Fabrizio de André e le ballate tradizionali in lingua inglese
FABRIZIO DE ANDRÉ E LE BALLATE TRADIZIONALI IN LINGUA INGLESE - FABRIZIO DE ANDRÉ AND THE ENGLISH AND SCOTTISH POPULAR BALLADS


Questa sezione è dedicata alle influenze dirette e indirette delle ballate
popolari inglesi e scozzesi sull'opera di Fabrizio de André. Per uno studio
più approfondito sulle "folkballads" anglosassoni si rimanda al sito
http://utenti.tripod.it/Balladven/index.html, dal quale è ripresa gran
parte del materiale contenuto in questa pagina.

This section deals with the direct or indirect influence of English and
Scottish popular ballads on Fabrizio de André's work. For a more
comprehensive study on the English and Scottish folkballads, see
the website http://utenti.tripod.it/Balladven/index.html, from which
most of the material included in this page has been drawn.

Riccardo Venturi.

GEORDIE (#Child 209)

La storia di "Geordie" ha originariamente un lieto fine: la giovane 
moglie che si reca a corte ad implorare per la vita del suo sposo 
riesce nel suo intento. "Geordie" sembra avere anche un fondamento 
storico: potrebbe infatti trattarsi della vicenda di George Gordon 
(da qui, forse, il nome "Geordie"; senza scordarsi che "Geordies" è
il tradizionale appellativo degli abitanti di Newcastle-upon-Tyne, e
"Geordie" è detto il loro dialetto!), quarto o sesto conte di Huntly, 
che, ribellatosi contro il Re di Scozia Giacomo VI nel 1589, fu 
imprigionato e condannato a morte come traditore, ma in seguito 
liberato per intercessione della sua famiglia. Dalle versioni più antiche 
della ballata appare che i Gordon erano pronti a liberare il loro congiunto 
con la forza; ma è più probabile che Giacomo VI avesse voluto evitare, 
con il suo gesto di clemenza, l’inimicizia di una potentissima famiglia 
che era stata storicamente sempre dalla parte della Corona di Sant’Andrea. 
Certo è che il nostro Geordie doveva godere di grande popolarità, se la 
somma (veramente enorme) imposta alla moglie per il suo rilascio fu 
raccolta senz’alcuna difficoltà; e solo un fatto cha avesse colpito particolarmente
l'immaginazione popolare poteva risultare in una tipica "border ballad".
La versione che qui presentiamo fa parte dei testi forniti da Robert Burns, il
più grande poeta dialettale scozzese, per lo "Scottish Musical Museum" di 
James Johnson (1787-1803); è verosimile che, come nel caso di "Tam Lin", 
Burns vi abbia messo le mani.
La ballata di Geordie ha avuto grande diffusione nell’intera Gran Bretagna 
e ha dato luogo a numerosissime varianti. Quelle inglesi, però, pur 
mantenendo un’affinità di fondo con la vicenda originale (il "nucleo" fisso 
rimane sempre la giovane sposa -o, spesso, fidanzata, pur con l’incongruenza 
che essa ha già dei figli dal protagonista- che si reca a corte per cercare di salvare 
l’amato), fanno di Geordie un bracconiere ed eliminano l’ "happy end".  È il caso 
della nostra versione 209k (una delle "Pills to Purge Melancholy" di Thomas 
D’Urfey, 1719-1720). Nell’Inghilterra medievale il bracconaggio era punito in modo 
veramente draconiano; in particolare, la caccia di frodo nelle tenute e nelle riserve 
reali era punita in modo ancor più severo, spesso con la pubblica impiccagione; 
ed a queste severissime leggi non sfuggivano neanche i nobili. Così il giovane 
Geordie della nostra versione, al quale viene riservato il non gradito privilegio 
di essere impiccato con una corda d’oro per le sue origini aristocratiche 
(si tratta qui evidentemente di un figlio cadetto privo di ogni diritto ereditario, 
visto che era stato affidato ad una dama estranea alla famiglia). Questa 
"debased form" di Geordie è una delle ballate tradizionali più note, forse 
seconda solo a "Barbara Allen"; il lamento della moglie, che tenta disperatamente 
ed inutilmente di convincere il giudice a risparmiare la vita di Geordie, è al tempo 
stesso un elemento ricchissimo di pathos e un atto di accusa verso leggi inique 
ed assurde. La ballata ha circolato per moltissimo tempo in "broadsides" (fogli
volanti) cittadine e, nella sua brevità, è un perfetto "concentrato" di romanticismo, 
rabbia e malinconia, con la ragion di Stato e gli assurdi privilegi sulla caccia che 
calpestano ogni più elementare sentimento d’umanità. La ballata, come detto, è 
una delle più note: il nostro testo è stato inciso da Joan Baez (nell’album 
"Joan Baez in Concert", 1967; stranamente la ballata non è inserita nel "Ballad Book" 
del 1971), e ne esiste una celebre versione italiana di Fabrizio De André 
(per quanto ne sappiamo l’unica cantata in una qualsiasi altra lingua del mondo). 
La versione di De Andrè si allontana in alcuni punti dal testo originale, e due 
strofe appaiono composte di sana pianta; ma sicuramente è stato il primo caso
in cui una ballata tradizionale in lingua inglese è stata tradotta e cantata da 
un artista italiano, molto prima che Angelo Branduardi "saccheggiasse" le "Child
Ballads" per la sua produzione. 

