LA RELIGIONE NELL'ANTICO EGITTO E IN MESOPOTAMIA

LA RELIGIONE NELL'ANTICO EGITTO E IN MESOPOTAMIA
(APPENDICE)

Se i documenti di carattere economico gettano un pò di luce sulla struttura economica degli antichi Stati egiziano e mesopotamico, è invece molto più difficoltoso farsi un'idea della vita spirituale e della concezione del mondo di queste due società. Le uniche informazioni di cui disponiamo riguardano la religione.

Ciò che caratterizza tutte le religioni dell'antico Oriente è il ruolo particolare che aveva il capo dello Stato, il sovrano, sia nel culto sia nella concezione religiosa nel complesso. Egli non era soltanto l'incarnazione terrena del dio, ma dio egli stesso nella sua seconda natura celeste, nell'anima. In conseguenza di questo la religione si riduceva ad essere l'adorazione, la divinizzazione del sovrano (120).

Hocart (121) ha raccolto un'imponente massa di testimonianze sulla divinizzazione del re. Ma le sue osservazioni si riferiscono a società più primitive, dove il sovrano divinizzato aveva un'importanza quasi esclusivamente culturale. In Mesopotamia e in Egitto invece questa funzione si univa a quella di sovrano assoluto.

Engnell ha raccolto una documentazione notevole a conferma di questa opinione, ce ne serviremo ora per le citazioni (122).

Egitto. Il sovrano è considerato divino dalla nascita e persino prima della nascita, è un germe divino incarnato nel suo padre terrestre. Gli dei plasmano il bimbo nel ventre della madre, non ha quindi genitori terreni: "Non hai fra gli uomini un padre che ti abbia generato, non hai tra gli uomini una madre che ti abbia generato" dice un inno (123).

La funzione principale del re è quella di sommo sacerdote, tutti gli altri non sono che suoi sostituti. Il culto tende innanzitutto a celebrare l'identificazione tra il sovrano e il dio. Il faraone si identifica con Ra, divinità solare. Il nome di Oro che gli viene attribuito riflette questa assimilazione. Ciò che caratterizza la divinità suprema, è attribuito anche al faraone: con la potenza della sua parola ha creato il mondo è il fondamento dell'ordine, tutto vede e tutto sente: "Tu sei simile al padre Ra asceso al cielo, i Tuoi raggi penetrano al fondo delle grotte, e non v'è luogo che non sia illuminato dalla Tua bellezza" (124).

Il faraone porta in sé lo stesso dualismo della divinità suprema, cioè può essere una divinità buona o irata, che punisce. Oppure s'identifica con Oro, figlio di Osiride, e attraverso di lui con Osiride stesso: Oro è il re vivente, Osiride il re trapassato al regno dei morti. Osiride personificava l'azione fecondatrice del dio supremo, e in questa qualità s'incarnava nel faraone. Nelle cerimonie rituali si rappresentava la morte di Osiride, il suo passaggio nel regno dei morti, la resurrezione e l'incarnazione in Oro, il sovrano terrestre. Questa celebrazione coincideva con l'incoronazione del faraone.

L'identificazione del faraone con Osiride ha fatto nascere l'ipotesi che Osiride non fosse che l'immagine divinizzata di un faraone realmente esistito, la cui azione riformatrice e la cui fine starebbero alla base del culto di Osiride (125).

La funzione di preservare lo Stato contro il nemico, che spettava al faraone, s'identificherebbe con la lotta mistica di Ra con il dragone. Le vittorie del faraone assumono colorazioni mistiche: lui che attacca con la furia di una tempesta, come un fuoco devastatore, squarta i corpi del nemico, e il loro sangue cola come in una inondazione, i cadaveri si affastellano a montagne più alte delle piramidi ecc. I nemici del faraone sono chiamati figli della distruzione, condannati, lupi, cani. Sono identificati con il dragone Apopi, mentre il faraone è Ra.

Nella sua attività interna allo Stato il faraone è il buon pastore, il rifugio, la roccia, la fortezza. Sono gli stessi epiteti che si rivolgono al dio supremo. Ecco alcuni brani di inni dedicati al faraone:
"Egli è venuto a noi, ha dato la vita per la gente d'Egitto, ha sconfitto le loro disgrazie,
Egli è venuto a noi, ha dato la vita al popolo, ha aperto la bocca agli uomini
".
"Rallegrati terra tutta, i tempi felici sono giunti, il Signore è venuto nei Due Paesi".
"L'acqua è ferma e non straripa, il Nilo è gonfio.
I giorni sono lunghi, le notti hanno ore, i mesi passano benefici.
Gli dei sono contenti e felici nel profondo del cuore
E il tempo passa nel riso, e i miracoli non hanno fine
" (126).

 

 

Mesopotamia. Il re era figlio di una dea, suo padre era Anu, o Enlíl, o qualche altro dio chiamato "dio procreatore". Nel grembo della madre l'anima e il corpo del re acquistano qualità divine (127).

Nelle cerimonie rituali che accompagnavano l'incoronazione il re moriva simbolicamente, resuscitando come dio.

E' interessante notare che i testi più antichi sono più precisi nel proclamare la divinità del sovrano. Nelle raffigurazioni spesso il re non si distingue dal dio, tanto che hanno, ad esempio, la stessa pettinatura. Il nome del re è sacro e si usa nei giuramenti (128).

Nell'uguaglianza re-dio si hanno due aspetti: il re è a un tempo la divinità suprema, solare, e il dio della fertilità. Così il re di Ur Pursin è chiamato "vero dio", "sole della sua terra". Hammurabi dice: "Io sono dio, sole di Babilonia che illumina il paese dei sumeri e degli accadi" (129).

Durante le cerimonie il re partecipava come il dio sole Marduk. Questa uguaglianza era un dogma solo per quanto concerneva il ruolo del sovrano all'interno del culto, in tempi più antichi invece aveva un carattere più assoluto.

D'altro canto la rappresentazione del sovrano come il dio della fecondità Tammusa aveva una tale importanza che qualche studioso ha creduto di riconoscervi un re storicamente vissuto, la cui divinizzazione avrebbe dato il via al culto (130).

Nella religione della Mesopotamia aveva grande rilievo la figura dell'Albero della Vita, che elargiva l'acqua della vita. Il re s'identificava spesso con questa divinità. Del re di Shulga è detto: "Pastore di Shulga, tu che possiedi l'acqua, donaci l'acqua! / Dio di Shulga: pianta della vita, / Signore: pianta aromatica della vita".

Come tale il sovrano dispone della vita degli uomini: "Il re dà la vita agli uomini / col re è la vita" (131).

In un inno il re dice di sé: "Io sono re. Il mio regno è senza confini [...] sono colui che governa sopra tutte le cose, il signore delle stelle" (132).

