Nikolaj von Kreitor
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LA RUSSIA E IL NUOVO ORDINE MONDIALE
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IL PROGETTO GEOPOLITICO DELLA PAX
EURASIATICA
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Nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, gli Stati
Uniti hanno acquistato crescente rilievo quale massima potenza della reazione
imperialista, prendendo sotto questo aspetto il posto della Germania....
E la loro classe dirigente, specialmente nel corso dell'epoca imperialista,
è riuscita a preservare tanto efficacemente le forme democratiche
da conseguire, con mezzi democraticamente legittimi, una dittatura del
capitalismo monopolistico solida quanto quella che Hitler istituì
con metodi tirannici... E questa democrazia potrebbe, nella sostanza, realizzare
tutti gli obiettivi di Hitler.
György Lukacs(1)
La risolutezza non prende per prima conoscenza della Situazione e
pone la Situazione di fronte a sé, essa ha già posto se stessa
nella Situazione. In quanto risoluto, il Dasein è già
in azione.
Martin Heidegger(2)
Non abbiamo nemici ad Oriente.
Bismarck
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Il
concetto di stato presuppone il concetto del politico: la specifica distinzione
politica, alla quale azioni e motivazioni politiche possono essere ridotte,
è quella fra amico e nemico, scrisse Carl Schmitt.(3) L'affermazione
del politico è un riconoscimento della realtà del politico
e quindi un riconoscimento ed identificazione del nemico. Solo con l’affermazione
del politico in un atto di decisione, che è necessariamente un atto
meta-esistenziale, una nazione può, in quanto entità collettiva,
asserire la propria sovranità e quindi il proprio futuro politico.
A seguito dello scioglimento dell’Unione Sovietica nel 1991 – che ridusse
quella che era una Grande Potenza al rango di stato privo di politica e
quindi ad una massa territoriale in preda al caos – e di fonte al nuovo
espansionismo americano, il dibattito ideologico e la ricerca di un orientamento
politico praticabile si sono intensificati all’interno della ex URSS. Recentemente
il professor Nikolaj Zagladin ha sottolineato come la competizione fra
Unione Sovietica e Stati Uniti durante il periodo della Guerra Fredda debba
essere considerata quale una vera guerra, nel corso della quale l’effettiva
potenza militare è stata impiegata in misura molto limitata – per
lo più in guerre per procura. Questo, non per mancanza di volontà,
ma per la natura della tecnologia bellica – l’esistenza degli armamenti
nucleari ha reso la guerra impossibile. La natura della guerra fra
USA e URSS, nota come Guerra Fredda, era nella sua essenza specificamente
tecnologica. Ma – sostiene Zagladin(4) – la Guerra Fredda è stata
in realtà la Terza Guerra Mondiale. Ad una conclusione analoga perviene
Zbigniew Brzeszinski, ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale del presidente
Carter ed attualmente uno dei principali ideologi fra gli “Espansionisti
del 1991”; Brzeszinski, parafrasando von Clausewitz, ha scritto che “la
Guerra Fredda può essere definita come guerra condotta con altri
mezzi (non letali). E la posta in gioco era monumentale. Geopoliticamente,
la lotta era, in prima istanza, per la massa territoriale eurasiatica,
e in ultima istanza per la stessa supremazia globale”.(5)
Ovviamente, nell’accordo l’Unione Sovietica fece concessioni molto maggiori
rispetto agli USA. Essa accettò di sciogliere il Patto di Varsavia,
nonostante che il braccio militare della dominazione americana sull’Europa
occidentale, la NATO, continui ad esistere e sia in costante espansione.
L’Unione Sovietica ha persino tollerato la guerra in Irak, una guerra essenzialmente
condotta per il controllo del petrolio nel Golfo Persico, e quindi una
guerra contro l’interesse nazionale non solo dell’Unione Sovietica, ma
anche di altri paesi europei; una guerra che ha reso più difficile
il raggiungimento di un’intesa fra l’Unione Sovietica e i paesi dell’Europa
occidentale. L’Unione Sovietica ha addirittura acconsentito al ritiro delle
proprie forze militari dalla Germania, mentre gli Stati Uniti intendono
mantenere permanente la propria occupazione della Germania – un fatto espresso
con chiarezza dal presidente Bush nel corso del vertice NATO del 7-8 novembre
1991 a Roma.
Veniamo quindi all’accordo del dopo Guerra Fredda ed alle sue conseguenze
per l’URSS e per l’ordine internazionale. Un osservatore critico descriverebbe
questo accordo come un Secondo Trattato di Versailles. Zbigniew Brzeszinski
afferma che, come conseguenza del Secondo Trattato di Versailles, l’America
diviene il curatore fallimentare della Russia sconfitta.
“Si tratta di un esito storico non meno decisivo e non meno unilaterale
della sconfitta della Francia napoleonica nel 1815, o della Germania imperiale
nel 1918. Diversamente dalla Pace di Westfalia, che pose fine alla Guerra
dei Trent’anni con un grande compromesso religioso, il principio cuius
regio eius religio non trova qui applicazione. Piuttosto, da un punto
di vista dottrinale, l’esito somiglia di più al 1815 o al 1945;
è stata ripudiata la stessa ideologia della parte perdente. Anche
sul piano geopolitico l’esito suggerisce un’analogia con il 1918: l’impero
sconfitto è in via di smantellamento. Come allora, nella fase conclusiva
della guerra si può individuare un momento della capitolazione,
seguito da un dopoguerra di sommovimenti politici nello stato perdente.
Quel momento fu probabilmente a Parigi il 19 novembre 1990. Ad un conclave
contrassegnato dall’ostentazione di segni di amicizia che dovevano mascherare
la realtà sottostante, l’allora dirigente sovietico Mikhail Gorbacev,
che ha guidato l’Unione Sovietica nelle fasi finali della Guerra
Fredda, accettò le condizioni dei vincitori definendo, con linguaggio
velato quanto elegante, l’unificazione della Germania – avvenuta a condizioni
interamente imposte dall’Occidente – come “un grande evento”. In termini
funzionali, fu l’equivalente dell’atto di capitolazione firmato in una
carrozza ferroviaria a Compiègne nel 1918 (capitolazione della Germania)
o sulla corazzata Missouri nell’agosto 1945 (capitolazione del Giappone)”.(6)
George Kennan ha osservato che “il crollo del sistema sovietico equivale
a quella resa senza condizioni cui puntavamo – una resa volontaria, se
si vuole, ma comunque una resa”.(7) E come risultato gli Stati Uniti stanno
cercando di imporre alla Russia le condizioni di resa elencate nel National
Security Council Memorandum 20/1 (NSC 20/1), che sin dal 1948 definiva
gli obiettivi di guerra americani nella Guerra Fredda e delineava un accordo
post-Guerra Fredda modellata sulla base del Trattato di Brest-Litovsk del
1918(8) e che avrebbe condotto alla partizione dell’Unione Sovietica, al
suo disarmo, alla distruzione dell’economia nazionale russa e all’istituzione
di un protettorato americano su larga parte del territorio dell’ex URSS.
“(…) Queste condizioni dovrebbero essere dure e particolarmente umilianti.
Potrebbero essere qualcosa di simile agli accordi di Brest-Litovsk del
1918… (Dovremmo) esigere:
a. Condizioni militari dirette (consegna di materiali, evacuazione
di aree chiave, ecc.) tali da assicurare l’assenza di difese militari…
b. Condizioni tali da provocare una forte dipendenza economica dal
mondo esterno.”(9)
NSC 20/1 stabiliva inoltre che lo spazio geopolitico unitario
dell’Unione Sovietica – la “fortezza Heartland” - dovesse essere distrutto
mediante la partizione del paese e l’inclusione, anzitutto, degli Stati
del Baltico e dell’Ucraina in una cintura di sicurezza di territori controllati
dagli USA.
Wolfram Henrieder ha osservato che de Gaulle voleva vedere risolta
la questione tedesca – l’unificazione della Germania – in quanto
essa costituiva una causa decisiva e una giustificazione per la presenza
americana permanente in Europa; una causa che sarebbe stata eliminata con
la soluzione della questione tedesca, che avrebbe a sua volta condotto
alla dissoluzione delle alleanze militari della Guerra Fredda e all’accelerazione
del ritiro americano dall’Europa,(10) creando un’Europa emancipata i cui
confini sarebbero arrivati agli Urali. “La creazione di un’Europa unificata
richiede una decisione politica che equivale a volontà di indipendenza…
Un’Europa unita, in questo senso, potrebbe essere costruita solo in opposizione
all’America”.(11) Grazie alla sua posizione dominante in seno all’Alleanza,
l’America ha tenuto l’Europa dentro una camicia di forza, l’ha resa timorosa
di parlare con la propria voce. Da che l’Europa ha perduto il suo slancio
ed ha preso a prestito una personalità americana, occorre forzarla
a riassumere un’identità. E se questa identità non esiste,
occorre crearla. E se l’Europa potrà essere ridestata solo con l’instillarne
apprensione per l’egemonia americana, allora questo va fatto, per la sopravvivenza
stessa dell’Europa – proclamava de Gaulle, per il quale un’Europa veramente
emancipata era un’Europa libera dall’America.
Giudicate in questa prospettiva, la politica estera di Gorbacev e la
geopolitica implosiva della Perestrojka hanno avuto un’influenza negativa
sulle possibilità di emancipazione dell’Europa. Nel dibattito politico
in corso – in Russia, ma anche in Francia – è stato affermato che
la sconfitta dell’Unione Sovietica incomincia ad apparire come una sconfitta
della stessa Europa.
Lenin in un’occasione descrisse il Trattato di Versailles originario
nei seguenti termini:
“Che cos’è il Trattato di Versailles? Questo trattato di pace
inaudito, predatorio, rende schiavi decine di milioni di uomini, inclusi
i più civilizzati. Non è un trattato ma un diktat, imposto
da rapinatori armati di coltello ad una Germania indifesa. La Germania
è stata spogliata di tutte le sue colonie in virtù del Trattato
di Versailles. Turchia, Persia e Cina sono state rese schiave. Il settanta
per cento della popolazione mondiale vive in condizioni di schiavitù…
Ed ecco perché l’ordine internazionale, che poggia sul Trattato
di Versailles, poggia in realtà su di un vulcano”.(12)
E’ mentre la Russia si trova al momento nelle stesse condizioni della
Germania dopo la Prima Guerra Mondiale, il predatorio Nuovo Ordine Mondiale,
proclamato dal presidente Bush e tradotto in realtà dall’attuale
amministrazione Clinton, poggia anch’esso su un vulcano. L’intensificarsi
del contrasto fra la Russia e i diktat del Nuovo Ordine Mondiale ha fatto
nascere un acceso dibattito sul futuro della Russia. Tale dibattito ha
suscitato un rinnovato interesse per gli scritti dell’eminente giurista
tedesco Carl Schmitt, la cui opera Il concetto del politico è
già stata tradotta in russo e pubblicata nella rivista di sociologia
Voprosj Sotsiologhij [Questioni di sociologia].(13) Al celebre uomo politico
russo e primo redattore dell’influente rivista Elementy (Elementi), Aleksandr
Dughin, va riconosciuto il merito di aver offerto la prima introduzione
complessiva alle opere di Carl Schmitt nel saggio Carl Schmitt – Cinque
lezioni per la Russia, pubblicato nel periodico degli scrittori russi
Naš Sovremennik (Il nostro contemporaneo)(14) e di avere applicato in modo
creativo gli scritti di Schmitt al caotica situazione politica ed ideologica
contemporanea della Russia.
“Gli scritti di Schmitt sono di particolare interesse e rilievo per
la Russia, in virtù delle sue brillanti analisi dello stato di emergenza
e delle situazioni eccezionali nella realtà politica contemporanea,
e della necessità di una decisione capace di preservare l’esistenza
di un popolo in quanto nazione. … Un popolo esiste politicamente solo se
costituisce una comunità/entità politica indipendente, e
solo se, in quanto entità, si oppone ad altre entità politiche
al fine di preservare la propria comprensione della specificità
culturale della propria comunità… La teoria delle circostanze eccezionali
ed il tema, ad essa connesso, della decisione sono per noi oggi di estrema
importanza, in quanto ci troviamo in una congiuntura della storia del popolo
russo e dello stato russo, nella quale lo stato d’emergenza è divenuto
la condizione naturale della nostra nazione, al punto da permeare e costituire
l’Essere della nazione…Noi Russi dobbiamo scoprire e comprendere la nostra
essenza ed esistenza perché viviamo in un’epoca di emergenza che
richiede un atto di scelta esistenziale collettiva, un atto di suprema
decisione”.(15)
Ecco un motivo heideggeriano – il politico identifica essenza ed esistenza
della comunità, è la nazione russa empirica che, in un’epoca
di emergenza nazionale, deve diventare pienamente politica in un atto di
auto-scelta e decisione, e pertanto scegliere se stessa ed il proprio destino
storico.(16) L’atto dell’auto-scelta presuppone una nazione che sia diventata
politica, perché solo l’essere politico della Russia conferisce
significato esistenziale all’antitesi amico-nemico; ciò che non
esiste politicamente non può decidere consapevolmente,(17) l’unità
politica fondandosi sull’esistenza politica. La sovranità politica
è una questione esistenziale in quanto concerne la risoluzione di
un conflitto esistenziale. Non soltanto ogni popolo politicamente esistente
decide della questione della propria esistenza politica e di ogni possibile
minaccia a quest’ultima – esso decide anche dell’esistenza stesso o meno
di una questione esistenziale – una questione per sua stessa natura politica.
Dal momento che per ogni popolo politicamente esistente sussiste
sempre la possibilità di un conflitto esistenziale, la questione
della sovranità – la decisione esistenziale definitiva – rimane
sempre aperta.(18) “Ogni unità politica esistente ha il proprio
valore e la propria giustificazione esistenziale non nella giustezza e
utilità delle leggi, ma nella sua stessa esistenza. Sul piano giuridico,
quanto esiste come forza apolitica ha valore perché esiste. Da qui
scaturisce il suo ‘diritto all’auto-conservazione’, presupposto di ogni
ulteriore considerazione; cerca anzitutto di mantenere la propria esistenza,
protegge la propria esistenza, integrità, sicurezza e costituzione
– tutti valori esistenziali”.(19)
Carl Schmitt afferma che “nella misura in cui il popolo esiste nella
sfera politica, esso deve in prima persona fare uso della distinzione fra
amico e nemico, al tempo stesso riservandola per quelle che, nel suo proprio
giudizio, sono congiunture estreme. Qui risiede l’essenza della sua esistenza
politica. Dal momento in cui manca della capacità o della volontà
di impiegare questa distinzione, un popolo cessa di esistere politicamente...
Se ad un popolo dovesse venire meno la forza o la volontà di persistere
nella sfera politica, ciò non significa la fine della politica nel
mondo. Significa soltanto la fine del popolo debole... Se lo stato si rifiuta
o è incapace di prendere una decisione in una situazione eccezionale,
inevitabilmente corre il rischio che altre forze ne compiano una in sua
vece e stabiliscano le proprie norme”.(20) Elaborando questo tema, Dughin
vede gli elementi della volontà, della decisione e del tempo intrecciarsi
nella ricerca dell’esistenza storica della Russia:
“Il decisionismo non soltanto amplifica e si concentra sullo stato d’emergenza
e sulle circostanze eccezionali, ma costituisce anche una reazione contro
quelle circostanze: nel momento della decisione storica a favore di un
autentico futuro nazionale, il popolo e la nazione attualizzano il loro
passato e decidono del loro futuro in una drammatica mobilitazione del
presente. Allora il presente diviene il punto focale e la sintesi di tre
caratteri qualitativi del tempo: la sua origine, ossia il passato durante
il quale il popolo fece il suo ingresso nell’esistenza storica, la volontà
del popolo diretta verso il futuro, e l’autoaffermazione politica del popolo
storicamente esistente in un atto di decisione che è al tempo stesso
un atto di autenticità, nel presente. Nella suprema mobilitazione
della decisione, il popolo russo storicamente esistente rivela, riconquista
e mobilita la sua unicità e identità storica senza tempo.
