4. I primi passi
Abbiamo visto come la filosofia illuminista ha allevato nel suo seno il socialismo. Il neonato vide la luce durante la rivoluzione francese ed ebbe come balia la ghigliottina. Ma mosse i suoi primi passi nella vita quando già era finita l'epoca eroica del Terrore. E' commovente vedere come nell'incantevole goffaggine dell'infanzia fanno capolino i tratti dell'eroe che ben presto farà tremare i troni e gli imperi.
Nel 1796, dopo la caduta di Robespierre e l'instaurazione del Direttorio, fu creata a Parigi una società segreta che preparava un rivolgimento politico ed elaborava il programma della futura organizzazione socialista del paese. A capo della società c'era un Direttorio segreto di salute pubblica che poggiava su una rete di agenti. Lo dirigevano Filippo Buonarroti e Noél (ribattezzatosi prima Camillo, poi Gracco) Babeuf. Fu creato un comitato militare per preparare la sollevazione. I congiurati contavano sull'appoggio dell'esercito. Secondo i loro calcoli avrebbero dovuto ricevere il sostegno attivo di 17.000 uomini. In seguito a una delazione i capi della congiura furono arrestati: due, fra cui Babeuf, furono giustiziati, Buonarroti fu esiliato. Ritornato dal confino questi continuò a propagandare le sue idee. La maggior parte dei teorici del socialismo rivoluzionario del tempo subirono la sua influenza. In particolare, trovandosi a Ginevra, Buonarroti fondò un circolo che ebbe in seguito grande influenza su Weirling, il cui ruolo nella formazione di Marx è universalmente noto.
Molti documenti della società, che ne esprimevano le idee, furono pubblicati dal governo subito dopo la scoperta della congiura. Più tardi Buonarroti descrisse lo svolgimento della congiura e i piani elaborati per essa nel suo libro Congiura per l'eguaglianza.
L'ideale fondamentale della società era l'uguaglianza a qualsiasi costo; questo si rifletteva nel suo stesso nome: "Partito dell'uguaglianza". Questo principio trovava la sua formulazione nel Manifesto, con una logica tutta francese: "Noi siamo tutti eguali, vero? Questo principio è incontestato, perché, a meno di esser presi da pazzia, non si potrebbe dire seriamente che è notte quando è giorno" (417).
Posto così un fondamento incrollabile, il Manifesto prosegue traendo le conseguenze di questo assioma: "Noi pretendiamo ormai di vivere e morire eguali come siamo nati: vogliamo l'effettiva eguaglianza o la morte" (418). "Per essa noi acconsentiamo a tutto, a far tabula rasa per conservare essa sola. Periscano, se necessario, tutte le arti, purché ci resti la vera eguaglianza!" "Sparite, infine, abominevoli distinzioni di ricchi e poveri, di grandi e piccoli, di padroni e servi, di "governanti" e "governati" (419).
La prima conseguenza che ne deriva è la proclamazione della comunione dei beni: "La legge agraria o la distribuzione delle terre fu l'aspirazione momentanea di qualche soldato senza principi, di qualche popolazione mossa dall'istinto più che dalla ragione. Noi tendiamo a qualche cosa di più sublime e di più equo: il 'bene comune o la comunione dei beni'" (420); "[...] la proprietà di tutti i beni esistenti sul territorio nazionale è unica e appartiene inalienabilmente al popolo, il quale solo ha il diritto di assegnarne l'uso e l'usufrutto" (421).