Gli epiteti attribuiti al re e al dio sono generalmente gli stessi: signore, sovrano, pastore, giusto pastore, reggitore delle nazioni, sovrano universale. Dice un inno al sovrano: "Tu che irrori il volto della terra con un torrente di acque [...]" (133).
"I grandi dei guardano a lui con felice omaggio" (134).
"Chi fu per molti giorni malato, è ritornato alla vita".
"Le spighe sono cresciute più alte / gli alberi da frutto si sono messi a dare ricchi frutti" (135).

 

 

L'antica Cina
La storia della Cina dimostra chiaramente come a distanza di millenni - dall'antichità al giorno d'oggi - possano riapparire le stesse tendenze al socialismo statale, sia pure rivestito in altre forme. Qui ci riferiremo a un periodo della storia cinese che copre approssimativamente un millennio, tra il XIII e il III secolo a.C. Questa epoca può dividersi in due periodi: quello più antico (l'epoca Shang e l'inizio della dinastia Chou secondo la storiografia classica), e quello più tardo (epoca Chan Kuo e Ch'in). Il confine che li separa si situa nel V secolo a.C.

Il periodo più antico della storia cinese che esca dal mito è il periodo Yin. Notizie si ricavano da alcune cronache e canti posteriori e da alcuni resti archeologici: iscrizioni su ossa d'animali usate per predire l'avvenire (gusci, corazze e ossa). Secondo Maspéro queste iscrizioni risalirebbero al XII-XI secolo (136), secondo lo storico Ho Mo Yo (137) sarebbero invece più antiche, del XIV-XIII secolo a.C.

Le fonti ci dipingono una società basata sulla caccia e l'agricoltura. Le coltivazioni si svilupparono sui terreni alluvionali, era poco usata l'irrigazione artificiale. Tra le varie produzioni artigianali la lavorazione del bronzo, la filatura e la tessitura avevano raggiunto un alto livello. Esisteva una lingua scritta ed era conosciuto il calendario.

Il potere apparteneva al wang o re. In una cronaca posteriore il leggendario re Pan Keng, ordinando al popolo di emigrare in un'altra regione, dice: "Voi tutti siete il mio bestiame e la mia gente" (138).Dice poi che ai disobbedienti verrà tagliato il naso, e che sarà distrutta la discendenza, "perché non fosse seminata in città una cattiva semente" (139).

Il commentario a un'antica cronaca che risale già al VI-V secolo a.C. dice che: "Chou (wang di Yin) possedeva centinaia di migliaia, milioni di uomini Y (com'erano chiamati gli abitanti di Yin)" (140).

L'importanza del wang nella società di allora è dimostrata anche dagli imponenti sacrifici umani che accompagnavano i suoi funerali; la tomba del re poteva essere contornata da migliaia di cadaveri. D'altro canto queste uccisioni di massa, trattandosi di prigionieri di guerra a quanto pare, ci fanno dubitare che la schiavitù fosse molto diffusa.

Per quanto riguarda l'agricoltura non abbiamo prove che possano farci supporre l'esistenza di lotti individuali di terra. La direzione dei lavori agricoli era affidata a funzionari rurali, i siaochen. Molte iscrizioni su ossa d'animali testimoniano il carattere burocratico dell'agricoltura: "Bin ha vaticinato: il re deve ordinare al popolo di seminare il miglio nella regione di Tsiun", "Tsiao ha vaticinato: il re deve ordinare al popolo di andate nei campi e fare il raccolto" (141).

La conquista dell'impero Yin da parte dei nomadi Chou, che divennero il nuovo ceto privilegiato della popolazione, cambiò poco o nulla delle condizioni generali di vita. Come prima l'agricoltura era sotto il controllo di funzionari (chiamati ora tianbuan), che obbedivano al re (che mantenne il vecchio nome di wang).

In molti canti è descritta la vita dei campi, basata sul lavoro di grandi masse di contadini agli ordini di funzionari che indicavano cosa e dove seminare. Così si apostrofa un funzionario rurale: "Il nostro sovrano Chen Wang dei Chou ha convocato voi tutti / vi ordina di condurre gli operai a seminare il pane, / presto, prendete i vostri arnesi / e incominciate ad arare tutto il campo! / Che ne vengano diecimila coppie / e sarà sufficiente!" (142).

Un altro passo descrive lo stesso quadro: "Mille coppie di uomini nella pianura e sulle pendici del monte / sarchiano e arano il campo" (143).

Del raccolto si dice: "Ovunque grandi granai / dove sono milioni di misure di grano" (144), "Bisogna preparare mille granai, / bisogna preparare diecimila casse per il grano" (145).

E alla fine l'approvazione del wang che è lo scopo ultimo del lavoro: "Tutti i campi sono stati seminati / il raccolto è veramente ottimo. / Il wang non si è adirato e ha detto: / Voi contadini avete fatto davvero un buon lavoro" (146). L'opera storica detta Hansbou, scritta nel I secolo d.C., descrive l'organizzazione dei lavori agricoli: "[...] prima che la popolazione uscisse al lavoro, al mattino il capo del villaggio si metteva a destra dell'uscita, e il lin-chai a sinistra. Se ne andavano soltanto dopo che l'ultimo era uscito. Alla sera facevano lo stesso [...]" (147).

I versi: "La pioggia bagna i nostri campi comuni / e i nostri propri campi" (148), dimostra che accanto alle terre dove lavoravano insieme migliaia di contadini sotto il controllo di funzionari, esistevano anche appezzamenti individuali, analogamente a quanto avveniva nell'antico Perù e nello Stato paraguaiano dei gesuiti.

Le cronache parlano dello Stato che divide la terra. "Ad epoche determinate censivano la popolazione e distribuivano i campi" (149). "La popolazione di 20 anni riceveva un campo, a 60 lo restituiva, oltre i 70 passavano a carico dello Stato; fino ai 10 anni erano educati dagli anziani, dagli 11 in poi venivano avviati al lavoro" (150).

Tutta la terra e gli uomini erano considerati proprietà del wang: "Sotto il cielo non c'è terra che non appartenesse al wang; su tutta la terra da regione a regione non uomo che non fosse servo del wang" (151).

Il re donava poi terra e uomini all'aristocrazia, in uso temporaneo, senza diritto di vendita e trasmissione sia pure ereditaria. Conosciamo molti casi di terre confiscate, e persino di aristocratici ridotti al rango di plebei. Anche funzionari, sapienti e artigiani traevano il nutrimento da speciali appezzamenti coltivati dai contadini che vi vivevano sopra.

