| Dapprima Bonn, poi Washington, si sono affrettati a trarre
profitto dai movimenti indipendentisti suscitati dalla distruzione del
muro di Berlino e dalla rimessa in questione delle frontiere tracciate
in Europa Centrale alla fine di due guerre mondiali. Si noti che queste
aspirazioni all'indipendenza (quella della Croazia) erano incoraggiate
da tempo dalla Germania pre-unificazione.
In una prima fase, Washington, Parigi, Londra e anche Bruxelles
hanno tentato di preservare l'unità della Jugoslavia. Delors si
recò a Belgrado e subordinò la concessione di crediti alla
Jugoslavia al mantenimento della sua integrità, se necessario in
forma confederale. Così, la "comunità" internazionale incoraggiava
Belgrado a lottare per porre termine alla secessione delle repubbliche
del nordovest. Ma non era quello che desiderava la Germania. Questa aiutò
i movimenti separatisti e, fra il 16 e il 17 dicembre 1991, con il suo
primo diktat da grande potenza, nel momento in cui era stato appena siglato
il Trattato di Maastricht che sanciva il suo predominio in Europa occidentale,
essa forzò i suoi partner a riconoscere l'indipendenza della Slovenia
e della Croazia. E questo senza curarsi della consistente minoranza serba
che viveva in Coazia, e che perse la cittadinanza jugoslava per diventare
una comunità minore in una Croazia pronta a rivendicare il suo passato
filonazista. Così la Germania fece il suo fragoroso ingresso sulla
scena internazionale. Ricompensò gli alleati croati, punì
gli ex nemici serbi e mandò a pezzi l'edificio eretto a Versailles
- il che avrebbe portato alla disgregazione della Cecoslovacchia; riesumò
i contorni di quella Mitteleuropa cara alla sua storia e a i suoi interessi,
preparò il proprio accesso al Mediterraneo (è un tedesco
che amministra Mostar, vicina all'Adriatico) e dimostrò ai suoi
partner europei che, alla sua supremazia economica e monetaria, andava
aggiunta la direzione degli affari europei. Prima Genscher, poi Kinkel,
divennero ministri degli affari esteri della CEE, poi dell'Unione Europea.
La proclamazione dell'indipendenza bosniaca indusse gli USA ad
intervenire nei Balcani, a fianco dei Musulmani bosniaci che cercavano
di imporre alla forte minoranza serba (33%) la legge del Corano. E questo,
dopo aver dichiarato che la questione jugoslava non riguardava che i Paesi
europei. Perché questo voltafaccia? Fra circa 200 milioni
di Ortodossi e un miliardo e mezzo (fra non molto) di fedeli
dell'Islam, detentori, per di più, di risorse energetiche
facilmente sfruttabili e costituenti una zona strategica fra
Europa, sud-est Asiatico, Oceano Indiano e Pacifico, Washington
ha scelto il mondo Islamico. Instaurare uno Stato musulmano
- naturalmente incline all'integralismo - nei Balcani, in un contesto
cristiano (ancorché diviso), ricorda la creazione dello Stato
di Israele nel contesto musulmano, origine di mezzo secolo di guerre.
L'instabilità permanente nel sud-est dell'Europa giustificherà
l'allargamento del ruolo della NATO ed il mantenimento della presenza
Americana in Europa (dunque, un focolaio di instabilità nei
Balcani, come in Medio Oriente con Israele, non è necessariamente
malvisto da Washington). In Europa Occidentale, gli USA
fondano la loro politica sulla stretta alleanza con due Paesi amici
privilegiati. Al nord, la Germania, al sud la Turchia. Entrambi contano
(o conteranno presto, nel caso turco) più di 80 milioni di
abitanti. Entrambi occupano posizioni strategiche e ciascuno ha di
che guadagnare, svolgendo un ruolo politico conforme agli interessi
Americani. Dal punto di vista di Washington, spetta alla Germania
imporre ai suoi partner europei il libero scambio in materia economica
e, un giorno, contenere le eventuali ambizioni di una Russia tornata
grande potenza. Nell'attesa, alla Germania si chiede di contribuire
alla democratizzazione accelerata della Russia - compito impossibile
- al fine di neutralizzarla politicamente e strategicamente. La Germania
deve inoltre attrarre nella sua orbita i Paesi rivieraschi del Baltico,
la Svezia, la Finlandia e anche la Norvegia, che controlla l'accesso
al Mare di Barents.
