Gallois - La disgregazione della Jugoslavia  
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Pierre Marie Gallois

LA DISGREGAZIONE DELLA JUGOSLAVIA


 
 
   Dapprima Bonn, poi Washington, si sono affrettati a trarre profitto dai movimenti indipendentisti suscitati dalla distruzione del muro di Berlino e dalla rimessa in questione delle frontiere tracciate in Europa Centrale alla fine di due guerre mondiali. Si noti che queste aspirazioni all'indipendenza (quella della Croazia) erano incoraggiate da tempo dalla Germania pre-unificazione. 

  In una prima fase, Washington, Parigi, Londra e anche Bruxelles hanno tentato di preservare l'unità della Jugoslavia. Delors si recò a Belgrado e subordinò la concessione di crediti alla Jugoslavia al mantenimento della sua integrità, se necessario in forma confederale. Così, la "comunità" internazionale incoraggiava Belgrado a lottare per porre termine alla secessione delle repubbliche del nordovest. Ma non era quello che desiderava la Germania. Questa aiutò i movimenti separatisti e, fra il 16 e il 17 dicembre 1991, con il suo primo diktat da grande potenza, nel momento in cui era stato appena siglato il Trattato di Maastricht che sanciva il suo predominio in Europa occidentale, essa forzò i suoi partner a riconoscere l'indipendenza della Slovenia e della Croazia. E questo senza curarsi della consistente minoranza serba che viveva in Coazia, e che perse la cittadinanza jugoslava per diventare una comunità minore in una Croazia pronta a rivendicare il suo passato filonazista. Così la Germania fece il suo fragoroso ingresso sulla scena internazionale. Ricompensò gli alleati croati, punì gli ex nemici serbi e mandò a pezzi l'edificio eretto a Versailles - il che avrebbe portato alla disgregazione della Cecoslovacchia; riesumò i contorni di quella Mitteleuropa cara alla sua storia e a i suoi interessi, preparò il proprio accesso al Mediterraneo (è un tedesco che amministra Mostar, vicina all'Adriatico) e dimostrò ai suoi partner europei che, alla sua supremazia economica e monetaria, andava aggiunta la direzione degli affari europei. Prima Genscher, poi Kinkel, divennero ministri degli affari esteri della CEE, poi dell'Unione Europea. 

  La proclamazione dell'indipendenza bosniaca indusse gli USA ad intervenire nei Balcani, a fianco dei Musulmani bosniaci che cercavano di imporre alla forte minoranza serba (33%) la legge del Corano. E questo, dopo aver dichiarato che la questione jugoslava non riguardava che i Paesi europei. Perché questo voltafaccia?   Fra circa 200 milioni di Ortodossi e un miliardo e mezzo   (fra non molto) di fedeli dell'Islam, detentori, per di più, di   risorse energetiche facilmente sfruttabili e costituenti una zona   strategica fra Europa, sud-est Asiatico, Oceano Indiano e   Pacifico, Washington ha scelto il mondo Islamico.   Instaurare uno Stato musulmano - naturalmente incline  all'integralismo - nei Balcani, in un contesto cristiano (ancorché  diviso), ricorda la creazione dello Stato di Israele nel contesto  musulmano, origine di mezzo secolo di guerre. L'instabilità  permanente nel sud-est dell'Europa giustificherà l'allargamento  del ruolo della NATO ed il mantenimento della presenza Americana  in Europa (dunque, un focolaio di instabilità nei Balcani, come in  Medio Oriente con Israele, non è necessariamente malvisto da  Washington).   In Europa Occidentale, gli USA fondano la loro politica sulla  stretta alleanza con due Paesi amici privilegiati. Al nord, la  Germania, al sud la Turchia. Entrambi contano (o conteranno  presto, nel caso turco) più di 80 milioni di abitanti. Entrambi  occupano posizioni strategiche e ciascuno ha di che guadagnare,  svolgendo un ruolo politico conforme agli interessi Americani. Dal  punto di vista di Washington, spetta alla Germania imporre ai suoi  partner europei il libero scambio in materia economica e, un  giorno, contenere le eventuali ambizioni di una Russia tornata  grande potenza. Nell'attesa, alla Germania si chiede di  contribuire alla democratizzazione accelerata della Russia -  compito impossibile - al fine di neutralizzarla politicamente e  strategicamente. La Germania deve inoltre attrarre nella sua  orbita i Paesi rivieraschi del Baltico, la Svezia, la Finlandia e  anche la Norvegia, che controlla l'accesso al Mare di Barents.

