3. Il secolo dei lumi
Ci interesseremo ora della letteratura socialista di contenuto filosofico e sociologico, scegliendo solo alcune opere che ebbero particolare influenza sullo sviluppo del socialismo chiliastico.
Il Testamento, di Jean Meslier occupa un posto a parte tra questo genere di opere sia per certi suoi aspetti particolari, sia per il suo destino inconsueto, sia infine per la figura eccezionale dell'autore.
Jean Meslier (nato nel 1664) passò tutta la vita come prete nello Champagne. Il suo Testamento non fu pubblicato durante la sua vita e divenne famoso postumo, nel 1733, sotto forma di brani scelti.
L'opera era parsa interessante e appassionante a Voltaire e ad altri illuministi, ma, anche pericolosa, tanto che non si fidarono a pubblicarla per intero. L'edizione completa apparve solo nel 1864 ad Amsterdam.
La caratteristica essenziale dell'opera è che le sua posizioni socialiste sono soltanto la conseguenza di un'altra idea, su cui tutto il romanzo poggia, e cioè la lotta contro la religione.
Della religione Meslier non vede altro che il ruolo sociale, che è, secondo lui, quello di rafforzare la violenza e l'ineguaglianza per mezzo della menzogna e della superstizione: "Per dirla in breve tutto quanto vanno predicando con tanto fervore e magniloquenza i vostri preti e i vostri teologi [...] in sostanza non è altro che illusione, abbaglio, menzogna, invenzione e impostura escogitati prima da politici astuti e raffinati, ripetuti poi da seduttori e ciarlatani, creduti ciecamente da uomini ignoranti e infine sostenuti dai padroni e dai potenti del mondo. Costoro hanno favorito l'inganno e l'errore, la superstizione e l'impostura rafforzandoli con le loro leggi, per tenere le masse sotto le loro briglie, e farle ballare alla loro musica" (340).
Tutto il Testamento si muove tra due sentimenti: l'odio verso Dio e verso la gerarchia, segno d'ineguaglianza. Meslier ritiene che la religione sia colpevole di quasi tutte le disgrazie umane; tra l'altro semina discordia e guerre religiose. Ma poi l'autore stesso con semplicità invita a sollevarsi, ad ammazzare i re, a distruggere tutti i benestanti e gli agiati. "A questo proposito mi ricordo dell'auspicio che faceva un uomo [...] che 'tutti i forti e i grandi della terra fossero impiccati e strangolati con le budella dei preti'. Queste espressioni non possono non suscitare un'impressione alquanto rude e volgare, ma non si può negargli una certa qual ingenua schiettezza. Discorso breve ma eloquente, perché esprime in poche parole ciò che si merita gente del genere" (341).
A Meslier la religione appare un'assurda superstizione che non può resistere al primo attacco di una ragione lucida. La più assurda fra tutte le religioni è il cristianesimo, che definisce cristolatria. Sarebbe tuttavia falso cercare la causa del suo atteggiamento verso il cristianesimo in una mentalità troppo razionalistica. Confutando il cristianesimo, Meslier è pronto ad accettare le più insensate superstizioni e a ripetere le dicerie più sciocche. Per esempio gli sembra assurdo che Dio avesse un unico figlio mentre gli esseri meno perfetti sono in grado di generarne molti di più. Molti animali generano fino a dieci, undici cuccioli alla volta. "Si narra che una contessa polacca di nome Margherita partorì trentasei bimbi in una volta sola. Inoltre una contessa olandese, pure Margherita, che aveva riso di una povera donna oberata di figli, partorì d'un colpo tanti figli quanti sono i giorni dell'anno, cioè 365, e tutti poi si sposarono (vedi in proposito gli annali di Olanda e Polonia)" (342).
E' evidente che la molla di tutto è l'odio verso Dio, contro il quale Meslier si accanisce. In particolare, è la persona di Cristo che suscita il suo odio, e qui le sue ingiurie non hanno più freno: "E i nostri teocristolatri? A chi attribuiscono la divinità? A una nullità che non aveva né talento né cervello né scienza né abilità ed era assolutamente disprezzato nel mondo. A chi l'attribuiscono? Posso dirlo? Ma sì, lo dirò, l'attribuiscono a un pazzo, a un demente, uno squallido fanatico, un pendaglio da forca disgraziato" (343).
Questo difensore dei diritti dei poveri vede la prova suprema della falsità di Cristo nel fatto che "fu sempre povero, figlio di un semplice falegname" (344).