Il diritto di proprietà individuale è abolito; tutto il paese diventa un'unica proprietà che si regge su un principio esclusivamente burocratico. Il commercio è soppresso, tranne quello minuto, il denaro è ritirato dalla circolazione interna. "[...] è necessario che tutti i prodotti della terra e dell'industria siano depositati in magazzini pubblici, donde usciranno per essere distribuiti con criteri d'eguaglianza ai cittadini, sotto la sorveglianza dei magistrati che ne sono consegnatari" (422). Contemporaneamente è introdotto il lavoro obbligatorio. "Gli individui che non fanno niente per la patria non possono esercitare alcun diritto politico, sono stranieri ai quali la repubblica accorda ospitalità". "Non fanno niente per la patria coloro che non la servono con un lavoro utile. La legge considera lavori utili: quelli dell'agricoltura, della pastorizia, della pesca e della navigazione; quelli delle arti meccaniche e manuali; quelli della vendita al minuto; quelli relativi al trasporto degli uomini e delle cose; quelli della guerra; quelli dell'insegnamento e delle scienze" (423). "Tuttavia, i lavori dell'insegnamento e delle scienze non saranno reputati utili se coloro che lì esercitano non conseguono, entro il periodo dì tempo di [...], un certificato di civismo, rilasciato nelle forme che saranno stabilite". "L'ingresso nelle pubbliche assemblee è interdetto agli stranieri. Gli stranieri sono posti sotto la diretta sorveglianza dell'autorità suprema, che può relegarli fuori del loro domicilio ordinario e inviarli nei luoghi di correzione" (424). Sotto minaccia di morte essi non possono tenere armi.
Gli ideatori di questo piano si rendono conto che l'esecuzione richiederà un forte aumento dei funzionari. Questo problema è affrontato in modo ampio: "In realtà, mai una nazione ne ebbe tanti; a parte che, sotto certi rapporti, ogni cittadino sarebbe stato un magistrato sorvegliante se stesso e gli altri, è certo che le funzioni pubbliche sarebbero state moltiplicate e i magistrati numerosissimi" (425).
Ecco come sono visti i rapporti reciproci tra i singoli individui e la burocrazia: "Nell'ordine sociale concepito dal comitato, la patria si impadronisce dell'individuo appena nato per non lasciarlo fino alla morte" (426). Lo Stato incomincia con l'educare il bambino: "Lo garantisce dai pericoli di una falsa tenerezza, e lo conduce, tenuto a mano da sua madre, alla casa nazionale dove acquisterà la virtù e la cultura necessarie a un vero cittadino" (427).
Dalle scuole statali i giovani passavano ai campi militari, dopodiché, sotto il controllo di "magistrati", si dedicavano al lavoro produttivo. "L'amministrazione municipale ha costantemente sotto gli occhi lo stato dei lavoratori di ogni classe e quello del tipo di lavoro cui sono sottoposti: essa ne informa regolarmente l'amministrazione suprema. E [...] l'amministrazione suprema, sotto la sorveglianza dei comuni da essa designati, costringe ai lavori forzati gli individui dei due sessi che con la loro mancanza di civismo, con l'ozio, con il lusso e con la vita sregolata siano perniciosi esempi alla società" (428).
Quest'ultima idea è sviluppata con particolare amore e ricchezza di particolari: "Le isole Marguerite e Honoré, Rières, Oléron e Rhé saranno ridotte a luoghi di correzione, ove saranno inviati, per essere costretti a lavori in comune, gli stranieri sospetti e gli individui arrestati in conseguenza del proclama ai francesi. Queste isole saranno rese inaccessibili: le loro amministrazioni dipenderanno direttamente dal governo" (429).
Dopo un quadro così oscuro, lo spirito si risolleva nel trovare un paragrafo intitolato "Libertà di stampa". "Bisogna pensare ai mezzi di trarre dalla stampa tutti i servizi che se ne possono ricavare, senza il rischio di veder nuovamente posti in discussione la giustizia dell'uguaglianza e i diritti del popolo, o di abbandonare la repubblica a interminabili e funeste diatribe" (430). Risulta poi che questi "mezzi" sono molto semplici: "Nessuno può esprimere opinioni direttamente contrarie ai sacri principi dell'eguaglianza e della sovranità popolare; [...] Non può essere pubblicato nessuno scritto che tratti d'una qualunque pretesa rivelazione; ogni scritto è stampato e distribuito se i conservatori della volontà nazionale giudicano che la sua pubblicazione possa essere utile alla repubblica" (431).
Sembra incredibile come gli autori di questo sistema abbiano saputo pensare alle più piccole necessità del cittadino della futura repubblica. "In ogni comune si terranno, a epoche determinate, pasti in comune, ai quali saranno tenuti a intervenire tutti i membri della comunità [...] membri della comunità nazionale possono ricevere la razione comune soltanto nel distretto ove sono domiciliati, salvo gli spostamenti autorizzati dall'amministrazione" (432). "Sembrava al comitato che da uno Stato ben costituito dovessero esser banditi tutti i divertimenti non condivisi dal popolo intero, per timore, diceva, che la fantasia, liberatasi dalla sorveglianza di un giudice severo, non partorisse ben presto vizi mostruosi, tanto contrari alla felicità di tutti" (433).