Pertanto, il futuro storico e politico del popolo russo è costruito
sulla comprensione ed affermazione del suo passato storico...
Se il popolo russo riesce ad auto-affermare se stesso e la propria
scelta storica in questa fatale e drammatica congiuntura, e se il popolo
russo è capace di rivelare e identificare amici e nemici, riconquistando
dal flusso della storia la sua auto-affermazione politica, allora la decisione
politica suprema del popolo russo sarà una decisione autentica,
storica ed esistenziale, l’affermazione della storia millenaria del popolo
e dello stato russo. Se, al contrario, la decisione politica verrà
presa da altri – vale a dire dagli Stati Uniti, nella forma della loro
insidiosa ideologia pseudo-universalistica, che gli Stati Uniti stanno
cercando di affermare come unica ideologia legittima nel Nuovo Ordine Mondiale
– allora il nostro sarà un futuro non russo, allora il futuro cesserà
di esistere per noi. L’Essere storico del popolo russo, dello stato russo
e della nazione russa diverranno un Essere senza futuro, e quindi un non-Essere.
Così anche il passato russo perderà il suo significato, si
dissolverà nel nulla: il dramma storico della Russia nel periodo
post-Guerra Fredda diverrà una tragedia di sottomissione ai dettami
del Nuovo Ordine Mondiale americano, una tragedia di annientamento del
futuro russo”.(21)
“Passato, presente e futuro sono caratteri esistenziali, ed in quanto
tali rendono possibili fenomeni fondamentali quali la comprensione, la
preoccupazione e la determinazione. Ciò apre la via alla dimostrazione
di storicità quale determinazione esistenziale fondamentale”.(22)
Aleksandr Dughin sottolinea con forza che l’essenza dell’essere-nel-mondo
di una nazione è un processo ermeneutico di messa in questione
e problematizzazione di una situazione di crisi, di uno stato d’emergenza.
Il concetto di esistenza politica della nazione russa è attualizzato
in un’epoca di radicale disgregazione e regressione, un’epoca di emergenza
e di pericolo estero ed interno che crea la consapevolezza di trovarsi
in una crisi che deve assumere forma politica. La comprensione del ruolo
politico della Russia nel mondo contemporaneo dopo la dissoluzione dell’Unione
Sovietica significa potere cogliere le possibilità di essere
della nazione, il che, necessariamente, richiede non soltanto che siano
messe in luce le concrete possibilità di essere della nazione nel
senso di preservare se stessa e mantenere la propria unicità, ma
anche il disvelamento delle origini di un’esistenza nazionale inautentica.
Tale disvelamento presuppone l’identificazione del nemico che diviene manifesto
nel processo dell’autocomprensione nazionale; così questo cerchio
ermeneutico si chiude – la raggiunta comprensione conduce alla risolutezza
ed esige una decisione politica da parte della nazione russa;(23) perché
la potenzialità di un autentico Essere nazionale resta una mera
potenzialità se non è accompagnata dal decisionismo politico.
La decisione di scegliere se stessa e pertanto di opporsi al nemico e quindi
divenire politica – è questo il supremo atto politico della nazione.
Questi sono i temi trattati nei numeri più recenti di Elementy
(Elementi), organo ideologico dell’opposizione russa, dedicato al discorso
geopolitico ed alle alternative ideologiche nella Russia del dopo-Guerra
Fredda, un periodo nel quale – nelle parole di Aaron Friedberg, professore
di scienze politiche a Princeton – “gli Stati Uniti si sono elevati al
rango di unico, incontrastato ‘Grande Satana’, contro il quale tutte le
energie ideologiche devono essere mobilitate”.(24) La rivista è
pubblicata dal Centro per gli Studi Metastrategici Speciali di Mosca e,
oltre ad Aleksandr Dughin, che ne è l’editore, ha fra i redattori
l’editore del più importante quotidiano dell’opposizione, Zavtra
(in precedenza Den), Aleksandr Prochanov, gli ideologi della Nuova Destra
europea Alain de Benoist (redattore delle riviste francesi Nouvelle École,
Synergies Européennes, Elements, Krisis), Robert Steuckers (redattore
delle riviste belghe Orientations, Synergies Européennes e Vouloir),
il geopolitico italiano Claudio Mutti, il geopolitico serbo Dragos Kalaijc,
nonché il discusso politico russo e membro dell’ex parlamento, colonnello
Viktor Alsknis.(25) I numeri più interessanti contengono la traduzione
del saggio di Carl Schmitt su Nomos e il principio del Grossraum,
il lavoro di Karl Haushofer sull’Unità geopolitica continentale,
e contributi di autori come Alain de Benoist e il generale austriaco Heinrich
Jordis von Lochhausen, massimo teorico della geopolitica contemporanea
e sostenitore della liberazione europea dall’occupazione americana.
Ad Aleksandr Dughin vanno riconosciute immaginazione politica e creatività
ideologica. Egli introduce un vocabolario nuovo della resistenza. Nella
tradizione dei veri iconoclasti, non soltanto identifica il nemico della
Russia e, in futuro, dell’Europa – gli Stati Uniti – ma espone inoltre
la più diffusa mistificazione ideologica – il Mito del Ventesimo
Secolo, ossia il Mito della Democrazia Americana e la sua pretesa pseudo-universalità.
Infine, egli fa appello all’istituzione di un nuovo Grossraum in Europa,
la Pax Eurasiatica in opposizione alla Pax Americana, fondata sulla coalizione
fra la Russia e le potenze centro-europee come la Germania e la Francia
– un nuovo blocco geopolitico continentale. Nella sua essenza, questo concetto
potrebbe essere descritto come una Dottrina Monroe per l’Europa, che esclude
qualsiasi intervento americano negli affari europei ed esige lo scioglimento
della NATO e il ritiro di tutte le forze militari americane dal suolo europeo.
Una Dottrina Monroe per l’Europa implica anche un radicale distacco dal
paradigma americano dominante dell’ordine internazionale – riassunto da
Zbigniew Brzeszinski nell’espressione “la dominazione americana dell’Europa
è assiomatica”(26) – un paradigma trasformatosi in oppressiva teologia
politica ed esercizio dell’egemonia americana.
L’importanza degli scritti di Dughin e della rivista Elementy consiste
nella formulazione della dottrina geopolitica della difesa dell’Eurasia
contro l’espansionismo americano. Il discorso geopolitico si traduce nella
visione di una futura liberazione che, secondo Dughin, deve diventare un
imperativo categorico per l’essere-nel-mondo della Russia.
IL PRINCIPIO DEL GROSSRAUM
Il più fondamentale principio in geopolitica è il principio
del Grossraum formulato da Carl Schmitt nel suo libro Völkerrechtliche
Grossraumordnung mit Interventionsverbot für Raumfremde Mächte
e posto a fondamento della scienza del diritto internazionale. Un Grossraum
è “un’area dominata da una potenza che rappresenta una distinta
idea politica. Questa idea è stata sempre formulata avendo in mente
un oppositore specifico; in essenza le distinzioni fra amico e nemico vengono
determinate da questa particolare idea politica. Come esempio, Schmitt
cita la Dottrina Monroe americana ed il suo concetto di non-intervento
da parte di potenze straniere nello Spazio Americano”.(27)
Questo è il nucleo della grande Dottrina Monroe originaria, un
genuino principio del Grossraum, vale a dire l’unione di un popolo politicamente
desto, un’idea politica e, sulla base di questa idea, un Grossraum politicamente
dominante che esclude l’intervento straniero.(28)
In base al principio del Grossraum, la sovranità nazionale di
un paese dipende non soltanto dalla sua potenza militare, dallo sviluppo
tecnologico e dalla base economica, ma anche dalle dimensioni e dalla collocazione
geografica del suo territorio. La sovranità di un paese dipende
dalla sua indipendenza geopolitica e dall’autosufficienza della regione
geografica. I paesi che lottano per ottenere la sovranità devono
risolvere il problema dell’autosufficienza territoriale. Il Grossraum è
uno spazio geopoliticamente unitario ed economicamente autosufficiente
– una potenza spaziale. E’ un “territorio con produzione e consumo diversificati,
in grado, se necessario, di sussistere da sé, entro porte chiuse”.(29)
In tal modo protegge se stesso dall’intervento di stati spazialmente alieni
e da ogni altro potenziale Grossraum,(30) e soprattutto dall’imperialismo
americano della “Open Door” (Porta Aperta) – definito da Isaiah Bowman
la versione americana del Lebensraum della Germania nazista – nelle sue
manifestazioni geopolitiche, economiche o militari.
Prima della dissoluzione o, come sostiene Dughin, della sovversione
dell’Unione Sovietica nel 1991,(31) nel mondo bipolare delle due superpotenze,
esistevano due Grandi Aree (Grossräume) concorrenti o due blocchi
politici, ciascuno dotato della propria sfera di influenza e della propria
ideologia: il Grossraum Atlantico dominato dagli Stati Uniti e il Grossraum
Eurasiatico dominato dall’Unione Sovietica. La competizione politica fra
i due blocchi offriva sostanziali spazi di autonomia e indipendenza ai
paesi compresi nelle sfere di influenza dei due blocchi. Ma dopo il 1991
si è creato un sistema mondiale completamente nuovo. Il panorama
mondiale bipolare delle due superpotenze è stato trasformato nel
panorama mondiale unitario della superpotenza unica che impone il suo volere
al resto del mondo.
“L’esistenza del blocco socialista e del Patto di Varsavia era un fattore
decisamente positivo per la prospettiva dell’unità europea, per
l’integrazione continentale e per la futura sovranità dell’Eurasia.
La fine del mondo bipolare e l’emergere di un Nuovo Ordine Mondiale unipolare
è un colpo inferto all’Eurasia, al continentalismo e al futuro di
tutti i paesi eurasiatici. Se la Russia non iniziasse immediatamente la
ricostruzione della sua Grande Area (confermata dagli Accordi di Helsinki)...
condurrebbe alla catastrofe non solo se stessa, ma tutti i popoli della
World Island... La Russia attuale, situata nel cuore del continente eurasiatico,
rappresenta dal punto di vista geopolitico l’Europa in quanto blocco continentale.
Pertanto gli interessi geopolitici della Russia non solo convergono, ma
sono identici.”(32)
Al fine di comprendere il retroterra storico del conflitto fra Grossraum
Atlantico e Grossraum Eurasiatico, nonché l’analisi di Dughin del
Nuovo Ordine Mondiale quale tentativo finale degli Stati Uniti verso il
dominio mondiale – una Dottrina Monroe per il mondo intero, già
vagheggiata dal presidente Wilson alla fine della Prima Guerra Mondiale
– è necessario un breve riassunto dei concetti della geopolitica.
Fu l’autore britannico Halford Mackinder a proporre nel 1904 la nozione
che la parte continentale dell’Eurasia, in virtù della sua massa
territoriale e della sua importanza geo-strategica, costituisce lo Heartland
del mondo. La potenza che controlla lo Heartland minaccia le potenze marittime
– un tempo la Gran Bretagna, oggi gli Stati Uniti – che controllano la
World Island – ossia il nostro pianeta. Nel 1919 egli proclamò la
necessità del controllo dell’Europa orientale da parte della potenza
marittima. Dopo gli accordi di Versailles i nuovi paesi dell’Est europeo,
concepiti come sfera di influenza esclusiva delle potenze marittime, dovevano
formare un cordone sanitario fra Germania e Russia in modo da prevenire
il consolidamento geopolitico dell’Eurasia. “Chi governa l’Europa orientale
governa lo Heartland. Chi governa lo Heartland governa la World Island.
Chi governa la World Island governa il Mondo”,(33) affermava Mackinder.
Nel 1943 Mackinder riformulò la sua teoria – lo stato che controlla
lo Heartland dominerà la World Island.(34) Al tempo stesso Mackinder
riconobbe che “lo Heartland la più grande fortezza naturale
della terra. Per la prima volta nella storia essa è equipaggiato
da una guarnigione sufficiente sia per numero sia per qualità”.(35)
Il geopolitico americano Alfred Mahan formulò la teoria secondo
cui l’egemonia mondiale delle potenze marittime può essere mantenuta
mediante il controllo di una serie di basi attorno al continente eurasiatico.
Le potenze marittime possono dominare le potenze terrestri accerchiandole.
Il geopolitico americano Nicholas Spykman sviluppò le concezioni
di Mackinder e Mahan ma pose l’accento sul controllo delle regioni eurasiatiche
costiere, che chiamò Rimland o Anello Interno. Sostenne che gli
Stati Uniti possono mantenere il controllo dello Heartland controllando
il Rimland. Il Rimland può essere visto come una zona-cuscinetto
controllata all’America, o come un enorme Cordone Sanitario comprendente
i paesi della NATO, la Scandinavia, la Cina, l’India e l’Indocina. Nonostante
lunghe guerre – la Guerra di Corea, l’occupazione di Taiwan, la guerra
del Vietnam – gli Stati Uniti non sono mai stati in grado di dominare pienamente
i paesi del Rimland e quindi di globalizzare il loro Grossraum. La teoria
e la prassi del contenimento [containment] – la creazione della NATO, della
SEATO (Southeast Asia Treaty Organization) e della CENTO (Central Treaty
Organization) da parte degli Stati Uniti, la collocazioni di basi tutt’intorno
all’Unione Sovietica, il sostegno a regimi fantoccio nel mondo intero –
derivano dalle idee geopolitiche di Mackinder, Mahan e Spykman. Se l’Unione
Sovietica è una fortezza, “allora affrontare una fortezza significa
circondarla e chiuderla... Ciò è noto come contenimento”(36).
La teoria dello Heartland costituisce la premessa prima della dottrina
geopolitica e del pensiero militare degli Stati Uniti durante la Guerra
Fredda. La politica americana del contenimento “rappresenta una conferma
di Mackinder”(37) e l’accettazione della necessità della distruzione
dello Heartland. Il documento NSC-68 fu una dichiarazione di questo obiettivo
primario della politica estera americana del dopoguerra: il dominio del
mondo tramite la distruzione della fortezza Heartland – l’Unione Sovietica
- e l’imposizione della preponderante potenza americana in Eurasia. Anche
l’obiettivo primario della politica estera americana nel Nuovo Ordine Mondiale
– la conquista dell’Europa orientale mediante la “inclusione” dei paesi
dell’ex Patto di Varsavia nello strumento militare della Dottrina Monroe
globale, la NATO – deriva tanto dalle idee di Mackinder quanto dagli identici
obiettivi del NSC-68. Sono osservabili le similarità fra le idee
geopolitiche di Mackinder e quelle di Frederick Jackson Turner,(38) fra
l’affermazione di Mackinder, secondo cui la dinamica geopolitica inevitabilmente
condurrà alla creazione di un unico Impero Mondiale (anglo-sassone),
e la “tesi della frontiera” di Turner, che definisce l’essenza degli Stati
Uniti come perpetuo espansionismo. La fusione di Dottrina Monroe, imperialismo
“Open Door” e geopolitica nella Weltanschauung di espansionismo della frontiera,
che ha caratterizzato la politica estera USA in questo secolo, ha condotto
dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale al grande disegno di un Secolo
Americano e di un Impero Mondiale Americano che abbracciasse il mondo intero.(39)
NSC-68 fu una dichiarazione della strategia e della tattica per conseguire
quegli obiettivi.
La contrapposizione fra Grossraum Atlantico e Grossraum Eurasiatico
si svolge comunque, secondo Dughin, entro un contesto più ampio
e più profondo che trascende la competizione per il potere geopolitico.
In questa prospettiva è possibile richiamare le passate obiezioni
di de Gaulle all’ingresso della Gran Bretagna nel Mercato Comune, obiezioni
fondate sulla sua percezione dell’Inghilterra come un tipo di civiltà
diversa da quella europea. Gli inglesi, a suo avviso, non possedevano un’identità
culturale e storica con il Continente e non erano interessati alla costruzione
di un’Europa distinta dall’America.
