Capitolo secondo. L'antico Oriente

Capitolo secondo. L'antico Oriente

 

L'impero inca (al pari di altri imperi dell'America precolombiana: quello azteco e quello maya) si è sviluppato in modo assolutamente autonomo rispetto al Vecchio Mondo, e non ebbe alcuna influenza degna di nota sulla nostra cultura. Quindi per noi è molto più significativo studiare le tendenze socialiste comparse nelle civiltà più antiche cui la nostra cultura è legata da un vincolo ininterrotto di continuità.
In questo capitolo riporteremo alcuni fatti che risalgono agli antichissimi Stati della Mesopotamia e dell'Egitto.

 

La Mesopotamia
Lo Stato della Mesopotamia si sviluppò a partire dalle proprietà agricole di vari santuari (fondate sull'uso dell'irrigazione su vasta scala), che raccoglievano attorno a sé un numero considerevole di contadini e di artigiani. Questo tipo di organizzazione era nato presso i sumeri alla fine del IV e all'inizio del III millennio a.C. Le varie iscrizioni che si sono conservate (per lo più ancora pittografiche e non cuneiformi) forniscono scarso materiale per la conoscenza di questa società che era guidata dal sacerdote-sangu, e in cui i contadini costituivano la forza lavoro principale. Essi possedevano appezzamenti delle terre dei santuari, e ricevevano bestiame e sementi dal tempio.

Verso la metà del III millennio a.C. prese forma un nuovo tipo di società, regioni non molte estese si costituirono in "regno" retto da un re, detto "ensi" o "patesi". La struttura economica di questo periodo viene generalmente definita "reale" o "ensiale". I templi restavano però l'unità economica fondamentale. L'esempio classico di questo tipo d'economia è il tempio della dea Bau a Lagash (XXV-XXIV secolo a.C.) di cui ci è giunta una precisa contabilità ricca di statistiche riportate su un'enorme quantità di tavolette. Questo ci dà il modo di precisare molti tratti della vita dei sumeri in quell'epoca.

Esistevano due tipi di retribuzione per chi lavorava sulle terre del tempio della dea Bau la retribuzione in natura, o l'assegnamento di appezzamenti che dovevano fornire loro il sostentamento. Solo una minima parte delle terre del tempio veniva distribuita in lotti individuali, la maggior parte invece era sotto l'amministrazione del tempio e vi lavoravano squadre di operai. Questi ultimi erano considerati di proprietà del tempio della dea Bau (64). Mensilmente ricevevano beni in natura dai magazzini del santuario. Negli archivi si sono conservati numerosi elenchi di operai, molti dei quali si ripetevano di anno in anno. Troviamo gruppi denominati "portatori", "quelli che non sollevano lo sguardo" (si suppone siano i manovali), "schiave e i loro figli", "quelli che ricevono secondo diverse tavolette". Ciascuno di loro riceveva un approvvigionamento completo secondo regole molto simili. Negli elenchi erano divisi in squadre con a capo un responsabile. Gli uomini non erano considerati rappresentanti della famiglia nella distribuzione dei prodotti, ma figuravano come singoli beneficiari. Le donne e i bambini erano segnati a parte; gli orfani costituivano un'altra categoria ancora (65). A quanto sembra questi operai non avevano alcuna proprietà personale, e non potevano quindi raccogliere alcuna riserva ma, del resto, non avevano la necessità di comprare niente poiché i magazzini del santuario fornivano loro tutto il necessario. Su ogni tavoletta compariva il nome del caposquadra ricevente e dell'impiegato addetto alla distribuzione. Sembra che una volta al mese gli operai si presentassero al magazzino divisi per squadre guidate dal proprio capo, e che ciascuno di loro ricevesse una razione costituita essenzialmente di frumento e orzo (66).

Un altro gruppo era costituito dagli "uomini che ricevevano il nutrimento". A questi veniva distribuito l'approvvigionamento a intervalli più lunghi, tre-quattro volte l'anno, naturalmente la consistenza di queste distribuzioni variava proporzionalmente. Ricevevano inoltre anche dei lotti di terra, per lo più molto piccoli, che venivano ridistribuiti molto di frequente (67). In questo gruppo la categoria più numerosa era quella dei shublugali, che lavoravano sulle terre del santuario sotto la guida dei "capi coltivatori" occupandosi delle opere d'irrigazione e compiendo il servizio militare. Costoro ricevevano dal santuario l'aratro e le sementi per lavorare il loro appezzamento personale. Con il tempo la loro posizione subì qualche variazione. Così il re riformatore Urukagina concesse loro di avere una casa e del bestiame proprio. Facevano parte di questo gruppo anche gli scribi e i capi coltivatori. Gli appezzamenti a loro destinati erano spesso molto più consistenti (68).

