SI PUŅ PARLARE DI UNA "FORMAZIONE SOCIALE ASIATICA"

SI PUÒ PARLARE DI UNA
"FORMAZIONE SOCIALE ASIATICA"?
(APPENDICE)

Chiunque abbia dato l'esame di "materialismo storico" conosce molto bene lo schema della storia umana, con le successive formazioni: primitiva, schiavistica, feudale, borghese e comunista. Tuttavia questa legge fondamentale della storia non si è cristallizzata immediatamente con assoluta precisione, e ancor oggi ci sono dei compagni che hanno in proposito idee piuttosto confuse.

Il fatto è che i fondatori del metodo storico-scientifico accanto alle formazioni storiche a noi note ne aggiungevano a volte un'altra, quella "asiatica" o "metodo di produzione asiatico" (cfr. la corrispondenza tra Marx e Engels, Il dominio britannico in India, Per una critica dell'economia politica, introduzione). Tra le caratteristiche che contraddistinguono questo tipo di formazione c'era l'assenza di proprietà privata della terra, che è la radice della storia politica e religiosa dell'Oriente, "la chiave del cielo orientale".

Questo problema è stato vivacemente dibattuto negli anni Venti e Trenta dagli storici sovietici, specie in relazione alla storia di Medio Oriente, Mesopotamia ed Egitto.

Nella diatriba ha avuto la meglio la scuola dell'accademico V. V. Struve che sostiene, secondo le posizioni marxiste, che le antiche società del Medio Oriente erano schiaviste. La questione poteva sembrare definitivamente chiusa dal famoso IV capitolo del Breve corso, nel quale Stalin indicava a tutti l'ormai famoso schema di sviluppo in cinque fasi che escludeva la "formazione asiatica".

In quest'atmosfera di chiarezza portò un certo scompiglio la pubblicazione, avvenuta nel 1939, di un manoscritto inedito di Marx, Le forme che hanno preceduto la produzione capitalistica (211), nel quale la forma asiatica di produzione è messa in un'unica linea con le altre, come "momenti successivi dello sviluppo socioeconomico". Appena vide la luce la traduzione russa di quest'opera, sul Bollettino di storia antica (212) apparve un articolo di fondo che avrebbe dovuto arginare qualsiasi falsa interpretazione. "Con questo si metterà una volta per tutte la parola fine ai tentativi di alcuni storici d'intravedere in Marx una particolare formazione socioeconomica 'asiatica'", scrive l'accademico Struve, e sancisce severamente: "La società asiatica è una società schiavista. Ci va a pennello che Marx in quest'opera parli di schiavismo in Oriente, ma purtroppo usa un termine piuttosto vago 'schiavitù generalizzata' che mal si adatta all'interpretazione classista della storia".

L'articolo suscitò un vespaio tra gli storici delle varie tendenze. Il comunista rinnegato e reazionario K. Wittfogel arrivò a fare delle sporche insinuazioni su certe analogie che esisterebbero tra formazione "asiatica" e socialista, e cercò persino di spiegare perché Marx ed Engels alla fine della loro vita avrebbero lasciato da parte il "modello di produzione asiatico" (213).

D'altra parte il carattere diffamatorio delle affermazioni di Wittfogel fu definitivamente smascherato dagli storici marxisti. Ma poco per volta anche loro incominciarono a interessarsi a questo problema che sembrava già risolto. Sulle pagine di riviste marxiste straniere si apri un dibattito cui parteciparono decine di studiosi. Ne derivò una raccolta di articoli (214), da cui prendiamo le notizie che seguono.

La discussione fu aperta da un articolo uscito nel 1957, di una studiosa della Germania democratica, B. Welskopf. L'autrice sostiene che per l'antico Oriente non è utilizzabile il concetto "classico" di schiavismo, né quello "patriarcale"; queste società rientrano piuttosto sotto l'etichetta comune di "modo di produzione asiatico", come le antiche società della Cina, dell'India e dell'America.

