Seconda parte - Il socialismo statale
Capitolo primo - L'America del Sud
L'impero degli inca
Nella prima parte di questo lavoro, abbiamo visto che il complesso stabile di idee sociali che abbiamo deciso di chiamare socialismo chiliastico si è manifestato in diverse epoche della storia umana in un periodo di circa duemilacinquecento anni.
Ora ci occuperemo dei tentativi di calare nella realtà queste idee sotto forma di regimi sociali determinati. Il nostro primo scopo sarà dimostrare che anche qui abbiamo a che fare, come per il socialismo chiliastico, con un fenomeno storico universale che non si limita assolutamente al nostro secolo. In questo senso passeremo in rassegna alcuni esempi di Stati costruiti in buona parte su principi socialisti.
Questo compito ci appare subito più difficile di quello che abbiamo affrontato nella prima parte del libro. Infatti, un autore che propugni le idee socialiste in un libro deve partire dal presupposto che queste idee siano ancora nuove e insolite per il lettore, dovrà quindi spiegarle. Invece i rari documenti di carattere economico o politico pervenutici da epoche lontane (in alcuni casi abbiamo persino a che fare con culture prive di scrittura) non chiariscono al lettore moderno il significato dei termini usati, essendo indirizzati a gente che conosceva quelle espressioni. Per questo ricostruire da questi accenni il genere di vita, i rapporti giuridici ed economici, la concezione del mondo è un compito alquanto difficile, più arduo che ricostruite l'aspetto e il comportamento di un sauro dell'epoca terziaria dal suo fossile. Per di più nella maggioranza dei casi troviamo che gli storici non si sono formati un'idea comune in merito, ma propongono un ventaglio di possibili interpretazioni.
Eccezion fatta per il nostro secolo, una volta soltanto in tutta la storia gli europei hanno potuto vedere con i propri occhi uno Stato del genere. Molti osservatori attenti e acuti ci hanno lasciato delle descrizioni; alcuni rappresentanti di quegli stessi popoli, venuti a contatto con la cultura europea, ci hanno tramandato il racconto del genere di vita dei loro padri.
Questo fenomeno, molto più importante per gli storici del socialismo che non la descrizione dell'aspetto e della vita del dinosauro per il paleontologo, è il Tauantinsuiuali o impero degli inca, conquistato dagli spagnoli nel XVI secolo.
Gli spagnoli scoprirono lo Stato inca nel 1531; a quell'epoca esso esisteva da circa 200 anni ed era al suo apogeo, comprendendo i territori dell'attuale Ecuador, della Bolivia, del Perù, la parte settentrionale del Cile e la regione nordoccidentale dell'Argentina. Secondo alcune fonti la popolazione era di dodici milioni di abitanti.
Agli spagnoli si rivelò un impero oltre che grandioso, anche esemplarmente organizzato. Secondo i loro racconti la capitale Cuzco poteva competere con le più grandi città europee dell'epoca. Aveva una popolazione di circa duecentomila abitanti; i conquistatori spagnoli furono colpiti dagli immensi palazzi e dai templi, la cui facciata raggiungeva i 100-200 metri, dagli acquedotti, dalle strade lastricate. Le case erano fatte d'enormi pietre così ben squadrate e combacianti da sembrare monolitiche. La fortezza presso Cuzco si componeva d'enormi blocchi del peso di 2 tonnellate ciascuno, gli spagnoli ne furono così sbalorditi da rifiutarsi di credere che li avessero costruiti degli uomini senza l'aiuto dei demoni (1).
La capitale era collegata con gli angoli più remoti dell'impero per mezzo di ottime strade che non avevano niente da invidiare a quelle romane ed erano di gran lunga migliori delle strade spagnole dell'epoca. Si snodavano su dighe attraverso le paludi, tagliavano le montagne, superavano i burroni per mezzo di ponti sospesi (2). Un servizio di corrieri ben organizzato, con stazioni di cambio, assicurava i collegamenti tra la capitale e il resto del Paese. Nei dintorni della capitale, di tutte le città e lungo le strade erano disseminati di depositi statali pieni di viveri, indumenti, suppellettili e materiale militare (3).