Una parte delle terre del santuario veniva affittata, tuttavia la parte più considerevole veniva coltivata proprio dagli operai del santuario (69). L'intera direzione dell'attività agricola era in mano all'amministrazione ensiale. I braccianti coltivavano gli appezzamenti personali non separatamente ma in squadre, sorvegliati da un capo; lo stesso avveniva con le terre che appartenevano direttamente al santuario (70). Questo stesso sistema era in vigore nell'impero inca.

I contadini consegnavano all'amministrazione tutto quanto avevano coltivato. Tutti i mezzi di produzione, compreso il bestiame da lavoro, venivano presi dai magazzini e affidati ai capi-squadra che al termine dei lavori li restituivano al deposito. Qui venivano conservati gli aratri, le zappe, i finimenti, i basti, e i gioghi per i buoi da lavoro. I capi coltivatori consegnavano al magazzino centrale anche le pelli degli animali morti, ricevendone in cambio del foraggio per i buoi e gli asini. Tutte queste operazioni venivano puntualmente registrate nella contabilità (71).

Il grano raccolto era consegnato all'amministrazione che, dopo averlo fatto trebbiare, lo cedeva ai magazzini per la distribuzione. Anche questo veniva registrato, specificando la misura dell'appezzamento da cui proveniva il grano.

Con gli stessi sistemi si coltivavano i datteri e la vite. Esistevano a quanto sembra delle "norme di produzione": in un documento si dice che il raccolto di datteri ha superato la norma stabilita grazie a un residuo dell'anno precedente (72). Gli operai forestali fornivano ai depositi il legno, prodotto molto prezioso in un paese privo di boschi. Anche l'allevamento seguiva gli stessi principi. I pastori che curavano il bestiame del santuario ricevevano delle razioni alimentari per sé e una determinata quantità di foraggio per il bestiame loro affidato. Lo stesso valeva per la pesca: i pescatori erano organizzati in squadre, avevano precise norme produttive, e dovevano consegnare il pescato ai magazzini (73).

Gli artigiani lavoravano allo stesso modo. Le pelli, i metalli (rame e bronzo) e la lana erano loro forniti dai magazzini cui dovevano poi consegnare i prodotti finiti in cambio delle vettovaglie (74).

Tutti coloro che lavoravano per il santuario della dea Bau venivano riforniti di vestiario sia confezionato che sotto forma di lana (75).

Nei documenti dell'amministrazione dei santuari si parla raramente degli schiavi prigionieri di guerra. Le iscrizioni che parlano di vittorie militari ricordano nemici uccisi, ma non presi in cattività. Anche i nomi dei braccianti dei santuari sono di pura derivazione sumera, si riferiscono perciò alla popolazione indigena. E' difficile trovare gli schiavi distinti in un gruppo a sé, per lo più si parla invece di donne schiave.

Oltre alle persone che erano stabilmente alle dipendenze del santuario, esisteva anche tutta una categoria di persone che prendevano saltuariamente parte ai lavori d'irrigazione, o alla coltivazione, o al servizio militare. Si trattava forse di agricoltori parzialmente indipendenti dal santuario. Non sappiamo niente della loro attività proprio perché questa esulava dall'ambito dell'amministrazione del santuario. Gli storici sono discordi nel definire la consistenza numerica di questa categoria. A. Deimel, che ha tradotto e commentato numerosissime tavolette in alfabeto cuneiforme risalenti a quest'epoca, ritiene che: "Quasi tutto il piccolo regno del re Urukagina (Al quale apparteneva anche il tempio della dea Bau. N.d.A.) era probabilmente diviso tra i santuari", "tutta l'economia di quell'epoca era caratterizzata da questo tipo di proprietà, quasi totalmente in mano ai santuari" (76). Oggi molti storici non condividono questa opinione (77). Anche D'jakonov ha calcolato l'incidenza delle proprietà dei santuari nello Stato preso complessivamente (78) e asserisce che "al tempo di Urukagina la proprietà dei santuari prendeva circa la metà di tutto il territorio" (79). E' impossibile stabilire con precisione l'ammontare della popolazione. Gli operai del santuario della dea Bau erano 1.200 (80), ma si trattava di un'azienda piuttosto piccola nel regno di Lagash. Lo stesso re Urukagina dirigeva personalmente una proprietà molto più grande, quella del tempio del dio Ninghirsu. Basandosi sulla produzione di grano si può dedurre che questo solo santuario occupasse un numero di operai circa dieci volte superiore di quello della dea Bau.

