Capitolo 3. Il socialismo dei filosofi

Capitolo 3. Il socialismo dei filosofi

 

1. Le grandi utopie

La rivoluzione inglese del XVII secolo, fu l'ultimo fenomeno storico in cui le eresie rappresentarono una forza in grado di determinare il corso della storia. Da quel momento le sette chiliastiche, che fino ad allora avevano agitato la vita europea, si tramutarono in correnti assolutamente pacifiche, come quelle dei mennoniti, dei battisti e dei quaccheri.

Le idee socialiste delle sette medievali continuarono tuttavia a sussistere anche nei loro successori più pacifici. Troveranno l'espressione più clamorosa nelle innumerevoli sette comuniste che i settari andarono a fondare in America nel XVIII e XIX secolo. Presso queste comunità ritroviamo gli esperimenti di comunione dei beni, di abolizione del matrimonio e della famiglia (con il celibato o la comunanza delle donne e l'educazione sociale dei figli).

Tuttavia le medesime idee socialiste assunsero una nuova colorazione: persa ogni aggressività, scomparsi gli incitamenti a rifare il mondo con la violenza, mitigata l'insistenza sulla necessità di propagandare la dottrina, il fulcro si spostò sulla vita della comunità, isolata dal mondo ostile. Per questo motivo l'influenza delle idee socialiste non superò mai i limiti delle comunità che le praticavano e le idee socialiste persero il loro potere esplosivo, non essendo più in grado di alimentare vasti movimenti popolari.

Ma non per questo cessò lo sviluppo dell'ideologia socialista, al contrario nel XVII e XVIII secolo l'Europa fu letteralmente sommersa dalla marea della pubblicistica socialista. Queste concezioni però passarono su di un altro piano, e furono assunte da uomini di tutt'altra tempra.

In luogo del predicatore, dell'apostolo errante abbiamo il pubblicista, il filosofo. L'enfasi religiosa e le visioni lasciano il posto alla ragione. La pubblicistica socialista assunse un carattere prettamente laico e razionalistico, per raggiungere un pubblico più vasto si diede la forma del racconto di viaggio in paesi sconosciuti, inserendo anche argomenti frivoli. Con ciò cambia anche il tipo di pubblico: non più i contadini e gli artigiani cui predicavano gli apostoli medievali, ma un pubblico di lettori colti.

Proprio a causa di questo il socialismo rinunciò per qualche tempo alla propria influenza sulle masse. L'intera corrente, non essendo pienamente riuscita nel suo attacco frontale contro la civiltà cristiana, s'impegnò in una sorta di manovra diversiva che durò alcuni secoli.

Sarà soltanto verso la fine del XVIII secolo che il socialismo scenderà nuovamente in piazza, e dopo un intervallo plurisecolare nascerà il tentativo di creare un movimento popolare sulla base dell'ideologia socialista (234).

Questa brusca svolta nello sviluppo dell'ideologia socialista si delineò ben prima della rivoluzione inglese del XVII secolo. Agli inizi del secolo precedente era apparsa, parallelamente alla Riforma che muoveva i primi passi, una prima opera che già conteneva in sé molti tratti specifici della nuova pubblicistica socialista, si trattava dell'Utopia di Thomas More. In questo libro compaiono per la prima volta alcuni accorgimenti che diventeranno in seguito canonici: la descrizione di viaggi in terre lontane, la scoperta di un paese sconosciuto ed esotico dove esiste una società ideale di tipo socialista. Non a caso il titolo del libro servì in seguito a indicare la teoria del "socialismo utopistico".

 

L'Utopia di Thomas More
Quest'opera fu pubblicata nel 1516, il titolo per esteso è: Libretto veramente aureo e non meno utile che divertente sulla migliore forma di Stato e sulla nuova isola di Utopia.

A quel tempo l'autore era un influente personaggio della vita politica inglese, un uomo dalla brillante carriera. Nel 1529 divenne Lord Cancelliere, cioè il primo cittadino del regno dopo il re. Ma nel 1535 si pose in netto contrasto con la politica di trasformazione della Chiesa intrapresa da Enrico VIII sulla scia della Riforma. More si rifiutò di prestare giuramento al re come capo della nuova Chiesa anglicana, venne perciò accusato di tradimento e decapitato nel 1535. Quattro secoli dopo, nel 1935, la Chiesa cattolica lo ha dichiarato santo.

L'Utopia è scritta sotto forma di dialogo tra More stesso, l'amico Pietro e un viaggiatore di nome Itlodeo. Costui ha visto tutto il mondo e ha scrupolosamente osservato i vari modi di vita. Accompagnando Amerigo Vespucci in un suo viaggio, ha chiesto d'essere lasciato con alcuni compagni "nel punto più lontano toccato nell'ultima navigazione". Dopo aver percorso mari e deserti Itlodeo capita sull'isola di Utopia, dove scopre uno Stato che è regolato da giuste leggi, emanate anticamente dal saggio legislatore Utopo.

