La guerra delle nazioni
Un altro modello storico interpretativo è costituito
dalla varie teorie etniche, che considerano le nazioni, talvolta le razze,
a volte una sola nazione in opposizione a tutte le altre, come principale
soggetto della storia. In questa sfera la varietà delle versioni
è innumerevole. Un tedesco, Herder, fu il più illustre teorico
dell'approccio etnico; le sue idee furono sviluppate dai Romantici tedeschi,
poi in parte prese a prestito da Hegel, infine applicate dai rappresentanti
della "Rivoluzione Conservatrice" tedesca, specie dall'esponente più
autorevole il giurista Karl Schmitt.
L’approccio razziale è in generale tratteggiato nelle opere
del conte Gobineau, in seguito ripreso dai nazionalsocialisti tedeschi.
Ma i rappresentanti maggiori dell'idea che considera la storia alla luce
di una sola nazione furono i circoli Giudaici, Sionisti, che si fondarono
sulla particolarità della religione ebraica. A parte ciò,
quasi in tutte le nazioni possono essere individuati - durante il periodo
dell'entusiasmo patriottico - tendenze prossime all'idea dell'esclusività
nazionale; ma la differenza è che quasi mai queste teorie acquistano
un'esplicita connotazione religiosa, possiedono una tale stabilità
e sviluppo, presentano una così antica tradizione storica, e raggiungono
un consenso quasi unanime, come è stato fra gli Ebrei.
Esiste un certo numero di teorie etniche eterodosse ma estremamente
convincenti, che mancano di tutti i caratteri ora menzionati. Una, ad esempio,
è la teoria della “passionarietà” e della “genesi etnica”
avanzata dal geniale scienziato russo Lev Gumiljov. Questa teoria permette
di interpretare la storia mondiale come esito della crescita di un organismo
vivente, dalla nascita alla vecchiaia e alla morte. A dispetto del suo
estremo interesse e della sua capacità di rivelare molte enigmatiche
leggi naturali delle civiltà, questa teoria non presenta il grado
di riduzionismo escatologico che a noi interessa. Il punto di vista di
Gumiljov non rivendica lo status di ultima generalizzazione. Inoltre,
Gumiljov stesso era incline a considerare il punto di vista escatologico
(palese o latente) come indice di uno stadio nazionale culturale decadente,
come una chimera, che sorge in un paesaggio di culture e nazioni decadenti,
private ormai della passionarietà, prossime ala soglia della morte.
Conseguentemente, il fatto stesso di porre la questione che a
noi preme - le varie versioni dell'interpretazione della "fine della storia"
- non sarebbe altro che l'espressione di una profonda decadenza. Per questa
ragione, dobbiamo abbandonare Gumiljov.
In base a questo esempio, possiamo stabilire un primo criterio
e suddividere le teorie della nazione quale soggetto della storia in due
parti - alcune presentano una dimensione escatologica, altre ne sono prive.
Cosa vogliamo dire? Esistono concezioni storiche etiche che considerano
il destino di una nazione (o di molte nazioni o razze) come la riverberazione
dell'intero senso del processo storico; quindi, il trionfo finale, la rinascita,
o viceversa la sconfitta, l'umiliazione, la scomparsa di una nazione è
considerata come un esito della storia, l'espressione definitiva del suo
senso segreto.
Queste teorie etiche, quelle ad orientamento escatologico, sono
quelle che ci interessano al di sopra di tutto. Le altre teorie, anche
le più stravaganti ed interessanti, ma prive di dimensione teleologica,
non offrono alcun contributo alla comprensione del problema che stiamo
studiando. Così, ad esempio, i nazionalismi russo, americano, ebraico,
curdo, inglese, il razzismo tedesco, tendono a porre la questione in termini
escatologici. I nazionalismi polacco, ungherese, arabo, serbo, italiano
o armeno no, sebbene possano essere altrettanto originali e pervasivi.
Essi sono evidentemente passivi, in senso teleologico. Il primo gruppo
presuppone che una data nazione sia il soggetto primario della storia,
che le sue peripezie formino il contenuto del processo storico, e che il
trionfo finale, insieme con la disfatta delle nazioni ostili, ponga termine
alla storia. Il secondo gruppo non presenta punti di vista su scala così
globale, e si accontenta di insistere pragmaticamente sul rafforzamento
della particolarità nazionale, culturale e statuale di fronte alle
nazioni ed alle culture circostanti. Ecco l'importante linea divisoria.
Lo studio del secondo gruppo di dottrine etniche non ci è di alcun
aiuto nell’esporre un paradigma storico, anche perché fin dall’inizio
la scala storica è stata di dimensioni troppo ridotte. Viceversa,
il primo gruppo soddisfa i nostri requisiti. Anche qui, peraltro, dobbiamo
separare il "globalismo del desiderio" dal "globalismo reale": una data
nazione deve possedere una grande dimensione storica (in senso sia spaziale
sia temporale) per poterne considerare, anche solo in via teoretica, l'interpretazione
etica della storia - altrimenti il quadro tende al ridicolo.
Ma, quando anche abbiamo ridotto l'oggetto dell'analisi al "nazionalismo
teleologico", non disponiamo ancora di un quadro evidente, analogo a quelli
ottenuti con i due precedenti paradigmi. E poiché là sussisteva
un'analogia perfetta, di evidenza sorprendente, fra economia politica e
geopolitica, tenteremo - un po' artificiosamente - di estendere lo stesso
modello alla storia etnica. E soltanto allora vedremo di verificare se
una simile identità fosse o meno giustificata.
La geopolitica ci consente qui di compiere il primo passo. Se
Mare = Occidente, la “nazione dell’Occidente” è il portatore delle
tendenze talassocratiche sotto il profilo etnico. E, poiché abbiamo
già nella nostra equazione la formula Mare = Capitale, l'ipotetica
(tuttora) "nazione dell'Occidente" diventa il terzo membro dell'identità:
Mare = "nazione dell'Occidente" = Capitale. E' facile costruire l'equazione
del polo opposto: Terra = "nazione dell'Oriente" = Lavoro. Ora poniamo
in correlazione entrambe le nozioni di "nazione dell'Occidente" e di "nazione
dell'Oriente" con alcune realtà storiche definite, e scopriremo
la presenza delle corrispondenti dottrine escatologiche.
Qui vengono in soccorso gli Eurasisti russi (Trubetskoij, Savitskij
e altri).Essi, seguendo Danilevskij, hanno identificato la “nazione
dell’Occidente” nelle nazioni "Romano-Germaniche" e, correlativamente,
la “nazione dell’Oriente” con gli "Eurasiatici" – al cui centro sono i
Russi, sintesi unica delle nazioni Slave, Turche, Ugro-finniche, Germaniche
e Iraniche. Certamente, parlare di "Romano-Germanici" in termini di nazione
non è del tutto accurato; tuttavia vi sono anche qui delle evidenti
caratteristiche comuni a livello di civiltà e di storia. richiede
una precisazione. L’Impero Romano d'Occidente e in seguito il “Sacro”
Romano Impero delle nazioni germaniche" (che in realtà non fu affatto
sacro) è stato generalmente considerato la culla di quella che si
può definire "civiltà Romano-Germanica". L'unità nazionale
e culturale è presente: ma è lecito parlare di concezione
escatologica unitaria, considerare il destino di quel gruppo etnico come
il paradigma della storia? Se osserviamo attentamente la logica dello sviluppo
mondiale Romano-Germanico, vediamo che questo mondo ha sin dall’inizio
usurpato ed usato per se stesso il concetto di "ecumene", cioè "universo",
che caratterizza ancora prima nell’impero Ortodosso l’Aggregato di tutte
le parti. Ma dopo la scissione da Bisanzio, l’Occidente ha limitato a sé
solo il concetto di "ecumene", riducendo la storia universale a storia
dell’Occidente e lasciando fuori non solo i mondo non Cristiano, ma anche
le nazioni Cristiano-Ortodosse e,, per di più, l'asse stesso della
genuina Cristianità - Bisanzio. Così, il centro stesso dell'autentica
Cristianità – l’Oriente Cristiano-Ortodosso – è scivolato
al di fuori dei confini del “mondo Cristiano" dei Romano-Germanici. E inoltre,
il concetto di “ecumene europeo” è stato ereditato dalle nazioni
dell’Occidente, sia dopo la rottura dell’unità religiosa cattolica,
sia dopo la definitiva secolarizzazione. Il mondo Romano-Germanico ha identificato
la propria storia etnica con la storia dell'umanità: questo ha offerto
a Trubetskoij il fondamento per intitolare il suo splendido libro “Europa
e Umanità”, dove egli dimostra in modo convincente che l’identificazione
dell’Occidente con l’umanità fa di quello il nemico della vera Umanità,
nel senso pieno e normale del concetto.