“L’Inghilterra è in effetti marittima, insulare, legata da commerci,
mercati e rifornimenti alimentari a paesi molto diversi e spesso molto
distanti. Le sue attività sono essenzialmente industriali e commerciali,
e solo in misura minima agricole... In breve, natura, struttura e contesto
economico dell’Inghilterra differiscono profondamente da quelli degli altri
stati del Continente”.(40)
Per Dughin Grossraum Atlantico e Atlantismo contro Grossraum Eurasiatico
e Eurasismo rappresentano due differenti e inconciliabili paradigmi di
organizzazione societaria. L’inquadramento teoretico è formato qui
dalle teorie geopolitiche di Halford Mackinder, dall’opera di Schmitt Land
und Meer e, in misura minore, da Prussentum und Sozialismus
di Oswald Spengler e Händler und Helden di Werner Sombart.
Dughin distingue fra due tipi di civiltà: l’Atlantica, orientata
al mare, e la Continentale o Eurasiatica, orientata alla terra, e vede
il futuro ravvicinamento fra Russia e paesi dell’Europa occidentale sulla
base del principio detto Continentalismo o Eurasismo, che egli oppone all’Atlantismo
inglese e americano. L’antagonismo fra Atlantismo e Continentalismo/Eurasismo,
fra civiltà marinare e civiltà della terra, risale a tempi
antichi e costituisce la principale tendenza della storia mondiale.(41)
L’Atlantismo, esemplificato dalla leggendaria Atlantide, dall’antica Cartagine
e da Gran Bretagna e Stati Uniti nel mondo contemporaneo, è caratterizzato
dallo spirito del commercio e del profitto, i suoi valori sono mercantilismo
e cosmopolitismo. Il Continentalismo, rappresentato al meglio dalla leggendaria
Iperborea e dagli Imperi storici Romano, Germanico e Russo, mette in risalto
l’unità organica del popolo nel suo vincolo spirituale con la terra
e la sua fedeltà alla tradizione nazionale. Così, la forma
stessa della massa territoriale che sostiene un popolo influisce sulla
sostanza della sua cultura e del suo carattere nazionale.
“Nella storia antica una potenza marittima divenuta simbolo della civiltà
del mare fu Phoenicia-Cartagine. La civiltà terrestre opposta a
Cartagine fu allora l’Impero Romano. Le guerre puniche furono il riflesso
delle inconciliabili differenze fra le civiltà orientate al mare
e quelle orientate alla terra. Nella storia moderna la Regina dei Mari
– la Gran Bretagna – assurse al rango di polo marittimo della politica
mondiale, per essere più tardi sovrastata dagli Stati Uniti.
Analogamente a Phoenicia e Cartagine nel passato, la Gran Bretagna ha usato
prima di tutto scambi, commerci e colonialismo come strumenti di egemonia.
Il paradigma geopolitico dell’orientamento marittimo anglo-sassone ha creato
una particolare civiltà ad orientamento “commerciale-capitalista-di
mercato”, fondata primariamente sugli interessi economici e materiali e
sui principi del liberalismo economico. Nonostante le sue variazioni nel
corso della storia, il tipo più generale della ‘civiltà del
mare’ ha sempre espresso la fondamentale idea del ‘primato dell’economico
sul politico’. Mackinder mostra chiaramente che nel corso della storia
moderna ‘orientamento marittimo’ ha significato Atlantismo, ed oggi le
potenze del mare sono Stati Uniti e Inghilterra, due paesi anglosassoni.
In opposizione all’Atlantismo sta l’Eurasismo, la civiltà basata
sulla terra. Nella storia moderna l’orientamento eurasiatico è stato
soprattutto tipico della Germania e della Russia. Per questo la tradizione
storica di questi paesi è stata e sarà opposta all’ideologia
e agli interessi geopolitici degli Atlantisti – gli Stati Uniti. Laddove
Atlantismo può essere equiparato a individualismo capitalistico,
liberalismo economico e nozione commerciale di imperialismo, Eurasismo
significa comunitarismo, benessere sociale, democrazia economica,
preminenza del benessere generale sull’interesse privato, del ‘tutto’ sociale
sulle parti, del politico sull’economico”.(42)
Riferendosi alle fondamentali differenze fra i due paradigmi di organizzazione
della società, Dughin prevede che un giorno il mondo sarà
un giorno testimone di una guerra fra il continentalismo eurasiatico, annunciato
dalla Russia, e l’Atlantismo globale – il Nuovo Ordine Mondiale – con in
testa gli Stati Uniti; o, come scrive Alain de Benoist, “l’Eurasia contro
l’America sarà la battaglia decisiva del futuro. Gli Stati Uniti
sono il nemico dell’umanità (hostis humani generis), la Cartagine
che deve essere distrutta”.(43)
IL NUOVO ORDINE MONDIALE
L’essenza del Nuovo Ordine Mondiale, proclamato dal presidente Bush e terminologicamente
e concettualmente preso a prestito dal lessico della Germania nazista,
al pari dell’idea espansionista di Woodrow Wilson di una Dottrina Monroe
per il mondo intero, è un nuovo progetto geopolitico per trasformare
il mondo in un singolo Grossraum – un nuovo Nomos della Terra, secondo
il pensiero di Carl Schmitt – dominato, controllato e orchestrato dagli
Stati Uniti con il corollario della sovversione del diritto internazionale,
delle Nazioni Unite e della sovranità di ogni altro paese all’infuori
degli Stati Uniti. L’Organizzazione delle Nazioni Unite è destinata
a perdere ogni significato, diventando un burattino disciplinato, strumento
dell’espansionismo americano e dell’affermazione di una giurisdizione e
di un sistema di interventismo globali, una sorta di facciata pseudo-legittimante
attraverso la quale gli USA agiranno unilateralmente per perseguire i propri
vantaggi unilaterali. Quel che il futuro sembra preparare è una
latino-americanizzazione del mondo, con le Nazioni Unite ridotte ad una
specie di OAS (Organization of American States), ossia un fantoccio ben
addestrato in mani americane.
“E’ ovvio che la concezione americana di un Grossraum Atlantico – il
Nuovo Ordine Mondiale americano – esclude completamente qualsiasi forma
di effettiva sovranità statale e politica da parte di ogni altro
paese e popolo. Il preesistente mondo bipolare pre-1991 offriva libertà
e sovranità in misura incomparabilmente maggiore ai paesi che erano
compresi nelle sfere di influenza delle allora esistenti Superpotenze e
Grossräume concorrenti. L’emergere del Grossraum Atlantico ad opera
degli architetti del Nuovo Ordine Mondiale americano condurrà alla
disintegrazione del principio stesso della sovranità statale, in
quanto la soppressione con la forza – mediante mezzi economici e militari
– diverrà l’unico strumento di controllo.
La nuova situazione mondiale pone gli altri paesi – ed in particolare
i paesi in precedenza membri del blocco geopolitico opposto all’Alleanza
Atlantica – di fronte alla seguente alternativa: o l’integrazione forzata
nel Nuovo Ordine Mondiale dominato dagli USA – il Grossraum Atlantico –
con la conseguente rinuncia alla propria sovranità, ovvero la creazione
di un nuovo Grossraum che sia in grado di contrapporsi agli Stati Uniti
ed offrire così loro la possibilità di conservare la propria
sovranità ed autonomia culturale”.(44)
La storia, in generale, ed in particolare il comportamento degli USA,
mostrano come i paesi predatori aborrano il vuoto di potere. Era certo,
ed è accaduto, che gli Stati Uniti si sarebbero affrettati a sfruttare
il ritiro dell’Unione Sovietica dall’arena mondiale e ad imporre un vantaggio
unilaterale sugli altri paesi, sinora protetti dall’equilibrio di potere
e dalla concorrenza USA – URSS. Retrospettivamente è possibile affermare
che la fine del Patto di Varsavia e la dissoluzione dell’Unione Sovietica
hanno avuto un impatto di primo piano nel ridurre la stabilità in
Europa e altrove.
Una parte consistente dell’analisi geopolitica di Dughin è centrata
sul Defense Planning Guidance del Pentagono, redatto sotto la supervisione
di Paul D. Wolfowitz, sottosegretario al Pentagono per la Politica, e fatto
pervenire al New York Times nel febbraio 1992;(45) quello che, sotto ogni
punto di vista, può definirsi un programma per il dominio totale
del mondo. Nel documento (46 pagine, riservato) il Dipartimento alla Difesa
afferma che la volontà politica e militare dell’America sarà
quella di impedire che una superpotenza concorrente possa emergere in Europa
occidentale, in Asia o nei territori della ex Unione Sovietica. Missione
e strategia dell’America vengono sintetizzate nel documento come segue:
“Nostro obiettivo primario è prevenire il risorgere di un nuovo
rivale – sul territorio della ex Unione Sovietica o altrove – che ponga
una minaccia dell’ordine di quella posta allora dall’Unione Sovietica.
Questa è una considerazione dominante che soggiace a tutta la nuova
strategia di difesa regionale, e che ci impegna a prevenire che una qualsiasi
potenza ostile possa dominare una delle regioni le cui risorse, in condizioni
di controllo consolidato, siano sufficienti a generare una potenza globale.
Tali regioni comprendono l’Europa occidentale, l’Asia orientale, i territori
della ex Unione Sovietica e l’Asia sud-orientale. Questo obiettivo presente
tre aspetti ulteriori. Primo, gli USA devono dimostrare la leadership necessaria
ad istituire e preservare un nuovo ordine capace di convincere i potenziali
concorrenti di rinunciare ad aspirare ad un ruolo di rilievo o ad assumere
atteggiamenti aggressivi a protezione dei propri interessi legittimi. Secondo,
nelle aree non difensive dobbiamo farci carico degli interessi delle nazioni
industriali avanzate in misura sufficiente a scoraggiarle dal tentare di
sfidare la nostra leadership o dal cercare di rovesciare l’ordine politico
ed economico stabilito. Infine, dobbiamo mantenere attivi meccanismi di
deterrenza che impediscano a potenziali concorrenti anche soltanto di aspirare
ad un più ampio ruolo regionale o globale...
... La NATO è lo strumento primario della difesa e della sicurezza
occidentali, nonché il canale di influenza e partecipazione degli
USA nelle questioni della sicurezza europea. Gli Stati Uniti sostengono
l’obiettivo dell’integrazione europea, ma devono cercare di prevenire l’emergere
di accordi di sicurezza a livello soltanto europeo, tali indebolire la
NATO”.(46)
Il documento delinea inoltre le strategia per sovvertire l’Organizzazione
delle Nazioni Unite, sostituendola di fatto con la NATO dominata e controllata
dagli Stati Uniti, e postula il diritto degli USA a scavalcare l’ONU agendo
indipendentemente e unilateralmente.(47) Gli sviluppi politici dal 1991
in avanti possono essere descritti unicamente come la sistematica attuazione
del grande piano americano per il dominio mondiale descritto nel Defense
Planning Guidance del Pentagono, a sua volta immagine speculare degli obiettivi
stabiliti nel NSC-68.
Il documento, sottolinea Dughin, è interessante in quanto permette
di giungere all’ovvia conclusione che i futuri nemici degli Stati Uniti
potranno essere i loro ex alleati, e che la minaccia oggi posta dagli USA
alla Russia potrà diventare domani una minaccia contro Francia,
Germania e Giappone. Ed è solo questione di tempo, prima che l’antagonismo
fra i paesi dell’Europa occidentale e gli USA venga alla superficie e si
articoli come opposizione fra interessi nazionali divergenti. Nonostante
la trasformazione politica in Europa, gli Stati Uniti hanno deliberato
che la NATO e la presenza militare USA nel continente debba essere un dato
geopolitico permanente. Lo scioglimento del Patto di Varsavia nel luglio
1991 non è stato seguito dallo scioglimento della NATO. L’allarme
americano riguardo alla prospettiva della creazione di una forza congiunta
franco-tedesca è comprensibile, dal momento che l’esistenza di tale
forza condurrà inevitabilmente non soltanto ad un’affermazione di
sovranità da parte dei paesi europei,(48) ma anche all’articolazione
di un’identità europea e di interessi nazionali collettivi differenti
da quelli degli Stati Uniti, Tale differenza di interessi nazionali è
sottolineata dal generale H.J. von Lochhausen, che nel suo articolo La
guerra in Irak è una guerra contro l’Europa scrive:
“Gli USA hanno compreso che al fine di mantenere il dominio mondiale
devono prendere posizione oggi contro i nemici di domani, cioè il
Giappone e l’Europa unita. Gli USA hanno scelto di assumere uno stretto
controllo di quelle risorse petrolifere da cui Giappone e Germania dipenderanno
in futuro... La guerra in Irak è stata questa presa di posizione,
resa possibile unicamente all’eliminazione dell’Unione Sovietica in quanto
attore nell’arena mondiale ed anche in quanto deterrente contro l’aggressione
americana. Va ricordato che il paese che controlla il petrolio nel Golfo
Persico controlla anche l’Europa occidentale e il Giappone... Ed è
profondamente preoccupante che gli USA abbiano costretto Germania e Giappone
a finanziare una guerra che, in ultima analisi, era finalizzata ad indebolirli
e controllarli in futuro.”(49)
Ad una simile conclusione perviene Samir Amin, che afferma: “Credo che
la decisione di entrare in guerra nel Golfo sia stata deliberatamente presa
da Washington allo scopo di prevenire la formazione di un ‘blocco europeo’:
con l’indebolire l’Europa (dato che l’offerta di petrolio viene ora unilateralmente
controllata dagli Stati Uniti), con il metterne a nudo l’essenziale fragilità
della sua unione politica... e con il neutralizzare Mosca”.(50)
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IL NUOVO ORDINE MONDIALE E IL DIRITTO INTERNAZIONALE
Vorrei esaminare in maggiore dettaglio due temi centrali nella critica
di Aleksandr Dughin al Nuovo Ordine Mondiale, vale a dire il quadro del
nuovo diritto internazionale che esso crea e le sue conseguenze per la
Russia e l’Europa, esemplificate dalla guerra in Jugoslavia. La questione
del diritto internazionale può essere indagata alla luce dell’affermazione
di Dean Acheson a proposito della concezione americana delle fonti e degli
obblighi secondo il diritto internazionale: “Gran parte del corpus di quanto
viene definito diritto internazionale è un in realtà un distillato
di etica, ed occorre cautela per non confondere questo distillato con il
diritto... Inoltre, nel corso della sua lunga storia il diritto è
stato rispettoso del potere, specie di quel potere che si avvicina alle
fonti della sovranità”, (51) e della tendenza da parte degli USA
di affermare il proprio volere come unica fonte di diritto internazionale.
A questo proposito, è interessante rammentare che già de
Gaulle, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, vide nel grande disegno
del presidente Roosevelt per la fondazione delle Nazioni Unite non solo
una mossa dell’America verso l’egemonia mondiale tramite la creazione di
un ente internazionale subalterno e controllato dagli Stati Uniti, ma anche
“un sistema permanente di intervento che egli (Roosevelt) volle istituire
e sancire dal diritto internazionale”,(52) un disegno ricomparso e infine
realizzatosi nel Nuovo Ordine Mondiale.
Dall’altra parte, è particolarmente importante la guerra in Jugoslavia,
in quanto è stata percepita in Russia non solo come un analogo contemporaneo
della Guerra Civile Spagnola, con gli USA al posto delle allora potenze
fasciste, ma anche come prova generale di quello che potrebbe accadere
alla Russia qualora gli USA acquisissero una supremazia nucleare strategica.