L'epoca dei piccoli regni e delle aziende regali, durata in Mesopotamia dal XXV al XXIV secolo a.C., venne seguita da un periodo di feroci guerre che si concluse con la conquista da parte di Sargon, re degli accadi, delle altre città Stato, di cui sottomise gli ensi. Nacque allora per la prima volta l'idea di un "impero mondiale" che più tardi cercarono di realizzare Ciro, Alessandro e Cesare. Lo Stato di Sargon era veramente grandioso se paragonato alle piccole città-stato dell'epoca precedente, si estendeva dal Golfo Persico al Mediterraneo. Questo impero fu creato a caro prezzo, nel paese sopravvenne, infatti, la carestia e ci fu un seguito di rivolte che non cessarono nemmeno con i successori di Sargon. Alla fine lo Stato cadde sotto i colpi di una tribù montanara, i gutei, che s'impadronirono di una parte della Mesopotamia.

Nel XXII secolo a.C. la Mesopotamia fu nuovamente unificata dal re di Uruk Utuchegal, che assunse il titolo di "re dei quattro punti cardinali". Alla sua morte si affermò, con il re Ur-Nammu, una nuova dinastia detta la terza dinastia di Ur. Sotto di essa, nei secoli XXII-XXI, il regno si allargò fino a comprendere la Mesopotamia, l'Elam e l'Assiria. Si trattava ormai di uno Stato centralizzato, nel quale la proprietà era tutta nelle mani dello Stato stesso mentre l'amministrazione era nelle mani della burocrazia reale.

A capo dello Stato si trovava il re, sovrano assoluto. Il titolo che gli era attribuito "uomo potente, re dei sumeri e degli accadi" sta ad indicare che il suo potere si estendeva a quelle popolazioni. Attorno a lui stavano i burocrati o "uomini del re", "schiavi del re"; fra questi la posizione più elevata era quella del "grande messaggero" (81).

Ormai a quest'epoca non si trova più un'aristocrazia che si dicesse discesa da un dio. I vertici dello Stato appartengono alla burocrazia: gli amministratori, i comandanti reali e i sacerdoti, trasformatisi in impiegati, e mantenuti ormai dallo Stato.

La stessa organizzazione statale non rifletteva più quella della città-stato del periodo precedente. Gli ensi, pur conservando il loro titolo, entravano a far parte dei funzionari statali, venivano nominati dal re, erano quindi temporanei e potevano essere trasferiti da una città all'altra. Il loro compito era in primo luogo quello di dirigere l'economia di Stato, le loro funzioni erano a un tempo amministrative, giuridiche e religiose. I santuari persero l'indipendenza economica e passarono a carico dello Stato (82).

Nella stessa misura venne centralizzata anche la produzione. Le vecchie proprietà degli ensi delle città-stato venivano a far parte dell'unica azienda statale come filiali. Le squadre di operai in caso di necessità venivano trasferite da una città all'altra. Ci sono restati numerosissimi documenti in cui era registrata l'assegnazione di viveri a squadre di braccianti venute da fuori (da Lagash a Ur, da Girsu a Puzrishdahan, da Ur a Uruk ecc.) [83]. Tutte le ramificazioni dell'amministrazione facevano capo a Ur; la capitale per la gestione si serviva di messaggeri, ispettori e corrieri di diverso rango che venivano inviati in tutto il paese. Essi ricevevano i loro approvvigionamenti nelle città per cui passavano. Abbiamo ancora le speciali tavolette su cui si usava segnare la consegna della razione al corriere. La contabilità veniva tenuta sul posto dagli scribi, la cui firma compare a convalida di quasi tutti i documenti d'archivio: "lo scriba magazziniere", "lo scriba addetto al granaio", ecc. (84).

Il sistema contabile era perfetto fino al virtuosismo. I direttori delle proprietà più grosse (gli ex ensi) presentavano alla capitale dei rendiconto annuali. Invece certi laboratori artigiani dovevano presentarli più volte al mese. Tutti i campi, tutte le proprietà erano catalogate in elenchi precisi; si tenevano carte topografiche delle terre coltivate con annotazioni sulle caratteristiche dei singoli appezzamenti: "sassosa", "fertile", "argillosa" e così via. Per le piantagioni di dattero era specificato quanto produceva ogni palma. Esistevano inventari aggiornati su quanto si conservava nei depositi: quanto grano, quante materie prime e prodotti finiti (85). Anche la forza-lavoro veniva qualificata in modo dettagliato: capacità cento per cento, capacità due terzi, capacità un sesto; le norme di produzione venivano stabilite in proporzione. Si teneva nota dei malati, dei morti, degli assenti sul lavoro (con a fianco il motivo dell'assenza ) [86].