Nel 1958 F. Tekey, studiando i rapporti di proprietà nella Cina della dinastia Chou, arrivò alla conclusione che non esisteva proprietà privata della terra, e in un lavoro del 1963 definì questa come l'epoca del modo di produzione asiatico. Della stessa opinione per quanto concerne l'antica Cina è anche F. Pokor.

Seguirono a tambur battente nuovi lavori dove la "forma di produzione asiatica" era attribuita a paesi ed epoche sempre nuovi. J. Surer-Canal (autore di un saggio cui ci rifacciamo, è considerato un marxista "africanista") individua questa formazione nell'Africa tropicale precoloniale; P. Boitot in Madagascar; P. Galissot nel Maghreb precoloniale e in Algeria (qui sia pure in una forma "imperfetta"); M. Ceckov nell'antico Vietnam; C. Manivani nel Laos del XIV-XVII secolo; altri ancora nel Messico precolombiano, presso inca, aztechi e maya, nell'impero ottomano dei secoli XIV-XV. Tracce di "formazione asiatica" si possono trovare persino al giorno d'oggi (naturalmente non nell'accezione datagli dal rinnegato Wittfogel).

J. Chesneaux scrive: "Il modo di produzione asiatico non appartiene tuttavia solo al passato. Senza dubbio esso ha lasciato profonde tracce. La tradizione 'dell'unità superiore', ad esempio, non ha forse collaborato a che s'instaurasse in numerosi paesi afro-asiatici da poco indipendenti un tipo di regime con un capo che ha tutti i poteri e che pure gode della fiducia delle masse?" (215).

Gli studiosi hanno enumerato i seguenti tratti caratteristici di questo tipo di formazione asiatica:

  1. Un tipo particolare di proprietà, che si riflette innanzi tutto nell'assenza di proprietà privata della terra, già notata nel primo scritto della Welskopf. Tekey sostiene addirittura che in Asia questo istituto non c'è mai stato. Galissot parla di "proprietà pubblica", mentre Sedov scrive: "La caratteristica sottostante di tutti gli stadi di sviluppo del tipo di produzione asiatico, in tutte le sue forme e modificazioni, è la mancanza totale di proprietà privata come sistema di rapporti".
  2. Il ruolo secondario del commercio. Chesneaux pensa che la circolazione e lo scambio delle merci avessero un ruolo di secondo piano, riguardando soltanto i "prodotti alimentari complementari" usati dalle comunità agricole.
  3. Un tipo particolare di sfruttamento che Chesneaux definisce "fondamentalmente diverso sia dallo schiavismo classico sia dalla servitù della gleba" ma una "schiavitù generalizzata". Perrin mette in luce i tratti fondamentali di questo tipo di sfruttamento:
    (a) la schiavitù generalizzata prevede l'impiego quasi gratuito della forza lavoro di grandi masse di contadini temporaneamente strappate alla terra e alla famiglia;
    (b) la forza lavoro viene largamente utilizzata nella costruzione di palazzi per i despoti, di piramidi e altro, oltreché per quella di canali, dighe ecc.;
    (c) grandi masse di produttori sono obbligati al lavoro fisico pesante e non qualificato;
    (d) il potere dispotico statale impone alle comunità agricole di fornire forza lavoro per le opere pubbliche di grande portata;
    (e) lo sfruttamento si attua per mezzo di collettivi scelti dalle stesse comunità agricole. Questo sistema esige una direzione centralizzata autoritaria, un regime dispotico;
    (f) lo Stato ha un ruolo particolare poiché, come "unità superiore" sfrutta le comunità agricole (Welskopf, Perrin), "controllando direttamente i mezzi di produzione" (Galissot).

La "formazione asiatica" ha generato grandi difficoltà alla ricerca scientifica marxista, al punto che si è rivelato impossibile farne l'analisi in termini classisti. Chesneaux, ad esempio, è stato costretto a concludere che le contraddizioni di classe si sviluppano qui "in modo originale", cioè esistono indipendentemente dall'appropriazione "puntuale" dei mezzi di produzione da parte della classe dirigente. La classe dirigente non è costituita da persone (!) ma dallo "Stato in quanto tale".

