|
Il Kosovo e oltre
|
Elementi per un bilancio dell'operazione
“Allied Force”
|
Nel corso di undici settimane, è stata condotta la più
violenta campagna aerea della storia, e le nostre forze aeree hanno assistito
impotenti alla morte di migliaia di persone e allo spostamento forzato
di un milione di altre.
Che genere di successo è questo?
Gen. Michael Rose, ex comandante
della FORPRONU in Bosnia
L'eredità permanente di Clinton e della sua diplomazia potrebbe
essere che sotto la loro direzione ebbe inizio la liquidazione della NATO
William Odom, ex direttore
della National Security Agency
Comunque finisca questa guerra, il vincitore sarà la Russia
Charles
Krauthammer, giornalista
Se tenterete di smembrare il nostro Paese come avete fatto
con la Jugoslavia,
per la vostra civiltà sarà la fine
Jiang
Zemin, Presidente della Repubblica Popolare Cinese
|
Qualsiasi tentativo di impostare un bilancio dell’impresa della
NATO nel Kosovo deve partire da una rigorosa distinzione fra obiettivi
dichiarati e obiettivi (ragionevolmente) veri dell’operazione “Allied Force”.
Abbiamo impiegato non casualmente il termine “impresa”.
Crediamo infatti che tutta la vicenda del coinvolgimento dell’Alleanza
Atlantica nei Balcani – a partire dall’episodio bosniaco – si caratterizzi
(anche) per una margine non trascurabile di improvvisazione. In questo
non vi è nulla di strano: concetti, dottrine, forme organizzative
e modalità operative ereditate dall’epoca della Guerra Fredda sono
stati sperimentati in un contesto qualitativamente nuovo. Siamo convinti
che gli USA abbiano (anche) voluto eseguire un test in laboratorio a scala
naturale. Con quali esiti?
Obiettivi dichiarati dell’operazione “Allied Force”
-
arrestare la presunta “pulizia etnica”del Kosovo da parte delle forze regolari
e irregolari Serbe ai danni della popolazione di etnia albanese;
-
stabilizzare la situazione geopolitica dei Balcani;
da ottenersi mediante
-
il “degrado” delle forze armate serbe;
-
la rimozione – o l’indebolimento, l’isolamento internazionale, al punto
da renderne inevitabile la caduta – della leadership di Milosevic;
-
perdite materiali minime e nessuna perdita umana per le forze Alleate.
Pulizia etnica
E’ certamente l’obiettivo che con maggiori probabilità
verrà conseguito, nel senso di realizzare un Kosovo etnicamente
“ripulito” e al 100% albanese. La NATO partiva peraltro da una buona base:
il censimento ufficiale del Kosovo nel 1998 dava una percentuale di popolazione
di etnia albanese pari al 66% (e non al 90% come i media hanno sempre
riferito, mentendo); il restante 34% era composto da Serbi, Rom, Ungheresi
e altre minoranze. A migliorare la situazione - secondo dati resi noti
da agenzie stampa ed organizzazioni sovranazionali - nel corso del 1998
le milizie dell’UCK hanno condotto oltre 2.000 azioni armate contro la
popolazione residente in Kosovo, oltre a quasi 300 rapimenti; le vittime
dell’azione dell’UCK sono state 199 fra la popolazione civile e 128 fra
le forze di polizia della Repubblica Jugoslava. Oggi la situazione è
in evoluzione continua, ed è quindi impossibile fornire dati certi.
Come parametro di riferimento, è interessante ricordare quanto è
avvenuto nella "multietnica" Sarajevo. Nel 1991 vi risiedevano il 50% di
Musulmani, il 30% di Serbi, meno del 7% di Croati; alla fine del 1997,
le quote erano del 95% (Musulmani) del 3% (Serbi) e del 2% (Croati). Coraggio,
NATO – la strada in Kosovo è ancora lunga, ma la direzione è
quella giusta!
Stabilizzazione dei Balcani
La situazione del Kosovo è sotto gli occhi di tutti. Un intervento
dell’esercito serbo è stato più volte ventilato, e non è
da escludere. Durante tutto il corso dell’aggressione Alleata,
da parte dell’Ungheria sono state esercitate pressioni (raccolte prontamente
da rappresentanti del governo del Regno Unito) a favore di una futura indipendenza
della Vojvodina, regione della Federazione Jugoslava a minoranza ungherese.