In netto contrasto con questa eccellente organizzazione, il livello tecnico dello Stato inca era sorprendentemente primitivo. Utensili e armi erano per lo più di legno o di pietra; il ferro non era assolutamente utilizzato. L'aratro, anche quello di legno, non era conosciuto, per lavorare la terra si usava una marra di legno. Fra gli animali domestici era noto solo il lama da cui ricavavano carne e lana, e che però noi era utilizzato né per il trasporto né per i lavori agricoli. Tutti i lavori dei campi venivano fatti a mano, si viaggiava sol tanto a piedi o in portantina. Infine gli inca non avevano scrittura (4). Esisteva una leggenda secondo cui la scrittura sarebbe stata proibita dal fondatore dell'Impero, anche se le informazioni basilari potevano essere trasmesse per mezzo del quipu un complicato sistema di lacci e di nodi.
In tal modo il basso livello tecnico nello Stato inca doveva essere compensato dalla perfetta organizzazione di enormi masse di popolazione. Naturalmente gli interessi personali venivano necessariamente subordinati a quelli statali, cosa che rende verosimile la presenza di alcune tendenze socialiste nella società inca.
Faremo ora una breve descrizione della struttura sociale inca. Fortunatamente se ne sa abbastanza. I conquistadores non si comportarono in tutto e per tutto come una soldataglia come si potrebbe credere, essi colsero acutamente molte cose, e si sono conservati gli appunti di molti di loro. Anche i preti cattolici che venivano al loro seguito hanno lasciato descrizioni simili. Infine i conquistadores si sposarono con donne delle classi superiori inca e i figli nati da queste unioni, pur appartenendo all'aristocrazia spagnola, mantenevano allo stesso tempo legami molto stretti con la popolazione locale: a questi si devono le migliori descrizioni della vita dello Stato inca prima della conquista spagnola.
La popolazione dello Stato si divideva in tre ceti:
1. gli inca, il nucleo dirigente, discendenti di una tribù che anticamente aveva conquistato uno Stato più antico nella regione del lago Titicaca, ampliandolo poi progressivamente fino alle considerevoli dimensioni dell'impero. Diversi autori li definiscono di volta in volta un'aristocrazia, un'élite, una burocrazia. Da questo ambiente veniva l'amministrazione dello Stato, il corpo degli ufficiali, la casta sacerdotale e quella dotta. Ad esso apparteneva, naturalmente, anche il padrone assoluto del paese, l'Inca. L'appartenenza al gruppo era ereditaria, in questo modo la continuità era assicurata; tuttavia l'accesso era aperto anche ai capi delle tribù sottomesse, come pure ai soldati distintisi in guerra.
2. la parte più grossa della popolazione: contadini, pastori e artigiani. Questi dovevano allo Stato due tipi di tributo, uno militare e l'altro lavorativo, ma questo lo vedremo in seguito. In caso di necessità dello Stato essi potevano essere adibiti anche ad altri compiti come ad esempio la colonizzazione di territori appena conquistati, mentre le donne potevano servire per i sacrifici umani.
3. gli schiavi dello Stato, gli ianakuna. Secondo la tradizione erano i discendenti di una tribù che anticamente si era rivoltata contro lo Stato inca, ma era stata sconfitta e condannata alla distruzione dall'Inca. Costoro furono però graziati su istanza dell'imperatrice, a condizione che restassero per sempre sul gradino più basso del paese. Essi lavoravano le terre dello Stato, pascolavano le mandrie di lama dello Stato, o facevano i servi nelle case degli inca (5).
La proprietà privata nell'impero inca aveva per lo più la forma di proprietà terriera. Teoricamente tutta la terra apparteneva all'Inca, che poi la affidava in uso sia agli inca sia ai contadini. Le terre donate agli inca dall'imperatore erano ereditarie, ma erano soggette all'amministrazione e l'inca che se ne considerava proprietario non faceva in realtà che goderne i frutti. Infatti, se alla morte di un proprietario gli eredi si dividevano soltanto le rendite della terra e non la terra stessa, questo significa che fra di loro non c'era alcun proprietario. In che modo queste terre venissero lavorate dai contadini lo diremo in seguito.