La religione è la fonte di quasi tutti i mali sociali, in particolare dell'ineguaglianza fra gli uomini, che si regge soltanto sulla sua autorità. Meslier riconosce che "una certa dipendenza e sottomissione" siano indispensabili in ogni società. Ma oggi il potere è fondato sulla violenza, l'omicidio e il crimine. Nel Testamento non si fa parola di misure concrete per migliorare la situazione dei miseri, e nemmeno si invitano i ricchi a fare qualcosa in questo senso. Il libro non fa che attizzare l'odio dei primi verso i secondi.
"A voi, cari fratelli, vengono a raccontare di diavoli, vi spaventano con il solo nome del demonio, vi fanno credere che i diavoli sono gli esseri più malvagi e rivoltanti, che sono i peggiori nemici del genere umano, che essi cercano solo di perdere l'uomo rendendolo eternamente infelice nell'inferno". "Ma sappiate cari amici, che i diavoli veri, i più cattivi che dovete temere sono gli uomini di cui vi parlo, voi non avete peggiori e più crudeli nemici dei nobili e dei ricchi" (345).
La vera essenza e la vera causa dell'ineguaglianza è la proprietà privata, che è approvata dalla religione. "E' a causa sua che alcuni tracannano, s'ingozzano e vivono nel lusso e altri muoiono di fame. A causa sua alcuni sono sempre, o quasi, allegri e contenti, mentre altri sono perpetuamente nel lutto e nel dolore" (346). L'intero programma sociale di Meslier si riduce a poche righe: "Che felicità immensa sarebbe per gli uomini se potessero godere insieme dei beni terreni!" (347).
In una società giusta, pensa Meslier, produzione e consumo dovrebbero essere organizzati sul principio della comunitarietà. "Gli uomini devono possedere e usufruire di tutti i beni e le ricchezze della terra in comune e con parità di diritti" (348).
Il cibo, gli abiti, l'educazione dei figli non devono variare da famiglia a famiglia. Tutti devono lavorare sotto la direzione di saggi anziani (in un altro passo si parla di funzionari elettivi). Queste misure avranno risultati miracolosi: nessuno più sarà nel bisogno, tutti si ameranno vicendevolmente, scompariranno i lavori pesanti, la truffa e la vanità. Allora, dice Meslier "non si vedranno sulla terra uomini infelici, mentre ora ne incontriamo a ogni passo" (349).
Anche i rapporti familiari devono cambiare perché verrà meno un grande male introdotto dalla Chiesa: l'indissolubilità del matrimonio. "Bisogna che uomini e donne godano della stessa libertà di accoppiarsi secondo l'attrazione, e parimenti di lasciarsi vicendevolmente quando la vita in comune sarà venuta a noia o quando un nuovo interesse li attira verso un nuovo legame" (350).
Dopo aver letto il Testamento rimane l'impressione che tutta quest'opera abbia un tratto profondamente personale, che vi si esprimano i sentimenti più intimi della personalità dell'autore. Per questo ci interessano particolarmente i passi dove affiora questa personalità.
Il libro incomincia con un breve indirizzo ai parrocchiani: "Cari amici, in vita io non ho mai potuto esprimere ciò che pensavo sulle forme di governo e i loro sistemi, sulla religione degli uomini e sui loro diritti. Questo avrebbe portato conseguenze estremamente temibili e incresciose; per questo ho deciso di dire tutto dopo la morte" (351).
Di sé Meslier dice: "Non sono mai stato così stupido da dare importanza ai misteri e alle stramberie della religione, non ho mai avuto gran voglia di prendervi parte o addirittura di parlarne con rispetto e assenso" (352). "Ho odiato con tutta l'anima gli assurdi obblighi della mia professione, soprattutto quelle messe idolatriche e superstiziose, e quelle ridicole e assurde comunioni con il sacramento cui ero costretto a partecipare" (353). E conclude il libro dicendo: "Dopo quanto ho detto pensino, dicano e facciano tutto quello che vogliono contro di me, io non me ne preoccupo minimamente. Gli uomini si adeguino pure, e si governino come piace loro; siano saggi o incoscienti, buoni o cattivi, dicano o facciano dopo la mia morte quello che vogliono, la cosa non mi riguarda. Già io non partecipo quasi più a quanto avviene nel mondo. I morti, con i quali mi appresto ad andare, non s'immischiano più di niente e non si preoccupano più di niente. Con questo nulla finisco. Già adesso non sono più di nulla, e presto sarò nulla del tutto" (354).