In questa prospettiva, l’attuale autoidentificazione dell’Europa
e degli Europei con il soggetto etnico della storia incomincia a farsi
percettibile; sempre in questa prospettiva, e quindi la conclusione positiva
(nella mente dei Romano-Germanici) della storia equivale al trionfo finale
dell’Occidente, del suo "ecumene" culturale e politico, sopra tutte le
restanti nazioni del pianeta. Ciò, in particolare, presuppone che
gli imperativi politici, etnici, culturali ed economici Romano-Germanici,
generatisi nel corso del processo storico, divengano quelli universali
ed ovunque accettati, e che ogni resistenza da parte di nazioni e culture
autoctone venga spezzata.
Questo escatologismo concettuale delle nazioni europee ha attraversato
diverse fasi di sviluppo. Prima, trovò la sua espressione cattolica
e scolastica, parallela alle dottrine puramente mistiche quali la concezione
del “Terzo Regno” di Gioacchino da Fiore: in sostanza, il mondo Romano-Germanico
avrebbe completato l'"evangelizzazione" dei barbari e degli eretici (inclusi
i Cristiani Ortodossi!) e sarebbe venuta l'ora del "paradiso in terra",
per molti aspetti analogo alla dominazione universale del Vaticano, ma
condotta al suo stadio assoluto. Nell'Europa del secolo XVI, l'escatologismo
europeo ha trovato espressione nella Riforma. Più tardi, ha ricevuto
la sua formulazione definitiva nella dottrina Anglosassone protestante
delle “tribù perdute” di Israele. Questa dottrina considera le nazioni
Anglosassoni come i discendenti etnici delle dieci tribù perdute
di Israele, quelle che - secondo la storia biblica - non fecero ritorno
dalla cattività babilonese. Pertanto, i veri Ebrei, gli Israeliti,
la "nazione eletta”, sono gli Anglosassoni, il "grano d'oro" del mondo
Romano-Germanico, che alla fine dei tempi dovranno instaurare il loro dominio
su tutte le nazioni della Terra. Nella formulazione estrema di questa dottrina,
affermata nel secolo XVII dai seguaci di Cromwell, l'intera logica della
storia etnica europea è espressa nella sua forma più concentrata;
l’universalismo etico e culturale dell’Occidente rivendica apertamente,
oltre ogni dubbio, la dominazione mondiale.
Così, giungiamo alla specificazione del soggetto etnico
del mondo Romano-Germanico. Gli Anglosassoni, i fondamentalisti protestanti
di orientamento escatologico, gradualmente, ma sempre più
apertamente, ne assumono le vesti. Le radici di questa dottrina vanno tuttavia
ricercate nel Medioevo cattolico, nel Vaticano: al riguardò, Werner
Sombart offrì una brillante analisi nella sua opera “Il borghese”.
Gli anglosassoni, in parallelo al formarsi della concezione che
li vedeva come etnia eletta, furono i primi ad avviare due processi decisivi
sul moderno piano economico e geopolitico. L’Inghilterra fece il balzo
industriale, prima fra le potenze europee entrò nella rivoluzione
industriale, la quale a sua volta innestò un’accelerazione dei ritmi
del capitalismo verso la sua maturazione; contemporaneamente, divenne
padrona dello spazio marittimo planetario, vincendo il duello geopolitico
con i più arcaici, “continentali” e tradizionalisti Spagnoli.
L’interrelazione fra questi due punti di svolta della storia moderna
è dimostrata chiaramente da Karl Schmitt. Gradualmente, l’iniziativa
è passata dall’Inghilterra ad un altro stato "figlio" - gli Stati
Uniti d'America, poggianti dall'inizio sui princìpi del "fondamentalismo
protestante" e considerati dai fondatori come "lo spazio dell'utopia",
la "terra promessa" dove la storia deve avere termine con il trionfo planetario
delle "dieci tribù perdute". L’idea si è incarnata nella
concezione Americana del “Manifest destiny”, che vede la "nazione Americana"
quale comunità umana ideale, quale apoteosi della storia mondiale
dei popoli.
Una volta raffrontata l'astratta teoria della "natura eletta"
dell'etnia Anglosassone con la realtà storica, possiamo valutare
quanto enorme sia l'effettiva influenza dell'Inghilterra, avanguardia del
mondo Romano-Germanico, sull'Europa stessa e, su scala più ampia,
sul mondo intero e sulla storia mondiale. E nella seconda metà del
XX secolo, quando gli USA divennero de facto sinonimo del concetto di "nazioni
occidentali" e simbolo della validità del nazionalismo escatologico
Anglosassone, nessuno più può dubitare del "Manifest Destiny".
Ad esempio, mentre il nazionalismo massone-cattolico dei Francesi, a dispetto
del nobile mito dell'"ultimo re", si dimostrò alla fine regionale
e relativo, la concezione Anglosassone del fondamentalismo protestante
è confermata non soltanto dagli schiaccianti successi della "signora
dei mari" (l'Inghilterra), ma anche dalla superpotenza gigante, la sola
nel mondo contemporaneo.
Ora volgiamoci alla "nazione dell'Oriente", agli Eurasiatici.
Qui occorre prestare attenzione, prima di tutto, alle nazioni che hanno
dimostrato di possedere le maggiori dimensioni in senso storico. E naturalmente,
non vi è dubbio che i Russi siano la sola comunità etnica
nel mondo moderno dimostratasi all’altezza della storia, la sola capace
di affermare il proprio escatologismo nazionale su scala vastissima. Non
sempre è stato così: durante alcuni periodi della storia
dell’Oriente i Russi sono stati niente più che una nazione fra le
altre, una nazione che ha visto crescere o decrescere la propria area di
presenza culturale, politica e geografica con sorti alterne. Le due nazioni
più antiche e di civiltà tradizionale più elevata,
Cina e India, nonostante le loro dimensioni ed il loro significato spirituale,
non hanno mai avanzato rivendicazioni di nazionalismo escatologico, né
attribuito alcun senso drammatico ai conflitti e alle relazioni internazionali.
Inoltre, né la tradizione cinese né quella induista furono
degne di nota per il loro “messianismo”, per l’affermazione di un paradigma
universale religioso o etnico. Così è l’Oriente – statico,
“permanente”, profondamente “conservatore”, né capace né
desideroso di accettare la sfida dell’Occidente. Né in Cina né
in India esistettero mai teorie nazionali secondo le quali i Cinesi o gli
Indiani dovessero, alla fine dei tempi, governare il mondo. Solo gli Iraniani
e gli Arabi possedettero teorie nazionali e razziali ad orientamento escatologico.
Ma la storia degli ultimi secoli ha dimostrato che la componente religiosa
Islamica, nella sua espressione effettiva, non è sufficiente a far
considerare questa teleologia come una seria concorrente di quella delle
“nazioni dell’Occidente”.
Il compito di avanguardia della “nazione dell’Oriente” ricade
indubbiamente sui Russi, che seppero generare quell’ideale messianico ed
universalistico – comparabile, per dimensione, dapprima con quello Anglosassone,
poi con quello Americano – e lo incarnarono in una realtà storica
imponente. L’idea escatologica del regno Cristiano-Ortodosso – “Mosca,
la Terza Roma” – venne trasferito alla Russia secolarizzata di Pietroburgo
e, infine, all’URSS. Dalla Cristianità Ortodossa Bizantina, attraverso
la Sacra Rus’, fino alla capitale della Terza Internazionale. Analogamente
al movimento degli Anglosassoni, dalla concezione etnica delle “tribù
di Israele” al melting-pot Americano quale “paradiso artificiale liberale
escatologico”, il messianismo russo – agli inizi fondato sulla concezione
della “nazione aperta” – ricevette nel XX secolo la formulazione di “nazionalismo
Sovietico”, raccogliendo nazioni e culture dell’Eurasia in un gigantesco
progetto universale, culturale ed etnico.