Anche i contadini ricevevano in uso dallo Stato la terra; l'unità di misura base era il tupu, un appezzamento sufficiente a nutrire un uomo. Al momento del matrimonio l'indio riceveva dall'amministrazione un altro appezzamento della stessa misura, un altro per ogni figlio e metà per le figlie. Alla morte del possessore la terra tornava al fondo dello Stato (6). Un'altra parte delle terre non veniva suddivisa in tupu, ma si riteneva appartenesse al dio del sole e dava sostentamento ai templi e ai sacerdoti. Infine un'ultima parte delle terre apparteneva agli inca o direttamente allo Stato. Tutte queste terre venivano poi coltivate dai contadini secondo un ordine stabilito. Dei funzionari erano appositamente adibiti al controllo dei lavori agricoli.
Così questi davano ogni giorno il segnale d'inizio del lavoro, a questo scopo erano state costruite speciali torri da dove i controllori suonavano un corno ricavato da una conchiglia (7).
I contadini avevano l'obbligo di assolvere il servizio militare e vari obblighi di lavoro: lavorare la terra dei templi e degli inca, costruire nuovi templi, i palazzi dell'Inca o dei nobili, riparare le strade, costruire i ponti, produrre manufatti per lo Stato, lavorare nelle miniere d'oro e d'argento dello Stato. Alcuni di questi servizi richiedevano il trasferimento dei contadini in altre regioni del paese, in quel caso lo Stato si assumeva l'onere del loro mantenimento (8).
Era sempre lo Stato che forniva le materie prime agli artigiani, in cambio dei manufatti. Ad esempio i lama venivano tosati dagli schiavi di Stato, in seguito degli impiegati distribuivano la lana ai contadini che dopo averla filata la consegnavano ad altri impiegati.
Per legge la vita del contadino maschio era divisa in dieci periodi, e ogni età aveva un compito determinato. Così dai 9 ai 16 anni doveva fare il pastore; dai 6 ai 20 corriere o servitore di un inca e così via. Anche l'ultimo periodo, dai 60 anni in poi, prevedeva un lavoro preciso, doveva cioè intrecciare corde, allevare le anatre. Gli inabili costituivano un gruppo a parte, ma anche a loro venivano affidati certi lavori (come testimonia la Cronaca di Juamon Poma Ayala).
Anche per le donne esistevano prescrizioni analoghe. La legge esigeva dai contadini un'attività incessante. La donna che si recava da un vicino era obbligata a prendere con sé della lana da filare lungo la strada (9). Secondo la cronaca di Siesa de Leon y Acosta, ai contadini si facevano fare anche lavori assurdi purché non rimanessero inattivi; ad esempio ordinavano loro di trasportare montagne di terra da un luogo all'altro (10).
La legge sui parassiti diceva che chi coltivava male il suo campo avrebbe ricevuto alcuni colpi di pietra sulle spalle o sarebbe stato fustigato (11). Le persone completamente inabili e i vecchi erano a carico dello Stato o della comunità agricola.
Per lavorare i contadini si riunivano in gruppi di dieci famiglie, cinque di questi gruppi formavano un gruppo più grande e così via fino a diecimila famiglie. Alla testa di ogni gruppo stava un funzionario. I membri più bassi di tale gerarchia venivano dai contadini, quelli più alti dagli inca (12).