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GEORDIE
#Child 209A
Air and text: Robert Burns, "The Scottish Musical Museum", ii., 618-620

There was a battle in the north,								
And nobles there was many,
And they hae kill’d Sir Charlie Hay,
And they laid the wyte on Geordie.
O he has written a lang letter,
He sent it to his lady;
Ye maun cum up to Enbrugh town
To see what words o’ Geordie.
When first she look’d the letter on,						
She was baith red and rosy;
But she had na read a word but twa,
Till she wallow’t like a lily.
Gar get to me my gude grey steed,					
My menzie a’ gae wi’ me;
For I shall neither eat nor drink,
Till Enbrugh town shall see me.
And she has mountit her gude grey steed,				
Her menzie a’ gaed wi’ her;
And she did neither eat nor drink
Till Enbrugh town did see her.
And first appear’d the fatal block,					
And syne the aix to head him;
And Geordie cumin down the stair,
And bands o’ airn upon him.
But tho’ he was chain’d in fetters strang,					
O’ airn and steel sae heavy,
There was na ane in a’ the court,
Sae bra’ a man as Geordie.
O she’s down on her bended knee,						
I wat she’s pale and weary,
O pardon, pardon, noble king,
And gie me back my Dearie!
I hae born seven sons to my Geordie dear,					
The seventh ne’er saw his daddie:
O pardon, pardon, noble king,
Pity a waefu’ lady!
Gar bid the headin-man mak haste!							
Our king reply’d fu’ lordly:
O noble king, tak a’ that’s mine,
But gie me back my Geordie.
The Gordons cam and the Gordons ran,					
And they were stark and steady;
And ay the word amang them a’
Was, Gordons keep you ready.
 An aged lord at the king’s right hand					
Says, Noble king, but hear me;
Gar her tell down five thousand pound
And gie her back her Dearie.
Some gae her marks, some gae her crowns,					
Some gae her dollars many;
And she’s tell’d down five thousand pound,
And she’s gotten again her Dearie.
She blinkit blythe in her Geordie’s face,					
Says, dear I’ve bought thee, Geordie:
But there sud been bluidy bouks on the green,
Or I had tint my laddie.
He claspit her by the middle sma’,					
And he kist her lips sae rosy:
The fairest flower o’ woman-kind
Is my sweet, bonie Lady!