Gli stessi sponsor, finita la fase calda del conflitto, devono aver consigliato
cautela. Nel frattempo, Belgrado mantiene il controllo del
Danubio, la cui navigazione è bloccata dopo il bombardamento dei
ponti; un altro elemento di tensione fra Jugoslavia e Europa che potrebbe
essere sfruttato. Sentimenti irredentisti sono riemersi in Bulgaria e Grecia.
Le spinte indipendentiste nel Montenegro ricevono l’incoraggiamento della
diplomazia Occidentale (anche l’Italia ha fatto la sua parte).
Un solco ancor più profondo si è scavato fra Albania e Macedonia,
che vede come il fumo negli occhi l’espansionismo di Tirana.
“Degrado” delle forze armate serbe
E’ ormai unanime – e sancito da dichiarazioni ufficiali della NATO
- il riconoscimento del fallimento completo su questo piano.
Le oltre 9.000 missioni offensive realizzate sul territorio della Repubblica
Jugoslava hanno prodotto danni materiali tutt'altro che decisivi alle forze
armate di Belgrado. A differenza di “Desert Storm”, gli USA e alleati sono
stati costretti ad una strategia di escalation (tipo Vietnam) che offre
all’avversario la possibilità di ritirarsi, disperdersi e proteggere
gli obiettivi. La maggior parte delle perdite e danneggiamenti delle forze
aeree serbe sono dovute a bombardamenti, in rari casi in combattimento.
Al momento del ritiro dal Kosovo, lo Stato maggiore di Belgrado ha dichiarato
la distruzione – confermata dai media occidentali – di tredici (13) carri
armati; altri dieci (10) sono stati rimossi dall’esercito serbo in quanto
danneggiati ma riparabili. Le tecniche usate dai difensori serbi per camuffare
gli obiettivi, costruire falsi obiettivi (cari, strade, ponti) sono di
dominio pubblico. Del “degrado” della contraerea jugoslava testimoniano
i dati di cui sotto, al paragrafo perdite materiali della NATO.
I militari del genio russo all’aeroporto Slatina (Pristina) sono stati
impegnati nel disarmo di oltre 21.000 ordigni inesplosi, fra cui circa
80 missili anticarro. E’ stato quindi calcolato
– in base ad una percentuale di errore del 20% - che su questo “obiettivo”
pressoché indifeso (a Slatina hangar e silos sono esclusivamente
sotterranei) potrebbe essere stato colpito inutilmente per ben 400 volte
dai missili “intelligenti” della NATO.
Caduta del governo Milosevic
L’opposizione – nonostante il foraggiamento finanziario e il “tifo”
degli USA e dell’Unione Europea (che gli stessi oppositori non dimostrano
di gradire più di tanto) – resta divisa; i suoi principali dirigenti
sono personaggi scarsamente credibili; una parte del risentimento popolare
contro il governo di Belgrado è motivata dal presunto “cedimento”
di fronte alla NATO, e ben difficlmente potrà essere sfruttato dall’opposizione
filo-occidentale. Non è un caso, del resto, che fino a ieri
– prima, cioè, di trasformarlo mediaticamente in un mostro
sanguinario - l’Occidente avesse scelto come unico interlocutore in Jugoslavia
un solo uomo: Slobodan Milosevic.
Perdite materiali della NATO
La sola perdita in combattimento ufficialmente ammessa è
il F-117A Night Hawk (il famoso “stealth fighter”, centrato da due missili
SA). Oltre a questa, sono state riportate e confermate la perdita di circa
20 UAV (velivoli di ricognizione senza pilota) e circa 25 “incidenti” ad
aerei ed elicotteri nel corso di esercitazioni (talora lontano al teatro
di guerra) e ricognizioni. Fonti ufficiali dello Stato Maggiore
jugoslavo hanno comunicato (15.6.99) le seguenti perdite NATO: 128 arei,
14 elicotteri, 60 UAV e 454 missili cruise. Fonti
che riteniamo assolutamente affidabili hanno calcolato in 388 il numero
di segnalazioni riguardanti l’abbattimento e/o danneggiamento di velivoli
NATO nella zona del conflitto e (in due casi) in basi militari NATO in
territorio italiano. I dati sono stati ottenuti incrociando segnalazioni
di agenzie di stampa serbe, statunitensi, britanniche, russe e cinesi con
segnalazioni provenienti dalle zone stesse, spesso da testimoni oculari.