Non si trattava di parole vuote. Meslier si uccise all'età di 55 anni.
La storia del Testamento è curiosa. Il libro (o dei brani scelti) capitò fra le mani di Voltaire, impressionandolo moltissimo. Egli scrisse: "Quest'opera è indispensabile ai demoni, è un catechismo perfetto per Belzebù. Credete, è un libro molto raro, un capolavoro" (355). Invitò caldamente delle persone che egli chiamava "fratelli" a diffondere il libro. "Davvero la benedizione di Dio è sulla nostra nuova chiesa: in una provincia la distribuzione di trecento esemplari di Meslier ha provocato molte conversioni" (356).
Il libro era considerato pericoloso; esortando a pubblicarlo Voltaire scrisse: "Non si potrebbe, senza compromettere sé o nessun'altro, rivolgerci a quel buon uomo di Merlin? Non vorrei che nessuno dei nostri fratelli corresse il minimo rischio" (357). "Ringraziamo la brava gente che ce ne ha fatto omaggio e chiediamo la benedizione dell'onnipotente per questa utile lettura" (358). "[...] Avete degli amici intelligenti che conserveranno il libro in un posto sicuro, potrà essere utile per formare i giovani" (359). "Jean Meslier dovrà convincere tutto il mondo. Perché il suo vangelo è cosi poco diffuso? Voi a Parigi siete troppo tiepidi! Nascondete la vostra fiaccola". "Desidero cristianamente che il Testamento del prete si moltiplichi come i cinque pani e che nutra quattro-cinquemila anime" (360).
Più tardi, nel 1793, quando la Convenzione procedette alla scristianizzazione e introdusse il culto della Ragione, Anacharsis Cloots propose d'innalzare nel tempio della Ragione la statua del primo sacerdote che aveva rinnegato gli errori della religione, "l'audace, magnanimo, grande Jean Meslier".
Il codice della natura, ovvero l'autentico spirito delle leggi, di Morelly (361), apparve nel 1755. Dell'autore non si sa quasi nulla; e oggi non si sa ancora se a tale nome corrisponda una persona realmente esistita o se si tratti di uno pseudonimo.
Il sistema di Morelly si basa sul concetto di "stato di natura", ossia su di un "codice della natura" che l'umanità dovrebbe seguire per vivere in modo felice e morale.
La rottura con questo stato naturale è avvenuta a causa della proprietà privata, che è la fonte di tutte le disgrazie umane. Soltanto la sua abolizione' può riportarci indietro allo stato naturale di felicità.
La quarta parte del libro contiene l'insieme di leggi che, a parere di Morelly, dovrebbe stare alla base della società ideale.
In posizione privilegiata ci sono tre leggi "sacre e fondamentali": la prima abolisce la proprietà privata. Si fa eccezione solo per "le cose che ciascuno usa per soddisfare le proprie esigenze, i propri piaceri o per svolgere il proprio lavoro quotidiano". La seconda legge fa di tutti i cittadini dei funzionari, il cui lavoro e il cui mantenimento è a carico dello Stato. La terza legge proclama l'obbligo generale al lavoro "secondo la legge distributiva".
Tutti i cittadini devono svolgere il lavoro agricolo dai 20 ai 35 anni, dopodiché o rimangono contadini o diventano artigiani. Dopo i 40 anni ognuno può scegliersi liberamente la professione. La distribuzione dei prodotti avviene attraverso i magazzini di Stato. Commercio e scambio sono vietati da "una legge sacra".
La popolazione vive in città suddivise in quartieri identici. Gli edifici sono tutti uguali; tutti indossano abiti della stessa stoffa.
Al compimento d'una certa età ogni cittadino deve sposarsi. I bambini restano in famiglia fino ai 5 anni, dopodiché passano in speciali case dell'educazione. L'istruzione (come il cibo e il vestiario) dei bambini è assolutamente uniforme. A dieci anni i ragazzi cominciano a essere istruiti nei vari mestieri. Il numero delle persone che si istruiscono nelle scienze e nelle arti è severamente limitato "sia per ogni branca che per ogni città".
La "filosofia morale" è fissata una volta per tutte nelle regole che Morelly stesso ha enunciato nel suo trattato. "Non si può aggiungere nulla a quanto è prescritto dalla legge" (362). Detto questo, nel campo delle scienze naturali esiste la piena libertà di ricerca.