GEORDIE
#Child 209A
Aria e testo: Robert Burns, "The Scottish Musical Museum", ii. 618-620
 
Ci fu una battaglia nel nord,					
Di nobili ce n’eran molti;
Sir Charlie Hay fu ucciso
E la colpa ricadde su Geordie.
Scrisse una lunga lettera							
E la mandò a sua moglie:
"Dovete venire a Edimburgo
Per accertarvi di quel che dice Geordie."
Quando vide quella lettera							
Arrossì tutta quanta;
Ma non lesse che due o tre parole
Che impallidì come un giglio.
"Datemi il mio bel cavallo grigio,							
Tutti i miei uomini vengan con me;
Non voglio né mangiare né bere
Finchè Edimburgo non mi vedrà."
Montò sul suo bel cavallo grigio						
E tutti i suoi uomini andaron con lei;
E non mangiò, né bevve
Finchè Edimburgo non la vide.
Vide per primo il ceppo fatale						
E poi la scure per decapitarlo;
Poi vide Geordie scender la scala
Tutto preso in ceppi di ferro.
Ma anche se era tutto incatenato						
Con ceppi robusti d’acciaio e di ferro,
Non c’era nessuno in tutta la corte
Che fosse splendido quanto Geordie.
Lei allora si gettò in ginocchio,						
Son certo ch’era pallida e triste:
"Perdono, perdono, nobile Re,
Ridatemi il mio amore!
"Sette figlio ho dato al mio amato Geordie,					
Il settimo non ha mai visto suo padre:
Perdono, perdono, nobile Re,
Abbiate pietà d’una povera donna!"
"Dite al boia di sbrigarsi!"								
Fu la sdegnosa risposta del Re;
"Nobile Re, prendete tutto quel che ho,						
Ma ridatemi il mio Geordie."
I Gordon andavano e venivano,						
Ed eran proprio forti e sicuri;
E fra di loro continuavano a dirsi,
"Gordon, tenetevi pronti."
Un anziano lord alla destra del Re						
Dice, "Ascoltatemi, nobile Re;
Fatele raccoglier cinquemila sterline
E ridatele il suo amore."
Chi le diede marchi, chi le diede corone,			
E chi le diede parecchi talleri;
E lei ha raccolto cinquemila sterline
E ha riavuto indietro il suo amore.
Diede un’occhiata allegra a Geordie,					
Disse, "Caro, io t’ho riscattato;
Ma prima di perdere il mio amore
Sul prato ci sarebbero state carcasse insanguinate."
Lui la prese per la vita snella,							
E la baciò sulle labbra rosee:
"Il più bel fiore di tutte le donne
È la mia dolce e bellissima sposa!"


GEORDIE
#Child 209K
Air and text: Thomas D'Urfey, "Pills to purge Melancholy",
1719-1720, iii, 228-229

As I walk’d o’er London Bridge					
One misty morning early
I overheard a fair pretty maid,
Was lamenting for her Geordie.
"O, my Geordie will be hang’d in a golden chain,				
’tis not the chain of many,
He was born from King’s royal breed
And lost to a virtuous lady.
"Go bridle me my milk-white steed,					
Go bridle me my pony,
I will ride to London’s Court
To plead for the life of Geordie.
"O Geordie never stole nor cow, nor calf,					
He never hurted any,
Stole sixteen of the King’s royal deer
And he sold them in Bohenny.
"Two pretty babes have I born,						
The third lies in my body,
I’d freely part to them ev’ry one
If you’d spare the life of Geordie."
The judge look’d over his left shoulder,					
He said, "Fair maid, I’m sorry,
So, fair maid, you must be gone,
For I cannot pardon Geordie."
O my Geordie will be hang’d in a golden chain,				
’tis not the chain of many,
Stole sixteen of the King’s royal deer
And he sold them in Bohenny.