Ovviamente, non ogni segnalazione equivale ad una perdita effettiva: più
di una segnalazione può riferirsi allo stesso episodio; non in tutti
i casi è stata possibile l’individuazione dell’obiettivo colpito,
dell’entità del danno ecc.
Perdite umane della NATO
Un individuo di cui ci rifiutiamo di ricordare qui il nome, all’indomani
della sigla dell’accordo del G-8, sulle pagine della International Herald
Tribune dichiarava trionfalmente: vittoria 5.000 a zero – parlava di cadaveri
in divisa. Questo “gentiluomo” ha mentito sapendo di mentire. I soli “incidenti”
di cui sopra hanno fatto almeno 19 vittime, “ufficialmente riconosciute”.
A meno di un mese dall’inizio dell’aggressione, una
fonte americana riportava già la segnalazione di perdite sostanziali
da parte della NATO: 20 vittime (fra cui 12 Berretti Verdi) in un’imboscata
a sud di Pristina, 30 cadaveri trasportati ad Atene, due elicotteri distrutti
in volo con circa 50 vittime, oltre a diversi piloti di aerei abbattuti.
In attesa che – se va bene fra alcuni anni! – la NATO renda pubbliche le
perdite effettive, rinviamo a questa
fonte (jugoslava) per una valutazione provvisoria: almeno una ventina
di prigionieri di guerra e quasi 190 morti, fra piloti e militari a terra.
La Jugoslavia ha ufficialmente ammesso 161 morti e 299 feriti fra le
forze armate; molto probabilmente il numero delle vittime è superiore,
ma le agenzie stampa occidentali concordano su una cifra inferiore a 500.
Obiettivi effettivamente perseguiti dagli USA con l’operazione
“Allied Force”
Ci riferiamo evidentemente agli obiettivi “strategici”, dal momento
che gli obiettivi di natura “tattica” – “degrado” dell’apparato bellico
avversario, destabilizzazione del regime di Belgrado, perdite zero” – restano
evidentemente validi.
Prosecuzione del piano di instaurazione di un secondo Stato islamico
in Europa Centrale
Ha indubbiamente fatto passi avanti, con l’ingresso di truppe
NATO nel Kosovo e con la finta smilitarizzazione dell’UCK. E’ presto per
dire se i progetti “grande-albanesi” di Tirana abbiano solidi fondamenti.
D’altra parte, nulla può dimostrare che chi ha puntato allo smembramento
della Jugoslavia sia pago del risultato.
Verifica generale della NATO di fronte ai nuovi compiti che la strategia
globale degli USA le impone – inaugurazione “sul campo” e in anticipo,
della nuova dottrina che sarebbe dovuta scaturire dal vertice di Bruxelles
(celebrazioni del Cinquantenario)
La NATO esce dall’avventura del Kosovo con le ossa rotte. La
“nuova dottrina” enunciata a Bruxelles è un disegno confuso, frutto
di mediazioni e compromessi. La strategia di allargamento ha mostrato tutte
le sue debolezze: realizzata più come forma di pressione “morale”
(premio e punizione) che non secondo un disegno strategico coerente (come
dimostra l'isolamento dell'Ungheria, priva di una connessione via terra
con il resto dell'Alleanza, in assenza dell’adesione della Slovenia). L’accesso
di nuovi membri è stato rinviato sine die, all’indomani della sigla
degli accordi di Colonia. E’ stata manifesta l’incapacità della
NATO di agire come uno strumento unitario, a partire dall’incapacità
di modificare una strategia (il bombardamento) dimostratasi rapidamente
fallimentare; è stato dichiarato un embargo (perché non era
in piedi sin da prima dell’avvio delle missioni aeree, se lo si riteneva
un fattore utile?) senza nemmeno prevederne la possibilità concreta
di esercizio. Inziative diplomatiche sono state condotte in ordine sparso,
con Germania e Italia in primo piano a frenare l’azione militare e cercare
in ogni modo il coinvolgimento della Russia nelle trattative, mentre i
britannici hanno giocato la parte dei “falchi” al punto da mettere in imbarazzo,
talvolta, persino il Pentagono.