E come è accaduto negli anni ’30 in Spagna, dei volontari russi
si sono arruolati sotto il comando delle forze serbe.(53) Particolare allarme
ha destato in Russia la Direttiva Presidenziale 13, che prospetta i piani
americani per vaste operazioni ‘coperte’ [covert operations] e persino
l’intervento militare diretto in Russia sotto il consueto travestimento
delle cosiddette operazioni di pace nelle ex Repubbliche sovietiche, formulato
con l’obiettivo di prevenire ogni dichiarazione di una Dottrina Monroe
russa nell’ex Unione Sovietica.(54)
Un punto di partenza per l’analisi della trasformazione del concetto
di diritto internazionale deve essere la discussione della natura e degli
sviluppi della Dottrina Monroe, unilateralmente dichiarata; questa, sin
dal principio, è stata il fondamento ideologico dell’imperialismo
americano e dell’affermazione di una giurisdizione territoriale sempre
più ampia. La Dottrina Monroe definiva un’area di gran lunga eccedente
i territorio degli Stati Uniti – l’Emisfero Occidentale – come Grossraum
nel quale gli USA assumevano il ruolo di potenza imperiale investita della
sovranità assoluta nella regione, al tempo stesso privando gli altri
paesi della medesima regione del diritto alla sovranità e all’autodeterminazione.(55)
Gli USA hanno unilateralmente riservato per sé il diritto ad intervenire
nell’Emisfero Occidentale, creando una forma di colonialismo qualitativamente
nuova, con il diritto di intervento come pietra angolare del controllo
e dominio politico. L’essenza della Dottrina Monroe e della sua successiva
codificazione nel Trattato di Rio consiste nel ripudio del massimo principio
della Carta delle Nazioni Unite, ossia il principio dell’uguaglianza e
sovranità delle nazioni, sul quale poggia il corpus del diritto
internazionale. Già Hegel sapeva bene che il diritto internazionale
– jus gentium – presuppone e si fonda sulla sovranità degli stati.
In una situazione in cui un solo stato è detentore dell’assoluta
sovranità, il diritto internazionale in quanto tale non può
esistere – riducendosi all’applicazione del diritto pubblico dello stato
dominante travestito da principio universale.(56)
Dopo la conclusione della Prima Guerra Mondiale, alla Conferenza di
Pace di Parigi – che ebbe per esito la sigla del Trattato di Versailles
e la creazione della Lega delle Nazioni – il presidente Woodrow Wilson
presentò i suoi Quattordici Punti che proclamavano un nuovo universalismo
insieme con – usando quella che in seguito sarebbe stata definita una Neo-Lingua
orwelliana – il diritto all’autodeterminazione quale fondamento dell’ordine
mondiale nel dopoguerra. Contemporaneamente il suo segretario di stato,
Robert Lansing, scrisse un memorandum a spiegazione del significato della
Dottrina Monroe:
“Nel rivendicare la Dottrina Monroe gli Stati Uniti tengono in considerazione
i propri interessi. L’integrità delle altre nazioni americane è
un accidente, non un fine. Per quanto ciò possa sembrare dettato
da puro egoismo, l’autore della Dottrina non aveva altro più generoso
motivo per la sua dichiarazione”.(57)
Gli Stati Uniti si sono rifiutati di aderire alla Lega delle Nazioni,
a meno che loro Carta non incorporasse la Dottrina Monroe – una richiesta
suscitata meno dalla preoccupazione per il diritto all’autodeterminazione
che non dalla preoccupazione per la dominazione americana nell’Emisfero
Occidentale. Alla fine, nonostante l’Articolo 21 della Carta incorporasse
la Dottrina Monroe, gli USA non aderirono alla Lega. Secondo Schmitt, l’Articolo
21 è il simbolo del trionfo dell’Emisfero Occidentale sull’Europa.
(58) Il grande disegno del presidente Wilson fu quello di trasformare il
Trattato di Versailles e il suo frutto, la Lega delle Nazioni, in uno strumento
dell’imperialismo americano e della dominazione sull’Europa.(59)
Di speciale interesse sono le quindici riserve degli Stati Uniti, che
non comportano la ratifica, bensì piuttosto l’annullamento del Trattato.
Alcune di tali riserve costituiscono un corpus dottrinale distinto concernente
la natura degli obblighi degli USA in base al diritto internazionale.
1. Gli Stati Uniti intendono ed applicano l’articolo 1 così che
in caso di disdetta o ritiro dalla Lega delle Nazioni… gli Stati Uniti
saranno il solo giudice dell’avvenuto adempimento o meno di tutti i loro
obblighi internazionali e di tutti i loro obblighi internazionali in base
a tale convenzione…
4. Gli Stati Uniti si riservano l’esclusivo diritto di decidere quali
questioni ricadano entro la propria giurisdizione interna e dichiarano
che tutte le questioni interne e politiche interamente o parzialmente connesse
con i propri affari interni… ricadono sotto la sola giurisdizione degli
Stati Uniti e, secondo questo trattato, non devono in alcun modo essere
sottoposte né all’arbitrato né alla valutazione del consiglio
o dell’assemblea della Lega delle Nazioni, o di qualsiasi altro ente connesso,
o alla decisione o raccomandazione di qualsiasi altra potenza.
5. Gli Stati Uniti non sottoporranno ad arbitrato o a inchiesta dell’assemblea
o del consiglio della Lega delle Nazioni, istituita dal suddetto trattato
di pace, alcuna questione che a giudizio degli Stati Uniti dipenda o sia
correlata alla sua politica consolidata, comunemente nota come Dottrina
Monroe; tale dottrina è soggetta alla sola interpretazione degli
Stati Uniti e viene qui dichiarata interamente estranea alla suddetta Lega
delle Nazioni…
14. ...Gli Stati Uniti non assumono obblighi quanto all’essere vincolati
da alcuna decisione, rapporto o conclusione del consiglio o dell’assemblea
derivanti da qualsiasi disputa fra gli Stati Uniti e ogni altro membro
della Lega.(60)
Queste riserve esprimono la specifica posizione dualistica dell’America
nei confronti dei trattati internazionali: i trattati vanno usati come
veicolo per fare assumere obblighi agli altri paesi, mentre gli USA non
ne assumono alcuno.(61) Così, i trattati dovevano essere congegnati
unicamente per promuovere gli interessi degli Stati Uniti assicurandosi
che i governi stranieri agiscano in modo considerato dagli USA vantaggioso,
e non perché siano gli USA ad assumersi qualsiasi obbligo internazionale.
Scopo di questa dottrina dualistica è stato storicamente quello
di rinsaldare e promuovere le rivendicazioni egemoniche americane. Riconoscendo
la vera natura dello pseudo-universalismo del diritto internazionale creato
dopo la Seconda Guerra Mondiale, diritto che palesemente non poggiava sul
rispetto delle sovranità esistenti, ma costituiva un mero pretesto
per il completo dominio politico ed economico da parte degli Stati Uniti,
Carl Schmitt scrisse che “dietro la facciata delle norme generali del diritto
internazionale sta, in realtà, il sistema dell’imperialismo mondiale
anglo-sassone.”(62)
Dopo la Seconda Guerra Mondiale gli Stati Uniti ebbero bisogno di una
nuova copertura sotto cui affermare unilateralmente la potenza USA e ribadire
l’egemonia di Washington in tutto l’emisfero. Ne risultò la creazione
del Trattato Interamericano di Reciproca Assistenza, siglato a Rio de Janeiro
nel settembre 1947, ed il successivo patto concluso a Bogotà nell’aprile
1948, che istituiva la Carta dell’Organizzazione degli Stati Americani
(OAS). Il significato del Trattato di Rio va al di là della formale
codificazione della Dottrina Monroe. In primo luogo, alla luce del fondamentale
principio espresso nella Carta delle Nazioni Unite, vale a dire il principio
della sovranità e dell’uguaglianza degli stati membri, un trattato
regionale che in sostanza ripudia il principio stesso della sovranità,
fatta eccezione per la sola sovranità degli Stati Uniti, deve essere
considerato incompatibile con la carta dell’ONU. In secondo luogo, l’OAS
divenne un prototipo di organismo pseudo-internazionale con una facciata
ideologica pseudo-universale, uno strumento dell’interventismo americano
nella regione. Infine, esso va ritenuto il paradigma della concezione americana
di organizzazione di un Grossraum in particolare e, in generale, di un
Ordine Mondiale, la cui globalizzazione è l’essenza stessa del Nuovo
Ordine Mondiale. Come afferma Noam Chomsky, “per gli USA la Guerra Fredda
è stata anzitutto una storia di sovversione mondiale, aggressione
e terrorismo internazionale diretto da uno stato, i cui esempi sono troppi
per farne menzione. Secondariamente, è servito a preservare l’influenza
degli USA sui loro alleati industrializzati e per sopprimere ogni forma
di politica indipendente e attivismo popolare”.(63).
Un ulteriore aspetto del Nuovo Ordine Mondiale sembra consistere nel
ripudio da parte degli USA di una delle norme fondamentali del diritto
internazionali, quella secondo cui i trattati vanno osservati in buona
fede; la norma pacta sunt servanda. Le massicce operazioni coperte
svolte dagli Stati Uniti in Polonia negli anni ’80 - dopo che il presidente
Reagan firmò una delibera di sicurezza nazionale segreta (NSDD 32),(64)
autorizzando la CIA ad intraprendere una vasta gamma di azioni sovversive
per destabilizzare il paese – furono motivate con la decisione degli USA
di rendere nullo l’Accordo di Yalta.(65)
L’invasione USA di Panama nel dicembre 1990 si basò sul disegno
di Washington di prevenire le conseguenze del trattato che avrebbe trasferito
a Panama il controllo sul Canale. Concordo pienamente con la conclusione
di Noam Chomsky, secondo il quale la guerra di Panama, che terminò
con oltre 20.000 vittime civili, “è sotto un certo aspetto un evento
storico. E’ il primo atto di violenza internazionale degli USA nell’epoca
post-Seconda Guerra Mondiale che non vene giustificato con il pretesto
della minaccia sovietica”.(66) E infine, la guerra in Jugoslavia e il conseguente
smembramento del paese, che, sul piano storico, è pressoché
analogo alla partizione del paese realizzata da Hitler: uno stato fantoccio
croato è stato fondato dai neo-Ustasha. In Russia la generale percezione
è che le cosiddette forze bosniache, promosse dagli USA, non siano
null’altro che l’equivalente dei cosiddetti Contras in Nicaragua, e che
questa guerra sia il primo esempio di latino-americanizzazione dell’Europa.
Ma lo smembramento della Jugoslavia, che in un passato non lontano fu uno
dei dirigenti del movimento dei paesi non-allineati, è considerato
una flagrante violazione dell’Accordo di Helsinki del 1975, l’essenza del
quale era l’inviolabilità delle frontiere e dell’integrità
territoriale degli stati, insieme con la garanzia dell’eguaglianza sovrana
delle nazioni e il rispetto dei diritti inerenti la sovranità,(67)
e sul quale furono basati tutti gli accordi di sicurezza in Europa. Nella
sezione relativa l’Accordo di Helsinki stabilisce che:
Gli Stati partecipanti rispetteranno la reciproca uguaglianza ed individualità
sovrana, nonché i diritti inerenti e compresi in tale sovranità,
ivi incluso in particolare il diritto di ogni Stato all’eguaglianza giuridica,
all’integrità territoriale e alla libertà ed indipendenza
politica... Gli Stati partecipanti considerano inviolabili le reciproche
frontiere, al pari di tutte le frontiere di tutti gli Stati in Europa,
e pertanto si asterranno ora ed in futuro dal violare tali frontiere...
Gli Stati partecipanti rispetteranno l’integrità territoriale di
ciascuno degli Stati partecipanti. Conseguentemente, si asterranno da ogni
atto non coerente con gli scopi e i principi della carta delle Nazioni
Unite che vada contro l’integrità territoriale, l’indipendenza politica
o l’unità di ogni Stato partecipante, ed in particolare da ogni
atto che costituisca minaccia o uso della forza.
Se lo smembramento della Jugoslavia deve essere considerato come una
violazione dell’Accordo di Helsinki, la conseguente guerra e l’intervento
militare diretto degli USA con l’occupazione di parte della Jugoslavia
– la Bosnia – presentano implicazioni ancora maggiori, dal momento che
tali azioni coinvolgono le relazioni fra gli USA e le Nazioni Unite. Riassumendo
gli intenti di Washington, William Safire, in un articolo sul New York
Times,(68) scrive a proposito dell’eventualità di attacchi aerei
contro le forze serbe che l’amministrazione Clinton ha adottato una nuova,
risoluta linea politica nei confronti delle Nazioni Unite: “Non chiedere
una Linea Politica, ma affermarla... la diplomazia coercitiva diventerà
‘ordine del giorno”. Un portavoce del Dipartimento di Stato, Michael McCurry,
ha dichiarato che “gli Stati Uniti saranno in grado di condurre una campagna
aerea contro l’avanzata delle forze serbe, ricevano o meno l’approvazione
degli alleati europei al Convegno della NATO a Bruxelles del 2 agosto 1993”(69).
Ha inoltre omesso qualsiasi riferimento alla necessaria autorizzazione
da parte delle Nazioni Unite.
Sebbene l’amministrazione Clinton sia stata criticata dal Segretario
Generale dell’ONU, che ha giustamente affermato che gli USA non hanno giurisdizione
sulle forze ONU e che, per di più, qualsiasi decisione riguardo
agli attacchi aerei deve essere sancita dalle Nazioni Unite,(70) gli Stati
Uniti hanno continuato a proclamare di essere i soli a poter decidere se
colpire o meno. O, come si è correttamente espresso l’ex funzionario
del Dipartimento di Stato John Bolton:
“Noi siamo i multilateralisti centrali. L’idea che là fuori vi
sia una qualche volontà collettiva internazionale è solo
aria fritta. La vera misura del peso diplomatico dell’America sarà
sempre l’entità delle forze militari che siamo disposti ad impegnare”.(71)
Dopo un incontro a Washington con Alja Izetbegovic, l’uomo degli USA
in Bosnia ed ex ufficiale delle Waffen SS,(72) il presidente Clinton ha
dichiarato l’8 settembre 1993 che qualsiasi intervento militare in Jugoslavia
deve essere intrapreso “da una forza di pace della NATO – non delle Nazioni
Unite, ma della NATO”. Comprensibile è stata la reazione francese.
Richard Duque, portavoce del Ministero degli Esteri, ha affermato che la
Francia riteneva qualsiasi operazione del genere dovesse avvenire “sotto
l’autorità delle Nazioni Unite”.(73) La reazione francese va considerata
anche alla luce dell’affermazione del Segretario alla Difesa Lee Aspin,
secondo il quale qualsiasi forza di pace avrebbe dovuto essere posta sotto
comando NATO, ossia sotto la direzione ultima del Supremo Comandante Alleato,
un ruolo da sempre svolto da un ufficiale americano. La Francia non è
comunque parte del comando integrato NATO, ed evidentemente vede tali dichiarazioni
da parte americana come un tentativo di limitare la propria sovranità.
Gli obiettivi americani in Jugoslavia sono stati pienamente realizzati.
Ad ogni scopo pratico, la NATO ha rilevato tutte le funzioni essenziali
delle Nazioni Unite, di fatto rimpiazzandole. Gli “accordi” di Dayton,
da molti considerati una seconda Monaco, incarnano non soltanto l’essenza
della diplomazia dell’ultimatum, ma anche l’intento americano di sovvertire
il diritto internazionale. In realtà, secondo il diritto internazionale,
gli accordi di Dayton sono nulli.(74) Ricalcati sul modello dell’Emendamento
Platt riguardante Cuba, essi creano un effettivo protettorato americano
sulla Bosnia.
Il generale francese Pierre-Marie Gallois, geopolitico, dirigente del
movimento di Resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale, creatore della
dottrina militare della Francia ed uno dei massimi consiglieri del generale
de Gaulle, considera lo smembramento della Jugoslavia parte integrante
del disegno americano di dominio mondiale, incarnato nel concetto di Nuovo
Ordine Mondiale. In quanto tale, esso serve la strategia geopolitica dell’estensione
estrema del Lebensraum americano – la Dottrina Monroe per il mondo intero.
