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21/07/01 ANCHE A GENOVA LE BANDIERE ANTI-TAV

FOTO

LACRIMOGENI SULLA PROTESTA «ANTI-TAV»
Tre pullman di valsusini alla manifestazione anti-G8
Il corteo pacifico spezzato dalle cariche della polizia

GENOVA, sabato 21 luglio 2001. Sono passate da poco le 13 quando 130 bandiere con la scritta rossa "No Tav" su campo bianco portano la voce del "Comitato di lotta popolare contro l'alta velocità" all'interno della gigantesca manifestazione contro gli otto "grandi" della politica e dell'economia mondiale. A sorreggere le bandiere un gruppo eterogeneo composto da giovani, padri e madri di famiglia, attivisti politici, studenti, operai, impiegati.

I cattivi del "Black block" hanno il casco, il foulard che copre la faccia e la spranga; si muovono veloci, in piccoli gruppi. I valsusini camminano uniti in centro strada, a volto scoperto con la bandiera in mano. Nessuna possibilità di confusione tra i gruppi, eppure la carica c'è stata. Tutto in un attimo; la corsa, il gruppo che si sfascia, la paura, gli occhi e la faccia che bruciano per i gas lacrimogeni.

Ma andiamo con ordine. I tre pullman caricano gli ultimi passeggeri a Rivoli poco dopo le 6,30 del mattino, si parte alla volta di Genova. La tensione è palpabile, ieri c'è scappato il morto e i titoli dei giornali non sono rassicuranti. I capigruppo spiegano: «Dobbiamo stare uniti, nessuno sconosciuto deve entrare nel nostro troncone di corteo. Questi sono i numeri da chiamare in caso di emergenza, in caso vi perdiate l'appuntamento è ai pullman. Nel caso il gruppo venisse smembrato ci troviamo tutti in piazzale Kennedy. Quella è la sede del Social Forum, è un posto sicuro per tutti. State tranquilli, non succederà niente, ma in caso di lacrimogeni bisogna coprirsi le vie respiratorie, noi abbiamo il collirio».

Raduno a Tortona con gli altri pullman del "Torino social forum" e si arriva senza intoppi al casello. Una mezz'ora di coda per i controlli delle forze dell'ordine poi si scende dal pullman e si va a manifestare. Il tragitto previsto è semplice: da Boccadasse si cammina per tutto il lungomare di corso Italia poi, pochi metri prima di piazzale Kennedy, si gira a destra verso il cuore della città, lungo corso Torino fino a piazza Galileo Ferraris. La zona rossa, nel punto più vicino, è a 200 metri sulla sinistra. Tutto molto semplice...

Alle 15 le bandiere "No Tav" sono sulla "linea di partenza ufficiale" della manifestazione. Lo spettacolo è impressionante: una folla oceanica riempie la strada e avanza compatta sotto il sole cocente. A perdita d'occhio, in ogni direzione, bandiere di tutti i colori in una pacifica, rumorosa e accaldata Babele. Fa caldo, molto caldo, e i pochi genovesi rimasti in città, affacciati ai balconi gettano bacinelle d'acqua sui manifestanti che fanno la "ola" e applaudono ad ogni lancio. Le scene di violenza viste alla televisione il giorno prima sembrano lontane, il clima è disteso e c'è aria di festa. In molti avvicinano il gruppo e chiedono informazioni sulla battaglia contro il Tav.

Il corteo procede sotto il sole, variopinto e lentissimo. Ogni tanto una pausa di mezz'ora. «Che succede?», «Perchè non si va avanti?». E' maledettamente difficile, quando si è nel mezzo, capire cosa succede alla testa di un corteo lungo chilometri. Le voci si susseguono, incessanti e contraddittorie. «Poco più avanti c'è una macchina che brucia», «Alla testa è tutto a posto», «Le tute bianche si picchiano con le tute nere». Il lungomare è pieno di cartacce, qualche scritta sui muri, ma questa fetta di Genova (due banche a parte) non sembra quella copia di Beirut che si è vista in tivù. E la polizia non c'è; solo gli elicotteri che ronzano sulle teste, salutati da gesti e frasi poco cordiali dei manifestanti, ma nemmeno un carabiniere in vista. Ma non erano migliaia?