Gli "uguali" ci fanno sapere d'essere amici di tutti i popoli. Tuttavia, dopo la sua vittoria, la Francia dovrà restare temporaneamente del tutto isolata: "Fino a quando le nazioni straniere non avessero adottato i principi politici della Francia; fino ad allora essa non avrebbe veduto nei loro costumi, nelle loro istituzioni e soprattutto nei loro governi se non un pericolo per se stessa" (434).
Sembra che ci fosse una questione che trovava discordi gli "uguali". Buonarroti era convinto che dovesse essere riconosciuto un principio divino e l'immortalità dell'anima, poiché alla società "sta a cuore che i cittadini riconoscano un giudice infallibile dei loro pensieri e delle loro azioni nascoste che non possono essere raggiunte dalle leggi, e tengano per certo che una eterna felicità sarà conseguenza necessaria della loro devozione all'umanità e alla patria. [...] Tutte le pretese rivelazioni sarebbero state relegate, dalle leggi, fra le malattie di cui bisognava estirpare gradualmente il seme. In attesa, libero ciascuno di tenersi la sua stravaganza, purché non ne fossero turbati l'ordine pubblico, la fraternità generale e l'autorità della legge" (435).
Egli riteneva che "la pura dottrina di Gesù, presentata come un'emanazione della religione naturale, da cui non differisce, potrebbe divenire la base d'una saggia riforma e la fonte di una morale veramente sociale" (436).
Babeuf invece aveva opinioni molto più radicali, si scagliava implacabilmente contro l'idolo principale, che fino ad allora i filosofi avevano onorato e temuto, osando attaccare soltanto il suo seguito e contorno, ossia Cristo, che per lui non fu né un sanculotto né un onesto giacobino né un saggio né un moralista né un filosofo né un legislatore.
V. Volgin, uno specialista del socialismo utopistico, sottolinea un'importante innovazione di Babeuf e degli "uguali" rispetto agli altri pensatori di questa tendenza. Infatti, mentre i suoi predecessori More, Campanella, Morelly, tracciavano il quadro di una società socialista già realizzata, Babeuf si poneva il compito di strutturare il periodo di transizione, trovando il modo d'instaurare e consolidare il nuovo regime socialista. Effettivamente nei documenti degli "uguali" troviamo molte notizie interessanti e istruttive a questo riguardo.
In una società socialista già instaurata il potere legislativo appartiene interamente al popolo, va da sé. In ogni circondario si organizzano delle "assemblee di sovranità popolare", formate dalla popolazione di quel circondario. Dei delegati designati direttamente dal popolo (la procedura non è descritta nei particolari) compongono l'Assemblea centrale dei legislatori. Tuttavia il potere legislativo di tali assemblee è limitato da alcuni principi fondamentali che "nemmeno il popolo può violare o cambiare". Parallelamente alle assemblee legislative si dovevano creare dei senati formati da anziani. Il potere supremo era in mano ai "conservatori della volontà nazionale". Questa corporazione era pensata come "una specie di tribunato, incaricato di vegliare affinché i legislatori, abusando del diritto di emettere decreti, non usurpassero il potere legislativo" (437).
Invece nel periodo immediatamente successivo al rivolgimento, la struttura del potere doveva essere differente. "Quale sarà questa autorità? era la delicata questione che fu scrupolosamente esaminata dal direttorio segreto" (438).
La risposta a questa "delicata questione" conduceva a rimettere tutto il potere nelle mani dei congiurati, o ad affidarlo in parte a persone da loro designate. "Il popolo di Parigi sarebbe stato indotto a creare un'assemblea nazionale, rivestita dell'autorità suprema, e composta di un democratico per ogni dipartimento; nell'attesa il direttorio segreto avrebbe fatto scrupolose ricerche sui democratici da proporre e, compiuta la rivoluzione, non avrebbe cessato i suoi lavori e avrebbe sorvegliato la condotta della nuova assemblea" (439). "Dopo aver esitato a lungo, i nostri congiurati si erano quasi decisi a domandare al popolo un decreto, in forza del quale sarebbero state loro esclusivamente confidate l'iniziativa e l'esecuzione delle leggi" (440).