Nelle sue parole troviamo un’eco del pensiero di de Gaulle:
“La ricerca della verità e della giustizia mi ha spinto a lottare
con decisione contro le enormi assurdità e i mali che scaturiscono
dall’idea totalitaria del Nuovo Ordine Mondiale. La disgregazione e distruzione
della Jugoslavia, l’aggressione contro l’Irak, l’uccisione di centinaia
di migliaia di civili innocenti in Irak, tutti questi atti abominevoli
sono solo pagine dello stesso copione: l’imposizione di un volere maligno
di uno solo su tutti coloro che sono percepiti come ostacoli alla Weltherrschaft
[signoria mondiale] americana sull'umanità... E’ del tutto evidente
che lo smembramento dei paesi in Europa non è ancora finito. La
nostra partecipazione nella NATO e l’occupazione della Jugoslavia costituiscono
una minaccia all’indipendenza della Francia, un tradimento dei nostri interessi
nazionali. La crisi dei Balcani è un espediente per giustificare
l’ingiustificabile: l’espansione della presenza militare americana in Europa.
E al tempo stesso l’ONU, invece di essere un’istituzione che promuove l’intesa
e la pace internazionale, è stata trasformata in strumento di aggressione
collettiva. La NATO non sta conducendo una missione di pace in Jugoslavia.
La presenza di forze NATO in Jugoslavia è un atto di aggressione,
un atto di aperta occupazione”.(75)
Allo stesso tempo, precisa e sottolinea Gallois, la guerra in Jugoslavia
serve un importante scopo geopolitico, destinato a mettere a repentaglio
l’aspirazione dell’Europa all’indipendenza geopolitica:
“La Germania si rafforzerà e presto non tollererà oltre
la presenza di forze americane sul suo territorio. E’ quindi necessario
un posizionamento di riserva per le forze americane-NATO, l’aggiunta di
una regione geopoliticamente ideale per lo stazionamento e il raggruppamento
degli strumenti militari della politica estera americana. Albania, Bosnia
e Macedonia formano questa regione... Il mondo secondo la visione americana
è una assoluta e totale negazione dell’antica tradizione di rispetto
dei diritti e delle libertà. Dopo il bombardamento genocida di obiettivi
civili serbi e l’embargo economico al servizio dello stesso fine – indebolire
i Serbi – gli Stati Uniti hanno creato la Bosnia come proprio protettorato...
Questo è abominevole. Ma tali atrocità servono il supremo
obiettivo geopolitico degli Stati Uniti: restare in Europa ad ogni costo...
L’Accordo di Dayton è l’ultimo parto della nuova diplomazia americana,
aggressiva e intransigente, sicura della propria potenza, una diplomazia
che usa soltanto il linguaggio degli ultimatum...
Gli USA hanno letteralmente fatto a pezzi l’Irak a forza di bombardamenti,
ne hanno avvelenato il contesto naturale e l’habitat ecologico, hanno ucciso
centinaia di migliaia di civili con barbarie inaudita, al solo scopo di
controllare l’offerta di petrolio ed imporne il prezzo a piacimento di
Washington... Per effetto dell’embargo contro l’Irak sono stati assassinati
570.000 civili... Questo è in assoluto un crimine contro l’umanità.
Senza tregua a Washington vengono prese decisioni che avranno per effetto
l’omicidio di innocenti: anziani, malati, poveri. E poi Washington ha il
coraggio di insegnare la moralità al mondo... Oppure, prendiamo
il cosiddetto Tribunale di Guerra dell’Aja, presuntivamente istituito per
rappresentare l’etica e la verità, in realtà strumento di
guerra (guerra con altri mezzi, giuridici) e continua aggressione contro
i Serbi.(76) Quale migliore prova dell’assurdità di questo tribunale,
del fatto che non sono esistiti tribunali di guerra per tutti i crimini
di guerra e i crimini contro l’umanità commessi nel corso dei bombardamenti
di Dresda e Amburgo, per l’annientamento nucleare di Hiroshima e Nagasaki,
per i crimini di guerra commessi in massa in Vietnam, e per i crimini di
guerra commessi in Irak durante l’operazione Desert Storm. E’ come se tutti
questi enormi crimini di guerra non fossero avvenuti, o fossero insignificanti
a paragone della resistenza dei Serbi contro la conquista del loro paese...
Non posso accettare una simile logica perversa americana, e sono molto
addolorato che il mio paese sia costretto a prendere parte a queste atrocità
americane”.(77)
L’ovvia conclusione è che lo smembramento della Jugoslavia e
la conseguente guerra servono a diversi scopi:
a. Espansione del Grossraum americano con l’instaurazione di uno stato
fantoccio bosniaco controllato dagli USA, nonché, probabilmente,
istituzione di basi militari americane permanenti sull’Adriatico;
b. Prevenzione contro l’emergere di qualsiasi iniziativa europea indipendente
in politica estera, e quindi contro l’emergere dell’Europa quale nuovo
Grossraum unitario;
c. Consolidamento del controllo sul Rimland;
d. Abrogazione, de facto, dell’Accordo di Helsinki;
e. Sovversione e liquidazione nei fatti delle nazioni Unite quale entità
internazionale, e infine
f. Prova generale, come viene percepita in Russia, di una futura guerra
di aggressione contro la Russia.
In ogni caso, è del tutto chiaro che la sostituzione delle Nazioni
Unite con la NATO renderà inoperante il potere di veto dei membri
permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il che lede gli interessi
non solo della Russia ma anche della Francia e della Cina.
Se l’incorporazione della Dottrina Monroe nell’Articolo 21 della Carta
della Lega delle Nazioni segnò il sovvertimento dell’universalità
del diritto internazionale e la sconfitta dell’Europa da parte degli USA,
la guerra in Jugoslavia e gli attacchi aerei contro le forze serbe segnano
un evento storico di importanza ancora maggiore, vale a dire il sovvertimento
delle Nazioni Unite e la sua futura trasformazione, se gli USA non si opporranno
decisamente, in un equivalente funzionale dell’OAS, cioè un entità
pseudo-internazionale che serva da sigillo all’egemonia americana e a guerre
di aggressione mascherate da cosiddette operazioni di pace in paesi che,
prima delle stesse iniziative di pace, sono stati già destabilizzati
dalla sovversione, palese od occulta, degli Stati Uniti. La disgregazione
della Jugoslavia rischia di divenire una seconda Monaco per l’Europa. E’
evidente che Washington sta cercando di imporre la sua autorità
assoluta sul resto del mondo. Per raggiungere questo obiettivo gli Stati
Uniti dovranno portare a termine il totale sovvertimento e la forzosa distruzione
dell’apparato statale e della struttura sociale, in primo luogo, negli
ex paesi socialisti, sostituendoli con apparati e strutture subordinati
e controllati da Washington.
Hitler abbandonò la Lega delle Nazioni per prepararsi ad una
guerra di aggressione; la strategia degli Stati Uniti, d’altro canto, è
molto più pericolosa – la sovversione delle Nazioni Unite per conseguire
lo stesso scopo. Riconoscendo la mutata natura delle Nazioni Unite nell’epoca
post-1991 e la conseguente crisi di legittimazione, il generale V. Filatov,
uno dei fondatori del Fronte di Salvezza Nazionale in Russia ed ex redattore
della Rivista Storico-Militare, scrisse:
“Quando il Fronte di Salvezza Nazionale andrà al potere – e questo
accadrà molto presto – usciremo dalle Nazioni Unite, divenute un’organizzazione
punitiva fascista, uno strumento della CIA. Porremo i nostri missili in
stato di allarme. Allora vedremo chi oserà attaccare la Serbia”.(78)
La strategia necessaria per la Russia e per altri paesi europei, anzitutto
Germania e Francia, deve consistere in un progetto geopolitico per la creazione
di un nuovo Grossraum – la Pax Eurasiatica – in opposizione alla Pax Americana
e al suo corollario, il Nuovo Ordine Mondiale; perché solo opponendosi
agli Stati Uniti l’Europa potrà iniziare una vita politica indipendente
e conseguire una genuina emancipazione, scrive Dughin. Lo scopo di un nuovo
Kulturkampf è quello di problematizzare l’egemonia americana in
quanto minaccia all’Europa quale formazione storica in generale e alla
sua cultura in particolare. Ritrovare l’autenticità del destino
della vita politica europei implica necessariamente il rigetto di ogni
falso universalismo proclamato dagli USA, che è nella sostanza sia
paravento ideologico, sia mascheramento degli interessi nazionali particolari
dell’America. La rinascita europea è condizionata allo scioglimento
della NATO, che è oggi nient’altro che uno strumento di controllo
americano sui suoi pretesi alleati, ed un pretesto per mantenere le forze
di occupazione USA in Europa “per più di cent’anni”, come ha dichiarato
il presidente Bush. Gli obiettivi strategici della NATO controllata dagli
USA sono stati definiti da Wolfram Henrieder nel suo libro Germania,
America, Europa(79) come una strategia di “doppio contenimento”: contenimento
dell’Unione Sovietica in passato, da un lato, e degli alleati dell’America,
dall’altro. “La logica di questa strategia è stata espressa senza
mezzi termini da Lord Ismay nel suo celebre detto sui fini della NATO in
Europa (che sarebbe ugualmente servito a descrivere la politica USA verso
il Giappone) ’tenere dentro gli Americani, fuori i Russi e giù i
Tedeschi’.”(80)
L’Europa in quanto entità collettiva deve entrare nel famoso
circolo ermeneutico, e qui trovare finalmente la verità – occultata
durante gli anni della Guerra Fredda – della sua esistenza politica collettiva
distinta ed unica. Come ha affermato Heidegger, il tentativo di conseguire
l’autenticità nazionale si esprime sempre nella risolutezza, e la
risolutezza è la vera sostanza del Kulturkampf.
Dughin propone di far rivivere il concetto di Mitteleuropa, in origine
formulato da Friedrich Naumann, come piattaforma ideologica per un nuovo
orientamento geopolitico che si opponga alla Pax Americana e crei un Grossraum
concorrente – Pax Eurasiatica – ad esclusione ed in opposizione agli Stati
Uniti. Strettamente legata al concetto di Mitteleuropa è l’estrapolazione
in senso specificamente politico della dicotomia Kultur / Zivilisation,
formulata da Thomas Mann nel suo libro Considerazioni di un impolitico(81),
dove egli contrappone la “civiltà” tedesca alla “civilizzazione”
prevalentemente anglo-sassone. L’elaborazione di quella dicotomia conduce
Dughin a concludere che non soltanto gli interessi nazionali dell’Europa
divergono da quelli degli Stati Uniti, ma anche la sua tradizione di civiltà
è l’antitesi del guscio vuoto della “civilizzazione” negli USA.
Mentre “civiltà” nei paesi europei è espressione di identità
nazionali e di una tradizione storica organica, la “civilizzazione” americana
è portatrice di un onnipervasivo commercialismo e consumismo la
cui penetrazione dissolve ogni identità nazionale.
Una conclusione paradossale emerge dalla ripresa del concetto di Mitteleuropa
– un’Europa orientata in senso anti-Occidentale. Dughin considera il termine
“Occidente” come una costruzione ideologica in larga misura americana,
uno stampo atlantista impresso sull’Europa, e guarda alla decisione con
cui de Gaulle nel 1966 si ritirò dal comando integrato della NATO
– che, come sottolineava lo stesso de Gaulle, privava la Francia della
sua sovranità – non solo come la prima asserzione di un’identità
europea distinta e separata da quella degli Stati Uniti, ma anche come
alla prima manifestazione anti-occidentale di un paese europeo nella sfera
di influenza degli USA. De Gaulle mise in evidenza che il disegno americano
è sempre stato quello di trasformare una comunità europea
coesiva in una più vasta e debolmente connessa comunità atlantica
sotto controllo americano.(82) Constatando che l’Atlantismo era più
aggressivo che mai, fu costretto a cercare delle vie di resistenza all’egemonia
americana in Europa. “Aveva due opzioni: o intraprendere azioni unilaterali
per sfidare l’egemonia americana, o cercare partner alternativi uniti dal
comune interesse a spezzare quel controllo egemonico”.(83) Il ritiro della
Francia dal comando integrato della NATO fu l’estremo atto di anti-egemonismo
di de Gaulle.
Il fallimento dell’Unione Sovietica – imputabile alla politica estera
disfattista e de facto antinazionale dell’amministrazione Gorbacev – nel
condizionare l’unificazione della Germania al suo ritiro dalla NATO fu
un’enorme sconfitta politica autoinflitta, con ripercussioni future non
solo sulla Russia, ma anche sulla Germania. Per la Russia significa l’indebolimento
del suo potenziale strategico, per la Germania un’occasione perduta di
riacquistare la piena sovranità, senza forze di occupazione straniere
stazionanti sul suo territorio. E per l’Europa nel suo complesso significa
non aver saputo cogliere il momento storico per rimpiazzare la NATO, proiezione
della potenza americana e strumento di contenimento contro gli ex alleati
degli USA, con un sistema di sicurezza paneuropeo.
In questa prospettiva vanno esaminate le alternative per l’Europa delineata
dal trattato di Maastricht, che può condurre ad una graduale unificazione:
o un’Europa Federata, potenza che progetta un Grossraum, oppure un’Europa
ancor più divisa e debole sotto l’effetto oppressivo e livellatore
dello pseudo-universalismo americano, che in sostanza risulterà
essere uno stato-gendarme atlantista nell’ambito della strategia NATO di
contenimento rivolta contro gli ex alleati degli USA. Nell’ultimo caso,
il trattato di Maastricht avrà per esito la delegittimazione delle
sovranità nazionali e l’indebolimento e la dissoluzione delle identità
nazionali degli stati membri. Invece di una nuova auto-identità
europea., il risultato sarà la creazione di uno spazio amorfo dalle
identità nazionali e culturali obliterate, funzionalmente integrato
nel Grossraum americano. Già de Gaulle previde questa possibilità
quando dichiarò che, se gli Stati Uniti non avessero incontrato
opposizione, “alla fine sarebbe venuta alla luce una colossale comunità
atlantica, alle dipendenza e sotto la direzione dell’America, che inghiottirà
completamente la comunità europea”.(84) Contro la concezione anti-europea
di una comunità atlantica, veicolo ideologico per soffocare un’esistenza
geopolitica indipendente dell’Europa, si leva la concezione di una Dottrina
Monroe per l’Europa, sostiene Alain de Benoist:
“Quel che mi preoccupa è che non vedo il Trattato di Maastricht
come preludio ad un’Europa autonoma, politicamente sovrana, determinata
a conquistarsi l’equivalente di quello che la Dottrina Monroe è
stata per gli Stati Uniti; ma piuttosto un fantasma dell’Europa, un’Europa
della disoccupazione, assente ed impotente, una zona di libero scambio
governata a livello teorico da principi monetaristi ultra-liberali e sul
piano pratico da amministratori e banchieri che non possiedono né
un progetto politico né una legittimazione democratica… Nietzsche
disse: l’Europa si creerà sull’orlo di una tomba. Da parte mia credo
che si creerà fuori e contro gli Stati Uniti, o non si creerà
affatto”.(85)
Storicamente, le potenze anglofone, in passato la Gran Bretagna, oggi
gli Stati Uniti, sono sempre state un ostacolo al consolidamento dell’Europa
e quindi un effettivo avversario geopolitico.