Così facendo, Bonn/Berlino accrescerà gli scambi
fra Germania e Paesi nordici a detrimento del commercio di questi con la
Russia. Il passo successivo prevede probabilmente che i Paesi Baltici siano
attirati economicamente verso un'Unione Europea guidata dalla Germania.
Allora, Baltico, Mare del Nord, Mare di Barents apparterranno tutti all'Unione
Europea - ossia alla Germania.
Bonn/Berlino deve ugualmente sforzarsi di estendere la sfera
di competenza della NATO ai Paesi dell'Europa Centrale, essenzialmente
la Repubblica Ceca, l'Ungheria, la Polonia ed anche la Slovenia e la Croazia,
e un giorno anche la Bosnia, se gli USA - e la Germania - riusciranno a
farne uno Stato solido.
Sempre dal punto di vista di Washington, spettava alla Turchia
- allora considerata Stato laico - prendere il posto dell'Irak, sconfitto,
nello scontro con l'Iran e con il suo proselitismo religioso. Grazie all'accordo
economico detto "del Mar Nero" - sebbene interessi Paesi dell'Adriatico
come Paesi del sud-est Asiatico - la Turchia estenderebbe la sua zona di
influenza fino al Kirghizistan, speculando su una comune turcofonia. O,
per meglio dire, la turcofonia sarebbe lo strumento della penetrazione
Occidentale (tedesco-americana) nelle ex Repubbliche dell'Unione Sovietica.
Controllando gli Stretti e formando un ponte fra Occidente e Asia del sud,
la Turchia sarebbe ugualmente in grado di "ammansire" poco alla volta il
fondamentalismo, affinché - al suo pari - quest'ultimo possa un
giorno volgersi verso Ovest piuttosto che verso Est, e che un giorno Washington
possa infine riuscire ad intendersi con un integralismo "ammorbidito".
Allo scopo di legare più strettamente la Turchia alla
loro politica, Washington e Bonn appoggiano i Musulmani di Bosnia, chiudono
gli occhi sulla repressione dei Curdi da parte di Ankara, osservano compiaciuti
i Turchi che addestrano in casa propria milizie albanesi pronte a mettere
le mani sul Kosovo e sullo stesso Sangiaccato, smantellando l'attuale Repubblica
Federale di Jugoslavia (Serbia e Montenegro) e dislocando l'eccedenza di
Ottomani di Anatolia in terra balcanica. Per quanto discutibili siano,
per quanto audaci possano apparire, queste previsioni non possono essere
scartate.
Tale politica ha per obiettivo di indebolire stabilmente, se
non definitivamente, la Russia, almeno a sud e a ovest degli Urali. Mentre
questo Paese si dibatte fra le difficoltà create da un tentativo
troppo rapido di democratizzazione, ed è divenuto tributario degli
aiuti esteri, i suoi due tradizionali avversari, Germania e Turchia, sostenuti
dagli USA, crescono di statura e sembrano procedere ad un lento accerchiamento
economico. Se fosse questo il loro obiettivo, e se venisse un giorno conseguito,
la politica russa stessa verrebbe risucchiata dalle economie Occidentali,
e verrebbe meno la speranza di ricostituire una vasta unione Eurasiatica
a dominanza russa - così che gli USA resterebbero allora l'unica
superpotenza.
Per alcuni Paesi dell'Occidente europeo, il progressivo realizzarsi
di simili ambizioni, che assicurano agli USA il rango di superpotenza unica,
non smette di suscitare forte inquietudine.
La dissoluzione della Jugoslavia, la violazione della carta
di Helsinki e del Trattato di Parigi sull'inviolabilità delle frontiere,
poi la violazione della Costituzione jugoslava, che subordina qualsiasi
secessione ad un referendum generale (mai tenutosi), dimostrano che l'interesse
di una grande potenza e la forza delle sue armi hanno la meglio su quel
diritto che le stesse grandi potenze avevano stabilito.
