La questione occidentale  
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La "questione occidentale" è aperta

Appunti sulla fase storica presente

 Auferre, trucidare, rapere falsis nominibus imperium 
 atque ubi solitudinem faciunt, pacem appellant
                                 Tacito, Vita di Agricola

 
  Il presente documento vuole essere anzitutto un contributo alla comprensione dell’attuale fase storica, degli eventi che hanno condotto all’aggressione Americana contro la Repubblica Jugoslava, della reale natura del cosiddetto "intervento umanitario" della NATO nel Kosovo e dei probabili sviluppi della situazione geopolitica internazionale nel medio periodo. 

 Non è necessario spendere neppure una parola per smascherare i professionisti della menzogna – dallo specialista in materia, il presidente americano Bill Clinton, ai vari Solana, Shea, Rubin, fino ai più o meno illustri esponenti del mondo dei mass-media occidentali; altri lo hanno fatto e lo stanno facendo, smontando pezzo per pezzo la montatura propagandistica della "guerra per la difesa dei diritti" - montatura che è, del resto, tanto più fragile quanto più tremendamente concreta è la realtà del primo intervento militare diretto degli USA contro uno stato sovrano in territorio europeo dalla fine della seconda guerra mondiale. 

 Noi riteniamo che l’aggressione Americana contro il popolo serbo rappresenti un assoluto salto di qualità ed inaguri una nuova fase nel tentativo dell’Occidente – e, a scanso di equivoci, precisiamo da subito che per noi Occidente significa USA e Regno Unito – di prolungare nel XXI secolo la situazione di dominio sullo scacchiere mondiale preparata lungo tutto questo secolo e culminata con il crollo del blocco sovietico nel 1989. 

 Da diversi anni a questa parte due opere costituiscono i testi di riferimento obbligato per coloro che vogliano intendere gli scenari geopolitici che la visione del mondo occidentale sta elaborando per il periodo successivo alla caduta del muro di Berlino. Si tratta di The Clash of Civilizations (Lo scontro delle civiltà, ed. italiana Garzanti) di Samuel P. Huntington, e di The Grand Chessboard (La Grande Scacchiera, di Zbigniew Brzeszinski ed. italiana Longanesi). Si tratta di opinioni generalmente classificate nell’ambito della cosiddetta "linea del disimpegno", vale a dire di quell’insieme di posizioni influenti all’interno dell’elite statunitense che – a fronte di una mutata realtà geopolitica – consiglierebbero un parziale ripiegamento degli USA su se stessi, abbandonando sogni imperiali e rassegnandosi ad un "declino controllato". 

 Le cose stanno veramente in questi termini? A proposito di questi testi, specialmente sul primo, sono stati scritti fiumi di inchiostro, e in questa sede non intendiamo entrare in una discussione accademica. Quanto alla strategia mondiale di Washington dopo la fine della guerra fredda, offriamo qui una sintesi delle principali posizioni nella nostra rassegna dei concetti strategici degli USA dalla fine della guerra fredda. 
 Ci limitiamo a tre considerazioni di carattere generale. 
 1. l’opera di Huntington prospetta la sistematica soppressione dell’identità geopolitica dell’Europa (occidentale e orientale) a favore di una supposta "civiltà occidentale" che altro non sarebbe che lo svuotamento di quella identità nella subordinazione agli interessi degli USA e dei loro alleati britannici; 
 2. l’opera di Brzeszinski dichiara a grandi lettere che è l’Eurasia – cioè l’Europa intera, "da Parigi a Berlino a Mosca", come la descrisse de Gaulle nel lontano 1965, o "da Dublino a Vladivostok" secondo l'espressione di Jean Thiriart – il teatro principale della battaglia per l’egemonia mondiale che gli USA si trovano a dover combattere nel mondo di oggi (nell’ "istante unipolare" – come lo chiamano gli esperti made in USA – istante fuggente, da cogliere a tutti i costi per assicurarsi ancora alcuni decenni di supremazia indisturbata: che non emerga una nuova URSS, è l’imperativo per i "vincitori" della guerra fredda) 
 3. ogniqualvolta presunti esponenti della "linea del disimpegno" hanno indicato un punto dello scacchiere mondiale dove prende corpo una minaccia all’Occidente, là puntualmente interventi palesi od occulti sono avvenuti negli ultimi anni a modificare gli equilibri in senso nuovamente favorevole ai dominatori: nel mondo islamico, in Asia, in Giappone, nel Caucaso, in Turchia, nei Balcani... 