L'agricoltura statale si fondava quasi esclusivamente sul lavoro diretto di squadre di operai mantenuti dallo Stato. Le terre venivano date in affitto soltanto in via del tutto eccezionale (87). Il fatto che alcune terre fossero registrate unitamente a un nome di persona o di un gruppo di persone significa semplicemente che il raccolto di quel determinato campo era stato assegnato a queste persone, che però non ne erano i proprietari, non lo amministravano e non vi lavoravano. Si trattava ad esempio dei terreni che dovevano mantenere i sacerdoti d'alto rango, gli scribi, i caposquadra, gli indovini (sacerdoti di rango inferiore), gli artigiani, i pastori ecc. Sia questi che i campi destinati al sostenta mento degli agricoltori venivano coltivati alla stessa maniera, cioè da squadre di contadini al comando di un sorvegliante (88).

I contadini lavoravano in gruppi di 10-20 uomini, per tutto l'arco dell'anno; potevano passare da un sorvegliante all'altro, e da un appezzamento all'altro e perfino da una città all'altra, oppure servivano da manodopera presso gli artigiani. Venivano stabiliti degli obiettivi di produzione, e fu introdotto e fu introdotto il concetto di "giorno-lavoro per uomo" costituito dal rapporto fra il lavoro compiuto e la norma; queste cifre venivano registrate. Dalla produttività di un operaio dipendeva l'entità delle derrate che riceveva. I capisquadra ricevevano dal deposito le sementi, gli animali e gli attrezzi (89). L'allevamento seguiva le stesse norme, si inventariavano i latticini prodotti, il bestiame e le pelli consegnate al deposito. Si è trovato un canestro che conteneva il rendiconto degli animali morti o ammazzati in una proprietà nell'arco di tredici anni. Il foraggio veniva dai magazzini. Anche i pescatori lavoravano in squadre e potevano essere trasferiti da un luogo all'altro (90).

Nell'artigianato apparve una nuova forma di laboratorio di Stato di considerevoli dimensioni. Ad Ur otto grandi officine erano unite sotto la direzione di un'unica persona, che convalidava con la propria firma tutti i rendiconto (presentati più volte al mese). La produzione veniva inviata ai magazzini, dai quali si ricevevano in cambio materie prime e semilavorate, oltre alle derrate per gli operai (91). Così ad esempio il lino e la lana passavano successivamente per le mani di tessitori e follatori per poi finire nei magazzini. Gli abiti erano confezionati in modo molto semplice per i contadini, e in fogge più ricercate per i funzionari. Il rendimento, le spese, le assenze e i decessi venivano puntualmente registrati (92). Speciali impiegati dovevano pesare il metallo consegnato e i manufatti restituiti a lavorazione conclusa, siglando poi con la loro firma gli atti.

Gli artigiani erano divisi in squadre fornite di un sorvegliante, che poteva essere sostituito; esistevano norme di produzione; dalla quantità e dalla qualità del lavoro dipendeva l'entità della razione. In caso di necessità si poteva far venire altra manodopera dall'esterno. Viceversa gli artigiani potevano essere impiegati nei lavori agricoli, nei trasporti fluviali ecc. Spesso gli operai agricoli e gli artigiani venivano indicati con un unico termine, gurush (93).

Le costruzioni navali seguivano le stesse regole.
Il commercio era, come l'artigianato, monopolio quasi esclusivo dello Stato (94).

Nei documenti ufficiali si parla di schiavi, ma più spesso di schiave che in un primo tempo erano impiegate quasi esclusivamente come tessitrici, ma che poi vennero adibite anche ad altri lavori. Gli schiavi-maschi vengono nominati molto più di rado, quasi solo nella capitale. Evidentemente i figli delle schiave si confondevano nella massa comune degli operai non qualificati (95).