Non solo il lavoro ma tutta la vita dei sudditi dello Stato inca si svolgeva sotto il controllo di funzionari. Speciali ispettori (lactacamaiok o "istruttori di villaggio") viaggiavano continuamente per il paese controllando la popolazione. Per facilitare il controllo i contadini dovevano lasciare aperta la porta di casa durante i pasti (la legge stabiliva i pasti e delimitava il menu [13]). Tutti gli altri aspetti della vita erano rigidamente regolamentati. I funzionari distribuivano a ogni indio due abiti dello Stato, uno per il lavoro e uno per la festa. In ogni provincia gli abiti si distinguevano solo a seconda del sesso della persona, per il resto avevano la medesima foggia e colore; questi cambiavano invece da provincia a provincia. Un vestito doveva essere portato fino a usura completa; era proibito cambiare la foggia o il colore. C'erano leggi anche contro ogni altra forma di eccesso: vietato tenere in casa delle sedie (erano ammessi solo gli sgabelli), vietato costruire case superiori a certe misure. In ogni singola provincia ci si doveva pettinare in una determinata maniera e solo in quella (14). Queste prescrizioni non riguardavano soltanto i contadini, infatti anche un funzionario di rango inferiore doveva attenersi a regole molto precise riguardo il numero e le dimensioni del vasellame d'oro e d'argento che poteva possedere, conformemente alla sua posizione (15).
Il controllo era particolarmente severo per gli abitanti delle regioni appena conquistate. Quivi si trasferivano gli abitanti delle province centrali, che avevano il diritto d'entrare nelle case degli indigeni in ogni momento del giorno e della notte, e avevano l'obbligo di denunciare qualsiasi segno di scontento.
I contadini non avevano diritto a lasciare il loro villaggio senza uno speciale permesso. Il controllo era facilitato dal colore dell'abito e dal taglio dei capelli diversi a seconda della provincia. Dei funzionari appositi sorvegliavano chi attraversava i ponti e le barriere.
Lo Stato aveva tuttavia il diritto di ordinare trasferimenti in massa della popolazione, motivati a volte da considerazioni economiche (per ripopolare una zona colpita da un'epidemia, o per sfruttare una zona più fertile). A volte invece la causa era di natura politica, come quando si trasferivano gli abitanti di una regione già sottomessa in una provincia appena conquistata o, viceversa, disperdere una tribù sottomessa tra la popolazione più leale all'impero (16).
Anche la famiglia si trovava sotto il controllo dello Stato. Tutti gli uomini, a partire da una certa età, erano obbligati a prendere moglie; a questo scopo una volta all'anno veniva in ogni villaggio un funzionario che compiva una cerimonia pubblica di matrimonio cui dovevano partecipare tutti coloro che in quell'anno avevano raggiunto l'età matrimoniale.
Molti spagnoli, descrivendo i costumi inca, affermano che l'opinione degli interessati non contava, e Santillane (che scrisse alla fine del XVI secolo) dice che le obiezioni venivano punite con la morte. D'altro canto, secondo il padre Maurois, un uomo poteva tirarsi indietro dicendo d'aver già fatto la promessa a un'altra ragazza, nel qual caso il funzionario riconsiderava il caso. E' tuttavia chiaro che l'opinione delle donne, non era tenuta in alcun conto (17).
I membri del gruppo sociale più elevato, gli inca, potevano avere più mogli, o meglio concubine, in quanto la prima moglie occupava un posto speciale in confronto alle altre che avevano il ruolo di serve. Il matrimonio con la prima moglie era indissolubile, mentre una concubina poteva essere cacciata, e dopo non poteva più risposarsi (18). La legge stabiliva il numero delle mogli a seconda della posizione sociale del marito: venti, trenta, cinquanta e più (19). Per l'Inca e i parenti più stretti non esisteva invece alcun limite. Un gran numero di mogli, e quindi più numerosa discendenza faceva sì che il peso specifico degli inca sulla società crescesse regolarmente.
Tra le donne esisteva una categoria speciale, quella delle "elette". Ogni anno in tutte le regioni dell'impero dei funzionari sceglievano delle ragazzine di 8-9 anni. Queste erano chiamate "elette" e venivano educate in case speciali (alcune cronache spagnole parlano di monasteri). Ogni anno al sopravvenire di una certa festa quelle che avevano compiuto i tredici anni venivano mandate nella capitale, dove lo stesso Inca le divideva in tre categorie. Le prime tornavano nel "monastero", si chiamavano "vergini del sole" ed erano impiegate nel culto degli dei del sole, della luna e delle stelle. Dovevano restare caste, ma l'Inca poteva donarle a un suo intimo, o prenderle come concubine. Il secondo gruppo veniva spartito fra gli inca dell'imperatore, in qualità di mogli o concubine. Ricevere questo dono dall'Inca era segno di grande benevolenza.