 Riteniamo pertanto che questa guerra non sia un episodio isolato. 

 Questa è una guerra contro l’Europa. 
 Contro tutta l’Europa. 
 Più precisamente, contro la prospettiva di una realtà geopolitica Eurasiatica che trovi finalmente forme di unione politica sovranazionale e di integrazione economica, e contro ogni prospettiva di cooperazione economica, politica e militare tra l'Asia e l'Europa. 

 Ipotizziamo solo quali scenari mondiali si aprirebbero di fronte ad un'Europa capace di utilizzare le straordinarie potenzialità di sviluppo del mondo asiatico, di promuovere l'integrazione economica di realtà tanto diverse quanto necessariamente complementari, capace di costruire una prospettiva di equilibrio pacifico e reciprocamente vantaggioso verso il mondo Islamico e verso l'Estremo Oriente (India, Cina, Giappone). 

 La reazione preventiva a questo scenario è quanto abbiamo ed avremo, per molto, sotto gli occhi. Riteniamo quindi che parlare di impero, dominio imperiale, imperialismo, non rifletta più la realtà né del predominio attuale degli USA, né tantomeno il Sogno Americano di trasformare questo (interminabile, per noialtri!) istante unipolare nel momento in cui si gettano le fondamenta di altri 40-50 anni di supremazia. 
 Riteniamo invece calzante il paragone con l'Inghilterra post-1815. Con quella, gli USA condividono la natura "insulare", la vocazione mercantilista, l‘abilità manipolatrice, e un'eccedenza di capitali da tempo insediati nella sfera della finanza predatrice; rispetto a quella, godono del vantaggio di un mercato interno ampio e autosufficiente. 
 Fino a quando? 

 Non abbiamo mai creduto all’onnipotenza e all’onniscienza dell’America. Al tempo stesso, però, ci rifiutiamo di credere alla totale imbecillità degli strateghi di Washington o all’inettitudine del loro braccio armato, la NATO. Troppo tempestivo l’errore del missile che ha colpito la periferia di Sofia proprio mentre il parlamento bulgaro stava assumendo un atteggiamento negativo di fronte alla richiesta dell’Alleanza Atlantica di avere accesso allo spazio aereo nazionale; troppo precisi e "opportuni" questi missili sull’ambasciata cinese, a poche ore di distanza dalla pubblicazione – sul quotidiano dell’Esercito Popolare Cinese – di un duro articolo che esprimeva la preoccupazione di Pechino di fronte alle reali conseguenze di questa guerra, ed insisteva sull’opportunità di attrezzarsi per un conflitto simile a quello delineato dall'intervento dei paesi Nato in Jugoslavia, e dichiarava soprattutto che la Cina si dotasse con urgenza di una nuova dottrina strategica all’altezza della situazione. 