La NATO potrebbe benissimo disgregarsi, e più rapidamente di
quanto si possa oggi prevedere. Qualche piccolo segno è già
realtà. Non ha ricevuto alcuna diffusione sui media la notizia dei
colloqui intercorsi a livello di ministeri della difesa in vista di un
possibile accordo di cooperazione fra Grecia, Armenia e Iran. La cosa in
effetti potrebbe anche non “fare notizia” – se non fosse che la Grecia
è membro a tutti gli effetti dell’Alleanza Atlantica. Ora, un Paese
membro della NATO lavora ad un accordo di cooperazione militare con: 1)
una ex Repubblica sovietica, attualmente fra le più vicine a Mosca
nel variegato insieme dele repubbliche caucasiche; 2) un Paese islamico
fino a ieri considerato fra i principali avversari del “Grande Satana”.
C’è di che riflettere.
Eredità della guerra fredda, la NATO è stata creata per
quello. Oggi lo scenario è mutato. Il dissolvimento dell’Alleanza
potrebbe semplicemente apparire agli USA la soluzione più conveniente
– e il pragmatismo è da sempre una merce abbondante, sull’altra
sponda dell’Atlantico.
Test della dottrina che vuole le Forze Armate USA in grado
di compiere almeno due “interventi umanitari” in contemporanea
Le azioni militari contro l’Irak sono proseguite durante l’operazione
“Allied Force”. Quanto all’efficacia, delle une e dell’altra, questa è
stata minima. Durante “Desert Storm” (1991) le missioni furono
oltre 100.000 in sei settimane. Per “Allied Force” la NATo ha operato 34.000
missioni, di cui 9.000 offensive (con vombardamenti) in undici settimane.
Nonostante le vittime civili e le pesanti distruzioni di infrastrutture
(ponti, impianti elettrici, fabbriche, ecc.) la capacità di combattimento
a terra delle forze jugoslave non è stata intaccata. Quanto ai bombardamenti
sui civili, si sono dimostrati controproducenti, aumentando la determinazione
a resistere anziché fiaccarla. L’aviazione USA ha poi
mostrato chiari limiti di disponibilità di mezzi e di addestramento
(vedi i numerosi incidenti verificatisi). Il caso più evidente è
stato quello dei famosi elicotteri AH64 (“Apache”). Il modello impiegato
e visto fino alla nausea nei reportage televisivi era in realtà
il vecchio AH64A; il nuovo modello AH64D ha dei forti limiti di produzione,
non più di 3 al mese.
“Allied Forces” è costata oltre 4 miliardi di dollari, e sul
piano tecnico l’esito è stato quel che si è detto. Ne potrebbe
facilmente risultare un incentivo, per i leaders di nazioni meno democratiche
della Serbia di Milosevic, a predisporre mezzi di resistenza non convenzionale
(nucleare, chimico, biologico, terrorismo) da opporre all’offensiva aerea
convenzionale dell’Occidente.
In ogni caso, un chiaro segnale è stato offerto agli Stati intenzionati
a dotarsi di armamento nucleare o a rafforzarlo: la Jugoslavia non possiede
armi nucleari, né chimiche, né biologiche, non minacciava
un Paese vicino né conduceva, direttamente o indirettamente, attività
teroristiche: eppure è stata aggredita da una Alleanza di 19 Stati.
Chi ha orecchi per intendere... la corsa al riarmo nucleare è ufficialmente
aperta. .
Riaffermazione della supremazia USA in Europa e in seno alla stessa
Alleanza Atlantica
Senza dubbio “Allied Force” ha messo sotto gli occhi del mondo
l’assenza di una concezione – per non dire di una strategia – comune europea.