GEORDIE
#Child 209K
Aria e testo: Thomas D'Urfey, "Pills to purge Melancholy",
1719-1720, iii, 228-229

Mentre attraversavo il Ponte di Londra								
Una nebbiosa mattina, presto				
Sentii per caso una bella fanciulla			
Che si lamentava per il suo Geordie.			
"Impiccheranno Geordie con una corda d’oro	
Non è una catena per molti;				
È nato da stirpe reale					
E fu affidato a una dama virtuosa.			
"Mettete le redini al mio bianco cavallo,	
Mettete le redini al mio pony;				
Cavalcherò fino alla Corte di Londra			
A implorare per la vita di Geordie.			.
"Geordie mai rubò una mucca o un agnello,
Non ha mai fatto del male a nessuno;			
Ha rubato sedici cervi del Re				
E li ha venduti a Bohenny. "				
"Ho partorito due bei bambini,		
Il terzo lo porto in grembo;				
Darei volentieri tutti e tre				
Se salvaste la vita di Geordie."				
Il giudice si guardò la spalla sinistra,	
Disse, "Mi dispiace, bella fanciulla;			
Bella fanciulla, te ne devi andare			
Perchè non posso perdonare Geordie."			
Impiccheranno Geordie con una corda d’oro
Non è una catena per molti;				
Ha rubato sedici cervi del Re				
E li ha venduti a Bohenny."



"CARLO MARTELLO" E "CROW AND PIE" (#Child 111)

Le ballate "pastorali" (o "Pastorellerie") sono diffuse in tutte le 
più antiche tradizioni popolari europee. Limitandoci al Medio Evo, 
non sappiamo se tali tradizioni abbiano influenzato la nascita 
della poesia cortese (provenzale e scaldica, in primis), oppure 
(come a volte è accaduto) se sia stata la tradizione colta ad essere 
ad un certo punto "catturata" da quella popolare; fatto sta che certi 
temi si ritrovano un po' dovunque. 
Uno dei più frequenti è il cosiddetto "Contrasto d'amore", del quale 
la poesia trovatorica (non solo in provenzale, ma anche in dialetti 
italiani, come la "Cançon d'Auliver") ci fornisce innumerevoli esempi. 
Un cavaliere corteggia una fanciulla incontrata casualmente con belle 
parole e ricchi doni; a volte la tenzone amorosa ha buon fine per l'uomo, 
mentre a volte se ne ritorna beffato e scornato. Un minimo comun 
denominatore, comunque vada a finire, è sempre l'iniziale diniego 
della fanciulla. 
Nella tradizione delle Isole Britanniche, Francis James Child individuò 
un certo numero di ballate popolari basate su questi temi. Le più famose, 
"The Broomfield Hill" (#Child 43) e "The Shepherd's Dochter" (#Child 112) 
sono talmente antiche che mantengono ancora degli elementi chiaramente 
soprannaturali e magici (del tutto assenti, ovviamente, dalla tradizione più 
tarda e colta). Quelle più recenti si iscrivono invece pienamente nelle 
tematiche del "Contrasto d'amore", distinguendosi casomai per una certa 
crudezza di fondo giustificata dall'ambiente non propriamente "cortese" in 
cui si svilupparono, unita a volte ad una greve comicità. Naturalmente, 
gli interscambi tra le varie tradizioni europee sono molteplici e spesso sorprendenti.
Nel 1962 Fabrizio De André e Paolo Villaggio scrissero "Carlo Martello ritorna 
dalla battaglia di Poitiers". Per la tematica e la sua ambientazione, malgrado 
si tratti di una ballata decisamente comica del periodo "brassensiano", 
si tratta chiaramente di una "Pastorelleria". Per la sua frequentazione della 
poesia francese, De André doveva ben conoscere certe cose; ed il fatto che, 
poco dopo, abbia tradotto e cantato una versione (tarda) di "Geordie", fa 
sospettare anche che le "Child Ballads" non gli dovessero certamente essere ignote.
La seguente ballata (#Child 111), che riporto nel testo originale e nella mia 
traduzione, si intitola "Crow and Pie" ("La cornacchia e la gazza"). È una delle 
poche ballate tradizionali inglesi per le quali si abbia a disposizione una 
notazione musicale relativamente antica (lo spartito ed il testo sono registrati 
in una raccolta di canti del maestro di cappella Arthur Ravenscroft, "Deuteromelia", 
1609; ma è certo, come specifica il Ravenscroft stesso, che la ballata fosse 
nota e cantata ben prima del 1500). A mio parere, gli elementi in comune con 
"Carlo Martello" (comicità a parte) sono notevoli, particolarmente l' "agire da gran 
cialtrone" del cavaliere (e "cialtrone" è dir poco; meglio sarebbe dire "farabutto"). 
Non si può ovviamente ipotizzare alcunché; ma De André e Villaggio hanno in 
questo caso, e senza ombra di dubbio, recuperato e rielaborato una tradizione 
popolare vecchia di secoli e secoli.