Il fatto che i protestanti americani, per comune consenso, identificarono
la Russia nel “paese di Log” – ossia, il logo da cui sarebbe venuto l’anticristo
– è una ulteriore conferma di questa teleologia etnica duale. La
dottrina del “dispensazionismo” asserisce esplicitamente che lo scontro
finale della storia si svolgerà fra i Cristiani dell’Impero del
Bene (USA) e gli eretici abitanti dell’Impero Eurasiatico del Male (vale
a dire, i Russi e le nazioni dell’Oriente raccolte attorno ad essi). Questa
idea di conferire ala Russia lo status di “paese di Log” ebbe una diffusione
particolarmente vivace nei circoli protestanti d’America a partire dalla
metà del secolo scorso. Si tratta di opinioni tipiche anche di molte
tendenze protestanti in Inghilterra, e diffuse fra i Gesuiti cattolici.
Il prete cattolico (gesuita) ebraicizzante Emmanuel La Concha, che scrisse
sotto lo pseudonimo di “Rabbi Ben Ezra”, fu il primo a formulare i princìpi
della concezione del “dispensazionismo”. Da lui la pretessa scozzese Martha
MacDonalds, della setta dei Pentecostali, assunse la teoria dispensazionista,
che in seguito divenne la pietra angolare della dottrina del predicatore
fondamentalista inglese Derby, fondatore della setta dei “Fratelli di Plymouth”,
o semplicemente “Fratelli”. Tutta questa escatologia protestante (e talora
cattolica), estremamente popolare in Occidente, sostiene che Cristiani
ed Ebrei avranno “alla fine dei tempi” un identico destino, e che i Cristiani
Ortodossi e le altre nazioni non Cristiane dell’Eurasia sono l’incarnazione
del “seguito dell’anticristo” – che scenderà in campo contro le
forze del Bene, causerà infiniti mali agli uomini giusti, ma che,
alla fine, sarà sopraffatto e sconfitto sul territorio di Israele,
dove troverà la morte. La credenza in questa teorie e la sua diffusione
fra la gente comune sono in costante aumento.
Rivoluzione Bolscevica, creazione dello stato di Israele e guerra
fredda collimarono pienamente con le concezioni “profetiche” dei “dispensazionisti”,
e ne rafforzarono la fede nella loro giustezza.
Esaminiamo ora rapidamente altre due varianti della teleologia
etnica e cerchiamo di giungere ad una conclusione – probabilmente già
chiara al lettore attento.
Questo dualismo etnico da noi svelato, facilmente verificabile
nella storia – “nazione dell’Occidente” (nucleo: gli Anglosassoni) e “nazione
dell’Oriente” (nucleo: i Russi) – trascura due famose dottrine etniche,
le prime che vengono alla mente ogniqualvolta si ponga la questione del
“nazionalismo escatologico”. Ci riferiamo al “razzismo” dei nazionalsocialisti
tedeschi e alle concezioni sioniste degli Ebrei. Su quali basi abbiamo
tralasciato queste realtà, esaminando in prima istanza i “nazionalismi”
americano e russo-sovietico – ambedue né tanto evidenti né
tanto radicali quanto il Nazismo, confinante con la barbarie, o quanto
l’estremo dualismo antropologico degli Ebrei, che rifiuta di concedere
l’appartenenza al genere umano ai “goi”(pagani)?
Più avanti daremo risposta a questa domanda. Ora ricordiamo
brevemente in che consistono queste due varianti dell’escatologia nazionale.
Il razzismo germanico riduce la storia intera all’opposizione
razziale degli Arii, Indoeuropei, a tutte le altre nazioni e razze, considerate
“inferiori”. Alla base di questo approccio vi è la concezione mitologica
degli “antichi Arii”, i primi abitatori civilizzati della terra, la magica
stirpe di re ed eroi del profondo Nord. Questa “razza Nordica” eccelse
in ogni genere di virtù, e ad essa risale ogni innovazione culturale.
Gradualmente la razza bianca si spostò verso sud e si mescolò
con le nazioni selvagge, rozze, semi-animali e sensuali. Da qui ebbero
origine le forme culturali mista, le moderne nazioni. Tutto ciò
che vi è di buono nelle civiltà moderne è eredità
dei bianchi. Tutto ciò che vi è di cattivo è il prodotto
della mescolanza, dell’influsso delle razze di colore. L’avanguardia della
razza bianca sono i Germani, che preservarono la purezza del sangue e dei
valori culturali ed etnici. L’avanguardia delle nazioni di colore sono
gli Ebrei, i maggiori nemici della razza bianca, contro la quale tramano
senza sosta.
L’escatologia razziale sta nell’idea che i Germani dovrebbero
collocarsi alla testa della razza bianca ed iniziarne la purificazione
del sangue, separando le nazioni di colore dalle altre e conquistando il
dominio mondiale – riproduzione, allo stadio attuale, della primordiale
supremazia dei re Arii. Il razzismo germanico è ovviamente una dottrina
eterodossa, del tutto artificiale ed assolutamente moderna, sebbene si
fondi su antichi miti ed insegnamenti religiosi realmente esistiti. Nella
stessa Germania il razzismo si diffuse grazie all’influenza di circoli
occultistici, i certa misura associati al teosofismo.
Il messianismo ebraico è l’archetipo di tutte le restanti
varianti di escatologie nazionali. E‘ esposto in forma esaustiva nel “Vecchio
Testamento”, decifrato nel Talmud e nella Qabbala.
Gli Ebrei sono considerati nella più parte come la nazione
eletta, e la nazione ebraica è il soggetto principale della storia
mondiale. Al lato opposto del modello stanno i “non Ebrei”, “i goi”, “le
nazioni”, “i pagani”, “gli idolatri”, “le forze del lato sinistro” (secondo
lo Zohar). Secondo l’interpretazione esoterica della Qabbala, i “goi” non
sono uomini, sono “spiriti maligni che hanno assunto sembianza umana”,
e pertanto neppure teoricamente possono aspirare alla salvezza o alla spiritualizzazione.
Ma gli ebrei stessi, nonostante la loro natura eletta, spesso deviano dal
retto cammino, vanno errando sul sentiero del Male, seguono la via dei
“goi” e dei loro “falsi dèi”.
Colui che ha quattro lettere (cioè il cui nome consiste
di quattro lettere ebraiche, Jahvè) infligge per questo motivo punizioni
alla sua nazione, disperdendola fra i “goi” che disprezzano in ogni modo
gli Ebrei e causano loro umiliazione, dolore e offesa. Dopo la seconda
distruzione del Tempio da parte di Tito Flavio nel 70 A.D., gli Ebrei furono
condannati per i loro peccati alla “quarta dispersione”, che sarebbe stata
l’ultima. Dopo sofferenze secolari, questa dispersione sarebbe terminata
con la “catastrofe”, “l’olocausto”, la "shoah”, cui sarebbe seguito il
ritorno alla terra promessa, la restaurazione dello stato di Israele –
da qui in avanti gli Ebrei avrebbero regnato sul mondo. Per di più,
in alcuni testi cabalistici si asserisce che il trionfo degli Ebrei comporterà
il genocidio dei “goi”, destinati allo sterminio totale nell’epoca del
Messia. Osserviamo una corrispondenza interessante – vi è
una evidente correlazione fra il razzismo germanico e il messianismo ebraico,
per quanto le loro posizioni siano direttamente agli antipodi. I razzisti
tedeschi videro il nucleo del “male razziale” proprio negli Ebrei, e gli
Ebrei stessi – specie dopo la seconda guerra mondiale – riconobbero viceversa
nel Nazismo il concentrato massimo del “male goi”. Ed è tutt’altro
che accidentale il fatto che il concetto religioso, storiosofico di “shoah”
sia stato applicato precisamente all’oppressione degli Ebrei da parte della
Germania nazionalsocialista. Ed anche la creazione stessa dello stato di
Israele è direttamente associata al destino del regime hitleriano:
gli Ebrei ricevettero il diritto morale al proprio stato agli occhi del
mondo come una sorta di compensazione per le perdite subite al tempo del
nazismo.
Il nazismo tedesco e il messianismo ebraico sono forme molto accentuate,
rilevanti e potenti di escatologismo etnico, che hanno dimostrato le loro
vaste dimensioni nell’effettivo coinvolgimento nel processo della storia
mondiale. E tuttavia, né il nazismo hitleriano, né il sionismo
incarnavano le tendenze della storia mondiale con altrettanta evidenza,
ovvietà e chiarezza storica dell’Americanismo e del Sovietismo.
E’ inoltre interessante anche la semplice disposizione geografica – il
nazismo si diffuse in Europa, lo Stato di Israele è in Medio Oriente.