Infine il terzo gruppo era destinato ai sacrifici umani che avvenivano regolarmente, e in modo più solenne per l'incoronazione di un nuovo Inca. La legge puniva i genitori che davano a vedere il loro dolore quando la figlia veniva compresa tra le "elette" (20).
Ad eccezione delle "elette", tutte le donne nubili erano proprietà degli inca, anche se non si trattava di un possesso privato dato che venivano distribuite loro dai funzionari statali come concubine o serve.
Questa umiliante posizione delle donne nell'impero inca è particolarmente in contrasto con quello che accadeva nelle tribù indie circostanti nelle quali la donna godeva di una notevole indipendenza e autorità (21).
Naturalmente una vita così minutamente regolamentata, un controllo statale così capillare, presupponevano un apparato burocratico molto ramificato. La burocrazia si reggeva sul principio puramente gerarchico: ogni funzionario aveva a che fare solo con il suo superiore e i subordinati, mentre funzionari di uguale grado non potevano comunicare che attraverso i superiori comuni (22). Il funzionamento di questa burocrazia era basato su una contabilità tenuta per mezzo del quipu, un sistema complicato di lacci e nodi che ci è ancor oggi misterioso.
L'idea del quipu non era che il singolare riflesso nel mondo degli oggetti della struttura gerarchica dell'apparato statale. Il principio gerarchico veniva introdotto anche nella sfera materiale: ad esempio tutti i generi di armi venivano classificati secondo "l'anzianità". La lancia era considerata la più vecchia, seguita dalle frecce, dall'arco e così via. In corrispondenza della loro "anzianità" questi oggetti venivano designati da un nodo posto più o meno in alto sulla cordicella. L'arte dell'uso del quipu iniziava proprio con l'apprendimento dei gradi di "anzianità".
Attraverso il quipu le informazioni venivano trasmesse in alto lungo la scala burocratica fino alla capitale, dove venivano esaminate e quindi conservate per categorie: affari militari, popolazione, derrate alimentari ecc. Le cronache spagnole affermano che si teneva conto persino del numero delle pietre per le fionde, degli animali uccisi durante la caccia ecc.
Juamon Poma Ayala scrive: "Fanno l'inventario di tutto ciò che avviene nello Stato, in ogni villaggio ci sono per questo un segretario e un tesoriere", "con l'aiuto del quipu dirigono lo Stato" (23).
Realmente si hanno notizie di risultati straordinari nell'arte amministrativa, come la creazione di un'armata di ventimila lavoratori, o la distribuzione di centomila misure di granoturco alla popolazione di una vasta regione secondo regole molto precise (24).
I funzionari di, questa burocrazia venivano preparati in scuole aperte solo ai figli degli inca, la legge proibiva di istruirsi agli strati inferiori della popolazione. L'insegnamento era tenuto dagli amautas, persone erudite che avevano anche il compito di scrivere la storia in due versioni: una oggettiva, conservata sotto forma di quipu nella capitale e destinata unicamente a funzionari autorizzati; la seconda composta sotto forma di inni veniva cantata al popolo durante le festività. Se un dignitario veniva giudicato indegno, il suo nome veniva eliminato dalla versione "festiva" della storia (25).
Le leggi che regolavano la vita dell'impero inca poggiavano su un raffinato sistema punitivo. La sanzione della legge era molto severa: per lo più la morte, o atroci torture.
Questo è anche comprensibile: quando la vita intera è regolata dallo Stato, qualsiasi violazione della legge diventa delitto di Stato, e viceversa ogni delitto contro lo Stato lede il fondamento stesso dell'edificio sociale. Così l'abbattimento di un albero nella foresta o il furto di frutta da una piantagione statale venivano puniti con la morte. L'aborto prevedeva la morte non solo per la donna, ma anche per tutti coloro che l'avevano aiutata (26).
