da Fiore aveva predetto una catastrofe mondiale e la venuta dell'Anticristo. Per di più la terribile pestilenza che si abbatté sull'Italia nel 1259 non fece che accreditare questa predizione. I penitenti si raccoglievano numerosi e, sotto la guida di monaci e sacerdoti, percorrevano le strade, seminudi, flagellandosi e lasciando dietro di sé tracce insanguinate. Cantando inni, la processione entrava in città, dove aveva inizio la cerimonia della purificazione. Tutti dovevano pentirsi, riconciliarsi con i nemici, restituire quanto ingiustamente preso. Fu proclamata un'amnistia per tutti i proscritti (149).
Da quest'epoca tumultuosa, la setta di Segarelli uscì rafforzata e più influente; la sostenevano molte personalità ricche e influenti. Segarelli si rivolse perfino al Papa, chiedendo che il suo ordine fosse riconosciuto come quello dei francescani. La curia, a dire il vero, rifiutò, ma con accenti estremamente benevoli. Ormai Segarelli aveva inviato i suoi apostoli fin nei luoghi più remoti di Francia e Italia. A prima vista l'insegnamento dei "fratelli apostolici" si differenziava poco, a quell'epoca, da quanto predicavano allora innumerevoli gruppi religiosi, che il Papa era per lo più costretto a sopportare. Segarelli entrò sotto la protezione del vescovo di Parma, e per 12 anni visse nel suo palazzo come un parassita, secondo quanto dicevano i suoi detrattori, se non addirittura facendo il ruolo del buffone.
Ma poco a poco i rapporti tra la setta e la curia papale andarono guastandosi; la prima sferzava con sempre maggiore violenza la corruzione del clero, il tradimento dell'ideale apostolico, mentre la curia vi individuava delle tendenze ereticali. A quanto sembra, in quel periodo nella dottrina della setta avevano incominciato a mettersi sempre più in luce le idee dei "fratelli del libero spirito". Possiamo giudicare la dimensione dell'influenza raggiunta dalla setta dal fatto che nel 1286 fu condannata in Inghilterra dal Sinodo di Chichester, nel 1289 in Germania, nel Wurzburg (150). Alla fine l'Inquisizione stessa si occupò della setta e nel 1294 Segarelli fu arrestato. Passò sei anni in prigionia, e nel 1300 fu condannato e messo al rogo.
Ma in quel periodo si trovava a capo della setta un personaggio di tutt'altro tipo. Si chiamava Dolcino. Figlio illegittimo di un prete, si apprestava a dare i voti ma fu costretto a fuggire per essere stato sorpreso a rubare i soldi del suo maestro. Dolcino divenne novizio di un convento di francescani dove probabilmente venne a conoscenza della dottrina dei "fratelli apostolici". Lasciò il convento e incontrò Margherita una novizia del monastero di Santa Caterina di Trento. Entrato nel monastero come uomo di fatica, Dolcino convinse Margherita a fuggire. I due divennero predicatori erranti delle dottrine dei "fratelli apostolici". Un contemporaneo racconta che Dolcino predicava che nell'amore tutto deve essere in comune, sia i beni che le donne. Mosheim scrive: "Si chiamavano, come i primi cristiani, fratelli e sorelle. Vivevano in povertà e non potevano avere né casa, né provviste per l'indomani, né qualsiasi altra cosa che permettesse di vivere agiatamente. Se avevano fame, chiedevano cibo al primo venuto e mangiavano senza guardare che cosa gli avessero dato. Le persone benestanti che si univano a loro dovevano consegnare i loro beni a profitto comune della setta". "I fratelli che andavano nel mondo a predicare il pentimento avevano il diritto di prendere con sé una sorella, come gli apostoli. Ma non come moglie, bensì come aiuto, le chiamavano sorelle in Cristo e negavano di vivere con esse more uxorio, nonostante che dormissero nello stesso letto" (151).
Krone, autore di una storia dei "fratelli apostolici" (152) sulla base di fonti d'epoca confuta l'accusa secondo cui la setta avrebbe bestemmiato la croce e si sarebbe abbandonata a eccessi sessuali, ma ammette che la predicazione di Dolcino includeva un appello alla comunanza dei beni e delle donne (153).