Per riuscire a valutare l'impressione prodotta dall'Utopia sui lettori contemporanei dobbiamo tenere presente che quest'opera fu scritta agli albori dell'epoca delle grandi scoperte, prima ancora dei romanzi di De Foe e di Swift.

In un modo o nell'altro tutta l'Utopia si incentrava su due temi: la critica della società europea del tempo e la descrizione dello Stato ideale sull'isola di Utopia. Questa divisione si riflette grosso modo nei due libri di cui si compone l'opera.

La prima parte si regge sulla tesi che gli Stati europei dell'epoca sarebbero lo strumento degli interessi egoistici dei più ricchi: "Considerando adunque tutte le repubbliche che ora fioriscono, così mi ami Dio che non veggo altro che una congiura de' ricchi, la qual, tratta dai propri commodi, sotto nome di republica ricercano ogni modo e arte con la quale possino fare grandi acquisti [...]" (235).

La causa reale di una simile situazione sono la proprietà privata e il denaro: "Benché senza dubbio, mio caro More (per esprimerti con schiettezza il mio intimo convincimento), sembra a me che dovunque vige la proprietà privata, dove il denaro è la misura di tutte le cose, sia ben difficile che mai si riesca a porre in atto un regime politico fondato sulla giustizia o sulla prosperità". "Finché essa 'proprietà privata' perdura, graverà sempre sulla parte di gran lunga maggiore e di gran lunga migliore dell'umanità il fardello angoscioso e inevitabile della povertà e delle sventure" (236).

Come esempio viene citata la delinquenza, la cui responsabilità è totalmente attribuita al sistema sociale aberrante: "[...] cos'altro fate, di grazia, se non allevare dei ladri per poi punirli voi stessi?" (237).

La legislazione dell'epoca, che prevedeva la morte per i ladri, non è solo bollata come ingiusta, ma è riconosciuta anche inefficace. Itlodeo propone piuttosto di attuare ciò che ha visto fare presso un popolo che vive sui monti della Persia, i polileriti: "[...] a questo proposito, apprezzi sopra quelli di ogni altra nazione l'ordinamento" (238). Quest'ordinamento prevede che i ladri catturati vengano trasformati in schiavi. Come segno del loro stato gli mozzano un orecchio. Inoltre: "Non gettano in catene chi si rifiuta o batte la fiacca, ma lo stimolano con la frusta" (239).

Infine per cautelarsi contro le fughe, viene incoraggiata la delazione: lo schiavo che fa una denuncia viene liberato, il libero riceve del danaro. Lo schiavo fuggiasco viene giustiziato, mentre l'uomo libero che lo aiutasse è ridotto a schiavo. "Questo che vi ho esposto è l'ordinamento giuridico che regola questa materia, congiungendo con evidenza l'efficacia con l'umanità [...]" (240) conclude il narratore.

Al quadro tenebroso degli Stati europei viene contrapposta la descrizione dello Stato ideale sull'isola di Utopia. Non abbiamo qui un arido trattato di economia politica o di istituzioni statali, ma un vivo quadro di vita. Vengono descritti gli abiti degli isolani, le loro occupazioni e i loro divertimenti, l'aspetto delle città, delle case e dei templi. Grazie a questo possiamo comprendere meglio quali aspetti della vita l'autore consideri fondamentali.

Utopia è una repubblica governata da funzionari elettivi, che i sottoposti chiamano "padri". La vita del paese è totalmente regolata dallo Stato. Non esistono proprietà privata né denaro. L'economia si basa sulla prestazione di lavoro obbligatoria per tutti. E innanzitutto ognuno (o quasi) deve dedicare un certo tempo ai lavori agricoli: "L'agricoltura è commune arte a maschi e femine e niuno è di quella inesperto" (241).

I cittadini che hanno raggiunto una determinata età vengono mandati a lavorare nei campi, e dopo due anni passati in campagna vengono ricondotti in città. Inoltre tutti sono tenuti a imparare un mestiere cui si dedicherà il restante tempo. Il lavoro si svolge sotto il controllo di sorveglianti: "L'officio de' sifogranti è specialmente di provedere che niuno stia ocioso, ma eserciti con sollecitudine l'arte sua [...]" (242).

Lo Stato si preoccupa inoltre che la popolazione sia equamente distribuita, ricorrendo a trasferimenti in massa: "E fassi questo [che le famiglie non siano troppo numerose] agevolmente, dando ne le famiglie più rare quei figliuoli che nascono ne le più copiose, e quando crescono oltre modo, li mandano ne le altre città meno populose". "Se alcune città tanto si sciemano d'uomini, che non se gli possa supplire dalle altre [...] richiamano i cittadini da le colonie per far l'isola loro populosa [...]" (243).