Nel paragrafo intitolato: "Al principio della riforma le magistrature devono essere affidate solo ai rivoluzionari", si dice: "La fondazione di una vera repubblica spetta soltanto agli amici disinteressati dell'umanità e della patria che superano, per intelletto e per coraggio, i loro contemporanei" (441). Perciò il "comitato di amici disinteressati dell'umanità teneva molto a questo, che le magistrature, composte dapprima esclusivamente dei migliori rivoluzionari, per l'integrale applicazione delle leggi costituzionali, si rinnovassero poi solo gradualmente" (442).
Più concretamente, ciò significava che della Convenzione non rimanevano che i 68 deputati designati dal Comitato; a questi si aggiungevano 100 deputati scelti "da noi assieme al popolo".
Sin dal primo giorno successivo al rivolgimento si sarebbero attuate delle trasformazioni economiche contenute nel progetto di "decreto economico". Ci fa piacere sapere che la sua realizzazione avverrà in modo assolutamente volontario! Tutti rinunceranno volontariamente alla proprietà e formeranno una grande comunità nazionale. Ma ciascuno conserverà il diritto di non entrare a far parte di questa comunità. In questo caso però diventerà "straniero", con tutti i diritti e i doveri che da questa condizione scaturiscono, come abbiamo visto sopra. La posizione economica degli "stranieri" è stabilita dal "decreto sui contributi", che comprende fra l'altro i seguenti articoli: "l. Gli individui non partecipanti alla comunità nazionale sono i soli contribuenti. 4. Il totale delle rate dei contribuenti, per l'anno in corso, è il doppio di quello dell'anno scorso. 6. I non partecipanti potranno essere richiesti, in caso di bisogno, di versare nei magazzini della comunità nazionale, e in acconto sui contributi a venire, il loro superfluo in derrate o in oggetti di manifattura" (443).
Nel "decreto sui debiti", l'articolo 3 dice che: "I debiti di ogni francese, che divenga membro della comunità nazionale, verso un altro francese sono estinti" (444).
Furono pensate anche altre misure atte a rafforzare il nuovo regime e a facilitare l'introduzione delle riforme. Ad esempio: "Distribuzione ai difensori della patria e ai bisognosi dei beni degli emigrati, dei cospiratori e dei nemici del popolo" (445).
Non si può fare a meno di pensare che queste fondamentali riforme, da attuarsi il giorno successivo alla rivoluzione, siano state dettate agli "amici disinteressati dell'umanità" da una profonda conoscenza della vita dovuta a una tragica esperienza personale: "Restituzione gratuita degli effetti del popolo (!) depositati al Monte di Pietà" (446). "Alla fine dell'insurrezione, i cittadini poveri che sono attualmente male alloggiati non ritorneranno nelle loro dimore ordinarie ma saranno immediatamente installati nelle case dei cospiratori" (447). Occorre prevenire il lettore che i "cospiratori" non sono i fautori della "congiura degli uguali", ma i membri del governo e in generale i rappresentanti delle classi a essa ostili.
Purtroppo i discepoli del Secolo della Ragione non ci hanno lasciato appunti più dettagliati su come intendevano portare a termine l'operazione. A quel tempo il benessere era tanto diffuso che il numero dei cittadini poveri non superasse quello dei "cospiratori"? Oppure, se le abitazioni dei "cospiratori" non fossero state sufficienti per tutti i diseredati, come si sarebbero regolati nella distribuzione? Dai documenti della Congiura per l'eguaglianza non possiamo arguire niente, tranne che per la nota: "A torto si confonderebbe la regolare distribuzione degli alloggi e del vestiario con il saccheggio" (448). Ci sono però altri dettagli ricchi d'interesse: "Presso i suddetti ricchi (che prima chiamava "cospiratori") si prenderanno i mobili necessari per ammobiliare con comodità le dimore dei sanculotti" (449).