Sul piano strategico, politico e militare l’Europa “unita” ha davvero mostrato
il meglio di sé. Le elezioni europee – disertate dalla magioranza
dei diretti interessati e conclusesi – ad esclusione della caso francese
– con un salasso di consensi per le forze politiche fattesi paladine del
“nuovo ordine mondiale”, la dicono lunga in proposito. Tutto questo ha
ovviamente avuto le sue ripercussioni sulla quotazione della neonata “moneta
unica europea”, l’euro, che ha perso costantemente terreno nei confronti
del dollaro USA; ed anche questo non deve essere dispiaciuto a Washington
Prosecuzione della strategia di accerchiamento della Russia
Oltre a quanto detto sopra riguardo alla rioccupazione di un
ruolo diplomatico centrale da parte di Mosca, vale la pena di ricordare
-
l’accelerazione impressa finalmente al processo di riavvicinamento fra
Russia e Bielorussia;
-
la sostanziale virata di 180 gradi nell’atteggiamento dell’Ukraina, la
cui futura partecipazione all’unione russo-bielorussa è ora una
possibilità concreta nel medio periodo;
-
l’emergere di una “partnership strategica” fra Mosca e Pechino;
-
la recente definizione nuova dottrina militare russa, che – dopo
l’ubriacatura filoccidentale a cavallo del 1990 - completa la svolta iniziata
nel 1993, quando il Cremlino approvò una dottrina militare provvisoria
che prevedeva l’opzione nucleare di primo colpo. La nuova dottrina ribadisce
l’opzione di primo colpo e pone al centro il concetto di “mondo multipolare”.
“Quel che più mi sorprende – ha commentato un esperto di questioni
di difesa occidentale – è che le idee espresse dallo staff militare
sono condivise da un buon numero di rappresentanti del vertice politico.
Temo che avvertiremo pesantemente questo cambiamento in futuro”. E’ quanto
ci auguriamo.
|
Mantenimento delle relazioni con la Russia in una situazione di
“deterioramento controllato”
E’ opinione prevalente fra i commentatori che i rapporti fra Washington
e Mosca abbiano toccato il livello più basso dalla fine della Guerra
Fredda. E’ altrettanto diffusa, e accreditata dagli stessi esponenti dei
vertici militari USA (si vedano le dichiarazioni del gen. Jackson al britannico
Weekly Telegraph, 1.8.99), che il vero vincitore della guerra in Kosovo
sia la Russia. La diplomazia russa – che non ha mai preso in
considerazione la possibilità di un intervento militare diretto
a fianco delle forze serbe – mirava: a) a non consentire la realizzazione
di accordi di pace dai quali fosse esclusa; b) a impedire che venisse sancita
l’indipendenza del Kosovo; c) ad assicurare la propria presenza in un settore
del Kosovo. Sin qui, tutti e tre gli obiettivi sono stati realizzati |
|
| Prima di tirare le somme di questo rapido bilancio, ci soffermiamo
su due questioni che sono tornate insistentemente in primo piano
in numerose analisi della situazione Balcanica negli ultimi mesi.
La questione degli interessi e delle ricadute economiche
Un luogo comune di molte interpretazioni degli sviluppi nei Balcani
– anche antecedenti l’operazione NATO in Kosovo – e più in generale
della strategia globale degli USA nella fase post-Guerra Fredda, è
quella che si può definire “tesi degli interessi economici”.
Nei termini più generali, la “tesi degli interessi economici” legge
le mosse degli attori geopolitici come funzionali al conseguimento di obiettivi
di supremazia essenzialmente economica (o geoeconomica). Si è parlato
di controllo degli oleodotti del Caucaso attraverso il territorio serbo,
di “corridoi” balcanici, di traffici fluviali del Danubio, persino di giacimenti
petroliferi in Albania; immancabile è poi il riferimento alla spesa
militare USA, al bilancio pubblico, al business degli armamenti.
Non condividiamo questa interpretazione. E non per questo neghiamo sia
l’esistenza di enormi interessi economici in gioco, sia la rilevanza di
questi nel quadro generale. Riteniamo tuttavia che il senso
causa-effetto vada in direzione opposta: così, restando agli esempi
fatti, il controllo della NATO sulle via di comunicazione nei Balcani (Danubio
in primis) è funzionale al controllo geopolitico (via accesso al
Mediterraneo e al Mar Nero) di Washington e dei suoi alleati; il conflitto
con la Russia per il controllo delle risorse energetiche del Caucaso è
strumentale alla politica di vietare la ricostituzione di uno spazio geopolitico
unitario coincidente con i confini dell’ex Unione Sovietica, e non viceversa.