Il narratore sottolinea con simpatia l'uniformità del tipo di vita che si viene a instaurare. "Le vesti sono di una forma, eccetto che variano quanto basta a discernere il sesso e i maritati da' non maritati. Questa usano per ogni età et è vago da vedere e commodo al movimento del corpo, oltre che è commoda a l'estate e al verno" (244). Sopra gli abiti portano un mantello, "e le usano tutte d'un colore nativo ne l'isola" (245).

Quest'uniformità non riguarda solo l'abbigliamento: "Sono ne l'isola cinquantaquattro città grandi e magnifiche, di medesima favella, istituti e leggi, e quasi a l'istesso modo situate quanto il luoco ha permesso" (246); "Chi ha veduto una di quelle città le ha vedute tutte, tanto sono l'una a l'altra simile, ove la natura del luoco lo consente" (247).

Tutti i prodotti di consumo vengono distribuiti dai magazzini comuni, e ognuno può prendere quanto gli abbisogna. Comunque l'alimentazione in genere è fortemente centralizzata: "Perché, quantunque non sia vietato ad alcuno il mangiare in casa, tuttavia niuno vi sta volentieri, per non esser tenuto per cosa onesta, et è pazia pigliar la fatica di aprestar un magro desinare, puotendo truovarlo delicato ne la sala" (248). Si parla di mense comuni volontarie; ma nel corso del racconto il narratore si lascia sfuggire che: "[...] le quali (famiglie) hanno a venire [il corsivo è nostro, N.d.A.] a mangiare in quel luoco" (249). Anche la descrizione delle mense comuni ricorda più il razionamento che non una libera distribuzione secondo le esigenze personali: "Le vivande più delicate sono portate primieramente ai più vecchi, i luochi dei quali sono ragguardevoli; di poi si serve agli altri ugualmente" (250).

Questi pasti comuni caratterizzano l'andamento generale della vita, che si deve svolgere sotto gli occhi di tutti. "[...] non hanno magazeni da vino, né da cervosa (birra), né luoco publico da meretrici, niuno luoco da nascondersi, niuno riduto de vizii; anzi, la presenza di tanti occhi fa la fatica onesta parer necessaria" (251).

Per quanto riguarda le abitazioni: "ogni casa ha la porta di dietro e davanti, la quale si apre agevolmente in due parti e si chiude da se stessa; ognuno vi può entrare; tanto hanno ogni lor cosa commune, che ancora mutano le case ogni dieci anni" (252).

Chi desidera passeggiare fuori città deve chiedere l'autorizzazione al padre, la moglie al marito, il marito alla moglie. Chi si reca in un'altra città deve avere il permesso da un funzionario. "Mandasi alcun nunzio con una epistola che significa loro aver licenza di andarvi, e li assegnano il giorno del ritornare [...]. S'alcuno da se stesso, senza la licenza in scritto del principe, è truovato andare fuor dei suoi confini e viene pigliato, è come fugitivo riduto ne la città, ove si vede grevemente punire. Se da nuovo commette tale errore, è punito con servitù" [253] (più avanti parleremo in dettaglio della schiavitù).

Nell'isola di Utopia esisteva il matrimonio individuale, la monogamia, tuttavia nel racconto non è specificato se esso avveniva in base al desiderio degli sposi o per decisione dei genitori, o meglio di funzionari. In ogni modo lo Stato veglia severamente sulla castità prima del matrimonio e sulla fedeltà coniugale. I colpevoli vengono venduti schiavi. Il matrimonio viene paragonato alla vendita di un cavallo, così i fidanzati si mostrano nudi l'uno all'altra, allo stesso modo in cui al cavallo viene tolta la sella per l'esame!

Gli utopisti non sono oberati da lavori pesanti, lavorano infatti solo sei ore al giorno, dedicando il tempo libero alle scienze, alle arti e a un "decente riposo". Il fatto poi che nonostante ciò riescano a produrre in abbondanza si spiega con il motivo che in Europa è il lavoro dei poveri che crea le ricchezze, che servono per lo più a mantenere dei fannulloni, mentre in Utopia lavorano tutti. L'elenco dei fannulloni è molto interessante, al primo posto figurano le donne! Seguono preti e monaci, quindi i proprietari terrieri e i loro domestici.