Ci è rimasta la descrizione del cerimoniale dell'accoglienza di un neofita tra gli apostoli. L'iniziato, in segno di rifiuto della vecchia vita, giurava di vivere sempre nella povertà evangelica. Gli veniva proibito di toccare il denaro, doveva vivere solo di carità, il pane celeste. Era vietato pure qualsiasi lavoro, qualsiasi sottomissione ad altri uomini. Come i primi apostoli, essi dovevano ascoltare solo Dio.
A questo punto gli apostoli venivano mandati nel mondo a diffondere la dottrina della setta, che aveva ormai assunto un carattere di netta opposizione alla Chiesa. L'allontanamento di questa dai precetti di Cristo e dei primi apostoli aveva reso inefficace il suo dono profetico. La Chiesa di Roma, con il Papa, i cardinali, gli abati e i monaci, aveva cessato d'essere la Chiesa di Dio per diventare una Babilonia meretrice. La forza che Cristo aveva dato alla Chiesa era passata ora ai fratelli apostolici. Il rito veniva rifiutato; ai fini della comunione con Dio la chiesa consacrata non era meglio di una stalla o di un porcile. I giuramenti pronunciati in chiesa o sul Vangelo non erano vincolanti, si poteva tenere segreta la dottrina e anche rinnegarla, restandovi fedeli nell'intimo.
Naturalmente questa dottrina non poté che suscitare una feroce persecuzione da parte dell'Inquisizione. Al tempo de le sue peregrinazioni Dolcino cadde nelle mani dell'Inquisizione ma, avendo negato ogni legame con la setta, fu rilasciato, finchè scappò dall'Italia rifugiandosi in Dalmazia. Di là scrisse delle lettere che i suoi seguaci diffondevano in Italia. Ce ne sono pervenute tre quasi per intero (154).
Ed ecco il contenuto generale delle lettere. Dolcino e i suoi seguaci sono stati chiamati ad annunciare l'avvento degli ultimi giorni e a invitare alla penitenza. A questo si oppone la schiera dell'Anticristo: Papa, vescovi, domenicani e francescani, tutti servi di Satana. Ma il giorno della vendetta è prossimo. Il Papa e i prelati saranno uccisi. Nessun monaco, suora o prete resterà tra i vivi, a parte quelli che si schiereranno con i "fratelli". La Chiesa sarà spogliata di tutte le ricchezze. Tutta la terra sarà convertita alla nuova fede dai fratelli apostolici, su cui il Signore riversa la sua grazia. Dio stesso darà al mondo un nuovo santo Papa, al posto di Bonifacio VIII che sarà già stato ucciso. Nella terza lettera Dolcino afferma che lui stesso sarà il nuovo Papa.
La vittoria sulle schiere del Papa-Anticristo sarà ottenuta, prevede Dolcino, grazie all'intervento di uno Stato straniero. Le sue speranze si appuntano, su Federico re di Aragona e di Sicilia che a quel tempo era impegnato in una dura lotta contro il Papa. Infatti, poco prima egli aveva fatto impiccare in Sicilia tutti i monaci sospetti di fedeltà al Papa.
Tutto questo Dolcino lo ricavava dall'interpretazione dei profeti biblici e dell'Apocalisse nei quali, a sua detta, gli erano stati rivelati presente e futuro. Applica al suo tempo citazioni come queste: "Che fai tu qui e che hai tu qui, che qui ti stai scavando una tomba? Ecco, il Signore ti scaglia lontano e ti accartoccia tutto, ti aggomitola ben bene in gomitolo, come una palla finirai in aperta campagna: là finirai" (155). "Per lo sterminio e la violenza contro il tuo fratello Giacobbe, ti ricoprirà la vergogna e sarai sterminato per sempre" (156). "Io punirò Bel in Babilonia, gli farò uscire di bocca quanto ha inghiottito, non affluiranno verso di lui mai più le nazioni. Persino le mura di Babilonia sono crollate" (157).
Da queste profezie Dolcino traeva anche le scadenze del loro adempimento: nel 1304 Federico d'Aragona avrebbe ucciso il Papa e i cardinali, nel 1305 sarebbe stato sterminato il basso clero. Un passo di Isaia lo confermava: "Ma ora il Signore dice così: "In tre anni, contati come gli anni di un salariato, sarà avvilita la gloria di Moab con tutta la sua grande folla, e il suo resto sarà una meschina piccolezza, senza importanza"" (158).