Come in precedenza (ad esempio nella proprietà del tempio della dea Bau) esisteva una categoria di operai semi-indipendenti dallo Stato, impiegati soltanto nel periodo del raccolto e pagati in natura. Non si conosce la loro entità numerica rispetto alla popolazione. Secondo A. Tjumenev questa manodopera occasionale costituiva dal 5016 al 20% della totalità degli operai (96). I. D'jakonov ritiene che la percentuale di terre che facevano parte della proprietà statale (ivi incluse quelle dei santuari) fosse enorme, e che "per la terza dinastia di Ur si può parlare del 60% come minimo" (97). Ma mentre il computo delle terre dei santuari del periodo sumero si basa su dati precisi, in questo caso non esiste alcuna prova documentaria.

Molti atti ufficiali testimoniano che la proprietà privata aveva un certo peso nella vita economica: abbiamo atti di compravendita, di vendita di bambini schiavi. Tuttavia nell'agricoltura non doveva avere un ruolo molto importante, ne dà prova il fatto che tra gli innumerevoli atti amministrativi dell'epoca non ce n'è neanche uno che tratti la compravendita di un terreno (98). Le aziende artigiane specializzate esistevano soltanto nel quadro dell'impresa statale; come sostiene D'jakonov non c'erano altre officine artigiane che avessero una produzione commerciale oltre quelle statali (99).

Durante la terza dinastia la sperequazione materiale era particolarmente grande. Le razioni ricevute dai membri, dell'amministrazione erano 10-20 volte superiori a quelle ricevute da un operaio (100). Le fughe segnalate in numerosi documenti testimoniano la miseria in cui versavano gli strati più bassi della popolazione: troviamo, citati con il nome dei genitori, un giardiniere fuggiasco, il figlio di un pescatore, un pastore, un barbiere, il figlio di un sacerdote, un sacerdote ... (101).

Un altro tratto caratteristico ci è dato dalle impressionanti cifre della mortalità, attinte sempre negli stessi archivi. In occasione delle distribuzioni di grano si annotano i morti dell'ultimo anno: in una squadra il 10%, in un'altra il 4%, in una terza il 28%. Di un gruppo di diciassette donne ne morirono 2 in un mese; di un altro gruppo di 134 ne morirono 18 in un anno. In un altro documento troviamo che sono morte 100 donne su 150. Ancora superiore era la mortalità infantile, essendo i bambini adibiti (come le donne) ai lavori più pesanti, come ad esempio l'alaggio. La menzione "deceduto" si incontra di continuo nei documenti. La percentuale di morti per anno si aggirava sul 20-25%, per salire al 35% tra i contadini (102).

Questo sistema di sfruttamento non fece che danneggiare lo Stato, portandolo a una rapida fine sotto l'assalto delle tribù degli amorrei. La caduta di Ur risale al 2007 a.C. L'inno che ricorda questi avvenimenti, e che in seguito venne a far parte di una successiva celebrazione, parla di cadaveri che imputridiscono nelle strade, di depositi incendiati, città rase al suolo, donne rapite. Si parla anche di templi distrutti a Nippur, Kish, Uruk, Isina, Eridu, Lagash, Umma. La catastrofe fu generale. Lo Stato si frazionò in piccoli principati e incominciò un'epoca di guerre intestine, terminata solo nel 1760 con l'ascesa al trono di Babilonia di Hammurabi (103).

Gli storici si sono molto occupati della struttura sociale dei sumeri, e in particolare delle condizioni della gran massa di popolazione rurale. Secondo gli studiosi sovietici abbiamo a che fare con un regime schiavista, nel quale la manodopera era costituita in gran parte di schiavi; oppure si tratterebbe di uno schiavismo particolare, patriarcale; altri ancora dividono in due settori l'economia: un settore statale, con schiavi di Stato, e uno indipendente basato sulla comunità familiare. Ma queste posizioni non hanno trovato consenso presso gli altri studiosi (104). Secondo l'opinione più diffusa il grosso della massa lavoratrice era composto dai gurush, operai semiliberi. Secondo Gelb si trattava di popolazioni indigene "inizialmente libere e indipendenti che, per un motivo o per l'altro, avevano in seguito perso i mezzi di sussistenza ed erano state obbligate, con la forza o indirettamente, a lavorare stabilmente o il meno saltuariamente in proprietà altrui" (105). Senza essere schiavi e non potendo essere venduti e avendo però una famiglia, non potevano muoversi liberamente ed erano obbligati a svolgere delle corvée sulle terre dello Stato, dei santuari o dell'aristocrazia (diventata burocrazia statale). Accanto a questa c'era un'altra categoria di operai (menzionati in testi chiamati gemédumu), che sembra non avessero famiglia e lavorassero esclusivamente sulle terre dei santuari. I numerosi prigionieri di guerra non potevano effettivamente essere utilizzati nell'economia. La grande quantità di prigionieri di guerra registrati nelle relazioni militari non ha riscontro nel numero molto inferiore di operai registrato nella contabilità, ciò significa che la maggior parte degli uomini catturati in guerra venivano uccisi. Sulla base di un testo Gelb giunge persino a concludere che esistessero dei "campi della morte" dove venivano avviati i prigionieri di guerra (106). Quelli che scampavano diventavano schiavi dello Stato, ma un poco per volta il loro status passò da non-libero a semilibero (107). Allo stesso modo Mc Adams (108) definisce l'economia dei sumeri come un amalgama di vari tipi di dipendenza, a partire dall'obbligo di lavorare tutto l'anno sulle terre dello Stato, fino a varie forme di clientela (legata alle distribuzioni di grano, acqua ecc.) leggermente colorata di schiavismo.