Gli utopiani sono apparentemente uguali, sia che si tratti del lavoro, del colore e del taglio del vestito o della costruzione delle case. Ma questa uguaglianza è lungi dall'essere completa. I funzionari sono esenti dal lavoro, così come coloro che "commendati dai sacerdoti al popolo, sono per secreta ballotazione dei sifogranti applicati agli studii, e in perpetuo da la fatica essenti". "Di quest'ordine de' letterati si eleggono i sacerdoti, i tranibori e anco il principe [...]" (254).

Se confrontiamo questo con un altro passo del racconto; "La maggior parte impara l'arte del padre [...]" (255) si ha l'immagine di una classe chiusa, quasi una casta, che ha in mano la direzione dello Stato. Della restante massa della popolazione il narratore dice che è sempre lenta a comprendere e incapace di fare deduzioni, non avendone del resto neanche il tempo, occupata com'è a procurarsi il cibo.

Così il quadro di questa pretesa uguaglianza si scompone quando veniamo a sapere che la vita di Utopia si fonda in modo ragguardevole sullo schiavismo. Tutti i lavori pesanti e spiacevoli sono eseguiti da schiavi. A quanto pare la schiavitù non ha solo una funzione economica. Riducono in schiavitù: "[...] quei che per qualche mancamento sono da loro dannati a la servitù, overo altri di esterne nazioni che gli sono dati a tale supplicio per qualche loro mancamento; il che aviene sovente, e molti ne hanno per vilissimo prezzo". "Tengono questi servi in continua fatica e in catene, ma trattano i loro propri più duramente, giudicando che siano incorreggibili [...]" (256) "Perché giovano più con la fatica che con la morte, e con l'esempio continuo ammoniscono gli altri a guardarsi da simili colpe. Se in tal stato sono perversi e inobedienti, allora come bestie indomite gli uccidono" (257).

Nel racconto troviamo anche la filosofia degli abitanti di Utopia, che si basa sulla voluttà, come scopo superiore della vita. Sprezzare le voluttà "se non fosse per giovare a la repubblica, reputano una sciocchezza [...]" (258). Nell'isola regna la piena libertà di coscienza, con un unico limite: "Solamente vietarono che niuno affermasse le anime morire con i corpi e che il mondo fusse governato a caso, senza providenza divina, laonde volevano che dopo questa vita fussero puniti i vizii e premiate le virtù" (259).

Alcuni utopiani adorano il sole, altri la luna, altri ancora uno degli antichi eroi. Tutti però riconoscono "[...] una occulta, eterna, immensa e inesplicabile divinità, sopra ogni capacità umana, la quale con la virtù, non con la grandezza, si stenda per questo mondo, e questo Dio chiamano padre" (260).

Questo teismo astratto s'accompagna a un culto della stessa natura. Nei templi non ci sono immagini degli dei. I fedeli riuniti attorno al sacerdote si accontentano di intonare inni di lode al dio. Sia gli uomini che le donne possono essere sacerdoti, e gli uomini possono essere sposati.

Il narratore aggiunge che negli ultimi tempi gli utopiani hanno conosciuto il cristianesimo, che ha trovato fra di loro molti seguaci. A dire il vero un predicatore che aveva preso a dire che le altre religioni sono pagane e meritano il fuoco eterno è stato arrestato e condannato. E' molto interessante l'opinione del narratore, secondo il quale la rapida diffusione del cristianesimo nell'isola sarebbe dovuta alla vicinanza tra il regime comunista degli utopiani e gli ordinamenti della prima comunità apostolica. "[...] parve loro questa via molto simile a la loro religione, e valse questo assai perch'avevano compreso che la foggia del loro vivere piaceva a Cristo e che i veri cristiani avevano monasteri molto simili ai loro istituti" (261).

Questo riferimento al carattere comunista della comunità descritta negli Atti degli Apostoli era l'argomento preferito dalle sette eretiche ed è difficile arguire chi o quale delle tendenze di quel tipo l'autore volesse sottintendere con la definizione di "pura comunità cristiana" a lui contemporanea.

Se consideriamo More come un martire che diede la vita per gli ideali della Chiesa cattolica, l'Utopia stupisce per la sua lontananza da questi. Oltre alle affioranti simpatie per una visione del mondo edonistica e una religione vagamente teistica, vi possiamo trovare anche veri e propri attacchi, sia pure mascherati, contro il cristianesimo e il Papa. Fino a ora nessuno è riuscito a stabilire come potessero convivere in una sola persona queste due concezioni.

Ma se guardiamo all'Utopia come a un esempio letterario del socialismo chiliastico, siamo meravigliati dalla sua moderazione. Non vi troviamo infatti l'abolizione della famiglia, la comunanza delle donne, l'educazione statale dei figli strappati ai genitori.

Evidentemente il nuovo corso laico del socialismo prende le mosse da lontano, e certamente non dalle posizioni estreme formulate dalle correnti ereticali.