Il sistema penale prevedeva una grande varietà di pene capitali: la vittima poteva essere appesa a testa in giù, lapidata gettata in un burrone, appesa per i capelli su un precipizio, rinchiusa in una grotta con giaguari e serpenti velenosi (27). In caso di delitti molto gravi si prevedeva l'esecuzione di tutti i membri della famiglia del colpevole. In un manoscritto di Juamon Poma Ayala c'è uno schizzo che ritrae un'intera famiglia massacrata perché il suo capo era stato accusato di stregoneria (28). Per appesantire ulteriormente la condanna si proibiva la sepoltura dei cadaveri dei giustiziati. Ad esempio i corpi dei sobillatori di disordini non potevano essere sepolti; la loro carne era data in pasto alle bestie feroci, con la pelle facevano tamburi, con il teschio facevano tazze, con le ossa degli arti flauti. Da ultimo, si usava torturare i condannati a morte: "Chi uccide un altro a scopo di rapina sarà condannato a morte. Prima dell'esecuzione sarà torturato in prigione, affinché la punizione sia maggiore. Quindi sarà giustiziato" (29).
Molte pene si differenziavano poco dalla pena capitale. Così Siesa de Leon, Cobo, Maurois, Juamon Poma Ayala descrivono le prigioni come grotte sotterranee piene di giaguari, serpenti velenosi e scorpioni (30). Essere rinchiusi in questi sotterranei era la prova della colpevolezza del condannato. In generale questa prova era usata con i sospetti di ribellione. In altre prigioni sotterranee venivano rinchiusi i condannati all'ergastolo (31). Anche la condanna a 500 colpi di frusta (prevista dalla legge per i ladri) equivaleva a una condanna a morte (32). Un'altra pena consisteva nel gettare sulle spalle una pesantissima pietra. Molti, a detta di Juamon Poma Ayala, ne morivano, gli altri restavano storpi per tutta la vita.
Un'altra forma di condanna prevedeva i lavori forzati nelle miniere statali d'oro e d'argento, o nelle piantagioni di coca, sotto un clima tropicale molto pesante. Questi lavori forzati potevano essere a tempo indeterminato o a termine. Infine per i delitti minori si infliggevano punizioni corporali (33).
Naturalmente non esisteva uguaglianza di fronte alla legge. Per uno stesso crimine il contadino veniva condannato a morte, mentre un membro della casta degli inca veniva pubblicamente biasimato, come dice Cobo. "Si partiva dalla convinzione che per gli inca di sangue regale (teoricamente tutti gli inca erano parenti), il pubblico biasimo fosse una condanna molto peggiore che la morte per un plebeo" (34).
Sedurre l'altrui moglie veniva punito con pene corporali, ma se era un contadino a sedurre la moglie di un inca, entrambi venivano giustiziati. Juamon Poma Ayala racconta che i due venivano appesi per i capelli su un precipizio e lì lasciati fino alla morte (35).
Anche i delitti contro la proprietà potevano essere puniti in vari modi, a seconda se erano gli interessi del singolo o quelli dello Stato a essere lesi. Così cogliere la frutta in una proprietà privata poteva sfuggire alla condanna se il reo dimostrava di averlo fatto per fame, ma se si trattava di una proprietà imperiale c'era la pena capitale (36).
Questa completa sottomissione di tutta l'esistenza alle prescrizioni della legge e al controllo dei funzionari generò la piena uniformazione negli abiti, nelle case, nelle strade... Le antiche cronache spagnole che descrivono la vita dell'impero inca non fanno che ripetere le stesse scene (37). La capitale, composta di edifici tutti uguali nell'identica pietra nera, e divisa in quartieri perfettamente uguali, dava realmente l'impressione di una città-prigione (38).
Come conseguenza dello spirito d'uniformità, tutto ciò che si distingueva, ad esempio la nascita di due gemelli o una roccia di forma insolita era considerato pericoloso e ostile. In questo si vedevano forze malvagie, ostili alla società. I fatti poi dimostrarono che la paura verso tutti i fenomeni non pianificati era del tutto giustificata: il gigantesco impero si dimostrò impotente di fronte a meno di duecento spagnoli. Né le armi da fuoco degli spagnoli, né i loro cavalli, sconosciuti agli indigeni, bastano a spiegare il fenomeno, infatti questi stessi elementi portarono all'assoggettamento degli zulù, che però riuscirono a difendersi a lungo e con successo contro ingenti forze inglesi.