 Non ci sentiamo pertanto di condividere le perplessità, i dubbi, o anche le speranze, di chi ha visto contraddizioni fra obiettivi dichiarati della NATO e realizzazioni concrete, fra attività militare e spazi di negoziazione, fra enunciazioni teoriche e improvvisazione nel concreto. 
 Certo: l’improvvisazione, per così dire, esiste. Ma si tratta di un’improvvisazione controllata. Gli USA hanno sperimentato e continuano a sperimentare, in un laboratorio a scala naturale, gli effetti di un conflitto a media intensità, anzitutto sul proprio potenziale bellico, poi sugli "amici" (tenuta delle dirigenze politiche, efficacia dei mass media, attività dei gruppi di opposizione, ecc.), infine sui "nemici" – Russia, Cina. Niente di più. Davvero vogliamo credere che l’imprevidenza della signora Albright abbia giocato un brutto tiro ai piani di blitzkrieg di Washington? 
 No. Siamo di fronte ad una guerra preparata da tempo, almeno dalla metà degli anni Novanta, forse prima ancora degli accordi di Dayton. 
 Preparata con la continua guerra di attrito che in seno al Gruppo dei Sette gli USA conducono, con la scusa del "contributo alla crescita mondiale", per compromettere le politiche commerciali dei due maggiori rivali economici: Germania e Giappone. 
 Preparata con la destabilizzazione finanziaria gestita dal FMI e dalla Banca Mondiale ai danni dei Paesi dell’Europa Orientale, e culminata nella crisi del rublo dell’estate 1998. 
 Preparata con l’aggressione finanziaria dei vari George Soros ed altri magnati di Wall Street e Londra ai mercati asiatici, sfociata nella crisi che nel 1998 ha ridimensionato tassi di crescita e potenza economica dei Paesi asiatici emergenti e compromesso – per il momento – un possibile ruolo di primo piano del Giappone in campo economico. 
 Preparata, più specificamente 
- dalla distruzione sistematica delle strutture economiche e politiche del sud dei Balcani, con il FMI ancora una volta come primo attore, e la loro sostituzione con un’economia criminale che vede la collusione di politici, narcotrafficanti, mafiosi
- da manovre che hanno condotto al configurarsi, nell’ambito delle élites degli Alleati europei, di una      situazione a dir poco ottimale: le destre tradizionalmente filo-atlantiste, confinate all’opposizione; le sinistre  – storicamente il "serbatoio" dell’opposizione anti-NATO – "acquisite", in tutti i sensi, a compiti di  governo, e quindi a gestire – in cambio di promesse di stabilità – il primo conflitto europeo della seconda metà del secolo. 
 Sarà nostra cura in futuro indagare su aspetti che qui, per scelta o per forza maggiore, restano sullo sfondo: sulle devastazioni delle economie cosiddette "emergenti" che gli Structural Adjustment Programs del FMI e dei suoi omologhi hanno prodotto; sulle imprese alcuni grandi e celebri hedge funds presenti in tutti i teatri di recenti crisi finanziarie che hanno interessato zone dello scacchiere globale nel quale gli "interessi vitali" di Washington venivano intaccati o quanto meno posti in pericolo nel medio periodo - dall'Europa Orientale, Russia inclusa, fino all'Estremo Oriente; sulla guerriglia britannica all‘Unione Europea; sulla Pearl Harbour finanziaria del Giappone dell‘estate 1998; sulla riflessione strategica che attraversa le élites militari russe e cinesi… 
 

 Comprendere il presente significa intendere sia le azioni della potenza che svolge oggi il ruolo del protagonista sulla scena mondiale, sia quelle dei suoi aiutanti, delle forze che nel tramonto di questo millennio ne agevolano, con un maggiore o minor grado di consapevolezza, i fini. 
 Si tratta di un compito urgente, nel momento in cui la strana parabola che congiunge i "punti caldi" della storia del dopoguerra, partita dalla Corea e passata per l'Indocina e il Golfo Persico, punta ormai direttamente qui, e viene a congiungersi con il costituendo asse pseudo-islamico Pakistan, Turchia, Grande Albania, cuneo ficcato nel cuore dell’Europa a dividere Est e Ovest, cristianità e ortodossia. 

 Il secolo si  era aperto nel segno della "questione Orientale".  Si chiude con l'emergere di una "questione Occidentale". 
 

 “Carthago Delenda Est”
15.06.1999

 

 

 
 
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