Il numero degli schiavi era proporzionalmente basso, venivano usati per lo più come servi dell'aristocrazia, e non esisteva una vera distinzione tra schiavitù e le altre forme di dipendenza (109). La forza-lavoro era costituita fondamentalmente dai gurush semiliberi, specialmente nelle proprietà più grosse (110). Anche gli appezzamenti di piccole dimensioni che non facevano parte della proprietà statale o dei santuari avevano tuttavia un certo legame di dipendenza con queste: l'acquisto e la vendita dovevano essere sanzionati dall'amministrazione, per la coltivazione si adoperavano sementi e utensili statali (111). In molti casi l'acquisto di terre veniva fatto da membri delle grandi famiglie che riunivano vari appezzamenti in proprietà più estese (112).

 

 

L'antico Egitto
Il periodo storico che abbiamo appena trattato non rappresenta in sé un'anomalia, un fenomeno paradossale privo di legami con la linea di sviluppo della storia. Al contrario abbiamo incontrato l'esempio più chiaro e più tipico del tipo di regime che nel III e II millennio a.C. prese piede nella zona che comprende Creta, Grecia, Egitto e Asia Minore, cioè le regioni più civilizzate dell'epoca. Questa stessa tendenza affiorò sensibilmente anche negli Stati della valle dell'Indo.

In quest'epoca sorse una nuova struttura sociale destinata ad avere un ruolo decisivo nella storia ulteriore, lo "Stato". Se precedentemente l'unità sociale base era il villaggio attorno al tempio, strettamente legato a un territorio già noto ai padri e ai nonni, ora invece ha preso il suo posto lo Stato, che spesso riunisce diversi gruppi etnici, che occupa un vastissimo territorio e che cerca continuamente di ampliarlo. Compaiono gli "imperi mondiali" che aspirano a dominare "il mondo intero", e che effettivamente si estendono su gran parte del mondo allora conosciuto. Il primo di tali imperi fu quello di Sargon.

Non abbiamo più gruppi umani relativamente piccoli, dove tutti si conoscevano, nasce la prima società che raccoglie migliaia, milioni di individui che non si conoscono fra loro, governati da un unico centro.

Questa svolta nel corso della storia non si può spiegare con il progresso tecnologico e culturale. Nonostante la creazione di una lingua scritta, la diffusione dell'irrigazione, la creazione di città, l'impiego dell'aratro e della ruota dei vasaio, l'uso sistematico dei metalli, la nuova epoca si basò essenzialmente sull'applicazione in serie delle conquiste del neolitico e dell'età del bronzo.

Ciò che ha provocato questa svolta è stato il fenomeno della concentrazione di masse umane in proporzioni impensabili fino ad allora, e la loro sottomissione a un potere centrale. Una "tecnologia del potere" e non la "tecnologia della produzione" fu il fondamento su cui poggiava la nuova società (113).

Lo Stato, tramite la burocrazia, gli scribi e i funzionari, si sottomise gli ambiti fondamentali della vita economica e spirituale, e a sostegno del suo dominio introdusse l'idea del potere assoluto del re su tutte le fonti di reddito e sulla vita dei sudditi.
A illustrazione delle tendenze generali dell'epoca faremo riferimento a due periodi della storia dell'antico Egitto.