“La spinta ad espellere gli Americani, e prima di noi i Britannici,
dal Continente affonda le sue radici nella reazione al ruolo dei paesi
anglofoni nel frustrare ogni tentativo di unità europea dal Rinascimento
in avanti. Con l’eccezione dei membri più scriteriati della Casa
Stuart, ogni capo di stato anglofono, da Elisabetta Tudor a Harry Truman,
si è opposto al consolidamento del continente. Elisabetta I combatté
contro la Spagna; dai tempi di Marlborough a quelli di Wellington gli Inglesi
combatterono contro la Francia; da Asquith a Churchill e Roosevelt gli
“Anglosassoni” combatterono contro la Germania. Persino quando la politica
americana sotto Truman si spostò a favore dell’integrazione pacifica
dell’Europa occidentale, fu per il desiderio di sventare la grande minaccia
sovietica… Il contributo positivo dell’antica politica del ‘divide et impera’
alla civiltà europea, non può in ogni caso nasconderne il
fine essenzialmente negativo. I Britannici cercarono di mantenere il Continente
imbrigliato in mille controversie, mentre essi mettevano assieme un impero
globale e prosperavano. Gli Stati Uniti fecero affidamento sulla Gran Bretagna
per mantenere un equilibrio europeo che impedisse agli europei di interferire
nel Nuovo Mondo, mentre noi, al pari dei nostri cugini britannici, commerciavamo
liberamente ai quattro angoli del globo… Nel ventesimo secolo la Realpolitik
elisabettiana delle potenze anglosassoni acquista una sfumatura wilsoniana…
Le politiche elisabettiane e wilsoniane continuano a formare il nucleo
degli interessi americani contemporanei. Da buoni elisabettiani, comprendiamo
che non è nell’interesse dell’America… che l’integrazione europea
abbia luogo sotto la direzione egemonica di una singola potenza, si tratti
di Mosca o di Berlino. Né sarebbe nell’interesse dell’America
che l’integrazione europea proceda in modo tale da creare un singolo centro
di potere egemonico a Bruxelles”.(86)
Il grande disegno degli Stati Uniti - in modo particolare ora che Washington
sta portando avanti in modo aggressivo i piani di globalizzazione della
NATO, e quindi la sua Dottrina Monroe – è la latino-americanizzazione
dapprima degli ex paesi socialisti, Russia inclusa, in seguito dei suoi
ex alleati dell’Europa occidentale. E nella misura in cui gli Stati Uniti
non vengono scalzati dalla loro posizione egemonica in Europa e definitivamente
ricondotti fuori dell’Eurasia, i paesi europei non otterranno mai quanto
è necessario ad un’esistenza geopolitica indipendente. Un’Europa
confederata con forze militari americane sul suo territorio non è
niente più che un satellite obbediente. Negli anni ’60 de Gaulle
lanciava moniti contro un’Europa sovranazionale del Mercato Comune, che
considerava essere un’Europa divisa sotto la tutela e il piano egemonico
degli Stati Uniti.
Leggendo Dughin viene fatto di parafrasare Bismarck e affermare che
se mai la potenza della Russia verrà distrutta, sarà difficile
ai membri dell’ex blocco socialista evitare il destino che fu della Polonia
in passato; un destino di area frammentata e contestata, che gli Stati
Uniti dichiarerebbero un “glacis [spalto] e perimetro di battaglia”. Allo
stesso modo, una Russia debole implica debolezza anche per gli altri paesi
europei.
Ma ciò significa che Dughin auspica una sorta di nuovo Trattato
di Rapallo(87) a fondamento politico di un nuovo orientamento geopolitico?
Concordo con l’affermazione di Rudolf Bahro, secondo il quale “una nuova
Rapallo staccherebbe l’Europa Occidentale dal Nordamerica”.(88) Tuttavia,
una nuova Rapallo può essere usata solo come metafora per indicare
iniziative diplomatiche e politiche che sbocchino in una possibile alleanza
fra Germania, Francia, Russia e Cina in quanto potenze centrali. Un nuovo
equivalente del Trattato di Rapallo è un imperativo geopolitico
ed esistenziale per l’Europa, il fondamento della futura unione continentale
e difesa continentale contro l’espansionismo americano, contro lo pseudo-universalismo
e le rivendicazioni totalitarie dell’Imperium Mundi americano.
La concezione di Dughin di un nuovo orientamento geopolitico europeo
ricorda la visione di de Gaulle nel corso degli anni ’60. Rifiutando l’egemonia
americana, de Gaulle auspicava un’alleanza, una coalizione europea che,
senza andare a detrimento della sovranità dei singoli stati, costituisca
un Grossraum europeo alternativo. Egli riconosceva che l’ideologia dell’unità
atlantica era in realtà l’ideologia della dominazione americana,
e vi contrapponeva il suo concetto di un’unità europea che oggi
può essere soltanto un’Europa libera dall’America. De Gaulle ammetteva
del resto che una genuina alleanza europea non poteva essere realizzata
senza la presenza nell’Europa di un confederatore dotato di sufficiente
potenza, autorità ed abilità.(89) A quel tempo un confederatore
di tale forza non esisteva. Nelle sue memorie de Gaulle annotava che “le
osservazioni del presidente americano (F.D. Roosevelt) in ultima analisi
mi hanno dimostrato che, negli affari esteri, logica e sentimento non hanno
un gran peso a paragone della realtà del potere; quel che conta
è ciò che uno prende e ciò su cui può contare;
e che, per riconquistare il posto che le compete, la Francia deve contare
solo su se stessa”.(90) Gli Stati Uniti pensavano che i francesi “in preda
ad una sorta di nevrastenia, si sarebbero gradualmente rassegnati ad uno
status di protettorato americano... L’alternativa – quale fu costantemente
proposta da de Gaulle – era che i francesi proseguissero nella dura lotta
per un rinnovamento nazionale, fino a ridiventare padroni del proprio destino”.(90)
Nel suo appello ad un nuovo orientamento geopolitico continentale e
nella sua definizione di Pax Eurasiatica, Aleksandr Dughin critica e respinge
la vecchia ideologia del Panslavismo. Egli riassume la differenza fra Panslavismo
ed Eurasismo nella differenza fra due principi – “il principio del sangue”
e “il principio della terra (regno)”. Per il Panslavismo l’accento cade
sul concetto di identità etnica – in altri termini, sulla supremazia
del sangue sulla terra. Per l’Eurasismo tradizionale, viceversa, la terra
viene al primo posto: in quanto ideologia, esso esprime il primato della
terra sul sangue. “Presuppone la scelta ideologica dei valori continentali,
eurasiatici, sui ristretti valori etnici o razziali”.(92)
Un’ulteriore differenziazione del concetto di Eurasismo può essere
tracciata distinguendo fra due correnti della stessa ideologia eurasista.
La prima è centrata sulla nozione di una specifica identità
eurasiatica – il principio di ethos polifonico della Russia – definito
in termini di ethos e terra.(93) La seconda definisce l’Eurasismo nei termini
delle realtà geopolitiche e della necessaria strategia geopolitica,
nonché nei termini di regno e Grossraum. L’accento cade qui sullo
status di potenza terrestre della Russia, in contrapposizione allo status
di potenza marittima atlantica degli Stati Uniti. Aleksandr Dughin è
un sostenitore di quest’ultima definizione di Eurasismo. Da un punto di
vista geopolitico, riveste particolare importanza la citata osservazione
di Halford Mackinder, secondo cui il massimo pericolo per l’egemonia anglo-sassone
sarebbe un’unione politica e un blocco geopolitico di Russia e Germania.
Il concetto di resistenza eurasista ai dettami del Nuovo Ordine Mondiale
americano articola la necessità geopolitica e nazionale meta-esistenziale
di creare un tale blocco geopolitico capace di arrestare la marcia del
Nuovo Ordine Mondiale.
Un ulteriore aspetto delle analisi di Dughin sugli orientamenti geopolitici
e le strategie riguarda le future relazioni fra la Russia e l’Islam. Il
punto di partenza è rappresentato dall’opinione di Robert Steuckers,
secondo il quale la Russia deve fare causa comune con l’Iran contro gli
interessi americani.(94)
L’Iran continentale, islamico, rivoluzionario, è in conflitto
con la Turchia secolarizzata e atlantista, e con la variante araba teocratica
dell’Islam rappresentata dall’Arabia Saudita. La Turchia è l’agente
primario dell’influenza americana nella regione; di fatto colonia degli
Stati Uniti, è un avamposto asiatico degli interessi geopolitici
americani che funge da cordone sanitario fra l’Asia ad est della Russia
e il mondo arabo. Uno scontro fra Russia e paesi islamici è un obiettivo
primario della politica estera USA, strumento principale in questa direzione
essendo la Turchia.
Un ruolo simile è svolto dall’Arabia Saudita, altro paese da
considerare di fatto una colonia americana. Gli interessi della dinastia
Saudita e quelli dell’atlantismo americano coincidono, formando un bastione
contro la formazione di una Grande Area Araba. Controllando l’Arabia Saudita
gli Stati Uniti controllano l’offerta di petrolio. E tramite il controllo
del petrolio del Golfo controllano l’economia dell’Europa. Pertanto, per
controbilanciare l’egemonia americana nella regione, la politica estera
russa deve essere orientata verso l’Iran, afferma Dughin.
Visti nella prospettiva odierna, gli eventi del 1991 sono di colossale
importanza, poiché – come segnala Dughin – il 1991 è l’anno
della distruzione del Grossraum eurasiatico, l’unico in possesso di risorse
sufficienti a resistere all’espansionismo americano e comprendente tutti
i paesi dell’ex blocco socialista. L’Europa centrale in generale – e la
Germania in particolare – sono al momento attuale una pura potenzialità,
in quanto entità geopolitiche. L’Europa centrale potrà costituirsi
in futuro soltanto nell’alleanza con la Russia, che occupa una posizione
unica in quanto centro del continente eurasiatico, in quanto Heartland.
La Russia riveste inoltre una posizione strategica e geopolitica chiave
nel mondo, con la sua enorme massa territoriale e il suo enorme potenziale
umano. Un nuovo orientamento geopolitico deve tenere conto del cosiddetto
fattore atlantico, che Dughin esamina diffusamente.
Il fattore atlantico consiste nella strategia USA per imporre il proprio
volere alle ex Repubbliche sovietiche e agli ex paesi socialisti, unendoli
in un cordone sanitario attorno alla Russia. Certamente qui è già
possibile scorgere l’ombra dei padroni atlantici sulle Repubbliche Baltiche.
Come afferma il giurista russo Vladimir Ovzinski, “la CIA già opera
del tutto allo scoperto in Lituania, non solo tramite l’ambasciata americana
a Vilnius ma anche per mezzo di consiglieri americani presso il Consiglio
Supremo della repubblica. E la situazione è simile sia in Lettonia
sia in Estonia”.(95) Il fattore atlantico è una conseguenza geopolitica
di quella che William Appleman Williams ha definito “la tesi della frontiera”
americana – il perpetuo espansionismo alla ricerca di nuove frontiere occidentali.
Per gli Stati Uniti, la prospettiva di una reale egemonia mondiale
sussiste solo se a nessun altro Grossraum concorrente è consentito
emergere. Quindi sia NSC-68 dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale,
sia la sua immagine speculare – il Planning Guidance del Pentagono – dopo
la fine della Guerra Fredda, prevedono controllo o distruzione non solo
di qualsiasi Grossraum concorrente, ma anche di qualsiasi area geopolitica
che riesca in futuro a consolidarsi in un potenziale Grossraum. La conclusione
è che gli obiettivi primari della geopolitica americana sono distruggere
ogni potenziale alleanza geopolitica e/o prevenire la sua costruzione.
Parafrasando Clemenceau, la politica di pace americana nei confronti della
Russia non è che la continuazione della guerra con altri mezzi.
La Guerra Fredda è stata sostituita dalla Pace Armata. Pertanto
la formazione di un cordone sanitario attorno alla Russia, che necessariamente
impone la conquista della seconda Europa – l’Europa orientale – sotto la
veste dell’allargamento della NATO, è il principale obiettivo della
politica estera americana.(96)
Agli inizi del secolo il cordone sanitario consisteva nei paesi situati
fra Russia e Germania, ed era controllato dalla Gran Bretagna. Quei paesi,
agenti e strumenti dell’Occidente anglo-sassone, servivano a spezzare il
Grossraum della Germania e il Grossraum della Russia. Al giorno d’oggi,
la perfida Albione è stata rimpiazzata dalla perfida Washington,
e gli obiettivi americani possono essere riassunti nell’affermazione di
un controllo egemonico e nella trasformazione de facto delle ex Repubbliche
sovietiche in colonie americane nelle quali, mediante l’impiego di misure
coercitive (sovversione, terrorismo, aggressione, guerra economica), gli
Stati Uniti instaureranno dei regimi marionetta privi di qualsiasi indipendenza
politica. O, nelle parole di Noam Chomsky, “una conseguenza del crollo
del blocco sovietico è gran parte di esso potrà subire una
sorta di ‘latino-americanizzazione’ e tornare ad un ruolo servile, magari
con la ex nomenklatura che svolgerà la funzione delle élites
del Terzo Mondo, legate al business internazionale e gli interessi finanziari”.(97)
In proposito è importante ricordare che i tentativi americani
di pervenire ad uno smembramento della Russia ed acquisire il controllo
delle sue vastissime risorse naturali risalgono a prima del periodo della
Guerra Fredda e del NSC-68. Nell’ottobre 1918 governo americano redasse
una bozza di commento segreta ai 14 punti del presidente Wilson, nella
quale venivano delineati i piani USA per la partizione della Russia in
regioni al fine di riaffermare l’egemonia degli Stati Uniti e conseguire
il controllo dei territori e delle risorse naturali russe in Siberia e
nel Caucaso. Sulla mappa preparata dal Dipartimento di Stato, intitolata
“Confini proposti della Russia” e presentata dal presidente Wilson alla
Conferenza di Pace di Parigi, tutto ciò che resta della Russia è
la sua parte centrale, la Pianura Medio-Russa. In appendice alla mappa
si affermava che “tutta la Russia deve essere divisa in vaste regioni naturali,
ciascuna con la sua economia. Nessuna di queste regioni dovrebbe comunque
essere sufficientemente indipendente da poter costruire uno stato forte”.(98)
Questi piani americani di vecchia data rendono ancora più urgente
un orientamento geopolitico decisivo per la Russia. Naturalmente, se il
presidente Eltsin si dimostrerà un Quisling russo(99) – il suo colpo
di stato del 21 settembre 1993, con la successiva soppressione del Parlamento
russo, suggerisce senz’altro questa possibilità(100) – allora le
prospettive per un nuovo orientamento geopolitico diventeranno più
difficilmente realizzabili. Nel suo studio del 1938 Über das Verhältnis
der Begriffe Krieg und Feind, Carl Schmitt, prevedendo la futura Guerra
Fredda, descriveva un mondo avviato verso “una situazione intermedia fra
la guerra e la pace”, una sorta di pace belligerante che non è né
guerra né pace e che Carl Schmitt definiva pace armata – vale a
dire, una situazione mondiale di scontro globale che tende ad assumere
la forma di guerra totale. In Totaler Feind, Totaler Krieg, Totaler
Staat, pubblicato nel 1937, Carl Schmitt collega all’idea di
Stato totale l’idea di guerra totale, una guerra che
“sarà totale per due ragioni. Primo, perché non sarà
localizzata, nel senso di svolgersi su di un campo di battaglia, ma si
allargherà all’intero pianeta incluso lo spazio siderale. Secondo,
perché non sarà soltanto militare, dal momento che tutte
le attività – scientifica, tecnologica ed economica – e tutti gli
aspetti materiali ed ideali dell’esistenza saranno direttamente implicati
in questo gigantesco conflitto. Non vi saranno più zone protette,
poiché in questo conflitto saranno coinvolti militari e non militari.
Politicamente parlando, non ci sarà più distinzione fra combattenti
e non combattenti”.(101)
Durante la Guerra Fredda due ordini di Grossraum si sono scontrati –
le categorie esistenziali di amico e nemico valgono anche per il concetto
di Grossraum – e in questo scontro si è preservato un ordine mondiale
costruito su una pluralità di Grossräume. Tuttavia, la fine
della Guerra Fredda non ha portato alla rinascita del concetto di sovranità
statale, bensì a ripetuti tentativi di universalizzare i principi
cardine del Grossraum americano e al varo di una Dottrina Monroe per il
mondo intero – obiettivo privilegiato della politica estera americana dai
tempi del presidente Wilson – sotto lo slogan di Nuovo Ordine Mondiale.