NB: Per il suo argomento, la ballata potrebbe risultare non particolarmente 
gradita ad un pubblico femminile (così come non lo è a me); si tratta nient'altro 
che di un documento di un'epoca lontana.


CROW AND PIE
#Child 111 

Throughe a forest as I can ryde,							
To take my sporte yn an mornyng, 
I cast my eye on euery syde, 
I was ware of a bryde syngynge. 
I sawe a faire mayde come rydyng;						
I speke to hur of loue, I trowe; 
She answered me all yn scornyng, 
And sayd, The crowe shall byte yow. 
'I pray yow, damesell, scorne me nott;					
To wyn your loue ytt ys my wyll; 
For your loue I haue dere bought, 
And I wyll take good hede thertyll.' 
'Nay, for God, ser, that I nyll;						
I tell the, Jenken, as I trowe, 
Thew shalt nott fynde me suche a gyll; 
Therfore the crowe shall byte yow. 
He toke then owt a good golde ryng,						 
A purse of velweytt, that was soo fyne: 
'Haue ye thys, my dere swetyng, 
With that ye wylbe lemman myn. 
'Be Cryst, I dare nott, for my dame,					 
To dele with hym that I doo nott knowe ; 
For soo I myght dyspyse my name; 
Therfore the crow shall byte yow. 
He toke hur abowte the mydell small,				 
That was soo faire of hyde and hewe; 
He kyssed hur cheke as whyte as whall, 
And prayed hur that she wolde vpon hym rewe. 
She scornyd hym, and callyd hym Hew;				 
His loue was as a paynted blowe: 
'To-day me, to-morowe a newe ; 
Therfore the crow shall byte yow. 
He toke hur abowte the mydell small,				 
And layd hur downe vpon the grene; 
Twys or thrys he served hur soo withall, 
He wolde nott stynt yet, as I wene. 
'But sythe ye haue i-lyen me bye,					
Ye wyll wedde me now, as I trowe: 
'I wyll be aduysed, Gyll,' sayd he, 
' For now the pye hathe peckyd yow. 
'But sythe ye haue i-leyn me by,					 
And brought my body vnto shame, 
Some of your good ye wyll part with me, 
Or elles, be Cryst, ye be to blame.' 
 'I wylbe aduysed,' he sayde;						 
the wynde ys wast that thow doyst blowe 
I haue a-noder that most be payde; 
Therfore the pye hathe pecked yow. 
'Now sythe ye haue i-leyn me bye,				 
A lyttle thyng ye wyll tell; 
In case that I with childe be 
What ys your name? Wher do ye dwell? 
'At York, at London, at Clerkenwell,					 
At Leycester, Cambryge, at myrye Brystowe; 
Some call be Rycharde, Robart, Jacke, and Wyll; 
For now the pye hath peckyd yow' 
'But all medoos, be ware, be rewe,					 
And lett no man down ye throwe; 
For an yow doo, ye wyll ytt rewe, 
For then the pye will pecke yow. 
'Farewell corteor,our the medoo,				
Pluke vp your helys, I yow beshrew! 
Your trace, wher so euer ye ryde or goo, 
Crystes curse goo wythe yow. 
'Thoughe a knave hath by me layne,				 
Yet am I noder dede nor slowe; 
I trust to recouer my harte agayne 
And Crystes curse goo wythe yow!