Infine, tra le misure atte a consolidare il nuovo regime, rientra anche il terrore. Si sarebbero ripristinati i tribunali che operavano durante il terrore giacobino, prima del 9 termidoro1794. Si prevedeva il "ritorno in carcere, sotto pena d'esser messi fuori legge, di tutti coloro che erano detenuti l'8 termidoro dell'anno II, a meno che non avessero ceduto alla esortazione di ridursi al necessario a favore del popolo" (450)."Ogni opposizione sarà vinta sul campo con la forza. Gli oppositori saranno sterminati. Saranno parimenti messi a morte: chi suonerà o farà suonare l'adunata; gli stranieri, qualunque sia la loro nazionalità, che saranno trovati nelle strade; tutti i presidenti, segretari e comandanti della cospirazione monarchica di vendemmiaio che osassero pure mettersi in mostra" (451).
I membri del governo esistente, cioè quelli dei due consigli e del direttorio, dovranno essere sterminati. "Il crimine era evidente, la pena era la morte, un grande esempio era necessario". "In seno al comitato insurrezionale alcuni sostennero che si dovessero seppellire i condannati sotto le macerie dei loro palazzi, i cui resti avrebbero ricordato alle generazioni più lontane la giusta punizione inflitta ai nemici dell'eguaglianza" (452).
Pur elaborando questo loro sistema di riforme e di misure concrete i fautori del "Partito degli uguali" non chiudevano gli occhi davanti alle obiezioni che potevano incontrare: "Disorganizzatori e faziosi ci dicono: 'Voi volete solo massacri e bottino' ", ma essi controbattevano: "Mai più vasto disegno è stato concepito e messo in esecuzione" (453). "Ci si mostri un ordine sociale - esclamavano talvolta i congiurati - nel quale si producano così grandi effetti con mezzi più semplici e di più facile attuazione!" (454).
Dispiace vedere come un sistema tanto perfetto si areni all'atto della sua messa in pratica su una massa di ostacoli tra i più banali e futili. Innanzitutto i congiurati non sfuggirono a quell'incomparabile dolore, come lo chiamava Rabelais, prodotto dalla mancanza di denaro. Nel paragrafo intitolato "I congiurati disprezzano il denaro", Buonarroti racconta: "Si fece qualche passo per ottenerne, ma la più forte somma che il direttorio segreto ebbe a propria disposizione fu quella di duecentocinquanta franchi in contanti, inviata dal ministro di una repubblica alleata" (455). Non si può non essere d'accordo con lui quando esclama: "Come è difficile fare il bene con i soli mezzi approvati dalla ragione!" (456).
Una seconda disgrazia non risparmiò i nostri eroi, i dissidi interni sulla divisione del potere non ancora conquistato. In un primo momento aderì al Comitato un gruppetto di montagnardi, ma ben presto "il comitato era informato di certe manovre clandestine tendenti a venire meno alle condizioni pattuite e a far cadere esclusivamente tra le mani dei montagnardi il supremo potere della repubblica. Ora, il comitato era così fortemente convinto della loro incapacità di fare il bene, da considerare delittuoso anche il più piccolo movimento che, consegnando loro il potere, non avrebbe fatto che sostituire una tirannide a un'altra" (457).
E infine una terza disgrazia: nel comitato si nascondeva un provocatore. Il membro del comitato militare Grisel "stimolava i suoi fiduciosi colleghi, appianava le difficoltà, suggeriva i provvedimenti da prendere, e non dimenticava mai di rafforzare il coraggio con l'esagerata rappresentazione della devozione alla democrazia del campo di Grenelle" (458).
Fu questo stesso Grisel a consegnare il comitato alle autorità.
Il comitato insurrezionale aveva già elaborato i dettagli dell'insurrezione. Uno dei suoi membri aveva incominciato a scrivere il proclama: "Comitato insurrezionale di salute pubblica. Il popolo ha vinto, la tirannide non è più, voi siete liberi [...]" (459), "qui lo scrittore fu preso e arrestato" dice Buonarroti, che evidentemente non perde mai la sua sagacità francese. L'esercito e il popolo non sostennero gli insorti: "L'esercito dell'interno in armi proteggeva la spedizione contro la democrazia, e il popolo parigino, a cui si fece credere che si fossero arrestati dei ladri, fu spettatore immobile" (460).