I contadini, accanto alle loro mansioni ordinarie, avevano anche una serie di altri servigi da adempiere. In caso di guerra dovevano: "Indossare l'armatura e brandire la scure" (152). Dovevano lavorare nei cantieri edili; una canzone dice: "Ehi voi, contadini. / Quest'anno il raccolto è stato fatto, / è tempo di costruire un palazzo. / Di giorno preparate i giunchi, / la sera fate seccare le corde. / Affrettatevi a terminare la costruzione" (153).

Anche l'artigianato rientrava in parte nei doveri dei contadini. Nel libro Hanshou si dice: "D'inverno, quando la popolazione tornava ai villaggi, le donne di sera si radunavano insieme e filavano. In un mese riuscivano a fare il lavoro di 45 giorni" (154).

Esistevano però anche artigiani di professione, riuniti in un'organizzazione detta bogun, nella quale gli specialisti di ogni settore formavano delle corporazioni, chiuse controllate da un sorvegliante. Artigiani, sorveglianti e mercanti ricevevano il loro sostentamento dalle casse dello Stato.

Tutti i punti chiave della vita dello Stato erano sotto il suo diretto controllo. Tre erano le attività considerate fondamentali: l'agricoltura, la guerra e i lavori pubblici. Ad essi erano preposti i cosiddetti tre Anziani, che rappresentavano i dignitari di più alto grado dell'impero. Al dicastero dell'agricoltura, o "dell'abbondanza" (135) faceva capo tutta la produzione agricola. I funzionari stabilivano la rotazione delle colture, il periodo della semina, della trebbiatura e della raccolta. Toccava a loro distribuire i compiti sia alle squadre che ai singoli contadini e controllare lo scambio privato dei prodotti agricoli sui mercati; da loro dipendeva anche la vita privata dei contadini: i matrimoni, le festività rurali, la composizione delle liti.

Il compito primario del dicastero della guerra era la soppressione delle rivolte. Era di sua competenza anche il reclutamento e l'addestramento dei soldati e tutto quanto concerne la conduzione e la preparazione della guerra: arsenali, depositi di derrate, mandrie di cavalli. Fra l'altro organizzava anche delle cacce su vastissima scala, che avevano luogo quattro volte all'anno.

Al dicastero dei lavori pubblici competevano le terre (mentre gli uomini che vi lavoravano dipendevano dal dicastero dell'agricoltura). Esso "stabiliva i confini" ovvero ridistribuiva periodicamente le terre, dirigeva le opere d'irrigazione, la costruzione delle strade, redigeva l'inventario e promuoveva la coltivazione delle terre vergini. Da questo dicastero dipendevano artigiani, architetti, scultori e armaioli (156).

Esistevano certi materiali (come le conchiglie, o le verghe di rame) che venivano usati come equivalente di scambio, ma tutte le forniture allo Stato venivano regolate in natura, con grano, tela, legno da costruzione ecc. Anche le transazioni private avvenivano per la stragrande maggioranza con scambi in natura.

Il matrimonio aveva molti aspetti singolari. In un'iscrizione dell'epoca Yin leggiamo: "Sin Bi fu la moglie di Taizu e di Hen" (157). Sotto la dinastia Chou i matrimoni tra contadini erano in gran parte diretti dallo Stato. Troviamo così nel libro Chou-Chughan: "Si ordina agli uomini di trent'anni di prender moglie, e alle ragazze di vent'anni di prender marito. Questo significa che il termine delle nozze non può essere dilazionato" (158). In primavera l'imperatore dichiarava aperto il periodo delle nozze. Uno speciale funzionario, chiamato mediatore, informava i contadini che era venuto "il momento per l'unione tra giovani e fanciulle". Il sinologo francese Maspéro ritiene che il matrimonio a tutti gli effetti esistesse solo per l'aristocrazia, per la quale esso aveva un significato cultuale. Per la gente del popolo invece che non aveva una stirpe da perpetuare, la famiglia non aveva carattere religioso. Si usavano persino due termini differenti per indicarlo: "matrimonio" per l'aristocrazia, "unione" per il popolo, secondo la traduzione del Maspéro (159).

La funzione giuridica era suddivisa tra l'amministrazione civile e il dipartimento della giustizia. Le autorità civili si occupavano dei delitti minori, condannando alla fustigazione. In caso di recidiva il colpevole era giudicato dal potere giudiziario, che si occupava anche dei delitti più gravi. Erano previsti cinque tipi di condanna: la pena di morte, la castrazione (o per le donne la reclusione), l'amputazione di un tallone, quella del naso, la marchiatura a fuoco. Un codice che risale al re Mu, della dinastia Clioti, contempla 3.000 delitti, di cui 200 punibili con la morte, 300 con la castrazione, 500 col taglio del tallone, 1.000 col taglio del naso e 1.000 con la marchiatura. Un altro codice della fine di questo periodo prevede 2.500 delitti, di cui 500 punibili con tutte e cinque le pene previste (160).

La società cinese dell'epoca Chou ricorda in molti tratti quella inca poco prima dell'occupazione spagnola. Ma in questo caso la storia ha seguito un'altra variante, poiché questo Stato non è caduto vittima di un'invasione straniera, ma si è sviluppato secondo fattori propri. Anche qui si misero in luce aspetti del tutto inattesi. Intorno al V sec. a.C. il paese, che

formalmente era governato dalla dinastia Chou, si divise di fatto in piccoli regni indipendenti sempre in lotta ira loro (questo periodo si chiama infatti "epoca dei regni in lotta"). Il venire meno dell'unità monolitica del meccanismo statale fu compensato dallo sviluppo dei principi individuali. La dottrina di Confucio predicava che lo scopo ultimo dell'uomo è il perfezionamento etico-morale della persona, unendo alla cultura qualità spirituali come l'equità, l'amore al prossimo, la fedeltà, la grandezza d'animo. Sorsero molte scuole filosofiche, i maestri itineranti ebbero un grandissimo ruolo nella vita della società.

Fu un'epoca di rapido sviluppo culturale e materiale. Si unificarono la lingua e la scrittura dei vari regni; aumentò rapidamente il numero delle città e crebbe la loro importanza nella vita del paese. Le cronache raccontano di città dove i carri si urtavano a vicenda e dove la folla era tale che un vestito indossato al mattino era già logoro alla sera. Vennero compiute enormi opere d'irrigazione, e fu costruita una rete di canali che collegavano tutti i regni cinesi. Si diffusero i manufatti in ferro, ad esempio tutti gli utensili agricoli quali zappe, vanghe, asce e falci erano di ferro. In tutta la Cina si sfruttavano grandi giacimenti di questo metallo, ed esistevano enormi fornaci attivate da centinaia di schiavi. Le città e intere province si specializzavano nella produzione di una determinata manifattura: seterie, armi, estrazione del sale. L'incremento degli scambi commerciali fece sì che quasi tutti i regni incominciarono a emettere monete uguali (161).