La rimessa in questione delle frontiere europee da parte della
Germania potrebbe significare l'abbandono dell'Oder-Neisse, l'incorporazione
della Transilvania e della Vojvodina all'Ungheria, la creazione di una
Grande Albania, l'annessione della Prussia Orientale alla Germania, la
separazione fra Valloni e Fiamminghi, il frazionamento in due dell'Italia,
e così via. La regionalizzazione decantata dal cancelliere Kohl
conduce, d'altronde, all'indebolimento del ruolo dello Stato nazionale,
se non alla sua sparizione nel quadro di istituzioni federali concepite
sul modello della Germania e da questa dirette.
La creazione di uno Stato musulmano bosniaco, ricercata da Bonn
e Washington, potrebbe finire per instaurare uno Stato musulmano fondamentalista
in Europa. Dal momento in cui aderisse all'Unione Europea, questo Stato
diverrebbe l'anticamera dell'Islam in Europa - dato che gli accordi di
libera circolazione facilitano una massiccia emigrazione. La Germania non
sembra temere una simile eventualità. E' vero che essa è
in grado di bloccare l'accesso alla cittadinanza tedesca (ha naturalizzato
meno stranieri in 30 anni che la Francia in un anno), cosa che non accade
per la Francia o per la maggior parte degli altri Paesi del continente.
Insomma, la disgregazione della Jugoslavia, la demonizzazione
dei Serbi, sono l'umiliazione delle potenze un tempo vittoriose sulla Germania;
lo stesso vale per le frontiere da loro tracciate. La Germania, grazie
alla propria potenza economica, ha ottenuto ciò a cui aspirava,
e che due guerre mondiali non le avevano permesso di raggiungere: un'Unione
Europea costruita attorno ad essa, un'Unione Europea di cui la Germania
non può non essere la guida, controllandone l'economia.
"La coppia franco-tedesca" vien fatta passare per il "nucleo
duro" dell'Unione Europea in gestazione. In realtà, questa ha un
unico nucleo duro, ed è la Germania.
Queste trasformazioni politiche, che modificano i rapporti di
forza fra gli Stati, in Europa e in generale nell'emisfero settentrionale,
non sarebbero stati possibili senza la cancellazione - senza dubbio temporanea
- della potenza russa.
La temporanea eclissi della Russia ha costituito un fattore
esogeno che ha contribuito al ridimensionamento della Francia - avendo
avuto come sbocco la riunificazione della Germania ed una collusione tedesco-americana
rafforzata, che marginalizza la Francia in Europa e nel mondo. In campo
politico ed economico, gli eventi del 1989-90 in URSS hanno effetti comparabili
a quelli - allora in campo militare - del Patto Ribbentropp-Molotov nel
1939. Questa interdipendenza Francia-Russia è un fenomeno geopolitico
capitale per il nostro Paese.
Da parte sua, la Russia può forse adattarsi, in un futuro
relativamente prossimo, ad un'Europa a direzione tedesca appoggiata dalla
potenza americana?
A causa delle difficoltà interne della Federazione Russa,
esiste oggi un grande vuoto al centro dell'immensa massa terrestre che
costituisce l'Eurasia, ove vivono più di quattro miliardi di uomini.
Questo vuoto - di natura politica - conviene ad alcune potenze, ma si rivela
dannoso per altre; specialmente per l'Europa Occidentale, dove un equilibrio
fra tensioni nazionali antagoniste è indispensabile.
Potrebbe sembrare paradossale che un gruppo di Paesi, dopo essere
stati all'avanguardia di una formazione militare opposta all'Unione Sovietica,
sostengano oggi il rafforzamento dell'avversario di ieri. Ma quest'ultimo
è cambiato - e questo cambiamento ha deciso del loro cambiamento.
Così, valutano che - dal proprio punto di vista - una Russia forte
sia indispensabile all'ordine europeo e all'ordine mondiale nei cinque
continenti.
Il mondo, l'Europa, la Francia, hanno bisogno di una Russia
forte, indipendente, in grado di difendere i suoi interessi. Ed anche di
diffondere la sua cultura, di contribuire, con la sua diversità,
all'arricchimento generale… Una Russia in grado di opporre all'americanizzazione
della nostra società una diversa concezione delle relazioni fra
Stati e dei rapporti umani.
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