Le leggi create da Morelly saranno incise su colonne o piramidi nella piazza centrale di ogni città. Chi cercherà di cambiare le sacre leggi sarà dichiarato pazzo e murato a vita in una grotta, "[...] i suoi figli e tutta la sua famiglia rinnegheranno il suo nome" (363).
Tutte queste proposizioni le conosciamo già attraverso More e Campanella. L'interesse particolare del sistema di Morelly consiste nell'idea di uno sviluppo che, da una società primitiva, porta fino al socialismo. Un tempo l'umanità visse in uno "stato di natura", era l'epoca dell'oro, il cui ricordo si è conservato presso tutti i popoli. Questa condizione andò perduta per colpa dei legislatori con l'introduzione della proprietà privata. Il ritorno a un sistema senza proprietà privata potrà avvenire grazie al progresso, che Morelly considera la principale forza motrice della storia. "I fenomeni che osservo mostrano ovunque, fino nell'ala di una zanzara, l'esistenza di uno sviluppo graduale: io sperimento, io sento il progresso della ragione. Sono quindi in diritto di dire che per meravigliosa analogia esistono delle trasformazioni favorevoli nel campo morale, e che le leggi della natura, nonostante la loro forza e la loro gradevolezza, impongono il loro potere sull'uomo solo in modo graduale" (364).
Soltanto dopo aver sperimentato varie forme di governo gli uomini comprenderanno quale sia il vero bene. E così consacrando l'inevitabile trionfo della ragione, apparirà la nuova società descritta da Morelly; l'umanità passerà da un'epoca dell'oro inconscia a un'altra, questa volta cosciente.
Ci si può fare un'idea della diffusione delle idee socialiste nel secolo dei lumi dal chiaro sentimento di simpatia con cui ne parlava l'opera più influente del tempo, la famosa Enciclopedia.
In un articolo intitolato "Il legislatore", pubblicato nel IX volume nel 1765 e scritto probabilmente da Diderot, si dice che lo scopo fondamentale di ogni legislazione è di trasformare lo "spirito di proprietà" in "spirito di comunione". Se in uno Stato prevale lo "spirito di comunione", i suoi cittadini non si dovranno pentire d'aver rinunciato alla propria libertà in nome della libertà comune, e l'amore per la patria diverrà l'unica loro passione.
Queste asserzioni alquanto generiche trovano un'applicazione concreta nelle leggi del Perù, fondate, secondo l'autore, sullo spirito di comunione (365): "Le leggi del Perù tendevano a legare i cittadini con i vincoli dell'umanità; mentre le legislazioni degli altri paesi proibiscono di farsi vicendevolmente del male, in Perù le leggi prescrivono incessantemente di fare il bene. Queste leggi instaurando la comunanza delle proprietà (nella misura in cui ciò è possibile al di fuori dello stato di natura) hanno minato lo spirito di proprietà che è la fonte di tutti i vizi. I più bei giorni, i giorni di festa erano in Perù quelli in cui si andava a lavorare il campo comune, quello del vecchio o della vedova. Chi per punizione non poteva lavorare sul campo comune, si considerava il più infelice degli uomini. Ogni cittadino lavorava per tutti gli altri, portava i frutti del suo lavoro nei magazzini statali e in ricompensa riceveva il frutto del lavoro degli altri cittadini" (366).
Più tardi, nel 1772, Diderot ritornò sull'idea di una forma statale di tipo socialista. Nel Supplemento al viaggio di Bougainville descrive la vita dei tahitiani, fingendo d'aver visitato la loro isola.
I selvaggi hanno tutto in comune, lavorano insieme i campi. Non esiste matrimonio e i figli vengono educati socialmente. Un vecchio tahitiano dice al visitatore: "Qui tutto appartiene a tutti, mentre tu ci predichi una qualche differenza tra tuo e mio" (367).
"Lasciaci i nostri costumi che sono più saggi e virtuosi dei tuoi; noi non vogliamo barattare quella che tu chiami ignoranza con i tuoi inutili lumi. Noi possediamo tutto ciò che ci è utile e indispensabile. Dovremmo meritare disprezzo per il fatto che non abbiamo saputo crearci inutili bisogni? Non inculcarci le tue necessità immaginarie, né le tue chimeriche virtù" (368).