Pare quasi che stiano in reciproca opposizione lungo una linea verticale.
Quanto ai mondi Anglosassone ed Eurasiatico, questi si oppongono l’uno
all’altro secondo una linea orizzontale. Se il razzismo di Hitler fece
appello al “Nordismo”, l’Ebraismo accentua il “sud”, l’orientamento “Mediterraneo”,
“africano”. L’Eurasianismo, ovviamente, si ricollega all’Oriente; l’Atlantismo
all’Occidente.
Inoltre, la scala storica della coppia Anglosassoni – Russi è
ben più significativa e ponderosa rispetto alla coppia verticale.
E, sebbene i Nazisti siano riusciti all’epoca a conseguire significativi
successi territoriali, geopoliticamente erano destinati alla disfatta sin
dall’inizio, poiché il loro paradigma etnico ed escatologico era
chiaramente non abbastanza universale e rilevante, e la loro storia non
originava da un polo spirituale indipendente (a differenza della Russia).
Allo stesso modo, nonostante l’enorme influsso del fattore ebraico nella
politica mondiale, gli Ebrei sono ancora ben lontani dal loro ideale messianico,
ed il ruolo dello Stato di Israele è tuttora insignificante ed esclusivamente
strumentale nel contesto delle grandi geopolitiche, dove soltanto blocchi
di dimensioni paragonabili alla NATO o all’ex Patto di Varsavia possiedono
seriamente un peso reale.
Non si tratta di trascurare il razzismo tedesco (storicamente
obsoleto) e tantomeno il messianismo ebraico (che, al contrario, è
andato rafforzandosi nella seconda metà del XX secolo). Ma è
necessario non sopravvalutare la loro portata, giacché nel caso
degli USA e della Russia siamo di fronte a realtà ben più
ponderose e rilevanti.
In relazione a ciò, è molto più utile effettuare
la seguente operazione. Dividiamo la coppia razzismo hitleriano – sionismo
in due componenti. Nel significato politico-economico, il fascismo fu null’altro
che un compromesso fra capitalismo e socialismo, nel significato geopolitico
i Paesi dell’Asse furono un qualcosa di intermedio fra il chiaro Atlantismo
dell’Occidente e il chiaro Eurasianismo dell’Oriente: così, allo
stesso modo, nel senso dell’escatologia etnica l’opposizione nazismo–sionismo
viene semplicemente a velare la ben più seria contrapposizione fra
Anglosassoni (con il loro “Manifest destiny”) e i Russi. Ciò vuol
dire che è possibile interpretare nazismo e sionismo come combinazioni
di fattori intrinsecamente eterogenei, tratti da uno o da ambedue i più
fondamentali poli etnici. Questa idea venne abbozzata dall’eurasista Bromberg;
una sua diversa versione appartiene al notevole scrittore Arthur Koestler.
Il messianismo ebraico è anch’esso diviso in due componenti.
La prima è solidale al messianismo Anglosassone. E’ la “componente
occidentalista” dell’Ebraismo. Di tale natura sono le comunità ebraiche
in Olanda, che furono sempre associate alla propaganda del fondamentalismo
protestante. Possiamo definirlo “Atlantismo Ebraico”, o la “Destra Ebraica”.
Questo settore identifica le aspettative escatologiche degli ebrei con
la vittoria della nazione Anglosassone, con gli USA, il liberalismo, il
capitalismo.
La seconda componente è l'”Eurasianismo Ebraico”. Bromberg
lo chiamò “Orientalismo Ebraico”. E’ questo, in generale, il settore
dell’Ebraismo est-europeo, soprattutto di tendenza chassidica, solidale
al messianismo russo, specie nella sua versione comunista. Questo fatto,
in particolare, spiega la così vasta partecipazione di ebrei alla
Rivoluzione d’Ottobre ed il loro massiccio coinvolgimento nel movimento
comunista, che funse da copertura ala realizzazione dell’idea messianica
russa planetaria. Genericamente parlando, si tratta della “Sinistra Ebraica”
– una realtà a tal punto costante e diffusa, che i nazisti nella
loro propaganda identificarono tout court “comunismo” e “ebraismo”, tipologicamente
associati precisamente nel conglomerato Eurasiatico, uniti all’ideale escatologico
russo-sovietico. Molto spesso gli “eurasisti ebraici” si riferirono alla
fantastica formazione sociale “khazaro-kaganate”, nella quale il Giudaismo
si combina con il potente impero militare gerarchico, fondato sull’elemento
etnico Turco-Ario. Oltre alla ben nota valutazione dei Khazari, estremamente
negativa, estesamente esposta da Lev Gumiljov, esistono altre versioni
“revisioniste” della storia di questa formazione, che risalta con forza
- per la sua stilizzazione continentale e la notevole distanza dal particolarismo
etnico della tradizione ebraica – rispetto ad altre forma, soprattutto
occidentali, di organizzazione sociale giudaica. Così, Koestler
avanzò una interessante versione secondo la quale gli Ebrei est-europei
avrebbero in realtà discendenti degli antichi Khazari, ed il loro
carattere diverso da quello degli Ebrei occidentali tradirebbe la loro
differente origine razziale. Non è tanto importante stabilire qui
la “scientificità” di questo punto di vista, quanto osservare come
questa concezione rifletta in senso mitologico il profondo dualismo intraebraico.
Veniamo ora al razzismo germanico. Qui il quadro non è
altrettanto ovvio, non è altrettanto facile suddividere il fenomeno
in due componenti. Anzitutto, perché le tendenze russofile e pro-sovietiche
nel nazismo e, in misura maggiore, nel movimento nazionale tedesco, furono
quasi sempre orientate in senso antirazzista. Questa Ostorientierung positiva,
caratteristica di molti esponenti della Rivoluzione Conservatrice tedesca(Arthur
Möller van der Bruck, Friedrich Georg Junger, Oswald Spengler, e soprattutto
Ernst Niekisch), si associò alla Prussia e all’idea statalista,
piuttosto che a un qualche motivo razziale. Purtuttavia, alcune varianti
di razzismo possono essere attribuite all’Eurasianismo. Questo “razzismo
eurasico” fu senza dubbio minoritario, non significativo, marginale. Il
professor Hermann Wirth ne fu un tipico aderente: egli ipotizzò
che l’elemento “ario”, “nordico” si potesse ritrovare nella maggioranza
delle nazioni della terra, inclusi gli Asiatici e degli Africani, e che
i Germanici non sono, in questo rispetto, un’eccezione, essendo una nazione
mista, con elementi sia “arii” sia “non arii”. Un simile approccio nega
qualsiasi allusione “jingoista” o “xenofoba”, ma, proprio per questo, Wirth
e i suoi seguaci si trovarono molto presto in opposizione al regime hitleriano.
Inoltre, alcuni rappresentanti di questa tendenza sostennero che gli “Arii”
dell’Asia – Hindu, Persiani, Tajiki, Afghani, ecc. – fossero molto più
prossimi alla tradizione nordica degli Europei o degli Anglosassoni – di
conseguenza, questo tipo di razzismo presentò ovviamente caratteri
“Orientalisti”.
Ma la versione più diffusa di razzismo fu l’altra, la tendenza
“Occidentalista”, che insisteva sulla supremazia (nel senso più
immediato) della razza bianca, e specialmente sulla supremazia dei Germani
su tutte le restanti nazioni. I successi tecnologici dei bianchi, la superiorità
della loro civiltà, furono celebrati in ogni modo. Le altre nazioni
vennero demonizzate, considerate in modo caricaturale come Untermenschen.
Nelle versioni più radicali, solo gli stessi Germanici furono considerati
“arii”; quanto ai Francesi o agli Slavi, fu loro attribuito lo status di
popoli di seconda categoria – il che già non era più razzismo,
ma la forma estrema dello sciovinismo nazionale piccolo-tedesco. Tale razzismo
volgare – fra parentesi, tipico di Hitler personalmente – era tutt’uno,
spiritualmente, con l’escatologia etnica degli Anglosassoni, anche se suggeriva
la versione opposta, fondata sulla specificità della psicologia
e della storia tedesca. E’ significativo che ambedue le versioni di questa
escatologia etnica si fondassero sulle due branchie della tribù
germanica, anticamente unitaria (gli Anglosassoni furono in origine una
tribù dei Germani) e su due varianti del Protestantesimo (Luteranesimo
in Germania, Calvinismo in Inghilterra). Comunque, il razzismo germanico
fu notevolmente infarcito di elementi pagani, appelli alla mitologia precristiana,
barbarismo, gerarchia. A differenza degli Anglosassoni, il razzismo
dei Tedeschi fu più arcaico, stravagante e selvaggio; ma molto spesso
questo contrasto estetico, con la differenza di stile a mascherare il carattere
comune dell’orientamento storico e geopolitico. Fra l’altro, l’anglofilia
di Hitler è un fatto risaputo.