LA CORNACCHIA E LA GAZZA
#Child 111

Mentre cavalcavo per una foresta				
Una mattina, a caccia
Diedi uno sguardo da ogni parte
E vidi una fanciulla che cantava.
Vidi una bella fanciulla a cavallo,					
E, credo, le parlai d’amore;
Ma lei mi rispose con scherno
E disse, "La cornacchia ti beccherà".
"Ti prego, fanciulla, non mi schernire;				
Io voglio proprio avere il tuo amore.
Il tuo amore l’ho comprato a caro prezzo
E me lo prenderò ad ogni costo."
"No, perdio, messere; non voglio!					
Ti dico, Sir Jenkins, che io credo
Che non mi troverai una ragazza «di quelle»;
Quindi la cornacchia ti beccherà.
Lui tirò fuori allora un bell’anello d’oro					
Ed una borsa di finissimo velluto:
"Prendi queste cose, dolcezza mia,						
Con queste tu sarai la mia amante."
"Gesù, non posso, per Nostra Signora,				
Andare con uno che neanche conosco;
Così potrei infangare il mio nome;
E quindi la cornacchia ti beccherà."
Lui la prese per l’indice della mano						
Così bello per incarnato;
Le baciò la guancia candida come la biacca
E la pregò di stendersi sopra di lui.
Lei lo insultò e lo chiamò falso,						
[Gli disse che] il suo amore era un colpo di vento:
"Oggi me, domani un’altra;
E quindi la cornacchia ti beccherà."
Lui la prese per l’indice della mano					
E la distese sull’erba verde;
Se la fece due o tre volte,
E credo neanche si volesse fermare.
"Poiché ti sei giaciuto con me						
Spero che subito mi sposerai";
"No, e così impari", disse lui,
"È stata la gazza che ti ha beccata."
"Ma poiché ti sei giaciuto con me					
E gettato il mio corpo nella vergogna,
Devi darmi qualcuna delle tue cose
Oppure, perdio, sei un farabutto."
 "No, e così impari", lui disse;						
"Ora proprio il vento è cambiato;
Ne ho un’altra che dev’esser pagata
E quindi la gazza ti ha beccata".
"Ma poiché ti sei giaciuto con me					
Ti chiedo solo una piccola cosa:
Se sono rimasta incinta,
Come ti chiami, e dove vivi?"
"A York, a Londra, a Clarkenwell,				
A Leicester, a Cambridge, nella bella Bristol;
Chi mi chiama Richard, Robert, Jack o Will;
E quindi la gazza ora ti ha beccata".
"Ma stai attenta ai prati, in guardia,					
Non fartici stendere da nessun uomo;
Ché se lo fai, ti rovinerai
E la gazza ti beccherà ancora."
"Addio a te, che m’hai presa sul prato,			
Vattene via, ti prego, vattene!
Il tuo cammino, dovunque tu vada
Sia maledetto da dio assieme a te.
Anche se un villano è giaciuto con me
Non sono né morta, né uccisa;
Son certa che il mio cuore guarirà
E che tu sia maledetto da Cristo!"


"LA BUONA NOVELLA" E "IUDAS" (#CHILD 23)