"Le nostre ragazze e le nostre donne sono di tutti [...]. Una giovane tahitiana si lasciava trasportare dalla passione tra le braccia di un giovane tahitiano, e attendeva con impazienza che la madre le togliesse il velo e le scoprisse il seno [... ]. Senza vergogna né timore ella accettava, alla nostra presenza, in mezzo a un cerchio di innocenti tahitiani, al suono dei flauti, le carezze di quello che il suo giovane cuore e la voce segreta dei suoi sensi avevano scelto. Tu saresti in grado di sostituire un sentimento più ardente e grande di quello che noi abbiamo ispirato loro e che li anima?" (369).
Aggiungeremo che Il codice della natura di Morelly fu incluso nelle opere di Diderot senza che questi avesse a ridirne, questo dimostra non solo i principi morali di Diderot, ma anche le sue simpatie per le idee socialiste.
Il vero sistema di Deschamps. Per finire parleremo di una delle figure più rimarchevoli tra i teorici del socialismo nel XVIII secolo, il monaco benedettino Deschamps. Questi pubblicò mentre era ancora vivo le Lettere sullo spirito del secolo (1769), e La voce della ragione contro la ragione della natura (1770) entrambi anonimi. Ma le sue idee più originali si trovano nell'opera La verità o il vero sistema che si è conservata a lungo manoscritta ed è stata pubblicata integralmente solo in questi ultimi anni (370).
Deschamps è l'autore di uno dei sistemi socialisti più chiari e coerenti, ed è inoltre un filosofo di straordinaria profondità, tanto che fu definito persino il precursore di Hegel. Questo è senz'altro vero ma, pur percorrendo lo stesso cammino che farà Hegel, Deschamps sviluppò molti concetti che saranno propri della sinistra hegeliana: Feuerbach, Engels e Marx; mentre per il suo concetto di "nulla" ha anticipato di molto gli odierni esistenzialisti.
La concezione del mondo di Deschamps è molto vicina al materialismo, benché non coincida pienamente con esso. Egli vede nel mondo un'unica materia che intende però in modo molto originale: "Il mondo - dice Deschamps - esiste ed esisterà eternamente" (371). E' un processo eterno in cui delle parti compaiono mentre altre si distruggono: "Tutti gli esseri defluiscono e confluiscono uno nell'altro e tutti non sono che aspetti diversi di un unico genere universale". "Tutti gli esseri hanno la vita, per quanto possano sembrare morti, la morte non è che la manifestazione relativamente minore della vita e non la sua negazione" (372).
La vita per Deschamps è movimento sotto diverse forme. Della natura dice: "Tutto in essa ha a suo modo la capacità di sentire, vivere, pensare, ragionare, cioè muoversi. Infatti cos'altro significano tutte queste parole se non l'azione o il movimento delle parti che ci compongono?" (373).
Il posto dell'uomo nell'universo, e in special modo il suo libero arbitrio, viene così definito: "Se noi crediamo di possedere una volontà e una libertà, è innanzitutto a causa di un assurdo che c'impone di credere a qualche Dio e di conseguenza nell'esistenza dell'anima che avrebbe meriti e colpe dinanzi a Dio; in secondo luogo perché noi non vediamo i congegni interni del nostro meccanismo [... ]" (374).
Deschamps ritiene che Dio sia un'idea creata dall'umanità, il prodotto di determinati rapporti sociali fondati sulla proprietà privata. Finché questi rapporti non divennero complessi non esistevano religioni, e non esisteranno più quando essi verranno aboliti. La religione stessa non è solamente il risultato dell'oppressione degli uomini, ma anche uno strumento che aiuta l'oppressione. La religione è uno degli ostacoli principali all'avvento di un regime sociale più felice.
"La parola "Dio" - dice Deschamps - dev'essere eliminata dalle nostre lingue" (375). Ciononostante egli è un feroce nemico dell'ateismo; del suo sistema scrive: "A prima vista potrebbe sembrare un breve compendio d'ateismo, perché ogni religione viene distrutta; ma riflettendoci non si può non convincersi che non si tratti affatto d'una professione di ateismo, perché al posto del Dio razionale e morale (che io auguro di distruggere perché in realtà dà solo l'immagine di un uomo più possente degli altri), pongo un essere metafisico che sia principio fondamentale della moralità, che non è affatto arbitraria" (376).