Tuttavia in breve tempo nacque la nuova tendenza a utilizzare questo sviluppo culturale é tecnico per creare una società fortemente centralizzata in cui la persona era sottoposta ancor più di prima al controllo dello Stato. A quanto pare non è questo l'unico caso in preso questa direzione. H. Francfort (162), ad esempio, sostiene che i primi Stati della Mesopotamia e dell'Egitto erano nati in modo molto simile, dall'utilizzazione dei progressi economici e intellettuali raggiunti dai piccoli santuari, allo scopo di creare uno Stato centralizzato.

Molto contribuì a indirizzare su questa via la Cina dell'epoca dei "regni combattenti", la dottrina e la legislazione di Hunsun Yan, più noto con il nome di Shan Yan, sovrano della regione di Shan (metà dei IV secolo a.C.).

Le sue posizioni sono esposte nell'opera Libro del sovrano della regione di Shan (163), di cui una parte si crede sia stata scritta da lui stesso, mentre l'altra dai suoi discepoli.

Secondo l'autore sono due le forze che determinano la vita della società, una è il sovrano, o Stato, che sono evidentemente considerati come termini equivalenti che designano l'identica sostanza; l'autore s'identifica con questa forza. Il trattato si pone lo scopo d'indicare i mezzi più adatti per conseguire i fini cui questa forza aspira, cioè a espandere quanto più possibile la propria influenza sia nel paese che all'esterno attraverso una politica d'espansione. Un'ideale, insomma, del dominio sul mondo.

L'altra forza è il popolo. L'autore paragona il rapporto fra sovrano e popolo a quello fra l'artigiano e la materia grezza, il popolo è come il minerale nelle mani del metallurgo, come la creta tra le mani del vasaio. Ma oltre a questo le aspirazioni del popolo vanno in direzioni opposte, sono tutti nemici, si rafforzano uno a spese dell'altro: "[...] potrà vincere un nemico potente solo colui che prima ha vinto il suo popolo" (164). "Quando il popolo è debole lo Stato è forte, quando lo Stato è debole il popolo è forte. Per questo lo Stato che segue la via giusta tende ad indebolire il popolo", scrive Shan Yan nel capitolo intitolato proprio "Come indebolire il popolo" (165).

Per riuscire a indebolire il popolo, a trasformarlo cioè in minerale o argilla, bisogna governare rinunciando all'umanità, alla giustizia, all'amore verso il popolo, a tutto ciò che l'autore chiama virtù. Allo stesso modo non bisogna coltivare questi sentimenti nel popolo, bisogna considerarlo un collettivo di potenziali delinquenti, facendo leva solo sulla paura e sul tornaconto.

"Se lo Stato è retto secondo la virtù, presto salterà fuori una massa di delinquenti" (166). "In uno Stato dove i cattivi sono governati come buoni, la rivolta è inevitabile. In uno Stato dove i buoni sono governati come cattivi regnerà l'ordine, e diventerà immancabilmente forte" (167). "Quando uomini ricavano un vantaggio dal proprio sfruttamento, si può far fare tutto ciò che comoda al sovrano [...]. Tuttavia se il re volta le spalle alla legge e parte dall'amore per il popolo, il paese sarà preda d'ogni sorta di delitti" (168).

Il fondamento della vita è la Legge, che governa gli uomini innanzitutto attraverso la paura e, in minor grado, il profitto. "Alla base di tutto per l'uomo c'è la legge". "La chiamano giustizia quando un funzionario è devoto, quando i figli rispettano i genitori, quando i giovani sono sottomessi agli anziani, quando si stabilisce nettamente la differenza tra uomo e donna: ma tutto questo non si ottiene tramite la giustizia, ma con leggi irrevocabili. Allora l'affamato cercherà il pane, e il condannato a morte non si attaccherà alla vita. Il saggio perfetto non apprezza la giustizia, ma la legge. Basta solo che le leggi siano assolutamente chiare, e che gli ordini vengano immediatamente eseguiti" (169).

La preminenza tra le due leve (punizione e premio) che permettono di governare l'uomo va indiscutibilmente alla prima: "nello Stato che aspira al dominio del mondo si deve avere un premio ogni nove punizioni, mentre nello Stato condannato allo sfacelo, si avranno nove premi per una sola punizione" (170).

Soltanto il castigo genera la moralità: "La virtù nasce dalla punizione" (171). Parlando dei castighi, l'autore vede una sola alternativa, che siano di massa o no, devono essere particolarmente severi. La seconda soluzione è da lui calorosamente raccomandata: "Si possono rendere onesti gli uomini anche senza punizioni di massa, basta che siano severe" (172). L'autore arriva a vedere in questo un segno d'amore del sovrano verso il popolo: "Se i castighi sono duri e i premi rari, significa che il sovrano ama il popolo, e il popolo sarà pronto a dare la vita per il sovrano. Se invece i premi sono grossi e le punizioni miti, il sovrano non ama il popolo, che a sua volta non sacrificherà la sua vita per lui" (173).

Il primo scopo della punizione è quello di spezzare i vincoli tra uomo e uomo, per questo bisogna legarli a un sistema di delazioni: "Se gli uomini sono governati come fossero buoni, ameranno il loro prossimo, mentre se saranno trattati come cattivi, ameranno l'ordine che gli si impone. La solidarietà e l'aiuto reciproco si sviluppano quando li si tratta come brava gente; disunione e sospetto reciproco nascono se li si governa col pugno di ferro" (174).

Il sovrano "deve emanare la legge del controllo reciproco, deve ordinare che si correggano l'un l'altro" (175). "A prescindere se il delatore è nobile o di basso ceto, egli erediterà interamente il titolo, le terre e l'appannaggio del denunciato" (176).

La delazione è completata dalla responsabilità comune: "[...] il padre che manda il figlio in guerra, o colui che manda il fratello minore, la moglie che manda il marito così si raccomandano: non tornare senza aver vinto!, e aggiungono: se violerai la legge e disobbedirai agli ordini, assieme con te moriremo anche noi" (177). "[...] in un paese ben diretto la moglie, il marito e i loro amici non possono nascondersi un crimine l'un l'altro, senza attirare la disgrazia sulla testa dei parenti del colpevole" (178).

In questo sistema l'autore vede un senso d'umanità inteso più profondamente, e lo considera la via che porterà alla scomparsa di punizioni, esecuzioni e denunce, quasi una "scomparsa dello Stato" stesso per mezzo di una costrizione generale: "Se noi rendiamo severe le punizioni e istituiamo un sistema di corresponsabilità nei delitti, la gente non avrà voglia di provare su di sé i rigori della legge, e quando la gente incomincerà a temere queste prove, cesserà la necessità stessa delle punizioni" (179). "Per questo se con la guerra si può distruggere la guerra, anche la guerra diventa ammissibile; e se con l'omicidio si può distruggere l'omicidio, sono ammessi perfino i delitti; se con i castighi possiamo distruggere i castighi, allora permettiamo anche le pene severe" (180). "Questo è il mio metodo per tornare alla virtù tramite la pena di morte, e per instaurare la giustizia con la forza" (181).