 

1. Il regno antico. (I-VI dinastia). Ci baseremo principalmente sulle notizie fornite dal Pirenne nel suo libro (114).

Tutta la terra del paese apparteneva al faraone. Essa poteva in parte essere concessa all'uso privato temporaneo, ma la parte più consistente era di dominio reale, cioè era sfruttata direttamente dallo Stato. I contadini erano considerati in massima parte come frutti della terra, e venivano ceduti insieme con questa. Gli atti di trapasso dicono di solito: "La terra è data con gli uomini", "terra con bestiame e uomini".

I contadini lavoravano sotto la sorveglianza di impiegati che fissavano le norme di produzione (ogni anno ex novo a seconda del raccolto e della piena del Nilo). Inoltre i contadini dovevano prestare un certo numero di ore lavorative nei cantieri e in altre imprese governative. Una prestazione tra le più note riguardava la costruzione delle piramidi. Secondo Erodoto (le cui notizie sono state in seguito confermate dalle ricerche di F. Petri) alla costruzione della piramide di Cheope lavorarono ininterrottamente per vent'anni centomila uomini. I contadini dovevano svolgere delle corvée anche per i parenti del re e l'aristocrazia. Tutte queste ore dovute "nella casa del re" erano regolamentate, in ogni regione esistevano quattro dipartimenti amministrativi che s'incaricavano di tenere il computo delle ore per riferirne poi alle autorità centrali.

Sembra fosse molto diffusa la categoria dei lavoratori agricoli, indicata con la parola mrt. Il faraone Pepi II ne decretò il trasferimento in altre regioni perché vi realizzassero delle opere statali. Secondo alcune fonti questi operai vivevano in speciali ricoveri.

L'artigianato si concentrava essenzialmente nelle officine dello Stato o dei templi; gli operai ricevevano utensili e materie e consegnavano i prodotti finiti ai magazzini. Carpentieri, falegnami, muratori, vasai, orafi, fonditori, vetrai e ceramisti o lavoravano nelle officine statali e dei templi, o ne dipendevano ricevendo da queste la materia prima e le ordinazioni. Gli artigiani altamente specializzati che potevano lavorare come operai salariati indipendenti erano una minoranza. Numerosi settori importanti della produzione artigianale erano monopolio delle officine statali o dei templi. Questi ultimi ad esempio producevano il papiro come materiale per la scrittura, per stuoie, corde, calzature e per la costruzione delle navi.

Mentre E. Meyer (115) ammette l'esistenza nel regno antico di un certo numero di artigiani e di mercanti indipendenti, Kees invece (116) ritiene che non ne esistessero del tutto.

Il commercio era basato esclusivamente sullo scambio. Anche se spesso l'oro, il rame e il grano venivano usati come unità di valore, gli scambi avvenivano sempre in natura. Questo, almeno, viene rappresentato negli affreschi tombali. Anche le liste delle offerte destinate al culto dei morti enumerano diversi oggetti che non hanno nulla a che vedere con il denaro. La famosa "pietra di Palermo" riporta le offerte del faraone ai templi, anche qui compaiono i doni più diversi: terra, uomini, birra e pane, bestiame e uccelli.

Anche gli impiegati venivano pagati in natura. Alla corte "vivevano alla mensa del re", in provincia grazie alle forniture loro assegnate proporzionalmente al rango. Certi personaggi molto elevati ricevevano in dono delle terre. Queste donazioni però non costituivano mai una proprietà unica (tranne alla fine del periodo considerato), ed erano anzi sparpagliate in varie parti del paese. I beneficiati non avevano su queste terre alcun diritto politico.

Il punto fermo su cui si reggeva tutto il regime era la burocrazia. A partire dalla II dinastia, ogni due anni si faceva il censimento di tutti i beni (si chiamava "censimento dell'oro e dei campi", o "censimento del bestiame grosso e piccolo"), gli scribi reali andavano di casa in casa accompagnati da un drappello di soldati. Sulla base dei dati ottenuti si stabilivano le nuove elargizioni e le nuove imposte. Il rappresentante del potere nelle campagne era detto "giudice rurale" e "scriba rurale".

La varietà delle denominazioni con cui si indicavano le funzioni degli impiegati sta ad indicare il grado di controllo burocratico sulla vita: scriba rurale, giudice rurale, responsabile dei canali, scriba incaricato dei laghi, responsabile dei cantieri navali (della flotta), costruttore di palazzi, responsabile del personale operaio, dei lavori pubblici, sorvegliante del pane e dei granai. A partire dalla IV dinastia la vita economica sarà regolata da due dipartimenti, quello dei campi e quello del personale.