Tekey scrive: "In tutto questo complesso di problemi il punto più dibattuto è in qual modo la società asiatica si dividesse in classi" (216).

In conclusione Tekey e Chesneaux hanno creato la "teoria funzionale delle classi", secondo cui la divisione in classi antagoniste non si sarebbe verificata sulla base del possesso dei mezzi di produzione da parte degli sfruttatori, ma sulla "funzione socialmente utile" della classe dirigente. Questa opinione è condivisa anche da Sedov, che sostiene la teoria dello "Stato-classe".

Infine M. Ceckov asserisce che il termine "classe" non è in alcun modo riferibile al ceto dirigente del Vietnam precoloniale. Si tratta di una gerarchia di funzionari di cui "primo-funzionario" era l'imperatore stesso. Questa élite veniva continuamente reintegrata per mezzo di esami e concorsi. Ciò che distingueva questa casta di "funzionari-salienti" era il fatto che la sua posizione nella scala gerarchica non era determinata dal possesso dei mezzi di produzione, ma viceversa era il rango sociale che stabiliva la posizione economica dei funzionari. Tutto l'insieme dello "Stato-classe" al governo sfruttava le comunità contadine non in grazia del possesso dei mezzi di produzione, ma del ruolo funzionale che aveva nella direzione della società e della sua economia.

Persino l'espediente più sperimentato nella ricerca scientifica - il ricorso ai testi dei classici del marxismo - è inefficace in una questione così spinosa: "Qual era l'opinione di Marx a proposito delle divisioni sociali e la struttura di classe del 'tipo di produzione asiatico'? Invano cercheremmo una formula o un'analisi chiara e semplice nelle opere di Marx, perché il tempo non gli bastò nemmeno per fare un'analisi completa della posizione delle classi nel capitalismo. Nel capitolo LII del terzo volume del Capitale, Marx avrebbe voluto svolgere le sue idee sull'argomento (Cioè sulla struttura di classe della società capitalista. N.d.A..) ma riuscì a scrivere solo le prime righe dell'introduzione" (217).

E' difficile non associarsi alle tristi riflessioni di F. Tekey.

Qual è dunque la causa di una difficoltà così insuperabile a risolvere il problema del "tipo di produzione asiatico", che resiste persino alle armi affilate della critica scientifica marxista? Probabilmente si tratta di fenomeni tanto lontani da noi ed estranei al nostro tempo che lo storico marxista contemporaneo ha incredibili difficoltà a figurarsi rapporti sociali sconosciuti e strani.

 

 

 

Riassunto

Abbiamo portato alcuni esempi sulla base dei quali ci si può fare una certa idea sulle tendenze socialiste dell'economia (e in alcuni casi dell'ideologia) di alcuni Stati dell'America meridionale e dell'antico Oriente. Si tratta di Stati molto primitivi, d'un livello inferiore a quello delle società antica, feudale o capitalista (abbiamo escluso dalla nostra rassegna le società socialiste del XX secolo, in quanto fenomeno a tutti noto). La letteratura fornisce altri esempi analoghi (come gli antichi Stati della valle dell'Indo o del Messico precolombiano). Riassumeremo ora le linee fondamentali delle società di questo tipo, a partire dall'opera di Heichelcheim (218).

I rapporti economici erano basati sul fatto che lo Stato, nella persona del re, era proprietario di tutte le fonti di reddito. Qualsiasi godimento doveva essere riscattato con tributi in natura o prestazioni di lavoro. La prestazione di lavoro a beneficio dello Stato era considerata un obbligo altrettanto naturale del servizio militare dei nostri giorni.

Gli operai che lavoravano per lo Stato venivano organizzati in reparti e squadre (spesso al comando di ufficiali), e lavoravano a opere grandiose. Coltivavano le terre statali, scavavano, riparavano e ripulivano i canali irrigui e quelli navigabili, costruivano strade e ponti, mura cittadine, palazzi e templi, piramidi e altri mausolei, trasportavano merci.

