Gli effetti del primo conflitto mondiale non si esaurirono nella tremenda distruzione di vite umane e nello sconvolgimento dei confini fra gli Stati. La guerra era stata la più grande esperienza di massa mai vissuta fin allora e aveva agito come un potentissimo acceleratore dei fenomeni sociali. Circa 65 milioni di uomini erano stati strappati alle loro occupazioni abituali e coinvolti in unesperienza collettiva senza precedenti. Si erano trovati, spesso per la prima volta, inseriti in una comunità organizzata e articolata gerarchicamente e si erano così abituati a vivere in gruppo, a obbedire e a comandare. Si erano assuefatti alla svalutazione della vita umana. Tornati alla vita civile, i combattenti si trovarono di fronte ad una realtà molto diversa da quella che avevano lasciato. Nel lavoro dei campi, nelle fabbriche, negli uffici le donne erano subentrate in gran numero a fratelli e mariti. Lespansione dellindustria di guerra aveva spostato dalle campagne alle città nuovi strati di lavoratori non qualificati. Il brusco distacco dal nucleo familiare, lassenza prolungata dei capifamiglia chiamati al fronte avevano messo in crisi le strutture tradizionali della famiglia patriarcale. I giovani cercano nuove occasioni di divertimento e le trovano al cinema o nella musica americana importata in Europa dai soldati statunitensi. I lavoratori chiedevano maggior disponibilità di tempo libero. Il primo problema che si pose con urgenza alle classi dirigenti di tutti i Paesi fu il reinserimento dei reduci. Chi aveva rischiato la vita sui campi di battaglia tornava a casa con una nuova coscienza dei propri diritti, con la convinzione di aver maturato un credito nei confronti della società. La guerra aveva dimostrato limportanza del principio di organizzazione applicato alle masse. Per far valere i propri diritti e per affermare le proprie rivendicazioni sembrava dunque necessario associarsi e organizzarsi in gruppi il più possibile numerosi. Risultò così bruscamente accentuata la tendenza, già in atto, alla massificazione della politica. Partiti e sindacati videro aumentare ovunque il numero dei loro iscritti. Di fronte a questa crescita delle organizzazioni di massa persero importanza le forme tradizionali dellattività politica nei regimi liberali, mentre acquistavano maggior peso le manifestazioni pubbliche, basate sulla partecipazione diretta dei cittadini. La consapevolezza del sacrificio subita dai popoli giustificava di per sé lattesa di soluzioni nuove. Laspirazione ad un nuovo ordine era dunque comune alla maggioranza degli europei. Per un buon numero di lavoratori e di intellettuali lordine nuovo era quello che si stava cominciando ad attuare in Russia. La maggior parte della popolazione aspirava invece a un generico desiderio di pace e di giustizia sociale.
Con la sola eccezione degli Stati Uniti, tutti i Paesi belligeranti uscirono dal conflitto in condizioni di gravissimo dissesto economico. La guerra aveva inghiottito una quantità incredibile di risorse. Così i governi avevano sopperito al fabbisogno di denaro stampando carta moneta in eccedenza e mettendo in moto un rapido processo inflazionistico. Se la guerra aveva creato fortune improvvise soprattutto fra gli industriali e gli speculatori, linflazione distruggeva posizioni economiche solidissime (per esempio quelle di molti proprietari di terre o di case che riscuotevano canoni daffitto svalutati) ed erodeva i risparmi dei ceti medi. Alle prese con linflazione e con la minaccia del dissesto finanziario, i governi europei dovettero affrontare i complessi problemi legati al passaggio dalleconomia di guerra a quella di pace. Quattro anni di interruzione delle usuali correnti di traffico avevano inferto un colpo durissimo alla tradizionale supremazia commerciale dellEuropa. Gli Stati Uniti e il Giappone avevano fortemente aumentato le esportazioni, sostituendosi agli europei sui mercati dellAsia e del Sud America. Altri Paesi, come lArgentina e il Brasile, il Canada, il Sud Africa e lAustralia, avevano sviluppato una propria produzione industriale allentando la dipendenza dal vecchio continente. Ancora più grave, nellimmediato, era per Gran Bretagna e Francia la perdita di molti partner commerciali europei, economicamente stremati come la Germania, isolati come la Russia, smembrati, come lImpero austro ungarico, in tanti nuovi Stati.
Si ebbe nel dopoguerra una ripresa di nazionalismo economico e di protezionismo doganale, soprattutto da parte dei nuovi Stati che volevano sviluppare una propria industria. Grazie al sostegno dello Stato, lindustria europea riuscì in un primo tempo a mantenere o a incrementare i livelli produttivi degli anni di guerra. Ma questa espansione "artificiale", che si accompagnò a una stagione di intense lotte sociali, durò meno di due anni e fu seguita da una fase depressiva che, iniziata alla fine del 1920, provocò la crisi di molte imprese e un conseguente rapido aumento della disoccupazione.