Nel 1303, o all'inizio del 1304 Dolcino penetrò in Italia con i suoi seguaci. Verso di lui affluivano da tutte le parti neofiti, ricchi e poveri, nobili ghibellini, contadini e gente di città, e non solo dall'Italia, ma anche da Francia e Austria. Nel suo campo si raccolsero alcune migliaia di persone. I contemporanei chiamarono Dolcino il "padre del nuovo popolo", si vociferava che facesse miracoli. I settari decisero di fondare un nuovo borgo, vendettero i loro beni e si raccolsero attorno a Dolcino.
Piantarono il campo in una valle stretta fra le montagne. Si procurarono nei villaggi circostanti i vettovagliamenti, ricorrendo per lo più alla violenza. Ben presto tutte le regioni vicine furono prese dal panico. Gli abitanti di una cittadina scrissero: "Gli eretici miscredenti cazari (catari?), conquistata l'alta valle del fiume Rassa, vi si sono attestati e saccheggiano impunemente le contrade vicine, mettono a ferro e fuoco il paese e commettono ogni sorta di empietà" (159). Le forze cittadine non erano assolutamente sufficienti per difendersi da quella che, per i tempi, era una armata considerevole: circa 5.000 uomini. Ben presto tutta la regione per decine di miglia fu messa a sacco.
I comuni raccolsero truppe e denaro per pagare i mercenari che li difendessero dalle armate di Dolcino.
Quando si trattò di preparare la campagna, venne chiamato un prete locale cui Dolcino, sospettandolo di tradimento, aveva fatto tagliare naso, orecchie e mani. Alla fine fu raccolto un esercito, ma le truppe di Dolcino lo misero in rotta, si gettarono sulle città vicine saccheggiandole e portandosi via la popolazione. I prigionieri venivano poi scambiati con provvigioni e in caso di rifiuto venivano torturati, senza eccezione per i bambini, come racconta un contemporaneo (160).
A questo punto il Papa indisse una crociata contro gli eretici. Ma anche questa si risolse in una sconfitta. Il fiume sulle cui sponde vennero sbaragliati i crociati divenne rosso del loro sangue. A questa crociata ne seguirono altre. La guerra durò tre anni. Dolcino armò persino le donne, che combattevano al fianco degli uomini. Egli alimentava la fede dei suoi seguaci con profezie sempre nuove sulla prossima vittoria. Tra i suoi era venerato come santo e papa, tanto che fu introdotta l'usanza di baciargli i piedi.
I contemporanei parlano della ferocia con cui i partigiani di Dolcino si accanivano contro preti e monaci. Ritenevano d'essere "gli angeli della vendetta" di cui parla l'Apocalisse, chiamati a distruggere tutto il clero. Profanavano le chiese, rubavano gli oggetti e i paramenti sacri, sfregiavano le immagini, incendiavano le canoniche, fracassavano le campane e distruggevano i campanili. "Non si trova più una Madonna che non abbia le braccia spezzate o un quadro che non sia stato imbrattato" raccontano dei testimoni oculari (161).
Dopo una lunga lotta, e dopo che Dolcino aveva più volte ingannato gli avversari spostando il campo, fu alla fine accerchiato. Nell'accampamento incominciò la carestia. A questo episodio fa cenno Dante nell'Inferno (162). Egli incontra tra i "seminatori di discordia" Maometto, che lo prega di riferire sulla terra il suo consiglio perché queste discordie si protraggano:
"Or di' a fra Dolcin dunque che s'armi,
tu che forse vedrai il Sole in breve,
s'ello non vuol qui tosto seguitarmi,
sì di vivanda, che stretta di neve
non rechi la vittoria al Noarese,
ch'altrimenti acquistar non sarìa leve".
Nel 1307 il campo di Dolcino fu preso e la maggior parte dei difensori passati per le armi. Dolcino fu sottoposto a spaventose torture. Margherita fu arsa viva sotto i suoi occhi e lui trascinato per la città, seviziato a ogni crocicchio con un ferro rovente, e alla fine messo al rogo.