Aleksandr Dughin identifica il Nuovo Ordine Mondiale nell’egemonia americana
sul mondo intero, per conseguire la quale è necessaria la totalizazzione
della “situazione intermedia fra la guerra e la pace” – ossia una nuova
Guerra Fredda, con giustificazioni ideologiche diverse ma con lo stesso
scopo: il dominio americano mondiale totale.
“La guerra totale, in precedenza localizzata nello scontro della Guerra
Fredda fra USA e Unione Sovietica, è l’essenza dell’universalismo
americano. La pace armata è la sostanza attuale del Nuovo Ordine
Mondiale contro cui la Russia e altri paesi si scontrano oggi, e la realizzazione
di questo Nuovo Ordine Mondiale da parte dell’America può condurre
soltanto ad una nuova guerra totale”.(102)
Come figura paradigmatica della resistenza russa al Nuovo Ordine Mondiale,
di quella che egli chiama Endkampf [battaglia finale], Aleksandr Dughin
sceglie il simbolo del partigiano russo. Il fenomeno del partigiano è
per Carl Schmitt “una figura paradigmatica della decomposizione del classico
Nomos e dell’apparire di una pace belligerante. E’ una figura degna di
nota, perché conserva una realtà territorialmente condizionata
– descritta da Schmitt come il suo ‘carattere tellurico’”.(103) Il partigiano
incarna il concetto di Resistenza, la sua esistenza fisica è messa
in ombra dalla sua esistenza politica – Existenze des Wiederstand – e trae
la sua legittimità dall’ostilità, cioè dal suo senso
della suprema distinzione fra amico e nemico. La sua lotta è contro
il Nuovo Ordine Mondiale, i suoi dettami e il suo progetto totale di annientamento
del futuro russo. Per Dughin il Nuovo Ordine Mondiale americano è
un trionfo del totalitarismo globale. Il partigiano è la risposta
alla legalità illegittima del Nuovo Ordine Mondiale.
“Nelle condizioni dello stato di emergenza, nella sempre più
accesa atmosfera di ‘pace armata’ o ‘guerra pacifica’, la difesa del territorio
nazionale, della storia, del popolo e della nazione sono le fonti della
sua legittimità. Egli annuncia l’inizio di una guerra totale contro
il nemico totale… Nella storia russa il suo prototipo è il partigiano
nel corso della Seconda Guerra Mondiale, il resistente al Nuovo Ordine
Mondiale della Germania nazista. Ora egli è colui che resiste ad
un nuovo Nuovo Ordine Mondiale – quello americano. Il partigiano è
il nunzio del potere benefico del territorio nazionale e dello spazio storico
nazionale del popolo russo. Nel periodo del post-Guerra Fredda, nell’intensificarsi
della “pace armata”, solo il partigiano russo può indicare la via
del futuro storico della Russia”.(104)
La sola alternativa praticabile alla globalità totalitaria del
Nuovo Ordine Mondiale è la ricostruzione o la creazione di un nuovo
Grossraum in opposizione all’impero mondale americano e l’emancipazione
dei principi del pluralismo internazionale. La pseudo-legalità del
Nuovo Ordine Mondiale deve essere contrastata da una nuova legalità
alternativa. Di contro all’onnivoro pseudo-universalismo americano devono
stare la manifestazione di volere del particolarismo nazionale e la mobilitazione
della resistenza geopolitica. Contro l’avanzata del Nuovo Ordine Mondiale
americano e contro l’invasione del vuoto geopolitico in Eurasia, conseguenza
della distruzione dell’Unione Sovietica, deve consolidarsi una nuova unità
geopolitica continentale che risulti nella proclamazione di una Dottrina
Monroe per l’Europa. Pertanto, riferendosi al Defense Planning Guidance
del Pentagono, Aleksandr Dughin scrive:
“L’obiettivo primario degli Stati Uniti è prevenire la creazione
di un’alternativa geopolitica. Quindi il nostro obiettivo principale deve
essere la creazione di una nuova alternativa geopolitica”.
E’ un buon punto di partenza, perché presuppone il concetto del
politico. E dopo tutto, per parafrasare Heidegger, il politico è
la casa dell’Essere.
|
| NOTE
(1) Gyorgy Lukacs, The Destruction of Reason (Humanities Press, Atlantic
Highlands, 1981 pp.765,770 [tr.it. La distruzione della ragione, Sugarco].
(2) Martin Heidegger, Being and Time (Harper and Row, New York,
1962) p. 347 [tr.it. Essere e Tempo, Longanesi].
(3) Carl Schmitt, The Concept of the Political (Rutgers University
Press, New Brunswick, 1976) pp.19, 26 [tr.it. Il concetto del politico,
Il Mulino].
(4) Nikolaj Zagladin, Pocemu zavershilas ‘holodnaja vojna’ [Perché
abbiamo perso la 'guerra fredda'] - Kentavr, gennaio/febbraio 1992, Mosca,
pp. 45-60.
(5) Zbigniew Brzeszinski, The Gold War and Its Aftermath -Foreign Affairs,
Fall 1992 (Council on Foreign Relations, New York) - p. 32.
(6) Zbigniew Brzezinski, ibid. p. 34.
(7) George F. Kennan, The Failure in Our Success -New York Times, March
14, 1992, p. A17.
(8) Il Trattato di Brest-Litovsk, siglato il 3 marzo 1918, pose fine
alla guerra fra la Russia sovietica e la Germania. Per effetto del Trattato
la Russia sovietica fu smembrata e perse il 34% della popolazione e il
54% della produzione industriale. Secondo i termini del Trattato, la Germania
avrebbe visto ampliarsi il proprio Lebensraum con l'occupazione di Ucraina,
Bielorussia, Caucaso, province Baltiche ecc. Con la sconfitta della Germania
il Trattato fu ripudiato.
(9) Thomas H. Etzold e John Lewis Gaddis, Containment. Documents on
American policy and Stategy, 1945—1950 (Columbia University Press, New
York, 1978) p. 196. NSC 20/1 venne in seguito incorporato nel famigerato
NSC 68. Per il dibattito in Russia su questo tema, si veda Nikolaj von
Kreitor, Geopolitika holodnoj vojny, Juridiceskaja gazeta No. 26, 1996,
Mosca.
(10) Wolfram Henrieder, Germany, America, Europe (Yale University Press,
New Haven, 1989) - p. 17.
(11) Qui citato da Ronald Steel, Pax Americana (The Viking Press, New
York, 1967)- pp. 79-80.
(12) Lenin, Collected works, vol. 41, p.p. 353-354. [tr. it. Opere
complete, Ed. Riuniti]
(13) Voprosj Soziologhij [Questioni di Sociologia], nr 1, 1992
(Mosca).
(14) Aleksandr Dughin, Carl Schmitt: piat' urokov Rossii ([Carl
Schmitt: cinque lezioni per la Russia] Naš Sovremmennik, nr. 8.1992,
Moskow).
(15) Aleksandr Dughin, ibid , pp. 129, 130,135.
(16) Agnes Heller ha analizzato il problema della scelta meta-esistenziale
di una nazione in un contesto di dicotomia amico/nemico nel saggio The
Concept of Political Revisited , pubblicato in Political Theory Today ,
ed. by David Held (Stanford University Press, Stanford, 1991).
(17) Carl Schmitt -Verfassungslehre (Duncker&Humblot, Berlin 1970)
- p. 50. Schmitt osserva inoltre che “essendo ciascun essere un essere
con una sua particolare costituzione, ogni esistenza politica possiede
un certo tipo di costituzione. Ma non ogni forza politica esistente decide
con atto cosciente della forma di questa esistenza politica e riesce a
determinare coscientemente il tipo concreto della sua esistenza politica,
come fu il caso degli Stati Americani con la loro Dichiarazione d'Indipendenza
e della nazione francese nel 1789", ibid. p.23. Si veda anche G.L.Ulman
-Anthropological Theology, Theological Anthropology (Telos, Nr.93, Fall
1992, New York) p. 71.
(18) G.L. Ulmen, Anthropological Theology... ibid p.71,72; Carl Schmitt
Verfassungslehre -ibid.p.372.
(19) Carl Schmit, Verfassungslehre ibid. p. 22
(20) Carl Schmitt, The Concept of the Political.
(21) Aleksandr Dughin, Carl Schmitt, pjat urokov Rossii, ibid. p. 131,
132
(22) Herbert Marcuse, “Contribution to the Phenomenology of Historical
Materialism” (Telos, Number 4, 1969), qui citato da Richard Wolin, “Introduction
to Marcuse and Heidegger” (New German Critique, Number 53, 1991, New York)
p. 23.
(23) Per una discussione sul concetto heideggeriano di ermeneutica
in Essere e Tempo, si veda Richard Palmer, Hermeneutics (Northwestern University
Press, Evanston, 1969).
(24) Aaron L. Friedberg, The Future of American Power (Political Science
Quarterly, Vol.109, Spring 1994) p. 17.
(25) Il padre del colonnello Viktor Alsknis, generale Jakov Alsknis,
fu legato da stretta amicizia al generale Mikhail Tukhacevskij; nel 1937
il generale Alsknis prese parte alla commissione militare che indagava
sulle accuse di tradimento a carico di Tukhacevskij. I verbali dei lavori
della commissione, classificati come 'riservati', non sono mai stati pubblicati.
Grazie all'intervento dell'allora presidente del KGB Kruchkov, il colonnello
Alsknis ebbe per la prima volta accesso ai verbali nel 1990; dalla lettura
trasse la convinzione dell'esistenza negli anni '30 di una cospirazione
filo-tedesca nell'Armata Rossa, della quale il maresciallo Tukhacevskij
fu partecipe. Aleksandr Dughin sostiene che il maresciallo Tukhacevskij
fosse membro dell'associazione Nordlich Licht [Luce del Nord], Elementy
pp.10,11.
(26) Zbigniew Brzeszinski, A Plan for Europe (Foreign Affairs, January/February
1995) p. 26.
(27) Joseph W. Bendersky, Carl Schmitt (Princeton University Press,
Princeton, 1983), p.253.
(28) G.L. Ulmen, American Imperialism and International Law: Carl Schmitt
on the US in World Affairs, Telos, Nr. 72, Summer 1987; si veda anche Carl
Schmitt, Voelkerrechtliche Grossraumordnung, op.cit., p.20.
(29) Rudolf Kjellen, Der Staat als Lebensform (Berlin, 1924) p. 139.
Kjellen scrive che il principio autarchico descrive lo spazio geopolitico
dello stato come ‘Casa del Popolo’. Il principio dell'autarchia “è
una reazione contro l'industrialismo del XIX secolo. Quest'ultimo fu fondamentalmente
cosmopolita; in nome del libero scambio, esponeva le comunità nazionali
ad una concorrenza sul mercato mondiale in cui il forte ha sempre divorato
il debole. La sua prima sconfitta giunse con l'adozione di un sistema protezionista
nella seconda metà del secolo scorso. Qui lo stato agisce in difesa
della comunità (la Casa del Popolo). Esso blocca la via ai conquistatori
stranieri con barriere tariffarie dietro le quali l'economia nazionale
può prosperare come un asilo protetto dai marosi... Il principio
autarchico... sostituisce le ‘porte aperte’ con le ‘sfere di interesse
circoscritte’”. Ibid. pp.139, 140. In una prospettiva attuale, il principio
autarchico e il concetto di spazio geopolitico protetto concepito come
“Casa del Popolo” sono l’opposto antagonistico dell’imperialismo della
“porta aperta” americano.
(30) Il concetto di Grossraum è discusso in Nikolaj von Kreitor,
Problemy bol'šich prostranstv i budušcee Rossii, Naš Sovremennik,
No 3 , 1996, Mosca, e Nikolaj von Kreitor, Stoletie novogo mira. Universalizm
protiv pljuralizma , Kentavr, No. 6, 1995, Mosca.
(31) Il National Security Council Memorandum 68 (NSC-68 ), promulgato
nel 1950, proponeva una strategia di deflazione mirata ad affrettare la
decadenza del sistema sovietico e a impiantarvi i semi della distruzione
con una varietà di mezzi, occulti e non, così da permettere
agli USA di negoziare un accordo con l’Unione Sovietica o con lo stato
(o gli stati ) successore. Adottando gli obiettivi che furono di Hitler,
il memorandum invocava inoltre lo smantellamento dell’Unione Sovietica
in tanti stati minori – si veda anche Noam Chomsky, On Power and Ideology
(South End Press, Boston, 1987) p. 15. In vari articoli pubblicati nel
1991 e 1992 sul quotidiano moscovita Den’ (Giorno) sono emerse dichiarazioni
che valutavano in oltre 50 miliardi di dollari l’investimento degli Stati
Uniti per la sovversione occulta dell’Unione Sovietica negli anni della
cosiddetta Perestrojka.
(32) Elementy , No. 4, 1993, p. 33.
(33) Halford Mackinder, Democratic Ideals and Reality (W.W. Norton
& Company, N.Y. 1962) p. 150.
(34) Si veda Gerald Chaliand - Jean-Pierre Rageau, Strategic Atlas
(Harper Perennial, N.Y. 1992) p. 30.
(35) Halford Mackinder, The Round World and theWinning of the Peace,
Foreign Affairs, 21, New York, 1943. pp. 595-605. L’articolo è compreso
nel libro Democratic Ideals and Reality. Vedi anche W.G. Fast, How Strong
is the Heartland, Foreign Affairs, 29, New York, 1950 pp. 78-93 e D.J.
M. Hooson, A New Soviet Heartland , Geographical Journal , 128 (1962)
pp. 19-29.
(36) Peter J. Taylor, Political Geography (Longman, London, 1985) p.
42.
(37) Richard Muir, Modern Political Geography (John Wiley & Sons,
New York, 1975) p. 195. Per l’analisi geopolitica in Russia si veda E.
A. Pozdnjakov, Geopolitika (Progress-Kul’tura, Mosca, 1995; Nikolaj von
Kreitor, Ot doktriny Monro do Novogo Mirovogo Porjadka , Molodaja Gvardija
No 9, 1995, Mosca; e Nikolaj von Kreitor, Amerikano-fašistkaja geopolitika
na sluzhbie zavoevanja mira, Molodaja Gvardija No. 8, 1996, Mosca.
(38) Vedi James C. Malin, The Turner-Mackinder Space Concept of History
in Essays on Historiography (Lawrence, Kansas, 1946) pp. 1-45; Per Sveaas
Andersen, Westward in the Course of Empires. A Study of the Shaping of
an American Idea: Frederick Jackson Turner’s Frontier (Oslo University
Press, Oslo, 1956).
(39) Vedi William Appleman Williams, The Contours of American History
(W.W. Norton & Company, New York, 1988) p. 17.
(40) David P. Calleo, Europe’s Future. The Grand Alternatives (W.W.
Norton & Co, New York, 1967) pp. 89, 90.
(41) Carl Schmitt affermò nel suo libro Land und Meer
che la storia mondiale è la storia di un perpetuo conflitto fra
potenze terrestri e potenze marittime.
(42) Aleksandr Dughin Konspirologhija (Arktogeja, Mosca, 1993) p.p.
92, 93.
(43) Alain de Benoist , Den’ No 1(29) , Mosca, 1992.
(44) Elementy n. 3, 1993 - p. 18.
(45) Patrick E. Tyler, U.S. Strategy Plan Calls for Ensuring No Rivals
Develop , New York Times, March 8, 1992, p. 14.
(46) Estratti dal documento pubblicato in New York Times , March 8,
1992
(47) Patrick E. Tyler - US Strategy Plan... cit.
(48) Il presidente Bush, dopo il summit NATO del 7-8 novembre 1991
in Europa, che gli interessi USA ed europei in fatto di sicurezza erano
indivisibili e che pertanto l’Alleanza Atlantica era insostituibile, anche
nel lungo periodo, e ancora che la presenza degli Stati Uniti in Europa
sarebbe stata necessaria per un secolo almeno. Si veda Ted Carpenter, In
Search for Enemies (CATO Institute, Washington D.C. 1992, pp. 11-12; inoltre
White House, Office of Press Secretary, Press Conference by the President,
November 8, 1991, transcript, p.1.