Talvolta queste prestazioni erano imposte alle popolazioni assoggettate e, secondo Heichelcheim (219), lo Stato creò il sistema di sfruttamento dei popoli sottomessi proprio in base al modello dei rapporti con i sudditi.

La maggior parte della terra o apparteneva allo Stato direttamente, o era sotto il suo controllo. In generale le terre dei santuari erano dirette da funzionari dello Stato. I contadini ricevevano dallo Stato gli utensili, il bestiame da lavoro, le sementi e spesso veniva loro indicato il tipo di coltivazione. Un certo periodo di tempo determinato se ne andava per le corvée, rappresentate generalmente dal lavoro sui campi dello Stato o dei santuari. La grande maggioranza della popolazione agricola era in stretta dipendenza dallo Stato, non si trattava però di schiavi statali e tantomeno privati. Gelb parla di "servi" (serfs), cioè "dipendenti", o "servi della gleba". "In Mesopotamia e in tutto il Medio Oriente, nella Grecia micenea e a Creta, in Tessaglia e in altre città greche esclusa Atene, come pure in India, in Cina ecc., la popolazione lavorativa costituiva la forza lavoro principale, impiegata saltuariamente o in modo continuativo sulle terre comuni appartenenti allo Stato, al tempio o a grandi proprietari che in genere erano a un tempo funzionari statali. Questa categoria di produttori era semilibera" (220).

Gli schiavi erano per lo più impiegati come servi domestici. Parlando dell'Oriente classico Meyer dice: "E', difficile che la schiavitù abbia mai avuto un ruolo importante nell'economia dell'Oriente" (221).

Analogamente all'agricoltura, l'artigianato e il commercio il erano sotto il controllo dello Stato. Era lo Stato a fornire gran parte degli utensili e delle materie prime, e i capitali ai commercianti. Entrambe queste categorie venivano raccolte in corporazioni dirette da funzionari statali. In Egitto per esempio, il commercio estero fu monopolio dello Stato fino al regno medio; anche il commercio interno era strettamente controllato fin nelle più piccole transazioni. Quasi tutte le merci venivano distribuite dallo Stato.

Il denaro non aveva grande peso nel commercio; anche i prodotti di valore venivano scambiati senza l'uso di moneta, anche se nei documenti relativi era segnato il prezzo. M. Weber lo definisce uno "scambio con valutazione in denaro". Circolavano in genere da dodicimila a ventimila pezzi primitivi, il cui valore approssimativo era stabilito dallo Stato, che aveva così in mano un'altra importante leva per regolare l'economia.

La proprietà reale era la forza economica portante del paese. M. Weber ha descritto questo regime come oikos (casa) reale, sottolineando cioè che tutto lo Stato è diretto da un unico centro, come il podere di un unico padrone. In Egitto abbiamo una corrispondenza anche letterale con la parola oikos nella denominazione del faraone che era detto perciò, "casa elevata". Heichelcheim sostiene che lo Stato controllava circa il novanta per cento dell'intera economia. "L'apparato del potere reale (das Königtum) dell'antico Oriente era, dal punto di vista economico, una sorta di giurisdizione centrale dove confluiva la maggior parte ella produzione da tutte le regioni. Di qui poi i prodotti disponibili venivano ulteriormente impiegati o, per decisione del ceto dirigente, distribuiti fra la popolazione secondo varie modalità organizzative. In questo senso ha qualche fondamento descrivere il sistema economico dell'antico Oriente come un socialismo patriarcale" (222).

Parallelamente alla centralizzazione della vita economica nella persona del re, dominava nell'ideologia la concezione di un re divinizzato, raffigurato come benefattore e salvatore del genere umano. Ecco cosa dice in proposito Heichelcheim: "Egli ha salvato il genere umano facendosi uomo e incarnando a ogni generazione l'immagine escatologica del sovrano. Questo fa di lui un essere totalmente diverso anche dai sommi sacerdoti e dagli aristocratici. Il re ha salvato l'umanità con la sua sconfinata forza mistica in pace e in guerra, con la sua giustizia nel sostenere il bene, con la sua generosità nel dispensare e far fruttificare inestimabili capitali per il bene dei suoi sudditi" (223).