Così, la coppia sionismo–nazismo si dimostra insufficientemente
rilevante per poter essere considerata l’asse del dramma escatologico nella
sua dimensione etnica. Anche si “asse” si tratta, esso è solo quello
secondario, ausiliario, sussidiario. Aiuta a spiegare molte questioni,
ma non riveste il punto centrale del problema. In questa prospettiva,
possiamo considerare l’”orientalismo ebraico” come una delle varietà
particolari dell’Eurasianismo (la “nazione dell’Est”), tutt’uno, a grandi
linee, con la formulazione universale dell’ideale messianico russo-sovietico.
Allo stesso conglomerato “Eurasiatico” dovrebbero essere annesse alcune
forme (minori) di razzismo “orientalista” dei seguaci del sistema di valori
“ario”. E, viceversa, l’”occidentalismo ebraico” si inquadra perfettamente
nel progetto etnico ed escatologico Anglosassone, su cui la radicata alleanza
fra “Sionismo di destra” e fondamentalismo protestante si basa. Le “dieci
tribù perdute” rappresentate dagli Anglosassoni (specialmente dagli
Americani) si combinano con le due restati tribù in una comune attesa
escatologica. La versione “occidentalista” del razzismo”, inneggiante alla
superiorità della “civiltà dei bianchi” – mercato, progresso
tecnico, liberalismo, diritti umani – nei confronti delle arcaiche, “barbare”,
“sottosviluppate” nazioni dell’Oriente e del Terzo Mondo, si colloca anch’esso
ai confini di quell’insieme.
Ora è possibile individuare la stessa traiettoria storica
– a noi già nota grazie alle sezioni precedenti dell’articolo –
ma stavolta al nuovo livello etnico ed escatologico.
La storia è la rivalità, la battaglia fra due “macro-nazioni”,
tendenti all’universalizzazione del proprio ideale spiriuale ed etico nel
momento culminante della storia stessa. Sono queste la “nazione dell’Occidente”
(il mondo Romano-Germanico) e la “nazione dell’Oriente” (mondo Eurasiatico).
Gradualmente, queste due formazioni pervengono alla più ampia, pura
e raffinata espressione del loro “destino manifesto”. Il Destino Manifesto
della “nazione dell’Occidente” è incarnato nella concezione delle
“dieci tribù perdute” dei fondamentalisti protestanti, sottende
la dominazione planetaria dell’Inghilterra e crea le fondamenta della civiltà
che, in verità, si sta avvicinando alla realizzazione del controllo
mondiale unico. La “verità Russa”, da stato nazionale ascende al
rango di impero e si incarna nel blocco Sovietico, dopo aver raccolto attorno
a sé metà del mondo.
In questo duello consiste il fondamento della storia etnica (per
la precisione, macro-etnica) del XX secolo. Accanto a ciò, il fascismo
diviene l’ostacolo sostanziale sulla via che conduce alla chiara definizione
dei ruoli e delle funzioni – di nuovo (una volta di più!), il chiaro
dualismo della questione si converte nel confuso e secondario complesso
delle contraddizioni, il quale sovverte la logica evidente della grande
guerra etnica, e conduce ad innaturali alleanze, allo spostamento del centro
di gravità, all’erronea impostazione della questione.
Si impone così, al centro dell’escatologia etnica, non
già il reale dualismo fra il campo “Romano-Germanico”, più
tardi Anglosassone, ancora più tardi “Americano”, da un lato, e
il campo Russo-Sovietico, dall’altro, ma una coppia di antagonisti non
autonoma e per molti aspetti artificiale – Ario-Germani ed Ebrei. I nazisti
hanno deviato la naturale linea di sviluppo, distratto l’attenzione attorno
ad un falso scoop, stabilito la contraddizione in un punto che, sul piano
storico ed escatologico, non tra né sostanziale né centrale.
Ed ancora una volta ad esserne danneggiato è stato il campo “Eurasiatico”.
L’ideale Anglosassone, la “nazione dell’Occidente” ha inflitto
una disastrosa sconfitta alla “nazione dell’Oriente”. L’universalismo “Sovietico”
ha ceduto di fronte a quello Anglosassone.
Aggiungiamo un livello alla nostra formula, connettendo fra loro
i modelli politico, economico, e geopolitico.
| Lavoro = |
Terra (Oriente) = nazione Russa (Sovietica, Eurasiatica) |
| Capitale = |
Mare (Occidente) = nazione Romano-Germanica (Anglosassone, Americana) |
Il duello ha luogo fra questi poli di diverso livello nel
corso di epoche e secoli, e si avvicina alla conclusione alla fine del
secondo millennio A.D.
Notiamo che il fascismo europeo svolge una funzione analoga praticamente
a tutti i livelli.
Al livello economico, rivendica la rimozione della contraddizione
fra Lavoro e Capitale; ma ciò si rivela una finzione, che indirettamente
favorisce la vittoria del Capitale. Al livello geopolitico, esso respinge
il fondamentale carattere di opposizione fra Terra e Mare, rivendicando
un proprio significato geopolitico autonomo; ma non si dimostra all’altezza
del compito ed esce di scena ingloriosamente, ancora una volta agevolando
la vittoria del Mare sulla Terra. E infine, al livello dell’escatologia
etnica, il razzismo nazista distoglie dalla grande opposizione fra Anglosassoni
e Russi a favore della falsa alternativa fra “arii” ed “ebrei” – mentre
la nazione Grande-Russa viene (ingiustificatamente) classificata a pari
rango degli “untermenschen di colore”. E questo, alla fin delle fini, si
rivela a vantaggio esclusivo dei fini degli Anglosassoni.
Incidentalmente, va riconosciuto che nell’ultimo caso – al livello
etnico – il secondo polo di quel dualismo etnico (gli Ebrei) dimostra di
essere per lo più dalla parte della “nazione dell’Occidente”, mentre
l’”orientalismo ebraico” si indebolisce fin quasi a scomparire. E’ notevole
che questo declino coincida con il momento della fondazione dello Stato
di Israele – Stato per il quale, da principio, gli ebrei est-europei ad
orientamento maggioritariamente socialista (gli “ebrei eurasiatici”) avevano
combattuto – per cui anche Stalin si affrettò a riconoscerne la
legittimità – e che, in ogni caso, quasi immediatamente dopo la
fondazione, si indirizzo verso l’Occidente, diventando il vero agente delle
politiche anglosassoni (anzitutto degli USA) nel Medio Oriente.
Lo scontro delle religioni
L’ultimo livello su grande scala di riduzione della storia a semplice
formula va rinvenuto nella storia delle religioni e delle questioni interconfessionali.
Poiché la traiettoria generale del processo storico, che sin dall’inizio
individuammo nel paradigma economico, si è dimostrato applicabile
ad altri livelli di analisi, confidiamo di trovare il suo analogo anche
nella sfera religiosa.
Uno dei poli – Capitale-Occidente-Mare-Anglosassoni – è
ricondotto, come si è visto, all’Impero Romano d’Occidente, fonte
ed origine di tutte le tendenze gradualmente cristallizzatesi attorno a
quel polo stesso.
L’Impero Romano d’Occidente, in senso religioso, è associato
al Vaticano, versione cattolica della Cristianità. Conseguentemente,
appare logico rifarsi al Cattolicesimo in quanto matrice religiosa di quel
polo.
Il polo opposto, “Eurasiatico”, è direttamente associato
al “Bizantinismo” e alla Cristianità Ortodossa; se i Russi sono
sia la prima nazione Cristiana Ortodossa, sia gli autori della prima rivoluzione
socialista, essi sono anche coloro la cui dimora è l’”Heartland”
continentale, categoria assiale – secondo Mackinder – di tutte le forze
della Terra. Allo stesso modo che il moderno Occidente liberale è
l’esito secolarizzato, generalizzato, modernizzato e universalizzato, del
Cattolicesimo, il modello Sovietico rappresenta lo sviluppo estremo – altrettanto
secolarizzato, generalizzato e modernizzato – dell’Impero Cristiano Ortodosso.