Che genere di vita vorrebbe creare Shan Yan con questi sistemi? Egli distingue due fattori cui bisogna sottomettersi e ai quali vanno sacrificati tutti gli altri interessi umani: l'agricoltura e la guerra. Egli vi attribuisce tale importanza da coniare un termine speciale per indicarli, che si potrebbe tradurre come "concentrazione nell'Uno", o "unificazione". Da questa dipende l'intero futuro del paese: "Lo Stato che raggiunge l'unificazione anche per un solo anno sarà potentissimo per dieci anni; lo Stato che otterrà l'unificazione per dieci anni sarà potentissimo per cent'anni; se poi avrà l'unificazione per cento anni , sarà potente per mille anni, avrà il dominio della terra" (182).

Lo Stato deve incoraggiare solo queste attività: "Chi desidera veder fiorire lo Stato dovrà convincere la gente che può ottenere le cariche statali e i titoli nobiliari solo occupandosi dell'Uno" (183).

Tutta l'attività economica dev'essere finalizzata all'agricoltura. La cosa è spiegata in due modi: prima di tutto "quando ogni pensiero è rivolto all'agricoltura la gente è più semplice d'animo, ed è, più facile da governare" (184). In secondo luogo si avrà la possibilità di nutrire l'esercito in caso di lunghe guerre. L'autore propone di dissodare le terre vergini, stanziandovi dei contadini attirati da altri regni con la promessa di abolire le prestazioni di lavoro e il servizio militare per tre generazioni. A quanto pare questi colonizzatori delle terre vergini erano strettamente dipendenti dallo Stato, erano "dominio reale", ciò che rendeva la proposta ancor più attraente.

Proponendo poi le misure economiche più disparate, Shan Yan conclude il paragrafo dicendo: "E allora le terre vergini saranno senz'altro coltivate".

Per l'aristocrazia l'unico modo di accedere alle cariche nobiliari e di arricchire è servire nell'esercito: "Ogni privilegio, appannaggio, carica e titolo nobiliare dev'essere il premio per il servizio militare; altre vie non ci devono essere. Perché soltanto in questo modo si può ottenere dall'intelligente come dallo stupido, dal nobile e dal plebeo, dal coraggioso e dal vigliacco, dal brav'uomo come dal buono a nulla, da tutti loro ogni pensiero come la forza dei muscoli, e fargli rischiare la vita per il sovrano" (185).

Nell'arte militare non c'è posto per considerazioni d'ordine morale, al contrario: "Se l'esercito compie azioni che il nemico non oserebbe fare, significa che il paese è forte. Se durante la guerra il paese compie azioni che il nemico si vergognerebbe a fare, significa che vincerà" (186).

Ma anche il sovrano è a sua volta libero da ogni impegno morale nei confronti dei suoi soldati che, come ogni altro suddito, sono governati con il sistema della punizione e del premio. Tre teste di nemici tagliate valgono una promozione. "Se per tre giorni di seguito il comandante non ha conferito a nessuno questo premio, verrà condannato a due anni di lavori forzati" "Il soldato che si è dimostrato vigliacco verrà squartato dai carri; il soldato che si permette di discutere un ordine sarà marchiato a fuoco, gli verrà tagliato il naso e verrà gettato al di là delle mura" (187).

Al pari del resto della popolazione, anche i soldati sono legati tra loro da una responsabilità comune. Sono divisi in gruppi di cinque, e per la colpa di uno tutti saranno giustiziati.
E così, "è indispensabile portare il popolo fino al punto che soffra se non si occupa d'agricoltura, e che abbia paura di non combattere" (188).

A questo scopo tutte le attività che non rientrano nell'Uno, e che si chiamano "esterne" vengono sistematicamente represse. Di conseguenza vanno soppresse per prime quelle attività che meno si prestano al controllo statale, dove più entra l'iniziativa personale e le doti individuali. Ad esempio si vorrebbe sostituire il commercio privato del grano, così i mercanti saranno costretti a darsi alla coltivazione, e "le terre disabitate saranno inevitabilmente recuperate". Bisognerà aumentare bruscamente le imposte, per rendere antieconomico qualsiasi commercio privato e, in genere, si dovrà far sì che l'oro abbia sempre meno importanza: "Quando compare l'oro scompare il grano; e quando compare il grano scompare l'oro" (189).

I mercanti e i loro impiegati devono venire utilizzati per le prestazioni di lavoro allo Stato. Anche l'artigiano non viene incoraggiato: "La gente mediocre fa del commercio o dell'artigianato vario, per schivare l'agricoltura e il servizio militare. Quando questo succede lo Stato è in pericolo" (190).

Bisogna far scomparire il lavoro salariato, in modo che singole persone non possano occuparsi di nessuna opera di costruzione. Il monopolio statale deve entrare anche nello sfruttamento delle miniere e delle vie d'acqua: "Se concentreremo nelle mani di uno solo la proprietà dei monti e dei bacini idrici, allora le terre disabitate saranno senz'altro coltivate" (191).

I contadini saranno incatenati alla terra: "Se togliamo al popolo la facoltà di spostarsi liberamente, le terre deserte saranno immancabilmente coltivate" (192).

Tutte queste misure sono compendiate in un principio generale: "Sulla terra non si è dato quasi mai il caso che sia rimasto in piedi uno Stato roso dai vermi e percorso da profonde fessure. Ecco perché il governante saggio nell'emanare le leggi avrà cura d'escludere gli interessi privati, liberando così lo Stato, da crepe e vermi" (193).

La realizzazione di questo ordinamento è ostacolata da una forza, contro la quale l'autore si accanisce particolarmente nel suo libro. Shan Yan usa un termine tradotto con "parassiti" oppure, letteralmente, con "pidocchi". A volte enumera sei tipi di parassita, a volte otto, a volte dieci, Si tratta del Libro dei canti e del Libro della storia, base della cultura artistica e storica, la musica, la virtù, la venerazione degli antenati, l'amore per il prossimo, la generosità, l'eloquenza, l'acutezza di spirito ecc. Si possono poi aggiungere: il sapere, il talento e lo studio. E' evidente che si sta parlando della cultura nel suo significato più vasto, ivi compresa l'esigenza di un'umanità etica.