La causa del crollo dell'impero inca va evidentemente ricercata in un'altra direzione, nella assoluta atrofizzazione dell'iniziativa, nell'abitudine a eseguire soltanto gli ordini dei superiori, nello spirito d'inerzia e di apatia.
Ondegardo, un giudice spagnolo che servì in Perù nel XVI secolo, accenna alle stesse cause; nei suoi libri lamenta spesso il fatto che la capillare regolamentazione della vita e l'abolizione di ogni stimolo personale hanno indebolito e spesso distrutto alla radice i legami familiari, al punto che i figli si rifiutavano d'occuparsi dei genitori (39). Baudin, un francese specialista di storia dell'America latina, riconosce in molti tratti della cultura india attuale l'eredità dell'impero inca, per quello che riguarda ad esempio l'indifferenza al destino dello Stato, la mancanza d'iniziativa, l'apatia (40).
In che misura dunque si può definire socialista il regime statale inca? Senza dubbio esso ha il diritto di definirsi tale più di qualsiasi altro Stato contemporaneo che proclami di esserlo. In esso infatti troviamo molti principi socialisti chiaramente espressi: l'assenza quasi assoluta di proprietà privata, e in particolare della terra; assenza di denaro e di commercio; abolizione totale dell'iniziativa privata dall'attività economica; regolamentazione dettagliata della vita privata; matrimonio contratto attraverso funzionari, distribuzione ufficiale di spose e concubine. Non troviamo invece né la comunanza delle donne né l'educazione sociale dei bambini; la moglie, anche se assegnata al contadino da un funzionario di Stato, apparteneva però a lui solo, e i figli crescevano in famiglia (escluse le ragazze che facevano parte delle "elette"). Ciò nondimeno lo Stato inca fu una delle incarnazioni più perfette dell'ideale socialista.
Lo prova la straordinaria somiglianza tra il tenore di vita dell'impero inca e quello di molte utopie socialiste, somiglianza che si estende a volte fino ai più minuti particolari. Baudin racconta nel suo libro Gli inca del Perù che durante una sua relazione sull'impero inca all'Accademia delle scienze di Parigi, un membro gli chiese se non fosse il caso di stabilire quale influenza avesse avuto l'esempio degli inca sull'Utopia di More. Un'influenza non può esserci stata: l'Utopia fu scritta nel 1516, mentre il Perù fu scoperto dagli spagnoli nel 1531 (41). La coincidenza diventa così ancor più sorprendente, e dimostra che i principi socialisti portano inevitabilmente a identici risultati vuoi nella pratica plurisecolare dell'amministrazione inca, vuoi nella testa del pensatore inglese.
Senza dubbio però gli scrittori socialisti più tardi furono grandemente influenzati da ciò che sentirono a proposito dell'impero peruviano. In una delle sue opere Morelly, tracciando il quadro di una società allo "stadio naturale" senza divisione fra "tuo" e "mio", dice che leggi di questo tipo le avevano i "peruviani". Nella prima parte di questo libro abbiamo già citato l'articolo "Il legislatore" (che fa parte dell'Enciclopedia) dove si fanno considerazioni simili, consigliamo anzi di rileggerlo per rendersi conto quanto fosse vicino alla realtà il quadro tracciato da Diderot. E' molto probabile che sia stato proprio l'esempio degli inca a influenzare l'immagine di civiltà futura che troviamo in molti scrittori del XVII e XVIII secolo. Possiamo ben immaginare con quale avidità essi assimilassero i racconti, allora molto numerosi in tutta Europa, su una società reale tanto simile all'ideale da loro vagheggiato.
Si apre qui un altro problema generale di grande interesse: quale influenza abbiano avuto sugli scrittori socialisti, a partire da Platone, gli "esperimenti socialisti", ovvero gli episodi di incarnazione degli ideali socialisti dell'Egitto, della Mesopotamia e del Perù.