Qui Deschamps si rifà alla sua concezione dell'universo, che si presenta sotto tre aspetti differenti. Il primo è la totalità cioè l'universo come l'unione di tutte le sue parti. La totalità "è il fondamento, di cui tutti gli esseri viventi non sono che manifestazioni". Ma essa ha anche un'altra natura (non fisica) diversa da quella delle sue parti, per questo non la si può vedere, ma si può concepirla con la ragione. Il secondo aspetto è il tutto, cioè l'universo come concetto globale.
"La totalità suppone la presenza di parti. Il tutto non la suppone". "Per totalità io intendo l'esistenza in sé, l'esistenza per se stessa [...] in altre parole [...] non esistente attraverso qualcosa d'altro se non se stessa" (377). "Il tutto, che non è composto di parti, esiste ed è indivisibile dalla totalità, che è costituita invece di parti, e che ne è allo stesso tempo l'affermazione e la negazione" (378).
Ma è forse il terzo aspetto dell'universo quello che più ci colpisce. Deschamps sottolinea il carattere negativo di tutte le definizioni applicabili al tutto: "Il tutto non è più la massa parziale degli esseri, ma la massa senza parti [...] non è il solo essere che esiste in molti esseri [... ], ma l'essere unico, che nega qualsiasi altro essere tranne il proprio [...] e del quale non si può che negare ciò che si afferma dell'altro, esso non è più il sensibile o la risultanza di esseri sensibili, ma il nulla, il non-essere stesso, che è unicamente e che non può essere altro che la negazione del sensibile [...]" (379). "Tutto è nulla" (380) "Mai nessuno prima di me, molto probabilmente, ha scritto che tutto e nulla sono l'identica cosa" (381).
Alla base della sua dottrina dell'esistenza egli pone questo principio: "Qual è la causa dell'esistenza? Risposta: la causa è che il nulla è qualche cosa, che esso è l'esistenza, che esso è tutto" (382). Qui trova posto anche Dio: "Dio è il nulla, è l'inesistenza stessa" (383).
Evidentemente Deschamps oppone proprio questi principi e le loro conseguenze all'ateismo che egli accusa di essere una teoria meramente negativa e distruttiva, un "ateismo per bestie", cioè per esseri che non hanno ancora superato la religione, anzi non ci sono, ancora arrivati.
Da questo punto di vista si comprende l'atteggiamento altezzoso e sprezzante che il nostro aveva verso gli altri filosofi illuministi. Egli li accusava di fondare le loro costruzioni sulla fantasia e di non essere scientifici.
"Si convincano, i nostri filosofi-demolitori, della sterilità e inutilità dei loro sforzi di distruggere Dio e la religione. I filosofi sono stati incapaci di svolgere il loro compito finché non hanno toccato l'esistenza di una condizione civile, sola causa dell'idea di essere morale e universale e di tutte le religioni" (384). "Lo stato di uguaglianza universale non sgorga logicamente dall'ateismo. Per i nostri atei come per la maggior parte degli uomini, essa è sempre stata frutto della fantasia" (385).
E queste fantasie sono tutt'altro che innocue. Esistono solo due vie d'uscita: quella offerta dalla religione, e quella offerta dal sistema di Deschamps. Minare la religione finché non sarà pronto il terreno per la seconda via significa collaborare all'approssimarsi di una rivoluzione distruttrice.
Nell'opera La voce della ragione Deschamps dice: "Questa rivoluzione naturalmente poggerà sullo spirito filosofico contemporaneo, anche se la maggioranza non lo sospetta nemmeno. Questa rivoluzione avrà conseguenze ben più dolorose e provocherà distruzioni ben più grandi di qualsiasi rivoluzione provocata dalle eresie. Del resto questa rivoluzione non sta forse cominciando? Non è già in atto la distruzione dei capisaldi della religione, non sono sul punto di cadere con tutto il resto?" (386).
Al carattere negativo dell'ateismo illuminista Deschamps contrappone il carattere secondo lui positivo del suo sistema: "Il sistema che io propongo ci priva, come l'ateismo, della gioia del paradiso e degli orrori dell'inferno; ma a differenza di quello esso non lascia alcun dubbio sulla legittimità di distruggere sia paradiso che inferno. Alla fine ci dà la convinzione importantissima, che mai potrà dare l'ateismo, che il paradiso per noi potrà esistere in un unico luogo, cioè proprio su questa terra" (387).