Osservando il carattere secondario di tute le altre religioni del mondo
nella questione del dramma escatologico, possiamo applicare il medesimo
approccio impiegato nel trattare dell’escatologia etnica.
Le Tradizioni Orientali non sono centrate sull’escatologia, nei
loro sistemi non è posto l’accento sul tema della “fine dei tempi”
o della “battaglia finale”.
Il punto non è che esse ignorano questa realtà,
ma che non vi attribuiscono una posizione centrale, paragonabile al chiaro
e primario escatologismo della Cristianità (o dell’Ebraismo). Questa
osservazione spiega anche l’assenza di forma escatologica nel nazionalismo
dell’Oriente (ne abbiamo discusso in precedenza), giacché ideologie
etniche e religiose sono strettamente connesse le une alle altre e concorrono
nel definirsi reciprocamente.
Questo schema è del tutto evidente e si adatta bene ai
precedenti modelli. Il solo punto che esige un ulteriore chiarimento è
la questione del Protestantesimo.
La Riforma fu il momento più pregnante della storia dell’Occidente.
Non solo fu un fenomeno a vari livelli, ma consistette in due tendenze
rigorosamente opposte, che alla fine diedero origine alle forme polari.
Non è questo il luogo per dettagliate analisi teologiche; rinviamo
quindi il lettore alla nostra monografia sul tema “Metafisica dell’Annunciazione”.
Ora, un semplice schema.
Il Cattolicesimo – un frammento della Cristianità Ortodossa;
in tempi neppur tanto remoti, prima dello scisma, l’Occidente era Cristiano
Ortodosso quanto l’Oriente; inoltre, è un frammento deviato e pretenzioso
di priorità e completezza.
Il Cattolicesimo è anti-Bizantisimo, ma il Bizantinismo
è piena ed autentica Cristianità, in cui è contenuta
non soltanto la purezza del dogma, ma anche la fedeltà alla dottrina
sociale, politica e statuale della Cristianità. In termini molto
generali, possiamo affermare che la concezione cristiano- ortodossa della
sinfonia dei poteri (volgarmente detta “Cesaropapismo”) si riconnette alla
comprensione del significato escatologico non solo dell’Impero Cristiano.
Da qui la funzione teologica e soteriologica dell’Imperatore, fondata sulla
seconda lettera dell’Apostolo Paolo ai Tessalonicesi, argomento della
quale è “l’elemento che tiene”, il “kat’echon”. “L’elemento che
tiene ” è identificato dall’esegesi cristiano-ortodossa con l’Imperatore
e con l’Impero Cristiano Ortodosso.
La defezione della chiesa d’Occidente si basa sulla negazione
della sinfonia dei poteri, sul rigetto dell’elemento sociale e politico,
ma anche, al tempo stesso, della dottrina escatologica della Cristianità
Ortodossa. Escatologica – in quanto la Cristianità Ortodossa collega
la presenza dell’”elemento che tiene”, che previene l’avvento del figlio
della perdizione (l’anticristo), con l’esistenza di uno stato cristiano-ortodosso
politicamente indipendente, nel quale il potere temporale (Basileus) e
il potere spirituale (Patriarca) stiano in una relazione rigorosamente
definita, determinata dal principio della Sinfonia. Pertanto, la d’evizione
dal paradigma sinfonico bizantino significa “apostasia”, defezione.
Sn dall’inizio – ossia subito dopo lo scisma – il Cattolicesimo
assunse un diverso modello al posto di quello sinfonico (cesaro-papista),
un modello nel quale l’autorità del Papa di Roma si estendeva a
sfere che, nello schema sinfonico, erano di stretta competenza del Basileus.
Il Cattolicesimo spezzò la provvidenziale armonia fra dominio temporale
e dominio spirituale, e, secondo la dottrina Cristiana, cade nell’eresia.
La crisi spirituale del Cattolicesimo divenne particolarmente
evidente nel XVI secolo, e la Riforma fu il culmine del processo. Dobbiamo
comunque notare che durante tutto il corso del Medio Evo esistettero in
Europa tendenze più o meno inclini alla restaurazione del modello
corretto in Occidente. Il partito ghibellino dei prìncipi tedeschi
Hohenstaufen fu un luminoso esempio di “Cristianità Ortodossa inconsapevole”,
una resistenza semi-bizantina all’eresia latina. Già allora, al
centro del movimento antipapista, stavano i rappresentanti della nobiltà
germanica. Diversi secoli dopo, le stesse forze – i principi tedeschi –
appoggiarono Lutero nella sua protesta contro Roma. E’ interessante rilevare
che la critica di Lutero a Roma fu molto simile a quella tradizionalmente
avanzata dai Cristiani Ortodossi. L’espressione del culto nella lingua
nazionale (carattere particolarmente tipico dell’ortodossia cristiana,
associato al significato mistico della glossolalia, che a sua volta si
concretò nella varietà linguistica delle chiese locali e
nazionali), il rifiuto dei dettami della Curia romana, il significato del
“kat’echon”, il rifiuti del celibato del clero – tutte queste tesi centrali
del Luteranesimo potrebbero essere tranquillamente definite “cristiano-ortodosse”.
Diversa è la questione del rifiuto della riverenza verso le icone
e del rituale divino, della libertà di interpretazione della Sacra
Scrittura della negazione del carattere sacro del Vecchio Testamento. Nessuno
di questi caratteri potrebbe essere definito cristiano-ortodosso; essi
rappresentano l’aspetto negativo dell’anti-papismo, che si fondò
sull’intuizione spirituale e sulla protesta piuttosto che sulle grandi
verità tradizionali della più pura Cristianità Ortodossa.
In quanto rifiuto di Roma nel nome della pura Cristianità, la Riforma
fu pienamente giustificata. Ma che cosa propose, in sostituzione? Proprio
qui sta l’elemento più importante. Anziché richiamarsi alla
completa ed autentica dottrina Ortodossa, i protestanti seguirono la dubbiosa
via dell’intuizione e dell’interpretazione personale. Nelle sue più
alte manifestazioni, queste furono le Pleiadi di eccelsi mistici visionari.
Ma, anche in quel caso, si restò ben al di sotto dei vertici della
Metafisica Cristiana Ortodossa. Nelle sue manifestazioni peggiori, si ebbero
il Calvinismo e la varietà delle sette protestanti estremiste, che
della Cristianità non serbarono nulla al di fuori del nome.
Esiste un dualismo fra Lutero e Calvino, fra il Protestantesimo
prussiano (e francese, ugonotto) quello svizzero, in seguito “Vecchio testamento”,
Fariseismo, “nomocrazia” del Cattolicesimo, vale a dire la componente giudaico-cristiana
del papismo. ecco perché la Bibbia luterana contiene solo il Nuovo
Testamento e il Salterio, respingendo tutti gli altri libri dell’Antico
testamento, considerati incongruenti rispetto all’etica e all’orientamento
della tradizione Cristiana in genere. Quanto al calvinismo, esso viceversa
pervenne al metodo storicista tipico del Vecchio Testamento, alla sostanziale
negazione del carattere divino di Cristo, ridotto al rango di “eroe morale
o culturale”. Così, il Calvinismo sviluppò soprattutto le
tendenze non Ortodosse, in precedenza insite nello stesso Cattolicesimo,
mentre la critica di Lutero era volta proprio contro di esse.
Vi furono dunque due tendenze opposte nella Riforma. Una è
relativamente anti-cattolica, dal lato cristiano-ortodosso (Luteranesimo).
L’altra è anti-cattolica dal lato anti-ortodosso. Il Cattolicesimo
– particolarmente diffusosi con rapidità, naturalmente, nei Paesi
romani – si trovò così ad essere a mezza via fra due versioni
del Protestantesimo, i cui principali veicoli di diffusione furono le nazioni
germaniche. I Germano-Prussiani orientali - in origine tribù Slavo-Baltiche
germanizzate – adottarono il Luteranesimo, mentre i Germani occidentali
(Anglosassoni) e condussero il Calvinismo e le tendenze giudaico-cristiane
ai loro estremi.
Così, una versione del Protestantesimo (Calvinismo, fondamentalismo
protestante) diventa l’avanguardia del polo Occidental-Marittimo-Capitalista,
e l’altra, all’opposto, sembra qualcosa di prossimo ad una branca cristiano-ortodossa
(pur lungi dall’essere la vera Ortodossia Cristiana) della Cristianità
Occidentale.