I trentasei versi che seguono furono trascritti alla fine del XIII
secolo e costituiscono la più antica ballata tradizionale in lingua
inglese che ci sia pervenuta da un manoscritto. Fu probabilmente il suo
argomento religioso che persuase uno scrivano di qualche convento a
metterla per iscritto; la spiegazione che viene fornita per il
tradimento di Giuda, però, non è assolutamente "ortodossa" e non ha
alcun fondamento nei Vangeli (*neanche* in quelli apocrifi). La leggenda
sembra piuttosto derivare da oscure tradizioni popolari diffuse
nell'Europa del nord: il Child (I, 242) venne a conoscenza di una
ballata serbo-lusaziana (i serbi di Lusazia sono un piccolo popolo slavo
occidentale noto anche come vendi  o sòrabi, ancora oggi stanziato al
confine tra la Germania e la Polonia), nella quale Giuda perde al gioco
trenta monete d'argento affidategli da Gesù per comprare il pane per
l’Ultima Cena, e tradisce il suo Maestro per non affrontare la vergogna
di tornare a mani vuote. Altre leggende (v. PMLA 31: 181, 481) vogliono
che Giuda avesse una moglie assai avida che lo avrebbe spinto a rubare
ed a fare poi il delatore. Dalla combinazione di tali elementi emerge
una ballata in cui Giuda sembra commettere peccato non tanto per
malvagità, quanto per ingenuità e per sudditanza nei confronti di una
donna perfida (nel nostro testo una sorella). Perché Giuda insista tanto
su trenta monete d'argento, non una di più e non una di meno, ha
sicuramente un valore simbolico (forse numerologico). Ugualmente da
notare è che, nella ballata, la figura di Ponzio Pilato ha perso ogni
più elementare connotazione storica: il governatore romano è diventato
un "riche Ieu", un ricco ebreo, e qui, senz'altro, si hanno degli echi
dell’antisemitismo largamente diffuso in tutta l'Europa cristiana. 
La ballata, pubblicata per la prima volta nel 1845, non fu
immediatamente riconosciuta come tale; fu il Child che la incluse nella
sua raccolta rilevandone i caratteri di stilizzazione popolare. Comunque
sia, alcuni studiosi ritengono tuttora che l’origine di "Iudas" sia
letteraria, anche se presenta tutti gli stilemi tipici delle
folk-ballads. Con il suo ritmo frenetico, la sua totale mancanza di
pause e con la narrazione rafforzata dal dialogo, dall’uso della
ripetizione progressiva (che aggiungono una notevolissima drammaticità
alla scena) e da una vivacissima concisione, è una prova -qualunque sia
la sua origine- che il metodo narrativo tipico delle ballate (si veda
l’introduzione) era pienamente sviluppato e perfezionato già alla fine
del ‘200.  Non è quindi escluso che un giorno possano essere reperite in
qualche manoscritto testimonianze più antiche di questa.
Nell’intero corpus Childiano, "Iudas" è l’unica ballata ancora
pienamente in Middle English; ma si tratta di un inglese medio-tardo che
già, per molti versi, "preannuncia" il passaggio alla primissima fase di
quello moderno. La lingua è in ogni caso ancora assai lontana da quella
attuale. Dopo Iudas, si deve fare un salto di circa duecento anni per
ritrovare una ballata manoscritta ("Riddles Wisely Expounded", circa
1445), e siamo già nella prima fase dell’inglese moderno. Le
caratteristiche linguistiche fanno pensare a un dialetto occidentale;
quanto alla grafia, sono ancora regolarmente usati il  (þ) e la
 (ð) anglosassoni, corrispondenti rispettivamente alla pronuncia
sorda e sonora del moderno grafema < th > (thing, that).  
Il manoscritto contenente Iudas è conservato presso il Trinity College
di Oxford (B 14, 39, Ms. 323).

[Chissà se Fabrizio la conosceva. Me lo son sempre chiesto; e,
d'altronde, se questa ballata è #Child 23, "Geordie" è #Child 209.
Secondo me ci sarebbe stata bene, nella "Buona Novella". Vi si parla di
tutti, fuorché di Giuda. A me piace aggiungere un po' di personaggi a
quella Novella, sapete. E, poi, la "Buona Novella" mi è pure e sempre
apparsa come una sorta di "songbook", una raccolta di ballate popolari;
nulla di più naturale, da De André. Ci son tutti gli stilemi propri
della composizione e della tradizione orale: la cronaca, la preghiera,
il realistico sogno premonitore (dovreste vedere quello di "Sir
Aldingar"...) e la lamentazione ("Tre Madri" sarebbe una perfetta
"lyke-wake dirge"). Non mi stupirei se, malgrado la dichiarata
ispirazione ai Vangeli apocrifi, De André fosse andato anche un po'
oltre; magari anche a una strana ballata armena dove vengono enunciati i
dieci comandamenti da una voce, e l'altra risponde, dopo ciascuno di
essi, "forse".]
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IUDAS 
#Child 23