L'esistenza dei "parassiti" è inconciliabile con l'Uno, con l'intero programma concepito dall'autore. "Se nello Stato ci sono dieci parassiti, [...] il sovrano non riuscirà a trovare un solo uomo da poter usare nella difesa o nell'offensiva" (194). "Dove sussistono questi otto tipi di parassiti tutti assieme, il potere è più debole del popolo stesso (195). In questo caso lo Stato si smembrerà, nel caso contrario otterrà il dominio della terra.

"Se la conoscenza è incoraggiata invece di essere troncata, si sviluppa, e poi sarà impossibile governare il paese" (196). "Se gli uomini eloquenti e geniali sono circondati d'ammirazione, se si fanno entrare nell'amministrazione dello Stato i dotti peregrinanti, se un uomo ha successo per la sua saggezza e gloria personale, questo significa che nel paese la via è aperta a uomini indegni. Se non si sbarrerà il passo a queste tre categorie di uomini, sarà impossibile interessare il popolo alla guerra [...]" (197).

Shan Yan mette in guardia: "Tutto il popolo è cambiato, si appassiona all'eloquenza, ha incominciato a trovar piacere nello studio, si dà al commercio e all'artigianato, allontanandosi dalla campagna e dalla guerra. Se le cose seguiranno questo andazzo, non è lontana l'ora della rovina per il paese" (198).

Nell'antichità, dice, non era così: "La gente di talento non era di alcuna utilità, e i buoni a nulla non facevano danno. Per questo l'arte del buon governo consiste nel saper rendere inoffensivi i dotati e gli intellettuali" (199).

Alla fine questo concetto è espresso nella forma più brutale: "Quando il popolo è stupido, è facile da governare" (200).

La teoria di Shan Yan ricorda le utopie sociali, il sogno di uno "Stato ideale" dove gli "interessi privati saranno cancellati", l'amore per il prossimo sarà rimpiazzato dall'amore per l'ordinamento statale, dove ogni pensiero della popolazione si concentra sull'Uno, il tutto rafforzato dalla delazione, dalla responsabilità collettiva e da severe punizioni. Ma sotto un certo aspetto Shan Yan si discosta dagli altri autori del genere. Molti di questi avevano tentato di realizzare personalmente i propri ideali: Platone, ad esempio, cercò un governante che edificasse uno Stato nello spirito delle sue teorie. Ma i tentativi di Platone ebbero un triste epilogo, il tiranno di Siracusa Dionisio, sul quale aveva riposto le sue speranze, lo vendette come schiavo.

Shan Yan trovò il suo sovrano e poté incarnare le sue idee nella vita. Il re di Ts'in, Siao Chun lo fece primo ministro, in modo che Shan Yan poté realizzare una serie di riforme nello spirito della sua dottrina.

Ecco ciò che conosciamo della sua legislazione:

1. Gli agricoltori (quelli che si occupano dell'Uno) furono liberati dalle prestazioni di lavoro obbligatorie.

2. Chi s'occupava d'attività secondarie fu ridotto a schiavo.

3. I titoli nobiliari furono attribuiti solo per meriti militari. Le cariche più elevate andavano solo a chi aveva un titolo. Gli altri non potevano sfoggiare alcun lusso. Così il ceto dirigente fu trasformato da ereditario in impiegatizio, e fu sottomesso alla benevolenza dei superiori e del monarca.

4. Lo Stato fu diviso in distretti governati da funzionari statali.

5. Le famiglie numerose furono smembrate, i figli adulti non potevano più vivere con il padre. Questa misura tendeva a distruggere le comunità di villaggio.

6. Furono delimitati i campi con recinzioni longitudinali e trasversali. Alcuni storici vedono in questo la distruzione della comunità, la sottomissione completa del contadino alla burocrazia; altri invece interpretano la riforma come una liberalizzazione nella compravendita della terra. Tuttavia, dato che lo spirito dell'opera e delle leggi di Shan Yan è tutto teso contro l'iniziativa individuale e contro gli interessi privati, la seconda interpretazione ci sembra poco verosimile.

7. Fu introdotta la pena di morte per l'abigeato.

8. Le case contadine erano riunite a cinque a cinque a formare un bao o unità garante; dieci case formavano un lian, altro elemento garante. Se un membro di questi gruppi commetteva un delitto, gli altri dovevano denunciarlo, in caso contrario sarebbero stati essi stessi tagliati in due. Il delatore riceveva un premio come se avesse ammazzato un nemico.

Queste leggi incontrarono una forte opposizione, ma Shan Yan riuscì a far deportare gli scontenti in regioni di confine. Il pericolo però veniva da un'altra parte. Il suo protettore Siao Chun morì, e il suo successore, che odiava Shan Yan, lo fece giustiziare con tutta la famiglia. Però le sue riforme non furono abrogate e fecero sì che il regno di Ts'in, com'egli aveva sostenuto, conquistasse l'egemonia sulla terra. Nel III secolo a.C. la Cina si trovò così riunita in uno Stato fortemente centralizzato, "l'impero Ts'in", dove le idee di Shan Yan trovarono un'applicazione ancora più letterale e su vasta scala.

Lo Stato era retto da un sovrano che assunse il titolo di huang ti. Questo titolo è sopravvissuto sino al 1912 e viene tradotto come imperatore, ma ha un significato più alto, qualcosa come "signore celeste della terra". Il primo imperatore si fece chiamare Chi Huang Ti (nella storia è ricordato come Ts'in Chi Huang). I suoi successori dovettero chiamarsi Chi-secondo (Er-Chi), Chi-terzo (San-Chi), "e così fino a decine di migliaia di generazioni" (in realtà la dinastia fu scalzata sotto il figlio di Ts'in Chi Huang). L'imperatore fu proclamato unico supremo sacerdote del regno. Una stele innalzata dall'imperatore dice: "Dappertutto entro i sei punti (i quattro punti cardinali, l'alto e il basso) è terra dell'imperatore [...] Ovunque l'uomo abbia messo piede, non c'è anima viva che non s'inchini all'imperatore. I meriti dell'imperatore sorpassano quelli dei cinque imperatori (leggendari). La sua grazia si estende ai cavalli e ai buoi" (195).

Fu adottata la teoria che la storia del mondo si divideva in cinque periodi, corrispondenti ai cinque elementi: terra, legno, metallo, fuoco e acqua. Il nero divenne il colore dello Stato, e corrispondeva a quello dell'acqua; il popolo fu così chiamato "teste nere". Il numero sei, che corrispondeva all'acqua, fu dichiarato sacro, nella numerazione fu ordinato di "partire dal sei". Ad esempio le "unità garanti" create come malleveria, che all'inizio avevano cinque membri, ne ebbero sei.