La sua dottrina sociale e storica si fonda sulla metafisica. Essa poggia sulla nozione di evoluzione dell'umanità nel senso di una manifestazione sempre maggiore dell'unità, della totalità: "L'idea di totalità è equivalente a quella di ordine, armonia, unità, uguaglianza, perfezione. Lo stato di unità, cioè la condizione sociale, nasce dall'idea di totalità, che è essa stessa unità, unione. Gli uomini dovranno vivere nello stato sociale per il loro stesso bene" (388).
Il meccanismo di quest'evoluzione si attua nell'evoluzione delle istituzioni sociali, che strutturano di sé tutti gli altri aspetti della vita umana: la lingua, la religione, la morale... Ad esempio: "Sarebbe assurdo ammettere che l'uomo sia uscito dalle mani di Dio adulto, morale e dotato di parola, questa facoltà si è sviluppata via via che diventava ciò che è oggi" (389).
Le varie manifestazioni del male sono per Deschamps il frutto dei rapporti sociali, tanto che egli arriva persino a dire che anche l'omosessualità ha questa origine. Le istituzioni sociali sono anch'esse il risultato di fattori materiali (la necessità di cacciare insieme, di sorvegliare il bestiame), e della superiorità fisica dell'uomo, dovuta in particolare alla struttura della mano.
Tutto il processo storico si divide in tre stati o condizioni attraverso cui deve passare l'umanità: "Per l'uomo esistono solo tre stati: lo stato selvaggio, come quello delle bestie delle foreste, lo stato di legge (390) e lo stato dei costumi. Il primo stato è quello di disunione, senza unità, senza società; il secondo è il nostro, lo stato di massima divisione nell'unità, e il terzo è lo stato di unità senza separazione. Quest'ultimo stato è indiscutibilmente l'unico che possa, nei limiti del possibile, rendere la forza e la felicità agli uomini" (391).
Nello stato selvaggio gli uomini sono molto più felici che nello stato delle leggi, secondo cui vive l'attuale umanità civilizzata: "E [...] lo stato di legge, per noi che viviamo un'esistenza civile, è infinitamente peggio dello stato selvaggio" (392). Questo risulta vero se applicato agli odierni popoli selvaggi: "Noi li trattiamo con sufficienza, ma non c'è ombra di dubbio che la loro condizione è molto meno assurda della nostra" (393).
Ma ormai non possiamo ritornare allo stato selvaggio, necessariamente questo dovrebbe corrompersi e lasciare il posto allo stato di legge in forza di cause oggettive, e principalmente per la comparsa dell'ineguaglianza, del potere e della proprietà privata.
La proprietà privata è la causa prima che genera tutti i vizi dello stato di legge: "Il mio e il tuo applicati ai beni terreni e alle donne albergano solamente nei nostri costumi, generando tutto il male che li caratterizza" (394).
Lo stato di legge secondo Deschamps è la condizione più infelice per il maggior numero di persone. Il male stesso è frutto di questo stato: "Il male s'insedia nell'uomo solo grazie alle condizioni sociali odierne, che contraddicono senza fine la sua natura. Nell'uomo non ci sarebbe tanto male se vivesse in gregge" (395).
Ma sono proprio quegli aspetti più insopportabili dello stato di legge che preparano, secondo Deschamps, il passaggio allo stato dei costumi, quel "paradiso in terra" di cui parlava nel brano già citato. La sua descrizione pullula di dettagli suggestivi, ed è una delle utopie socialiste più originali e coerenti.
Tutta la vita secondo i costumi tenderà a un unico scopo: l'applicazione massimale dell'idea di uguaglianza e di comunione. Gli uomini vivranno senza tuo e mio, e scompariranno la specializzazione e la divisione del lavoro.
"Le donne saranno bene comune per gli uomini, e così gli uomini per le donne". "I figli non apparterranno in particolare a questa o a quella coppia" (396). "Le donne in grado di allattare e non incinte offriranno il seno a tutti i bimbi indifferentemente". "Ma com'è possibile, mi obiettano, che una madre non si tenga vicino i propri figli? No! Perché questa proprietà [...]?" (397). L'autore non si preoccupa del fatto che questo stato di cose possa portare all'incesto. "Dicono che l'incesto sia quanto mai contro natura. In realtà è contro la natura dei nostri costumi e niente più" (398).
Tutti gli uomini "non conoscerebbero che la natura e apparterrebbero a essa sola, unica proprietaria" (399).