Hit wes upon a Scere þors dai	þat vre louerd aros
Ful milde were þe wordes he spec to Iudas.
Iudas þu most to Iurselem vre mete for to bugge
Thritti platen of seluer þu bere vp othi rugge.
Þu comest fer iþe brode stret	fer iþe brode strete
Summe of þin cunesmen þer þu meist i-mete.
Imette wið is soster	þe swikele wimon
Iudas þu were w[u]rþe me stende the wið ston.
Iudas þu were w[u]rþe me stende the wið ston			
For þe false prophete þat þu bileuest upon.
Be stille, leue soster þin herte the tobreke
Wiste min louerd Crist ful wel he wolde be wreke.
Iudas go þu on þe roc heie vp on þe ston
Lei þin heued i mi barm slep þu þe anon.
Sone so Iudas of slepe was awake
Thritti platen of seluer from hym weren itake.
He drou hym selue bi þe cop	þat al it lauede ablode
Þe Iewes out of Iurselem awenden he were wode.
Foret hym com the riche Ieu þat heiste Pilatus
Wolte sulle thi louerd þat hette Iesus 		.?.
I nul sulle my louerd for nones cunnes eiste
Bote hit ne for þe þritti platen	þat he me bitaiste.
Wolte sulle þi Lord Crist for enes cunnes golde	.?.
1Nay, bote hit be for þe platen þat he habben wolde.
In him com vr lord gon as is postles seten at mete
Wou sitte ye postles ant wi nule ye ete	.?.
Wou sitte ye postles ant wi nule ye ete
Ic am iboust ant isold to dai for vre mete.
Vp him stod Iudas: Lord am I þat frec		.?.
I nas neuer othe stude þer me iþe euel spec.
Vp him stod Peter ant spec wið al his miste
Þau Pilatus him come wid ten hundred cnistes
Þau Pilatus him come wid ten hundred cnistes
Yet ic wolde Louerd	for thi loue fiste.
Still þu be Peter wel I þe icnowe
Þu wolt fursake me þrien ar þe coc him crowe.
 
GIUDA
#Child 23

Accadde un Giovedì Santo che Nostro Signore s'alzò
Dolcissime parole egli rivolse a Giuda:
Giuda, vai a Gerusalemme e compraci da mangiare
Trenta monete d'argento ti porterai sulle spalle.
Vai per la strada larga vai per la strada larga
Qualcuno della tua gente vi potresti incontrare.
E incontrò sua sorella quella malvagia donna:
Giuda, saresti degno d'essere lapidato		
Giuda, saresti degno d'essere lapidato
Per quel falso profeta al quale presti fede.
Stai zitta, sorella cara che ti si rompa il cuore!
Se il mio Signore sapesse ben si vendicherebbe!
Giuda, vai a quella roccia, lassù, su quella roccia
Mettimi in grembo la testa e cadi addormentato.
E quando infine Giuda dal sonno s'è svegliato
Le trenta monete d'argento gli avevano rubato.
Tanto si strappò i capelli che gli si empiron di sangue
Gli ebrei di Gerusalemme credevano fosse pazzo.
Il ricco ebreo s'avvicina che aveva nome Pilato:
Vuoi venderci il tuo Signore che chiamano Gesù?
Non vendo il mio Signore per qualche mercanzia,
Ma per le trenta monete che egli m'aveva affidato.
Vuoi vendere il tuo Signore per avere dell'oro?
No, ma per le monete che egli mi aveva affidato.
Venne il Signore a piedi, gli apostoli erano a cena:
Perché sedete, Apostoli e non mangiate nulla?
Perché sedete, Apostoli e non mangiate nulla?
Oggi mi hanno venduto perché noi mangiamo.
Allora s'alzò Giuda:	 Signore, son io quell'uomo?
Non sono mai stato dove di te dicono male.
Allora s'alzò Pietro,	parlò con tutte le forze:
Anche se viene Pilato con mille cavalieri,
Anche se viene Pilato con mille cavalieri
Io voglio, mio Signore combatter per il tuo amore.
Pietro, devi tacere,	io ti conosco bene:
Prima che il gallo canti tre volte m'avrai rinnegato.



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