E così via. Lo stesso vale per la questione della spesa
militare USA. Non esiste il minimo dubbio riguardo al fatto che l’avventura
del Kosovo sia stata un bel regalo per le imprese statunitensi fabbricanti
di sistemi d’arma. Ma non esiste ugualmente alcun dubbio – per noi almeno
– che il nesso causa-effetto sia questo, non l’inverso. In proposito, va
poi osservato che il mercato degli armamenti non è più quello
di un tempo, che vedeva l’assoluto predominio dei produttori USA; le imprese
europee del settore hanno avviato processi di consolidamento e rafforzamento,
che potrebbe spingere verso la chiusura del gap che oggi scontano rispetto
agli alleati-rivali statunitensi. Così, le ricadute maggiori potrebbero
essere al di qua dell’Atlantico Quanto al petrolio, nel momento in
cui il Pentagono metteva a punto gli ultimi dettagli per l’aggressione
in Jugoslavia, il suo prezzo era di poco superiore ai 10 dollari il barile.
La “questione russa”
Un altro genere di affermazioni semplicistiche spesso ricorse
ha per oggetto il ruolo avuto dalla Russia nella crisi del Kosovo. Le presentiamo
in forma estremizzata, a fini di maggior chiarezza.
“La Russia ha “tradito” le aspettative dell’alleato Serbo”
Al di là del generico richiamo “slavofilo”, i legami fra
i due Paesi non sono mai stati particolarmente stretti, sul piano politico
e su quello militare. E’ appena il caso di ricordare il ruolo di bastione
dell'Occidente affidato nel dopoguerra alla Jugoslavia di Tito nei confronti
del Patto di Varsavia.
“La Russia avrebbe potuto assumere una posizione intransigente verso
le richieste della NATO nelle trattative con Milosevic”
Forse l’estrema ala nazionalista serba rimpiange l’occasione
perduta di una sfida vincente con la NATO, in caso di rifiuto di ogni trattativa
e scontro diretto a seguito dell’inevitabile invasione terrestre. Si può
ammetterlo. Ma viene immediato il parallelo con il Vietnam; uscito vincitore
– ma con un’economia distrutta - dalla guerra con il gigante Americano,
è stato costretto quasi da subito ad accettare pesanti compromessi
ed ancora oggi.è assolutamente dipendente dall’assistenza tecnica
e finanziaria dell’Occidente.
“La Russia si è lasciata “comprare” dai prestiti del
FMI”
Il riferimento è ai famosi quattro miliardi e mezzo di
dollari impegnati dal Fondo Monetario Internazionale, i cui negoziati si
sono intrecciati, nell’ambito del G-8, con quelli sul Kosovo.
Osservazione banale, ma pertinente: esiste una questione di dimensioni.
A voler prendere per oro colato le analisi di parte Occidentale sullo stato
dell’economia russa, la ovvia conclusione è che il “buco nero” è
troppo grande per essere riempito. A parte le battute. Ogni
anno il governo tedesco stanzia a favore della ex DDR qualcosa come 100
miliardi di dollari dal bilancio federale. Le intere risorse disponibili
del FMI oggi amontano a 76 miliardi di dollari. Aggiungendo ai 4,5 mliardi
del FMI destinati a Mosca i possibili finanziamenti “indotti” – Banca Mondiale
e alcuni governi – si resta ben al di sotto di quanto impegnato, ad esempio,
a favore di Messico, Brasile o Indonesia. Il tutto, si ricordi, scaglionato
su diversi anni. Credere al ruolo “cruciale” dei finanziamenti dell’Occidente
nella risoluzione dei problemi economici della Russia è quanto meno
ingenuo. Né la Russia, né gli USA puntano – in
questo momento – allo scontro frontale. E questo non è messo in
dubbio da nessuno. Le relazioni finanziarie sono un elemento delle relazioni
internazionali in genere. Se né Washington né Mosca puntano
al deterioramento delle ultime, è coerente che cerchino di salvaguardare
anche le prime. Il proseguimento dei rapporti con il FMI ha l’unico scopo
di consentire alla Russia il rispetto, almeno formale, degli impegni verso
i creditori stranieri; e quindi, fra l’altro, di evitare una nuova crisi
finanziaria alla quale nessuno avrebbe interesse. Quanto al fatto che le
“buone relazioni” con la finanza occidentale costituiscano un atout per
chi vuol conservare o aspira al potere in Russia, vi sono ottimi motivi
per essere scettici. Il prestigio dell’Occidente presso l’opinione pubblica
e i vertici politici e militari russi è in questo momento così
basso che – a voler trascurare tutte le considerazioni di cui sopra – viene
il sospetto che un aspirante alla poltrona del Cremlino potrebbe aver tutto
da guadagnare, di fronte all’elettorato, a presentarsi come colui che ha
detto “no” ai signori del FMI.