  Così facendo, Bonn/Berlino accrescerà gli scambi fra Germania e Paesi nordici a detrimento del commercio di questi con la Russia. Il passo successivo prevede probabilmente che i Paesi Baltici siano attirati economicamente verso un'Unione Europea guidata dalla Germania. Allora, Baltico, Mare del Nord, Mare di Barents apparterranno tutti all'Unione Europea - ossia alla Germania. 
  Bonn/Berlino deve ugualmente sforzarsi di estendere la sfera di competenza della NATO ai Paesi dell'Europa Centrale, essenzialmente la Repubblica Ceca, l'Ungheria, la Polonia ed anche la Slovenia e la Croazia, e un giorno anche la Bosnia, se gli USA - e la Germania - riusciranno a farne uno Stato solido. 
  Sempre dal punto di vista di Washington, spettava alla Turchia - allora considerata Stato laico - prendere il posto dell'Irak, sconfitto, nello scontro con l'Iran e con il suo proselitismo religioso. Grazie all'accordo economico detto "del Mar Nero" - sebbene interessi Paesi dell'Adriatico come Paesi del sud-est Asiatico - la Turchia estenderebbe la sua zona di influenza fino al Kirghizistan, speculando su una comune turcofonia. O, per meglio dire, la turcofonia sarebbe lo strumento della penetrazione Occidentale (tedesco-americana) nelle ex Repubbliche dell'Unione Sovietica. Controllando gli Stretti e formando un ponte fra Occidente e Asia del sud, la Turchia sarebbe ugualmente in grado di "ammansire" poco alla volta il fondamentalismo, affinché - al suo pari - quest'ultimo possa un giorno volgersi verso Ovest piuttosto che verso Est, e che un giorno Washington possa infine riuscire ad intendersi con un integralismo "ammorbidito". 

  Allo scopo di legare più strettamente la Turchia alla loro politica, Washington e Bonn appoggiano i Musulmani di Bosnia, chiudono gli occhi sulla repressione dei Curdi da parte di Ankara, osservano compiaciuti i Turchi che addestrano in casa propria milizie albanesi pronte a mettere le mani sul Kosovo e sullo stesso Sangiaccato, smantellando l'attuale Repubblica Federale di Jugoslavia (Serbia e Montenegro) e dislocando l'eccedenza di Ottomani di Anatolia in terra balcanica. Per quanto discutibili siano, per quanto audaci possano apparire, queste previsioni non possono essere scartate. 

  Tale politica ha per obiettivo di indebolire stabilmente, se non definitivamente, la Russia, almeno a sud e a ovest degli Urali. Mentre questo Paese si dibatte fra le difficoltà create da un tentativo troppo rapido di democratizzazione, ed è divenuto tributario degli aiuti esteri, i suoi due tradizionali avversari, Germania e Turchia, sostenuti dagli USA, crescono di statura e sembrano procedere ad un lento accerchiamento economico. Se fosse questo il loro obiettivo, e se venisse un giorno conseguito, la politica russa stessa verrebbe risucchiata dalle economie Occidentali, e verrebbe meno la speranza di ricostituire una vasta unione Eurasiatica a dominanza russa - così che gli USA resterebbero allora l'unica superpotenza. 