Il nesso fra Protestantesimo e Capitalismo fu brillantemente e
dettagliatamente esposto da Max Weber nel suo libro “L’etica protestante”,
dove si trova anche una spiegazione delle differenze fra Calvinismo e Luteranesimo.
L’esempio è significativo. Il Protestantesimo in Inghilterra conduce
alle riforme capitalistiche. Il Protestantesimo in Prussia si limita a
rafforzare il sistema feudale. Quindi – conclude Weber – si tratta di due
tendenze profondamente diverse. In un’analisi analoga a quella di Weber,
il suo discepolo Sombart va oltre, rintracciando le origini del capitalismo
non solo nel Protestantesimo, ma persino nei fondamenti stessi della Scolastica
cattolica. Oswald Spengler aggiunge osservazioni interessanti sul tema
nel suo “Socialismo e prussianesimo”.
Il paradigma dell’opposizione religiosa si definisce nei termini
della Cristianità Ortodossa contro il Cattolicesimo e (in seguito)
contro il fondamentalismo protestante estremo. In questa antitesi, grande
importanza riveste il rapporto esistente, nell’etica religiosa, fra ciò
che è di questo mondo e ciò che è dell’altro mondo.
L’ideale etico cristiano-ortodosso insiste sulla proporzione inversa fra
mondo umano e mondo divino. Il fondamento sta nel Vangelo stesso (“Non
sono venuto per i giusti, ma per i peccatori”, “E’ più facile che
un cammello passi attraverso la cruna di un ago, che un ricco raggiunga
il Regno dei Cieli”, e così via), secondo la lezione cristiano-ortodossa
ed anche seconda l’etica sociale della Chiesa d’Oriente.
Il benessere mondano è considerato effimero, insignificante,
e il progresso nella vita di questo mondo è ritenuto secondario
ed essenzialmente irrilevante, a fronte del compito principale del cristiano
– guadagnare lo Spirito santo, la salvezza, la trasformazione. Povertà
e modestia, sotto questo profilo, non sono una specie di mancanza ma, al
contrario, una buona base per la ricerca spirituale; l’ascetismo monastico,
il distogliersi dalle questioni di questo mondo, sono visti come la missione
suprema.
La sofferenza in questo mondo non è una punizione, ma una
gloriosa e santa ripetizione della via di Cristo. Qualcosa dell’altro mondo
si palesa in questo, manifestandolo come relativo, insignificante, vacuo,
transitorio.
Di qui segue la tradizionale (ma anche relativo, naturalmente)
trascuratezza nell’organizzazione della quotidiana, caratteristico della
Cristianità Orientale. Non è lecito affermare che questo
approccio cristiano ortodosso ottenga sempre risultati positivi. Nella
sua manifestazione superiore, significa santità, disprezzo per il
denaro, pienezza di consapevolezza spirituale, contemplazione. Nelle sue
manifestazioni inferiori, parodistiche, implica pigrizia e trascuratezza.
La Chiesa Occidentale sin dall’inizio si è contraddistinta
per il suo spiccato interesse per le questioni mondane, gli intrighi politici,
l’accumulazione e distribuzione della ricchezza mondana, secolare. Il fondamentalismo
protestante ha estremizzato questo aspetto, spostando tutta l’attenzione
esclusivamente sulle cose terrene. L’etica protestante afferma che la povertà
e di per sé un vizio, e la ricchezza una virtù. L’elemento
ultraterreno è totalmente dislocato su quello mondano: ricompensa
e punizione sono trasferite dall’altro mondo a questo.
Questo fu funzionale all’inconscia spinta a migliorare le condizioni
di vita, ma sminuì o negò ogni aspetto contemplativo e meramente
spirituale della religione. Da qui gli sforzi per censurare il Nuovo Testamento
nei luoghi ove vi si trovino palesi contraddizioni con le tesi estreme
dello spirito protestante. Queste forme così opposte di etica, una
volta secolarizzate, originarono, da un parte, il socialismo, dall’altra
il liberal-capitalismo. In questo quadro, ecco che appaiono i due principali
soggetti della storia – la Chiesa d’Oriente (la Cristianità Ortodossa)
e la Chiesa d’Occidente o, per essere più precisi, il mosaico
delle confessioni occidentali, alla cui avanguardia è il fondamentalismo
protestante – già incontrati in precedenza. La dialettica della
loro opposizione svela la traiettoria segreta del contenuto religioso della
storia.
Esaminiamo ora altre confessioni religiose, nelle quali vi sia
un fattore escatologico manifesto, e che siano di dimensioni sufficienti
per poter rivendicare un ruolo guida nel dramma finale della storia. A
questo ruolo possono aspirare soltanto l’Islam e l’Ebraismo.
L’Ebraismo è il paradigma della religione escatologicamente
orientata, e lo stesso Cristianesimo è strettamente associato all’escatologia
ebraica. La religione ebraica tratteggia il quadro concettualmente più
completo della fine dei tempi e della partecipazione delle chiese e delle
nazioni ad essa.
Ecco – nei termini più generali – il senso dell’escatologia
ebraica.
Gli Ebrei non sono solo una nazione, sono contemporaneamente una
comunità religiosa, accedere alla quale è negato ai rappresentanti
di altre nazioni. tale identificazione dell’elemento etnico con quello
religioso costituisce la caratteristica unica dell’Ebraismo. In questo
senso, tutto ciò che nella parte precedente si disse degli Ebrei
come nazione, è pienamente applicabile all’Ebraismo come religione.
L’Ebraismo è il soggetto della storia religiosa, il suo
perno. Per molto tempo la religione ebraica è oggetto di attacchi
da parte delle altre confessioni “goi”, ma alla fine dei tempi, con l’avvento
del Messia che radunerà tutti gli Ebrei nella Terra promessa e rierigerà
il Tempio, l’Ebraismo tornerà a fiorire e si porrà alla guida
della Terra. Il moderno Sionismo è divenuto l’espressione secolare
di questa escatologia religiosa.
Il fatto che gli Ebrei non si siano dissolti in quanto nazione
e religione nel mare delle altre nazioni durante lunghi secoli di diaspora,
che abbiano serbato le fede nel loro futuro trionfo, che nel corso di tante
prove siano stati capaci di realizzare il sogno tanto atteso e ricreare
il loro Stato, tutto questa fa una grande impressione su qualsiasi osservatore
non prevenuto. Un compimento così letterale delle loro attese escatologiche
testimonia del fato che questa religione è davvero strettamente
legata al mistero della storia mondiale; non vi è scettico, positivista
o antisemita che possa liquidare la questione con un gesto della mano.
Inoltre, nel corso degli ultimi secoli, il rango dell’Ebraismo in quanto
religione è talmente asceso, da eresia marginale e priva di diritti,
agli occhi delle nazioni cristiane, fino al punto in cui questa confessione
ha diritto di parola nella discussione e nella risoluzione delle più
importanti questioni mondiali. Occorre notare tuttavia che l’unità
confessionale degli Israeliti non è così salda come potrebbe
apparire.
Esistono – a grandi linee – due versioni dell’Ebraismo: una spiritualista,
mistica, ed una materialista, incline all’elemento mondano. Le differenti
tendenze della mistica tradizionale ebraica – la Qabbala, il Chassidismo
e alcune tendenze eretiche di tipo Sabbatista – corrispondono al primo
caso. Il secondo caso si riconnette al Talmudismo, letterale e nomocratico,
interessato alle questioni della vita quotidiana, interprete ritualistico
in base ai principi della Torah. In questo dualismo scorgiamo una diretta
analogia con il corrispondente dualismo della stessa tradizione Cristiana
– la Cristianità occidentale, mondana (dal Cattolicesimo al fondamentalismo
protestante) e quella orientale, mistica e contemplativa (Cristianità
Ortodossa). Il tema è trattato in dettaglio nelle opere dell’eminente
pensatore ebreo contemporaneo Gershom Sholem.
Il settore spirituale dell’Ebraismo – la cosa non dovrebbe più
sorprendere – caratteristico anzitutto degli ebrei est-europei, oltre al
Chassidismo stesso di Baal-shem Tov, emerse e si sviluppò nei territori
dell’Impero russo. E proprio da questi circoli fortemente spiritualisti
provengono la maggior parte degli ebrei marxisti rivoluzionari, bolscevichi,
social-rivoluzionari, ecc. L’etica ascetica e l’ideale messianico di fratellanza
Eurasiatico, “Cristiano-ortodosso”, corrispondono esattamente a questa
variante spirituale della tradizione ebraica. Nella sua forma secolare
originò invece il “Sionismo di sinistra”.