Conclusioni provvisorie
Gli USA hanno accettato un compromesso e hanno potuto chiamarlo
vittoria, soprattutto grazie ad uno spettacolare tour de force diplomatico.
Non hanno ottenuto la resa della Serbia, ma hanno sfruttato l’elemento
sorpresa agendo – sul piano mediatico e su quello militare - come se la
resa vi fosse stata: hanno siglato l’accordo di Colonia, e si sono comportati
come se fosse quello di Rambouillet. L’occupazione a sorpresa dell’aeroporto
di Pristina da parte dei paracadutisti russi del gen. Zavarzin è
stata la risposta e il segnale che gli intenti di Washington erano stati
compresi perfettamente. Anche in questo caso gli USA hanno giocato bene
le loro carte, ignorando di fatto l’evento, evitando qualsiasi reazione
e procedendo all’acquisizione dell’obiettivo vero – l’occupazione militare
del Kosovo. Ma la partita resta aperta.
L’operazione “Allied Force” chiude una fase e ne inaugura un’altra.
Chiude la fase in cui gli USA – dopo il collasso del blocco sovietico
– avevano praticato una strategia in larga parte ereditata dalla Guerra
Fredda, con il suo sistema di Alleanze e i suoi princìpi guida.
Una volta fallito il tentativo di inglobare Russia e Cina nel mercato mondiale,
e essendosi impegnati ai quattro angoli del mondo in conflitti locali,
con esito non sempre favorevole (Iraq, Haiti, Somalia, Bosnia, infine Kosovo),
gli USA si sono ritrovati in mano un’arma invecchiata e indeguata – che
proprio sul terreno (e nei cieli) del Kosovo ha dimostrato la sua inadeguatezza.
Se l’idea direttrice della politica Americana nel continente
Eurasiatico resta quella stessa che ha guidato gli USA nel corso di tutto
il XX secolo, cioè prevenire l’unificazione dell’Eurasia sotto il
dominio di una singola potenza – e non abbiamo motivo per dubitarne – allora,
dal punto di vista della Superpotenza unica, esistono oggi due opzioni
e due scenari.
a) Una strategia di “contenimento attivo” Mantenere
la propria presenza in Europa, rafforzare la NATO, predisporre modalità
e piani operativi di intervento nei punti caldi – e non ne mancano: oltre
ai vari frammenti dell’ex federazione Jugoslava, l’intero confine dell’ex
URSS, da Kaliningrad fino all’Ukraina – appoggiandosi in parte alla vecchia
Alleanza, in parte all’ala filoamericana dell’Islam (l’asse Pakistan-Turchia-Albania-Bosnia).
b) Una sorta di “disimpegno controllato”, che privilegi
la formazione e il mantenimento di un equilibrio strategico in Eurasia.
Nel “vuoto” lasciato dagli USA, sarebbe inevitabile l’emergere di potenze
regionali “supplenti” rispetto al ruolo svolto sin qui direttamente dagli
USA. Il che vuol dire, nello spazio geopolitico europeo, appoggiarsi alla
Germania (all’altra estremità del continente eurasiatico sarebbe
certamente il Giappone ad emergere come potenza regionale), con le conseguenze
del caso: scioglimento (almeno de facto) della NATO, riproposizione di
una forza militare europea oggi pressoché inesistente, sbilanciamento
dell’Unione Europea (che ne pensa la Francia?)... E’ un’opzione
tutt’altro che di facile realizzazione, non priva di contraddizioni ed
ostacoli sin dall’immediato. Ma potrebbe per Washington essere quella che
minimizza, al tempo stesso, costi e rischi.
|
|
“Carthago Delenda Est”
10.10.1999 |
|
|
|