  Per alcuni Paesi dell'Occidente europeo, il progressivo realizzarsi di simili ambizioni, che assicurano agli USA il rango di superpotenza unica, non smette di suscitare forte inquietudine. 
  La dissoluzione della Jugoslavia, la violazione della carta di Helsinki e del Trattato di Parigi sull'inviolabilità delle frontiere, poi la violazione della Costituzione jugoslava, che subordina qualsiasi secessione ad un referendum generale (mai tenutosi), dimostrano che l'interesse di una grande potenza e la forza delle sue armi hanno la meglio su quel diritto che le stesse grandi potenze avevano stabilito. 
  La rimessa in questione delle frontiere europee da parte della Germania potrebbe significare l'abbandono dell'Oder-Neisse, l'incorporazione della Transilvania e della Vojvodina all'Ungheria, la creazione di una Grande Albania, l'annessione della Prussia Orientale alla Germania, la separazione fra Valloni e Fiamminghi, il frazionamento in due dell'Italia, e così via. La regionalizzazione decantata dal cancelliere Kohl conduce, d'altronde, all'indebolimento del ruolo dello Stato nazionale, se non alla sua sparizione nel quadro di istituzioni federali concepite sul modello della Germania e da questa dirette. 
  La creazione di uno Stato musulmano bosniaco, ricercata da Bonn e Washington, potrebbe finire per instaurare uno Stato musulmano fondamentalista in Europa. Dal momento in cui aderisse all'Unione Europea, questo Stato diverrebbe l'anticamera dell'Islam in Europa - dato che gli accordi di libera circolazione facilitano una massiccia emigrazione. La Germania non sembra temere una simile eventualità. E' vero che essa è in grado di bloccare l'accesso alla cittadinanza tedesca (ha naturalizzato meno stranieri in 30 anni che la Francia in un anno), cosa che non accade per la Francia o per la maggior parte degli altri Paesi del continente. 

  Insomma, la disgregazione della Jugoslavia, la demonizzazione dei Serbi, sono l'umiliazione delle potenze un tempo vittoriose sulla Germania; lo stesso vale per le frontiere da loro tracciate. La Germania, grazie alla propria potenza economica, ha ottenuto ciò a cui aspirava, e che due guerre mondiali non le avevano permesso di raggiungere: un'Unione Europea costruita attorno ad essa, un'Unione Europea di cui la Germania non può non essere la guida, controllandone l'economia. 
  "La coppia franco-tedesca" vien fatta passare per il "nucleo duro" dell'Unione Europea in gestazione. In realtà, questa ha un unico nucleo duro, ed è la Germania. 

  Queste trasformazioni politiche, che modificano i rapporti di forza fra gli Stati, in Europa e in generale nell'emisfero settentrionale, non sarebbero stati possibili senza la cancellazione - senza dubbio temporanea - della potenza russa. 
  La temporanea eclissi della Russia ha costituito un fattore esogeno che ha contribuito al ridimensionamento della Francia - avendo avuto come sbocco la riunificazione della Germania ed una collusione tedesco-americana rafforzata, che marginalizza la Francia in Europa e nel mondo. In campo politico ed economico, gli eventi del 1989-90 in URSS hanno effetti comparabili a quelli - allora in campo militare - del Patto Ribbentropp-Molotov nel 1939. Questa interdipendenza Francia-Russia è un fenomeno geopolitico capitale per il nostro Paese. 
  Da parte sua, la Russia può forse adattarsi, in un futuro relativamente prossimo, ad un'Europa a direzione tedesca appoggiata dalla potenza americana? 
  A causa delle difficoltà interne della Federazione Russa, esiste oggi un grande vuoto al centro dell'immensa massa terrestre che costituisce l'Eurasia, ove vivono più di quattro miliardi di uomini. Questo vuoto - di natura politica - conviene ad alcune potenze, ma si rivela dannoso per altre; specialmente per l'Europa Occidentale, dove un equilibrio fra tensioni nazionali antagoniste è indispensabile. 
  Potrebbe sembrare paradossale che un gruppo di Paesi, dopo essere stati all'avanguardia di una formazione militare opposta all'Unione Sovietica, sostengano oggi il rafforzamento dell'avversario di ieri. Ma quest'ultimo è cambiato - e questo cambiamento ha deciso del loro cambiamento. Così, valutano che - dal proprio punto di vista - una Russia forte sia indispensabile all'ordine europeo e all'ordine mondiale nei cinque continenti. 
  Il mondo, l'Europa, la Francia, hanno bisogno di una Russia forte, indipendente, in grado di difendere i suoi interessi. Ed anche di diffondere la sua cultura, di contribuire, con la sua diversità, all'arricchimento generale… Una Russia in grado di opporre all'americanizzazione della nostra società una diversa concezione delle relazioni fra Stati e dei rapporti umani.
 
 



 Pierre-Marie Gallois, generale dell'Aviazione Francese, teorico della force de frappe  nucleare, noto per i suoi studi di strategia e geopolitica, è autore di numerosi libri, fra cui Le soleil d'Allah aveugle l'Occident (1995) e Le sang du pétrole. Bosnia (1996). Dal primo è  tratto il testo di questa pagina.
 
 

 
 
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