Il ramo opposto, l’ortodossia Talmudista, proseguì sulla
via del razionalismo dei Maimonidi, così come gli antichi Sadducei
gravitavano attorno all’idea del svalutazione del fattore ultramondano,
verso l’implicita negazione della “resurrezione dei morti”, verso
l’etica immanente dell’agiatezza di vita.
Escatologicamente, il Talmudismo considerò il futuro trionfo
degli Ebrei cotto l’aspetto dell’esclusiva immanenza, della vittoria politica
e sociale, della conquista di un enorme potere materiale.
Invece della trasformazione del mondo alla fine dei tempi, della
sua “restaurazione” (tikkun), profetizzata dai mistici ebraici, i Talmudisti
identificarono l’epoca messianica con una riorganizzazione degli elementi
dati, che avrebbe trasferito le leve del potere e il controllo delle proprietà
ai rappresentanti dell’Ebraismo e al ricostituito Stato di Israele. Questa
generale tendenza immanentista, insieme con un’etica fondata sulla risoluzione
delle questioni mondane, pratiche, quotidiane, unisce sia i rabbini ortodossi
sia la “destra Sionista”.
In altri termini, proprio come nel caso dell’escatologia etnica,
il campo religioso dell’Ebraismo si estende fra due poli – quello orientale
(che si esprime nella Cristianità Ortodossa) e quello occidentale
(che si esprime nel Cattolicesimo e nel Protestantesimo estremista filo-giudaico).
La tradizione Islamica, pur legata alla tradizione religiosa Semita,
è tuttavia incomparabilmente meno escatologica rispetto alla Cristianità
o all’Ebraismo. Sebbene anche l’Islam conosca una dottrina escatologica
sviluppata, questa è evidentemente secondaria rispetto alla compatta
logica monoteista che afferma l’indipendenza da motivazioni cicliche. Le
varianti magiormente escatologiche dell’Islam sono diffuse non fra gli
Arabi puri dell’Africa settentrionale, ma in Iran, in Siria, in Libano
e particolarmente fra gli Sciiti. La tendenza islamica Sciita è
la più prossima all'etica cristiana e all'orientamento escatologico.
qui troviamo numerosi paralleli anche con la tendenza spirituale dell’Ebraismo.
Le sette sciite estremiste – Ismailiti, Alaviti, e così via – fondamento
interamente la loro tradizione sul tema escatologico, attendendo l’avvento
dell’”Imam nascosto” o “Kaiim” (“redentore”), che restaurerà la
tradizione originaria, corrotta da secoli di deviazioni e compromessi,
riporterà l’umanità al regno della giustizia e della fratellanza.
Questa tendenza escatologica nell’Islam – nel contesto sciita
e oltre – potrebbe benissimo essere considerata una variante di “Eurasianesimo”
nella sua interpretazione più generale. essa corrisponde esattamente
alla prospettiva escatologica cristiano-ortodossa, anche se, naturalmente,
opera con terminologia dogmatica e confessionale differente. L’altra versione
dell’Islam, quella non escatologica, ben rappresentata dal Vakhabismo saudita,
nonostante i suoi potenti meccanismi di mobilitazione fanatica, è
del tutto neutra sul piano della concettualizzazione del ruolo dell’Islam
alla fine dei tempi, o comunque tratta il problema da una prospettiva tecnica
e materiale. Tanto il pragmatismo vakhabita quanto altre forme non escatologiche
del fondamentalismo islamico è possibile svelare carattere tipologicamente
simili al fondamentalismo mondano dei Protestanti o degli Ebrei ortodossi.
Al giorno d’oggi è difficile parlare seriamente di un “fattore
islamico” unitario e di dimensioni sufficienti da avanzare una propria
versione religiosa autonoma della “fine dei tempi”. Dobbiamo limitarci
a notare che l’”anti-ebraismo”, o, per meglio dire, l’anti-sionismo è
un elemento comune all’intero mondo islamico. E, in questo senso, il fatto
di porre in primo questa tematica etnica e religiosa al punto di svalutare
l’opposizione principale – quella fra Cristianità Ortodossa e Cristianità
Occidentale – ricorda la situazione in cui ci siamo già imbattuti
analizzando il significato del razzismo nazista. Il gravitare di molti
ideologi islamici attorno ad una concezione che fa di “Israele” o degli
“Ebrei” la questione centrale della storia contemporanea, ci riconduce
una volta di più a quella situazione insolubile, priva di vie d’uscita,
che tanto danno ha recato alla chiarificazione delle funzioni e dell’identità
dei principali soggetti della storia umana - storia che infallibilmente
si approssima al suo epilogo.
Occorre notare che l’Islam stesso incomincia ad essere visto come
una sorta di “terrore”, di fronte al quale le “forze progressive” o persino
“i Paesi cristiani” dovrebbero unirsi. In altre parole, l’Islam o il cosiddetto
“fondamentalismo islamico” incomincia a svolgere la funzione del fascismo,
oggi scomparso. Abbiamo visto, tuttavia, quanto equivoco fosse, a tutti
i livelli, il ruolo del fascismo nel vero duello. Sarebbe estremamente
pericoloso il riprodursi di un’analoga situazione, stavolta con “l’Islam”.
L'ultima formula
Tiriamo finalmente le conclusioni di quest’analisi a volo
d’aquila. Abbiamo scoperto che, a tutti i livelli, nei più generali
modelli riduzionisti della teleologia storica esiste una quasi identica
traiettoria dello sviluppo del processo storico. Non ci resta che prendere
tutti i componenti emersi via via e introdurli nell’ultima formula di generalizzazione.
Dunque, nel corso intero della storia agiscono due soggetti, due
poli, due realtà ultime. La loro opposizione, la loro lotta, la
loro dialettica costituiscono il contenuto dinamico della civiltà.
Questi soggetti si fanno via via più chiari ed evidenti, passando
da una forma di esistenza offuscata, velata, “fantasmatica”, a una forma
chiara, definitiva, assolutamente stabile.
| Primo soggetto: |
Capitale = Mare (Occidente) = Anglosassoni (in senso più
ampio “Romano-Germanici”) = confessioni Cristiano-occidentali |
| Secondo soggetto: |
Lavoro = Terra (Oriente) = Russi (in senso più ampio “Eurasiatici”)
= Cristianità Ortodossa |
Ventesimo secolo - il punto culminante dell’opposizione fra queste
forze, la massima tensione, la battaglia finale. Endkampf.
Al momento attuale, possiamo stabilire che, secondo quasi tutti
i parametri, il primo soggetto è stato capace di sopraffare il secondo.
E lo strumento principale, la mossa tattica che ha dato all’Occidente la
vittoria, mossa ripetuta costantemente e a tutti i livelli – è stato
l’uso di una (terza) realtà intermedia, il terzo pseudo-soggetto
della storia, che ogni volta si è dimostrato un miraggio incorporeo,
destinato a velare la vera essenza dell’opposizione escatologica.
La vittoria dell’Occidente può essere compresa, nella sua
piena portata, in due modi. I liberali ottimisti affermano trattarsi di
una vittoria finale, e che “la storia si è conclusa con successo”.
Quelli più cauti affermano trattarsi solo di uno stadio provvisorio,
e che il gigante abbattuto potrà rialzarsi, in determinate circostanze.
Ciò che è più, il vincitore affronta una situazione
per sé nuova e assolutamente inconsueta, la situazione dell’assenza
del nemico, il duello con il quale conferiva contenuto al suo essere storico.
Pertanto, l’attuale soggetto della storia, rimasto solo, dovrà risolvere
il problema della post-storia, che lo pone di fronte alla nuova sfida –
resterà il soggetto della post-storia, o si trasformerà in
qualcosa d’altro?
Ma questo è assolutamente un altro tema.
E che ne è dello sconfitto? Da parte sua, è difficile
attendersi una riflessione lucida e imparziale. Per lo più, non
si rende conto di quanto gli è accaduto, e l’organo amputato – in
questo caso, il cuore – continua a soffrire e bruciare, come accade ai
pazienti dopo l’operazione. Solo pochi realizzano chiaramente che cosa
è successo a cavallo degli anni ’90.
Altrimenti, come spiegate che Gorbacev possa tranquillamente andarsene
in giro per strada, rischiando al massimo di essere preso a schiaffi da
qualche trafficone ubriaco?
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