Tra la fine del 1918 e lestate del 1920, il movimento operaio europeo, fu protagonista di unimpetuosa avanzata politica. I partiti socialisti registrarono quasi ovunque notevoli incrementi elettorali. I lavoratori organizzati dai sindacati diedero vita a unimponente ondata di agitazioni che consentì agli operai dellindustria di difendere o migliorare i livelli reali delle loro retribuzioni e di ottenere fra laltro la riduzione dellorario di lavoro a parità di salario.
La grande ondata di lotte operaie del biennio rosso non si esaurì nelle rivendicazioni sindacali. Su esperienza delle vicende russe, ovunque si formarono spontaneamente consigli operai che si proponevano come rappresentanze dirette del proletariato e come organi di governo della futura società socialista.
Londata rossa del 19 20 si manifestò nei singoli Paesi in forme e con intensità diverse. Nelle due maggiori potenze vincitrici, Francia e Gran Bretagna, le classi dirigenti riuscirono a contenere i movimenti operai. Germania, Austria e Ungheria dove era presente inoltre un cambiamento del regime, furono invece teatro di veri tentativi rivoluzionari. Ma questi tentativi furono rapidamente stroncati.
La rivoluzione dottobre in Russia, se da un lato aveva galvanizzato le avanguardie rivoluzionarie di tutta Europa, dallaltro aveva accentuato la frattura fra queste avanguardie e il resto del movimento operaio. Il contrasto fu sancito ufficialmente, già nel 19, con la costituzione dellInternazionale comunista e, in seguito, con la fondazione in tutta Europa di nuovi partiti ispirati al modello bolscevico.
4. La rivoluzione nellEuropa centrale
Dopo larmistizio e la caduta dellImpero, la Germania si trovava in una situazione simile a quella della Russia nel 17. Ma la socialdemocrazia si oppose decisamente a esperienze di tipo sovietico, trovando un terreno di obiettiva convergenza con la vecchia classe dirigente. Linsurrezione tentata nel gennaio 19 dai comunisti "spartachisti" fu repressa nel sangue. Le elezioni per lAssemblea costituente che si tennero poco dopo videro laffermazione della socialdemocrazia e del Centro cattolico. LAssemblea, riunita a Weimar, elaborò una costituzione democratica fra le più avanzate dellepoca. Pressati dalla minaccia di nuovi tentativi rivoluzionari e dallopposizione dellestrema destra, i socialdemocratici subirono nel 1920 una sconfitta elettorale e dovettero lasciare la guida del governo. Simili furono le vicende politiche in Austria: dopo che i socialdemocratici governarono nella fase del trapasso di regime, il potere passò nelle mani del Partito cristiano sociale. In Ungheria, nel 1919, dopo la breve esperienza comunista, il potere fu conquistato da Horthy che instaurò un regime autoritario.
5. La crisi del dopoguerra e il "Biennio Rosso" in Italia
Con la vittoria lItalia aveva superato la prova più impegnativa della sua storia unitaria. Leconomia presentava i tratti tipici della crisi postbellica: sviluppo abnorme di alcuni settori industriali, sconvolgimento dei flussi commerciali, deficit gravissimo del bilancio statale, inflazione galoppante. Tutti i settori della società erano in fermento. La classe operaia, tornata alla libertà sindacale e infiammata dal mito della rivoluzione russa, non solo chiedeva miglioramenti economici, ma reclamava maggiore potere in fabbrica e manifestava tendenze rivoluzionarie. I contadini del Centro Sud tornavano dal fronte decisi di ottenere dalla classe dirigente lattuazione delle promesse. I ceti medi, coinvolti nellesperienza della guerra e colpiti dalle sue conseguenze economiche, tendevano ad organizzarsi per difendere i loro interessi e ideali patriottici. Di fronte a questi problemi la classe dirigente liberale si trovò sempre più contestata e isolata e finì col perdere legemonia. Risultarono invece favorite quelle forze socialiste e cattoliche che non erano compromesse con le responsabilità della guerra e che, inquadrando larghe masse, potevano meglio interpretare le nuove dimensioni assunte dalla lotta politica. Furono i cattolici a portare il primo e più importante fattore di novità dando vita, nel 19 al Partito popolare italiano (Ppi). Il nuovo partito, che ebbe il suo primo segretario in don Luigi Sturzo, si presentava con un programma di impostazione democratica e si dichiarava laico. In realtà il Ppi era strettamente legato alle strutture organizzative del mondo cattolico. Laltra grande novità nel panorama politico italiano fu la crescita impetuosa del Partito socialista, importante era nel partito la prevalenza della corrente di sinistra, ora chiamata massimalista, i cui esponenti si dichiaravano ammiratori entusiasti della rivoluzione bolscevica. Questa radicalizzazione finì con lisolare il movimento operaio. I socialisti si preclusero ogni possibilità di collaborazione con le forze democratico borghesi, spaventate dalla minaccia della dittatura proletaria.
Dal punto di vista degli equilibri internazionali, lItalia era uscita dalla guerra nettamente rafforzata. Non solo aveva raggiunto i "confini naturali", ma aveva visto scomparire dalle sue frontiere il nemico tradizionale, lImpero asburgico. La dissoluzione dellAustria Ungheria poneva però una serie di problemi.