Ci avviciniamo alla svolta con corso Torino e l'atmosfera si scalda. Per tre volte il tono delle voci si alza e la folla scatta indietro, è l'"effetto onda". Caricano centinaia di metri più avanti e la folla compatta trasmette il moto come una scossa di terremoto. Arriviamo al famoso incrocio e il panorama non è rassicurante. Non si capisce cosa stia succedendo, la svolta a destra è bloccata da una cinquantina di blindati della polizia e non si intuisce dove sia la testa del corteo. Davanti al gruppo, a un centinaio di metri, c'è piazzale Kennedy, sede del Social Forum; una scena impressionante, guerra a tutti gli effetti. Un gruppo di "tute nere" arretra verso i manifestanti tirando pietre a un migliaio (almeno) di carabinieri in assetto da guerra. Un palazzo brucia sul lato destro, tutto il cielo è completamente giallo per i gas lacrimogeni e le forze dell'ordine avanzano piano; poi parte la prima carica e tutti i manifestanti si mettono a correre. Si torna indietro di 500 metri verso Boccadasse, tutti con le braccia in alto e le palme delle mani aperte.

Pochi attimi di panico e il gruppo si ricompone. Le bandiere No Tav si vedono da lontano e servono per individuare i "compagni di gita" che arrivano trafelati e non risparmiano insulti coloriti all'indirizzo delle forze dell'ordine. Mezz'ora a un incrocio a parlare mentre, attorno, sfilano migliaia di persone che si dirigono verso Boccadasse o salgono a piccoli gruppi verso il centro della città per le vie laterali. La tensione lascia spazio alla stanchezza. Si decide di tornare verso Boccadasse; andare avanti è pericoloso, si vede il nuvolone puzzolente dei lacrimogeni che avanza. Sono le 17; tutti in marcia (che fatica) sotto un sole che ustiona.

Poche decine di metri e arriva la seconda carica, quella vera, alle spalle. Un gruppo di manifestanti (tute bianche, tute nere, boh?) corre a pochi metri dal gruppo anti-tav, alle sue spalle incalza qualche centinaio di carabinieri preceduto da una grandinata di proiettili lacrimogeni. Si cerca rifugio in una via laterale, ma alcuni manifestanti seguono il gruppo e in un attimo, per i meno veloci, è paura. I lacrimogeni bruciano la faccia e gli occhi, le bandiere diventano improvvisate maschere antigas; bisogna correre veloci, ma non si vede più niente. Un'altra svolta a destra e la situazione torna calma, fiatone e occhi infiammati ma il peggio è passato. Ancora indecisione nel gruppo: «Dove si va?». «Il lungomare forse è ancora pericoloso, passiamo per le vie interne». «No, nelle viuzze rischiamo la fine dei topi, meglio il lungomare». In corso Italia regna la proverbiale quiete dopo la tempesta, qualcuno propone di tornare avanti verso piazzale Kennedy, ma sarebbe una follia rischiare ancora.

L'ultima scarpinata in salita verso i pullman, si attendono i ritardatari e il gruppo riparte alla volta della valle di Susa. Nell'aria, nonostante la stanchezza e la delusione per la "mezza manifestazione", la soddisfazione per avere portato la voce della "piccola battaglia" contro il Tav nel coro della "grande battaglia" contro la globalizzazione.

In questi giorni si è detto tutto e il contrario di tutto sulle responsabilità di forze dell'ordine e manifestanti negli scontri, ma tra una pistola e un estintore la partita è impari, così come tra 130 bandiere "No Tav" e qualche migliaio di manganelli e lacrimogeni. Ed è molto, molto difficile confondere un valsusino con una "tuta nera".

 

luna nuova n. 57 martedì 24 luglio 2001

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