La divisione del paese che si era venuta storicamente formando fu rivoluzionata. L'impero fu diviso in trentasei dipartimenti e questi in distretti. Il paese era diretto da una burocrazia centralizzata; degli ispettori, agli ordini diretti dell'imperatore, controllavano l'opera dei funzionari e ne riferivano alla capitale. Nei momenti difficili questi ispettori venivano usati anche nell'esercito. I responsabili distrettuali avevano ai propri ordini gli anziani dei villaggi e i guardiani della moralità, i sorveglianti dei granai, le pattuglie e i maestri delle poste. Il culto e i riti vennero unificati, furono soppressi i culti locali e costruiti dei templi dipendenti direttamente dallo Stato. Il controllo di queste attività fu affidato ai funzionari di un ufficio speciale. Altri funzionari si occupavano delle questioni militari ed economiche, oltre che del servizio personale dell'imperatore.

La grande maggioranza degli impiegati riceveva regolari pagamenti in grano. Solo i funzionari di massimo grado e i figli dell'imperatore avevano a disposizione i proventi di alcuni distretti sui quali non avevano però alcun diritto politico.

Conformemente alla dottrina di Shan Yan, l'agricoltura fu dichiarata "attività fondamentale". Una stele imperiale dice: "L'imperatore ha il merito di aver costretto la popolazione a occuparsi dell'attività fondamentale. Ha stimolato l'agricoltura estirpando ciò che sta in secondo piano [...]" (202).

L'imperatore era considerato il proprietario di tutta la terra. Quando nel I secolo d.C. l'imperatore Wari Man proclamò tutte le terre "dominio reale", non fece che rinverdire una tradizione già conosciuta. Questa disposizione aveva come conseguenza una serie di corvée e di prestazioni di lavoro o militari obbligatorie per i contadini. Ciononostante esistono documenti che riguardano compravendita di terre da parte di privati. La base della proprietà fondiaria restava comunque la comunità, per mezzo della quale lo Stato riuscì a sottomettere i contadini. I responsabili della comunità dovevano aver cura che i contadini si recassero per tempo nei campi, e potevano impedire l'accesso al villaggio a chi non avesse adempiuto la norma di lavoro. In un trattato del tempo si dice che durante una malattia di un re della dinastia Ts'in, alcune comunità avevano sacrificato dei buoi per la sua guarigione, ma erano stati puniti. Evidentemente le autorità centrali non li ritenevano in diritto di disporre del bestiame. In un'opera storica più tarda si dice che un abitante avesse inciso sulla pietra: "Quando l'imperatore Ts'in Chi Huang morirà, la terra verrà spartita". Il colpevole non fu trovato, la pietra fu allora ridotta in polvere e tutti gli abitanti della zona giustiziati (203). Da questo incidente possiamo dedurre che sotto il regno di Ts'in Chi Huang furono introdotte delle misure per collettivizzare la terra che suscitarono lo scontento della popolazione.

Un elemento importante al fine di sottomettere l'agricoltura all'apparato statale era il monopolio imperiale sulle acque. Uno speciale ufficio soprintendeva a tutte le chiuse, gli argini e i canali irrigui. Dobbiamo tener presente in proposito che a quei tempi l'irrigazione aveva incominciato ad assumere un ruolo fondamentale in agricoltura. Un'altra misura dello stesso tipo fu il trasferimento di grandi masse di contadini sulle terre appena conquistate, dove il controllo statale era ancora più diretto.

Abbiamo pochissime informazioni sull'artigianato privato nell'impero Ts'in. Esistono accenni a proprietari di fonderie che si sarebbero arricchiti. Inoltre abbiamo la descrizione di enormi officine statali per la fabbricazione delle armi; tutta la produzione andava nei depositi dello Stato. Sappiamo che le autorità confiscavano alla popolazione le armi metalliche, il che fa pensare che tutto questo genere di produzione fosse nelle mani dello Stato. "Tutti gli attrezzi e le armi erano prodotti su un unico modello" dice una stele imperiale (204). Anche le miniere e l'estrazione del sale erano monopolio di Stato. Nelle officine e nei cantieri statali lavoravano armate intere d'artigiani; di alcuni di essi sappiamo con sicurezza che si trattava di schiavi dello Stato, per altri la cosa è incerta. Le costruzioni intraprese dallo Stato avevano dimensioni mai viste prima: grandiose strade, dette imperiali, che tagliavano il paese da un estremo all'altro. Erano larghe fino a cinquanta passi; al centro, sopraelevata, correva una strada di sette metri di larghezza destinata ai viaggi dell'imperatore e del suo seguito. Le fortificazioni difensive costruite prima dai vari regni furono distrutte. Fu innalzata la famosa "grande muraglia cinese", un'immensa costruzione a difesa dei confini settentrionali dell'impero: la zona della muraglia era collegata alla capitale da una strada che andava diretta da nord a sud, superando tutti gli ostacoli naturali: "Tagliarono le montagne, colmarono le valli e fecero una strada dritta" (205). Si impiegavano forze immense nella costruzione di palazzi (intorno alla capitale sorsero 270 palazzi), e del mausoleo imperiale.

L'attività agricola, i cantieri, come pure le guerre che scoppiavano sia sui confini settentrionali sia su quelli meridionali, richiedevano l'utilizzazione di enormi masse d'uomini. Lo Stato faceva grande uso dei trasferimenti in massa: gruppi meno fedeli venivano nell'ex regno di Ts'in e viceversa quelli più fedeli raggiungevano regioni appena conquistate. Si parla così di centoventimila famiglie trasferite, altrove di cinquantamila, e poi di trentamila.

Tutta la popolazione a esclusione dei funzionari era tenuta a prestare innumerevoli servigi. Il servizio militare prevedeva un addestramento di un mese obbligatorio per tutti gli uomini al di sopra dei 23 anni, un anno di servizio nelle truppe regolari, il servizio di frontiera, e un periodo di mobilitazione nell'esercito. Per farci un'idea delle dimensioni di questa mobilitazione basti sapere che si parla di eserciti di 500.000, 300.000 uomini... Ancora più numerosi erano gli operai tenuti alle prestazioni di lavoro: per la costruzione di un solo palazzo furono mobilitati 700.000 uomini. Le prestazioni più comuni erano: la costruzione di canali e di palazzi, la grande muraglia ecc., il trasporto di merci per necessità essenzialmente militari, il trasporto di merci statali su fiumi e canali. Non sempre le prestazioni lavorative e quelle militari erano distinte: al sud l'esercito costruì canali per l'approvvigionamento delle truppe; al nord un esercito di trecentomila uomini partecipò alla costruzione della muraglia, accanto agli abitanti del luogo mobilitati e agli schiavi dello Stato. Una fonte ci dipinge questo quadro: "Gli uomini adulti erano mandati a lavorare a ovest fino a Líntao e Didao, a est fino a Huei Tsi e Yan Yuan, a nord fino a Feihu e Yan Shan, a sud fino a Yuig Shan. Lungo le strade giacevano tanti cadaveri che se ne sarebbero potute riempire le fosse" (206).