Nel Patto di Londra si stabiliva che la Dalmazia, abitata in prevalenza da slavi, e rivendicata ora dallo stato jugoslavo, fosse ammessa allItalia e che la città di Fiume, dove gli italiani erano in maggioranza, restasse allImpero austro ungarico. La delegazione italiana alla conferenza di Versailles, capeggiata dal presidente del Consiglio Orlando e dal ministro degli Esteri Sonnino, chiese lannessione di Fiume sulla base del principio di nazionalità. Tali richieste incontrarono lopposizione degli alleati, in particolare di Wilson.
Nellaprile del 19, per protestare contro latteggiamento del presidente americano, Orlando e Sonnino abbandonarono Versailles e fecero ritorno in Italia, dove furono accolti da imponenti manifestazioni patriottiche. Ma un mese dopo dovettero tornare a Parigi senza avere ottenuto alcun risultato.
Questo insuccesso segnò la fine del governo Orlando, che si dimise a metà giugno. Un nuovo ministero presieduto da Francesco Saverio Nitti si trovò ad affrontare una situazione già gravemente deteriorata. Gli avvenimenti della primavera del 19 avevano infatti suscitato in larghi strati dellopinione pubblica borghese un sentimento di ostilità verso gli ex alleati. Si parlò allora di vittoria mutilata: unespressione coniata da Gabriele DAnnunzio, ormai assurto al ruolo di poeta nazionale, in virtù anche di alcune imprese compiute durante la guerra. La manifestazione più clamorosa di questa protesta si ebbe nel settembre del 19, quando alcuni reparti militari ribelli assieme a gruppi di volontari, sotto il comando di DAnnunzio, occuparono la città di Fiume, e ne proclamarono lannessione allItalia. Fra il 1919 e il 1920, lItalia attraversò una fase di convulse agitazioni sociali, legate soprattutto al continuo aumento dei prezzi al consumo. Fra il giugno e il luglio del 19, le principali città italiane furono teatro di una serie di violenti tumulti contro il caro viveri. Laumento del costo della vita determinò una continua rincorsa fra salari e prezzi, che si tradusse a sua volta in una grande ondata di agitazioni sindacali. Non meno intense furono in questo periodo le lotte dei lavoratori agricoli. Oltre alla Bassa Padana, anche le aree del Centro Nord erano attive spesso in concorrenza con le organizzazioni socialiste, le leghe bianche cattoliche. Laspirazione alla proprietà della terra fu allorigine di un altro movimento che si sviluppò in forma spontanea, tra lestate e lautunno del 19 nelle campagne del Centro Sud: loccupazione di terre incolte e latifondi da parte di contadini poveri, spesso ex combattenti.
Le prime elezioni politiche del dopoguerra, nel novembre del 1919, diedero la misura delle trasformazioni avvenute rispetto al periodo prebellico, ma mostrarono anche la gravità delle fratture che attraversavano la società e il sistema politico. Furono le prime elezioni tenute col metodo della rappresentanza proporzionale con scrutinio di lista. Lesito fu disastroso per la vecchia classe dirigente. I gruppi liberaldemocratici persero la maggioranza assoluta. I socialisti si affermarono come il primo partito, seguiti dai popolari.
Dal momento che il Psi rifiutava ogni collaborazione con gruppi "borghesi", lunica maggioranza possibile era quella basata sullaccordo fra popolari e liberaldemocratici. Su questa precaria coalizione si fondarono gli ultimi governi dellera liberale.
Indebolito dallesito delle elezioni, il ministero Nitti sopravvisse fino al giugno 1920, quando a costituire il nuovo governo fu chiamato lormai ottantenne Giovanni Giolitti. I risultati più importanti il governo li ottenne in politica estera, firmando, nel novembre 1920, il trattato di Rapallo con la Jugoslavia. LItalia conservò Trieste, Gorizia e tutta lIstria. La Jugoslavia ebbe la Dalmazia, salvo la città di Zara, che fu assegnata allItalia; Fiume fu dichiarata città libera. Il trattato fu accolto con generale favore dallopinione pubblica e dalle forze politiche. Molto più serie furono le difficoltà incontrate da Giolitti sul terreno della politica interna: i conflitti sociali infatti conobbero, nellestate autunno 1920, il loro episodio più drammatico con lagitazione degli operai metalmeccanici culminata nelloccupazione delle fabbriche. La vertenza si concluse con un accordo che accoglieva nella sostanza le rivendicazioni sindacali. Lesito delloccupazione delle fabbriche lasciò un pesante strascico di recriminazioni e risentimenti. I lavoratori, che pur erano usciti vittoriosi dallo scontro sindacale, erano delusi rispetto alle attese maturate. Le correnti più radicali del movimento operaio, in particolare il gruppo di Antonio Gramsci, accusarono i capi riformisti della Cgl di aver sacrificato le prospettive rivoluzionarie in cambio di un accordo sindacale.
A Livorno, nel gennaio del 21, fu la minoranza di sinistra ad abbandonare il Psi per formare il Partito comunista. Il nuovo partito nasceva così con un programma rigorosamente leninista, proprio nel momento in cui la prospettiva rivoluzionaria in tutta Europa e in Italia cominciava a montare londata della riscossa borghese.