I movimenti socialisti al loro sorgere spesso stupiscono per la loro debolezza, per il distacco dalla vita, l'ingenuo avventurismo, per i tratti comicamente gogoliani, come aveva già fatto notare Berdjaev. Sembrerebbe che questi disgraziati senza speranza non abbiano la minima speranza di successo, e che anzi facciano di tutto per compromettere le idee che proclamano. Invece non fanno che attendere il loro momento. A un certo punto, quasi d'improvviso, l'anima del popolo si apre a queste idee, e queste diventano forti di una forza capace di determinare il corso della storia, e i capi di questi movimenti si trasformano in arbitri dei destini delle nazioni (come è successo a Münzer che in un primo tempo terrorizzato striscia attraverso le mura di Alstadt e fugge ingannando i suoi compagni, e poco dopo diventa una delle figure dominanti della guerra contadina che sconvolge la Germania).
A quanto pare, dunque, Dostoevskij non si contraddiceva quando, nei Demoni, dipingeva i nichilisti come un gruppetto di "tre uomini e mezzo", che non erano nemmeno capaci di organizzare seri disordini in una piccola cittadina di provincia, ma che allo stesso tempo profetizzarono la prossima rivoluzione, che sarebbe costata 100 milioni di teste.
Riassunto
Cerchiamo di riassumere i nuovi tratti dell'ideologia socialista che abbiamo individuato nel socialismo utopistico e nelle opere del secolo dei Lumi.
l. Se nel Medioevo e nell'epoca della Riforma le idee socialiste si sviluppavano all'interno di movimenti che erano religiosi sia pure soltanto nella forma, ora invece capita sempre più spesso che partano con una maschera religiosa per poi assumere gradualmente un carattere ostile alla religione. In More e Campanella troviamo un atteggiamento a volte ironico di estraneità nei confronti del cristianesimo, degli attacchi mascherati. Winstanley è apertamente ostile alle religioni del suo tempo. Deschamps rinnega tutte le religioni, definendo Dio un'invenzione umana, frutto dello stato d'oppressione dell'umanità e strumento d'oppressione. In sostituzione a questo propone l'idea enigmatica di Dio-Nulla. Infine Meslier poggia la sua visione del mondo sull'odio verso la religione, in particolare verso il cristianesimo e Cristo. In questo modo avviene la saldatura tra ideologia socialista e ateismo.
2. Il socialismo di questo periodo ha assunto dal Medioevo (ad esempio da Gioacchino da Fiore) una concezione mistica per cui la storia sarebbe un processo evolutivo immanente e regolato da leggi. Vengono però espunti lo scopo e la forza motrice che la mistica introduceva in questo sviluppo: la conoscenza di Dio e l'unione con Lui. Al suo posto la forza motrice della storia diventa il progresso, e la ragione umana come sua espressione suprema.
3. Le dottrine socialiste conservano i tre gradi del processo storico della mistica medievale, core pure lo schema della caduta del genere umano e del suo ritorno a uno stato originario in una forma più perfetta. Le teorie socialiste si compongono infatti delle seguenti parti:
I. Il mito di uno "stato di natura" originario felice, una "epoca dell'oro" distrutta dalla portatrice di ogni male, la proprietà privata.
II. La condanna dell'epoca attuale. La società contemporanea appare irreparabilmente viziata, ingiusta e senza senso, buona solo per essere distrutta. Solamente sulle sue rovine è possibile creare una struttura sociale che dia agli uomini la felicità che sono ancora capaci di provare.
III. La profezia di una nuova società costruita su principi socialisti, senza tutti i difetti di quella attuale. Questa è l'unica via per tornare alla "stato di natura", come dice Morelly, la via che porta da un'epoca dell'oro inconscia a un'altra consapevole.
4. L'idea di "liberazione", che le eresie medievali intendevano in modo spirituale, come liberazione dello spirito dal potere della materia, si trasforma in un appello alla liberazione dalla morale della società contemporanea, dalle sue istituzioni e soprattutto dalla proprietà privata. Dapprincipio la forza motrice di questo movimento è la ragione, ma poco per volta il suo posto viene preso dal popolo, dai poveri. Nella concezione dei membri della "congiura degli uguali" quest'idea è già presente. Da qui nascono nuove concezioni e nuovi lineamenti concreti riguardo al modo d'instaurare la "società del futuro": il terrore, la sistemazione dei poveri nelle case dei ricchi, la confisca dei mobili, l'esenzione dagli obblighi fiscali ecc.