Per arrivare a questo stato occorrerà distruggere. molte cose che ora si considerano preziose, come ad esempio "tutto quello che noi chiamiamo meravigliose opere d'arte. Questo sacrificio sarebbe senza dubbio grande, ma bisogna farlo" (400). Non devono scomparire solo le belle arti, la poesia, la pittura o l'architettura, ma anche la scienza e la tecnica. Gli uomini non costruiranno più navi e non studieranno più il globo terrestre. "Perché mai dovrebbero aver bisogno della scienza dei vari Copernico, Newton e Cassini?" (401).
La lingua si semplificherà al massimo; tutti gli uomini parleranno un unico idioma, e questo sarà stabile e non subirà mutamenti. La lingua scritta scomparirà, e non sussisterà più la penosa necessità d'imparare l'alfabeto. I bambini in generale non dovranno studiate: impareranno tutto l'indispensabile imitando gli anziani.
Verrà meno anche la necessità di ragionare: "Nello stato selvaggio non ragionavano [...] né riflettevano, perché non ne avevano bisogno; nello stato di leggi si ragiona e si riflette perché bisogna; nello stato dei costumi non si ragionerà né rifletterà perché non ce ne sarà più bisogno" (402).
L'illustrazione più chiara di questo mutamento di coscienza sarà la distruzione di tutti i libri: che troveranno infine l'impiego loro più adatto: accendere le stufe. Tutti i libri scritti fino a ora hanno avuto lo scopo di rendere necessario e di preparare la venuta del libro che ha dimostrato l'inutilità del libro in generale: l'opera di Deschamps. Essa sopravviverà a tutti gli altri, ma alla fine brucerà, ultimo dei libri.
La vita degli uomini diverrà più semplice e più facile. Non estrarranno né lavoreranno quasi più i metalli, poiché la maggioranza degli oggetti sarà di legno. Non si costruiranno grandi palazzi, ma si vivrà in capanne di legno.
"La mobilia sarà costituita da semplici panche, scaffali e tavoli [...]" (403). "Della paglia fresca, usata prima dagli uomini poi dalle bestie sarà il loro sano letto comune, dove avranno riposo. Vi si distribuiranno uomini e donne insieme senza distinzione, dopo aver coricato i vecchi infermi e i bambini, che dormiranno separatamente" (404). Il cibo sarà per lo più vegetariano, così che anche la sua preparazione sarà molto semplificata.
"Nella loro esistenza frugale sarà necessario sapere pochissime cose, che saranno poi le più facili" (405).
Questo cambiamento di vita sottintende un cambiamento radicale nella mentalità: "In modo che le inclinazioni di ciascuno siano nello tempo quelle di tutti" (406). Scompariranno i "legami privilegiati tra le persone, come i sentimenti vivi ma passeggeri dell'amante felice, dell'eroe vincitore, dell'ambizioso che ha raggiunto il suo scopo, dell'artista coronato [...]" (407), "tutti i giorni si rassomiglieranno" (408), persino gli uomini avranno tutti lo stesso aspetto: "Nello stato di costume non rideranno né piangeranno più. Su tutti i volti si dipingerà una chiara espressione di contentezza e, come ho già detto, quasi tutte le facce avrebbero la medesima espressione. Agli occhi degli uomini ogni donna somiglierebbe alle altre, e ogni uomo sarebbe uguale a tutti gli altri agli occhi delle donne" (409).
Le teste saranno "in armonia quanto oggi sono differenti" (410). "Infinitamente più di noi terranno un comportamento uniforme in tutte le occasioni senza per questo concludere, come facciamo noi con gli animali, che ciò indichi una mancanza d'intelligenza e di ragione" (411).
Questa nuova società produrrà una nuova concezione del mondo. "Tutti sanno d'esistere esclusivamente in seguito a un certo ciclo (senza per altro averne timore), per cui un giorno è stabilito che muoiano per poi magari in seguito riprodursi sotto un'altra forma" (412). "Come noi, anche loro non s'interessano del fatto d'essere stati morti un giorno (cioè che le parti che li compongono non esistessero sotto forma umana), ma essendo più conseguenti di noi, non danno nemmeno alcuna importanza al fatto che nel futuro potranno cessare d'esistere in questa forma" (413). "I loro funerali non si distingueranno dal seppellimento del bestiame" (414), poiché "i compagni morti non dovranno importare loro più di un animale morto", "non dovranno attaccarsi a un'altra persona in modo da sentire la sua morte come una perdita personale e piangerla" (415). "Moriranno in modo tranquillo come hanno vissuto" (416).