(49) H. J. von Lochhausen, The War in Iraq - a War Against Europe –
Elements, p.p. 34,35,36. Von Lochhausen sostiene inoltre che la guerra
contro l’Irak – una guerra per il controllo del petrolio – fu pianificata
con largo anticipo e che la sua bozza programmatica fu elaborata da Henry
Kissinger e pubblicata nel 1975 nella rivista Commentary, e successivamente
in Harper’s Magazine. Nello scritto Von Lochhausen sottolinea come lo studio
delle relazioni americane con i propri alleati dimostra che i primi siano
inclini a trarre vantaggio a scapito dei secondi, ad esempio usando le
guerre come strumento per trasformare gli alleati in vassalli. Tanto nella
Prima quanto nella Seconda Guerra Mondiale la partecipazione americana
fu il larga misura parassitica. Gli sforzi decisivi furono compiuti dagli
Alleati, ma gli Stati Uniti raccolsero i frutti della vittoria. Vedi Elementy,
ibid. pp. 35, 36. E’ interessante notare che le interpretazioni di destra
e di sinistra della Guerra del Golfo coincidono nella loro condanna dell’espansionismo
americano. Per un parallelo da sinistra con von Lochhausen, si veda Dario
Da Re, Rosanna Munghiello e Dario Padovan, Intellettuali, sinistra e conflitto
del Golfo: una interpretazione retrospettiva del dibattito (Altreragioni,
No. 2, 1993) pp. 151-174.
(50) Samir Amin, U.S. Militarism in the New World Order, Polygraph,
5/1992 (Durham, NC) p.23.
(51) Atti 1963 della American Society of International Law 13. Approfondendo
le motivazioni giuridiche dell’embargo contro Cuba nel 1962, Dean Acheson
affermava: “ devo conclude che la pertinenza dell’embargo contro Cuba non
costituisce un tema di diritto. La potenza, il ruolo e il prestigio degli
Stati Uniti sono stati sfidati da un altro stato; ma il diritto semplicemente
non si occupa di questioni che riguardano il potere in ultima istanza”.Si
veda anche Noyes Leech - Covey Oliver - Joseph Sweeney, The International
Legal System, p. 105.
(52) Charles de Gaulle, Unity, Documents (Simon & Schuster, New
York 1960) p. 269. Vedi anche David Calleo, Europe’s Future. The Grand
Alternatives (W.W. Norton & Company , New York,1967) p.112.
(53) Il ricordo dell’intervento americano in Unione Sovietica nel 1918
ad Arkhangelsk e Vladivostok, nell’estremo oriente - intervento provocato
dalle mire USA sulle risorse naturali della Siberia e dal piano del senatore
Lodge per dividere l’Unione Sovietica in stati minori e così garantirsi
il controllo dell’Ucraina – è di recente riemerso ed il tema è
stato oggetto di dibattito nei mass media. Sull’argomento si veda A. Nevins,
Henry White. Thirty Years of American Diplomacy, N.Y. 1930, p.354; Ljudmila
Gviashvili, Sovietskaja Rossija i Soedinennje Štaty 1917-1920 (Casa Editrice
in Lingue Estere, Mosca,1970.) Nel dibattito russo si è sottolineato
che gli obiettivi della politica estera USA consisteranno nell’assicurarsi
la superiorità strategica nel campo degli armamenti nucleari, costringere
la Russia ad un ulteriore disarmo unilaterale attraverso iniziative di
politica estera aggressive e avventurose, e persino di puntare al controllo
diretto del potenziale nucleare della Russia, unico deterrente contro un
intervento militare diretto.
(54) U.S. Peacekeeping Policy Debate Angers Russians, N.Y.Times, August
29, 1993. Un editoriale della Krasnaja Zvezda (Stella Rossa, rivista dell’Esercito
russo) definiva la Direttiva 13 “oltraggiosamente cinica, una diretta e
sfacciata interferenza negli affari interni della Russia”. Gli Stati Uniti,
se si oppongono ad una Dottrina Monroe della Russia, hanno tuttavia in
corso l’unilaterale estensione della propria Dottrina Monroe, così
da includervi gli ex membri del Patto di Varsavia e i Paesi Baltici, che
secondo la dottrina americana contemporanea dovrebbero formare un cordone
sanitario tutt’attorno la Russia; si veda N.Y. Times, February 17, 1992.
(55) “Il vero significato della Dottrina Monroe per gli altri paesi
latino-americani fu la libertà per gli USA di derubarli” ibid. op.
cit. p. 7.
(56) Hegel, The Philosophy of Right Oxford University Press, London,1967)
p. 208-216. [tr.it. Lezioni di filosofia del diritto, Laterza].
(57) Noam Chomsky - ibid. p. 14.
(58) G.L. Ulmen - ibid. p. 59, 60.
(59) Y. Semenov, Fašistkaja geopolitika na sluzhbe amerikanskogo imperializma
(Gospolitizdat, Mosca,1952) p.32.
(60) Ferdinand Czernin, Versailles 1919 (Capricorn Books, N.Y. 1964)
pp.404-406.
(61) “I trattati dovrebbero essere ideati al fine di promuovere gli
interessi degli Stati Uniti assicurando un comportamento dei governi stranieri
vantaggioso per gli Stati Uniti. I trattati non dovrebbero essere usati
come un mezzo per operare mutamenti sociali interni... in ralazione a questioni
che sono essenzialmente di natura interna” e gli Stati Uniti sono il solo
giudice di ciò che è questione interna. Si veda Department
of State Circular No. 175, (December 13, 1955), ristampata in 50 Am. J.
Intl. L.784(1956).
(62) Carl Schmitt, Völkerrechtliche Grossraumordnung... p. 43.
(63) Noam Chomsky, Terrorizing the Neighborhood. American Foreign Policy
in the Post-Cold War Era (AK Press, Stirling e San Francisco, 1991) p.
24.
(64) Vedi The Holy Alliance, Time magazine, February 24, 1992 p.32.
(65) Time, ibid. p. 29.
(66) Noam Chomsky, Terrorizing the Neighborhood p. 19.
(67) Accordo di Helsinki, Dichiarazione sui Principi che regolano i
rapporti fra gli Stati partecipanti. Il testo integrale è pubblicato
in Thomas Buergenthal (ed.), Human Rights, International Law and the Helsinki
Accord (Allanheld, Osmun/Universe Books, New York, 1979) pp.161-165.
(68) William Safire, Bosnia vs. the United Nations, N.Y.Times. , August
9, 1993.
(69) N.Y.Times , August 2, 1993 p.A3.
(70) N.Y.Times. , Aug. 5, 1993, p.1.
(71) Newsweek, August 28, 1993.
(72) see Pravda, 30 marzo 1995.
(73) N.Y.Times, September 12, 1993.
(74) L’articolo 52 (Coercizione di uno State mediante minaccia o uso
della forza) della Convenzione di Vienna della Legge sui Trattati del 22
maggio 1969 stabilisce che “Un trattato è nullo se la sua sigla
è stata ottenuta con la minaccia o l’uso della forza in violazione
dei principi del diritto internazionale elencati nella Carta delle Nazioni
Unite”.
(75) Pravda 5, No. 24, 1996, p. 10-11. Intervista al generale Gallois
di Jole Stanischic.
(76) Nel dibattito russo il Tribunale dell’Aja è stato descritto
come uno strumento di aggressione protratta, parafrasando Clausewitz, come
guerra condotta con altri mezzi (giuridici), un tribunale istituito dai
criminali di guerra di Washington per giustificare le conquiste territoriali
americane compiute sotto la veste dell’instaurazione di un Nuovo Ordine
Mondiale – una Dottrina Monroe per il mondo intero – e per la persecuzione
dei Serbi – partigiani della Resistenza contro i diktat del Nuovo Ordine
Mondiale. Come equivalente storico del Tribunale dell’Aja, si potrebbe
immaginare un tribunale istituito dalla Germania nazista per perseguire
i partigiani della Resistenza nel corso della precedente versione del Nuovo
Ordine Mondiale – quella di Hitler. Il generale Gallois, uno degli organizzatori
del movimento di Resistenza in Francia, ha perfettamente presente l’assurdità
del Tribunale dell’Aja.
(77) Pravda 5, ibid.
(78) Si veda Novoe Russkoe Slovo , 23 marzo 1993, p. 9.
(79) Wolfram Henrieder, Germany, America, Europe (Yale University Press,
New Haven,1989).
(80) Hans W. Maull, Germany and Japan: The New Civilian Powers (Foreign
Affairs, Wintern 1990/91, Council of Foreign Relations, N.Y. 1991) p. 93.
(81) Riferendosi a Goethe, Thomas Mann definisce la civiltà
come “l’intellettualizzazione del politico” e l’espressione dell’identità
ed auto-realizzazione di una nazione: “La nazione è non soltanto
un essere sociale; la nazione, e non la razza umana in quanto somma degli
individui, è portatrice dell’individualità, della qualità
umana; e il valore di quella produzione intellettuale-artistico-religiosa
che si definisce civiltà nazionale... che si sviluppa dalle profondità
organiche della vita nazionale – il valore, la dignità e il fascino
di tutta quella civiltà nazionale stanno quindi indubbiamente in
ciò che la distingue dalle altre, giacché solo questo elemento
distintivo è civiltà, in contrasto a ciò che tutte
le nazioni hanno in comune, che è soltanto civilizzazione. Ecco
la differenza fra individualità e personalità, fra civilizzazione
e cultura, fra vita sociale e vita metafisica”. Thomas Mann, Reflections
of a Nonpolitical Man (Frederick Ungar Publishing Co, N.Y. 1983) p. 179
[trad. it cit.].
(82) Andrew Shennan -De Gaulle (Longman, New York, 1993)- at p. 118.
(83) Andrew Shennan - ibid , p.118.
(84) David P. Galleo Europe’s future. The Grand Alternatives (W.W.
Norton & Company, New York, 1967) p. 90.
(85) Intervista ad Alain de Benoist , Le Monde, 15 Mai 1992 (Paris).
(86) Walter Russel Mead The United States and the New Europe (World
Policy Journal, New York), Winter 1989-90 pp. 53,55,56.
(87) Il Trattato di Rapallo fu concluso il 16 aprile 1922 fra Germania
e Unione Sovietica. Esso consentì all’Unione Sovietica di spezzare
il monolitico accerchiamento capitalista delle potenze di Versailles, mentre
per la Germania aprì la via alla revisione di quello che veniva
percepito come il diktat di Versailles. Trattando del futuro possibile
orientamento politico della Russia, Dughin approfondisce la questione di
un Sonderweg [percorso privilegiato] russo-tedesco in quanto retroterra
storico ad una comune unione politica.
(88) Rudolf Bahro, Rapallo - Why Not (Telos, No. 51, Spring 1982, N.Y.)
p. 125. E’ interessante notare che il ministro degli esteri tedesco Klaus
Kinkel affermò nel corso di un meeting in Baviera con la sua controparte
russa, Andrej Kozyrev, che “la creazione di un asse Bonn-Mosca è
un obiettivo della politica estera tedesca ”; Izvestia, Mosca, 24 agosto,1993.
(89) David Galleo, Europe’s Future, ibid. p.89; si veda anche de Gaulle,
Unity... ibid. pp.176-177.
(90) Charles de Gaulle, Unity, ibid. p. 271.
(91) David Galleo, Europe’s Future, ibid. p. 124.
(92) Aleksandr Dughin, Konspirologhija, ibid. 96 . Dughin si riferisce
ai lavori di Konstantin Leontief, nei quali fu per la prima volta trattato
il primato del principio della terra su quello del sangue.
(93) Nel dibattito politico della Russia contemporanea il principale
portavoce di questa nozione è stato Lev Gumilev.
(94) Robert Steuckers, La sfida asiatica, Elementy , n. 3, p. 24.
(95) Vladimir Ovzinski, Konterperestrojka, Naš Sovremennik, 5-1992,
Mosca, p.128.L’autore, che ha realizzato numerose interviste ad ex esponenti
del KGB in Lituania, sostiene sulla base di quelle interviste che gli Stati
Uniti perseguono quattro differenti obiettivi: 1. L’affermazione di interessi
americani egemonici in Lituania, in opposizione agli interessi tedeschi.
2. La sovversione di quello che la CIA interpreta come l’opposizione comunista,
nonché delle organizzazioni a difesa degli interessi delle minoranze
russe nel paese. 3. Raccolta di materiale riguardante ex esponenti del
KGB a fine di persecuzione o di reclutamento. 4. Invio di agenti reclutati
nelle altre ex Repubbliche sovietiche.
(96) Vedi Elaine Sciolino, U.S. to Offer Plan on a Role in NATO for
Ex-Soviet Block, N.Y. Times, October 21, 1993; Stephen Kinzer, NATO Favors
U.S. Plan for Ties With the East, but Timing is Vague, N.Y.Times, October
22, 1993. Il presidente Clinton propose formalmente l’espansione della
NATO al summit NATO del gennaio 1994.
(97) Noam Chomsky, A View from Below in Michael Hogan, The End of the
Cold War (Cambridge University Press, New York 1992) p.142.
(98) Y.Semenov, Fašistkaja geopolitika, ibid. p. 29
(99) Il generale Viktor Filatov paragona Eltsin al generale Vlasov,
traditore nel corso della Seconda Guerra Mondiale; vedi Den’, N. 25, 1993,
Mosca, 27 giugno 1993. Stephen Cohen sostiene che dal 1991 la politica
USA è stata caratterizzata da una costante escalation di interventismo
nelle questioni interne russe, il che ha creato negli ambienti del movimento
patriottico russo l’impressione che il governo Eltsin sia un “regime di
occupazione” sponsorizzato dagli USA. L’interventismo USA ha provocato
una risoluzione di condanna delle ingerenze americane negli affari interni
della Russia, approvata il 21 marzo 1993 dal Parlamento russo: “L’amministrazione
Clinton ha attuato una costante escalation di questo tipo di interventismo
– escogitando il summit di Vancouver in aprile, come tentativo di “aiutare
Eltsin” nel suo scontro in atto con il Parlamento; appoggiando il Presidente
russo nelle sue minacce di sciogliere il Parlamento; sostenendo gli sforzi
di Eltsin di assicurarsi poteri dittatoriali o speciali a danno pressoché
di tutte le altre istituzioni democratiche della Russia; e persino suggerendo
a Clinton di recarsi a Mosca per un summit di solidarietà a Eltsin.
Il risultato è stato quello di porre il governo USA in una pessima
compagnia istituzionale. Ad opporsi al sequestro del potere da parte di
Eltsin è stato non solo il Parlamento di Russia, ma anche la Corte
Costituzionale, l’Avvocatura di Stato, il Ministero della Giustizia e il
Vice Presidente”. Si veda The Nation, April 12, 1993, pp.477, 478.
(100) Gli avvenimenti connessi con il colpo di stato del 21 settembre
1993 accreditano l’impressione che Eltsin agì in collusione o persino
– cosa non inverosimile – su istigazione degli Stati Uniti.
(101) Julien Freund. The Central Themes in Carl Schmitt’s Political
Thought ,Telos, n.102, New York 1994, p. 31.
(102) Aleksandr Dughin, Carl Schmitt. Pjat' urokov Rossii, ibid. p.
134.
(103) Julien Freund, ibid. p. 31.
(104) Aleksandr Dughin, ibid. p. 134, New York 1994-96.
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Questo articolo è per la prima volta apparso in
forma abbreviata nella rivista politica americana Telos; diverse
versioni sono state pubblicate in altre riviste.
La versione integrale è stata pubblicata in tedesco
:
"Rusland, Europa und Washingtons Neue Welt-Ordnung. Das
geopolitische Project einen Pax eurasiatica", ETAPPE, Heft 12/Juni 1996. |
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