I funzionari che governavano le varie regioni non ne erano i signori, alla stregua dei vassalli feudali. Pur venendo in gran parte dall'aristocrazia, e nonostante che le cariche si trasmettessero di padre in figlio, la posizione del funzionario non dipendeva dalla sua ascendenza, ma dal favore del sovrano, cioè dalla sua posizione nella gerarchia burocratica. Nessuno aveva per nascita il diritto a comandare. Normalmente la carriera iniziava dai gradini più bassi, e un funzionario di successo doveva, nel corso della vita, trasferirsi molte volte da una regione all'altra, senza riuscire a stabilire mai dei legami solidi. E' tipico il caso del funzionario Meten, sotto il regno del faraone Snafru, che cambiò dieci volte residenza. I sigilli ufficiali non menzionavano mai il nome del funzionario, ma soltanto la sua qualifica e il nome del faraone. Le iscrizioni funerarie non riportavano la famiglia del defunto, e nemmeno il nome del padre (tranne che per i principi di sangue reale). Per quanto riguarda la carriera e il benessere personale il funzionario dipendeva totalmente dallo Stato personificato nel faraone, che poteva anche conferirgli l'immortalità dell'anima e permettergli di costruirsi la tomba accanto a quella reale.

Come dice Meyer: "Già ai tempi di Menes (che creò un unico Stato che riuniva Alto e Basso Egitto), l'Egitto non era uno Stato aristocratico ma burocratico" (117). "Il regno antico è un esempio estremo di monarchia assoluta centralizzata, governata da una burocrazia che dipendeva unicamente dalla corte, formata in speciali scuole statali" (118).

2. La XVIII dinastia (XVI-XIV secolo a. C.), a partire dall'opera di Dairaines (119).

Più di mille anni più tardi troviamo un sistema di rapporti economici molto simile. Al faraone, come personificazione dello Stato, appartenevano tutte le fonti di reddito, e chi le amministrava si trovava sotto il suo costante controllo. Censimenti periodici inventariavano le terre, i beni, le cariche e gli uffici. Ogni genere d'occupazione doveva avere la sanzione dello Stato, così come ogni variazione d'attività, infatti, non era permesso cambiare funzioni neanche all'interno della stessa famiglia. A parte i sacerdoti e l'aristocrazia dell'esercito, tutta la restante popolazione - sia rurale che urbana - era raggruppata in comunità o corporazioni dirette da funzionari statali.

Il tratto specifico dell'agricoltura in quest'epoca è dato dagli strascichi di una precedente guerra per liberare il paese dagli invasori hyksos. Un'aristocrazia militare creatasi durante la guerra possedeva una piccola parte delle terre. Si trattava di un maggiorascato trasmesso di solito ereditariamente, ma anche su queste terre il potere supremo era riconosciuto al faraone, cosicché l'erede doveva ogni volta chiedere la sanzione dell'autorità centrale.

Escludendo queste terre e quelle dei templi, tutto il resto apparteneva allo Stato, cioè al faraone, ed era coltivato da contadini controllati dallo Stato. In una pittura murale nella tomba del visir Regmar, sono raffigurati degli agricoltori mentre ricevono sotto il controllo di un funzionario dei sacchi di grano in cambio di sacchi vuoti.

Basandosi sulle piene del Nilo venivano calcolate in anticipo le norme di consegna dei prodotti. Anche l'allevamento era sottoposto all'amministrazione, rappresentata da un "addetto agli animali con corna, zoccoli e piume".

Con rare eccezioni per i mestieri che richiedevano un'arte particolare, tutti gli artigiani erano riuniti in corporazioni dirette da funzionari. I capi delle comunità agricole e delle botteghe artigiane dovevano rispondere dell'esecuzione tempestiva dei piani di consegna statali, ogni inadempienza veniva punita con il lavoro nei campi o nei cantieri.

I mercanti che si recavano all'estero agivano come agenti dello Stato. Tuttavia l'importazione veniva controllata dall'amministrazione, spesso i mercanti stranieri erano costretti a trattare solo con funzionari statali. Anche il commercio interno era sotto controllo, così come i mercati.

Tutta la popolazione si trovava in condizioni di dipendenza, ma era una dipendenza dallo Stato e non da singole persone, sicché questa società non può essere definita schiavista (come quelle antiche) né feudale. I monumenti ci forniscono molti termini che indicano dipendenza, ad esempio, uomini ai lavori forzati, o prigionieri di guerra che lavorano nei cantieri statali. Ma nessuno di questi termini corrisponde al concetto di schiavo, cioè di un uomo che è proprietà privata di un altro e viene usato come mezzo di produzione.