Queste misure provocavano tra la popolazione fughe in massa verso i boschi, le montagne, le regioni paludose, le tribù nomadi del nord e lo Stato della Corea. Nelle fonti si parla di una categoria particolare, "gli uomini che si nascondono". Non erano solo i miserabili a fuggire, l'imperatore che successe alla dinastia Ts'in ordinò di rendere a tutti i fuggiaschi che avevano fatto ritorno i campi e i titoli.

La legislazione penale del tempo dei Ts'in era improntata alle idee di Shan Yan, si fondava, infatti, sul principio della malleveria. Per ogni persona rispondevano sei parenti. I colpevoli venivano giustiziati, mentre i parenti suoi mallevadori diventavano schiavi dello Stato. Per i funzionari valeva un'altra forma di malleveria: assieme al funzionario colpevole veniva giustiziato anche chi lo aveva raccomandato a quella carica, e persino tutti i funzionari che pur sapendo del crimine non avevano detto nulla. Un altro tipo di malleveria prevedeva la "morte di parenti in terzo grado", cioè parenti per parte di padre, di madre o di moglie. Un editto proclamava: "Tutti i parenti in terzo grado del criminale saranno prima di tutto marchiati a fuoco, sarà tagliato il tallone destro, poi quello sinistro, saranno bastonati a morte, quindi verrà loro tagliata la testa, la carne e le ossa saranno gettate sulla pubblica piazza. Se il colpevole era un diffamatore o un esorcista gli sarà tagliata la lingua. Questo si chiama esecuzione con cinque pene" (207).
Una forma addolcita prevedeva l'esecuzione dei soli membri della famiglia del colpevole.

Esisteva un'enorme varietà di esecuzioni capitali: squartamento, sezionamento in due o più pezzi, decapitazione con esposizione della testa sulla piazza, strangolamento lento, seppellimento da vivi, cottura in una caldaia, sfondamento delle costole, perforazione della testa. Altre pene prevedevano il taglio delle rotule, del naso, la castrazione, il marchio a fuoco e la bastonatura; molto diffusa era anche la condanna ai lavori forzati da un minimo di alcuni mesi fino a vari anni, o la riduzione a schiavo dello Stato. In una cronaca è scritto che: "Tutte le strade erano invase da una folla di condannati con la camicia porpora. E le prigioni erano piene di carcerati peggio di un bazar" (208).

Forse l'episodio più conosciuto del regno di Ts'in Chi Huang è il cosiddetto "rogo dei libri" che voleva sopprimere il pensiero indipendente dallo Stato e distruggere le fonti storiche che si scostavano da quelle ufficiali. Il primo consigliere dell'imperatore, Li Si, redasse il progetto del decreto, dove fra l'altro era detto: "Vostra Altezza ha appena compiuto grandi imprese, la cui fama si diffonderà fino a diecimila generazioni. Naturalmente questo non lo capiscono degli stupidi studiosi [...]. Mentre Voi, Imperatore, avete unificato il paese, separato il bianco dal nero e stabilita l'unità, essi venerano la loro scienza e frequentano gente che rifiuta la legge e le ammonizioni. Quando vengono a conoscenza di un editto lo giudicano a partire dai loro principi scientifici. Quando entrano a palazzo criticano tutto in cuor loro, quando escono sulla strada si mettono a discutere. Se questo non sarà impedito la posizione del sovrano sarà minata, e poi si rafforzeranno le fazioni" (209).

Seguivano delle proposte concrete di misure che poi furono effettivamente applicate dall'imperatore. "Bruciare tutti i libri che non seguono il Ts'in-tsi (E' la storia dello Stato di Ts'in, pare che il contenuto fosse stato modificato. N.d.A..), tranne quei libri che erano di competenza dei boshi (Funzionari di grado elevato. N.d.A..). Consegnare al responsabili e bruciare insieme con i libri coloro che ancora osano nascondere sulla terra delle opere condannate; giustiziate pubblicamente coloro che anche a quattr'occhi abbiano discusso di queste opere! Giustiziare [...] chi sulla base del passato critica il presente; quei funzionari che sapendo di libri nascosti non hanno preso misure saranno condannati al pari dei possessori di libri; marchiare a fuoco e mandare a lavorare presso la muraglia [la grande muraglia cinese] coloro che entro un mese dalla promulgazione dell'editto non avranno consegnato i libri per il rogo. Saranno risparmiati i libri di medicina, di magia e di botanica".

Il senso di queste misure era quello d'impedire alla popolazione d'istruirsi in modo indipendente. I privati non potevano avere libri tranne quelli di carattere strettamente pratico. Nelle biblioteche statali, dove avevano accesso solo i funzionari, molti di questi libri furono lasciati. Furono invece distrutti completamente tutti i libri storici che non fossero del regno di Ts'in.

I libri non furono le sole vittime della persecuzione, per ordine dell'imperatore 460 dotti confuciani furono seppelliti vivi e molti di più deportati in regioni di confine.

In seguito il confucianesimo divenne l'ideologia ufficiale dell'impero cinese, e le persecuzioni di Ts'in Chi Huang passarono alla storia come un esempio di barbarie. Ma l'ostilità dei sovrani verso questa dottrina ricomparve anche in seguito. Ad esempio, del fondatore della dinastia che seguì a quella Ts'in si dice: "Pei Chun non ama i saggi confuciani. Quando gli si presenta qualcuno con il copricapo confuciano, glielo strappa subito di testa e vi orina sopra" (210).

Anche ai nostri giorni il partito comunista cinese ha esortato il popolo a lottare contro i "seguaci di Confucio e di Lin Piao". Ma solo nel 1958 Mao Tse-tung davanti al comitato centrale del partito, a proposito dell'imperatore Ts'in Chi Huang aveva detto: "Egli emanò un editto che diceva: 'Chi per amore del passato nega il presente verrà sterminato con la sua famiglia fino alla terza generazione'. Se sei attaccato al passato e non riconosci le cose nuove, la tua famiglia sarà sterminata. Ts'in Chi Huang ha fatto seppellire vivi soltanto 460 confuciani in tutto. Ma ormai è lontano da noi. Noi al tempo delle purghe abbiamo eliminato alcune decine di migliaia di uomini. Abbiamo agito come dieci Ts'in Chi Huang. Io affermo che siamo stati più precisi di Ts'in Chi Huang, lui ha seppellito 460 persone, noi 460 mila, mille volte di più. Perché uccidere e poi riesumare i resti e celebrare le esequie, anche questo significa seppellire vivi. Ci ingiuriano, ci chiamano Ts'in Chi Huang, usurpatori. Noi ammettiamo tutto e pensiamo che non sia ancora niente in confronto a ciò che possiamo fare ancora".