Naturalmente una simile centralizzazione ideologica ed economica rese moralmente ammissibili e tecnicamente necessarie le forme più feroci di soppressione della popolazione. Le leggi indiane di Manu dicono per esempio: "In tutto il mondo l'ordine si regge sulla punizione, la punizione è il re" (224).

In Egitto qualsiasi funzionario aveva la facoltà d'imporre punizioni corporali. Il timore ispirato dal faraone è simbolizzato dal serpente che ne orna la corona. Il faraone viene raffigurato nell'atto d'uccidere, squartare, bollire degli uomini nell'oltretomba (225). Il nome rituale di uno dei primi faraoni era "scorpione".

Le tendenze socialiste degli Stati antichi sono state studiate in dettaglio da Wittfogel (226), da cui abbiamo già preso diversi fatti concreti. L'autore riunisce gli Stati dell'antico Oriente, dell'America precolombiana, dell'Africa Orientale e di alcune regioni dell'Oceano Pacifico (soprattutto le isole Hawaii), in un'unica formazione storica specifica che lui chiama "società idraulica", o "civiltà idraulica", Questa denominazione si spiega con il fatto che in tutte queste società l'irrigazione artificiale a sempre avuto un ruolo capitale nell'economia (227).

Wittfogel dà un'interpretazione molto vasta del concetto, includendovi quasi tutti gli Stati non capitalisti, tranne la Grecia, Roma e gli Stati dell'Europa medievale. Comprende poi tra le "società a irrigazione più primitive" gli inca, i sumeri, l'Egitto dei faraoni e le Hawaii, cioè grosso modo quell'insieme di realtà di cui ci interessiamo. L'autore enumera molti tratti e apparentano queste società fra loro e con i regimi socialisti del XX secolo. Sottolinea così l'analogia tra il ruolo dell'irrigazione e quello dell'industria pesante. In entrambi i casi si tratta di un'attività che non produce direttamente dei beni, ma che costituisce la base indispensabile a questa produzione (228).

Questo settore chiave dell'economia appartiene allo Stato che in tal modo ha il pieno controllo della vita economica e politica del paese.

Paralleli di questo tipo sono presi in considerazione anche da Heichelcheim, che scrive tra l'altro: "Del resto per gli studiosi che s'interessano a questo processo non è un segreto che l'economia pianificata e il collettivismo dei nostri giorni riportano inconsciamente l'umanità ai tempi dell'antico Oriente ogniqualvolta cerchiamo di abolire o modificare le forme individualiste e liberali della società, che hanno segnato gli ultimi gloriosi tremila anni di storia, a partire dall'età del ferro. Invece il nostro tormentato XX secolo tende a collegare l'organizzazione tradizionale dello Stato, della società, dell'economia e della vita spirituale con le sopravvivenze delle forme collettivistiche orientali dell'antichità, che si sono inconsciamente conservate nella vita e nelle vicende di molti popoli contemporanei" (229).

I grandi potenti del nostro tempo sono molto più vicini di quanto non riconoscano allo spirito dei grandi imperi dell'età del rame e del bronzo, o alle formazioni analoghe più tardive, che si sono direttamente o indirettamente sviluppate dai modelli dell'antico Oriente. Ogniqualvolta i nostri paesi conquistano non una libertà individuale ma un controllo onnilaterale, si crea qualcosa di analogo alla vita civile pianificata dei sovrani mesopotamici e dell'Asia Minore, dei faraoni egiziani, dei primi imperatori indiani e di altri regimi del genere.

"I legami spirituali che legavano il XIX secolo allo sviluppo classico di Israel, Grecia e Roma hanno lasciato il posto, più di quanto noi possiamo renderci conto, a un ritorno alle fonti dell'antico Oriente" (230).