Fabrizio de André e la poesia in Genovese
FABRIZIO DE ANDRÉ e la poesia in genovese - FABRIZIO DE ANDRÉ e a poesia in zeneixe

Nel 1981, la casa editrice San Marco dei Giustiniani pubblicò quello che
è considerato il saggio "canonico" sulla lirica in dialetto genovese,
intitolato "La poesia dialettale genovese". Si tratta in realtà di una
raccolta di saggi opera di uno dei principali poeti in genovese del XX
secolo: Edoardo Firpo. Non solo poeta (e grandissimo), ma anche teorico,
critico e saggista.
Leggendo i saggi del Firpo, che abbracciano tutta la produzione lirica
in genovese fin dagli inizi, si avverte quasi una sorta di rimpianto. Il
poeta, nato nel 1889, morì nel 1957; di mestiere faceva l'accordatore di
pianoforti, ma era anche un pittore non disprezzabile ed un
commediografo. Uno di quegli splendidi autodidatti, insomma, dei quali
sembra essersi persa ogni traccia al mondo d'oggi.
Credo che Firpo, se fosse vissuto più a lungo, non avrebbe potuto fare a
meno di occuparsi di Fabrizio de André; il quale, fra le tante cose che
è stato, è un poeta in dialetto di prim'ordine. 
Il dibattito sulla produzione in dialetto di Fabrizio è stato e sarà
ancora lungo. Se ne è parlato a più riprese anche su questo NG e sulla
mailing list. Per sintetizzare, alcuni ritengono che la produzione
poetica deandreiana in genovese (e in gallurese) sia addirittura
superiore qualitativamente a quella in lingua italiana. Per quel che mi
riguarda, io ho sempre ritenuto che un simile approccio non fosse troppo
corretto o esatto. I mezzi espressivi di un artista non sono legati al
linguaggio in cui sceglie di esprimersi; sono casomai una manifestazione
della sua pluralità, del suo non restringersi in nessun ambito, neppure
quello linguistico. A parziale riprova di questo, bisogna dire che la
stragrande maggioranza dei più grandi poeti in dialetto si sono espressi
anche nella lingua letteraria. Figure capitali della poesia italiana,
come Franco Loi, Giacomo Noventa, Ernesto Calzavara, Andrea Zanzotto,
Carolus L. Cergoly, lo stesso Firpo ed altri, hanno sempre affiancato la
poesia in dialetto a quella in italiano standard. Vero è che altrettanti
grandi poeti si sono, ad un certo punto, o rivolti esclusivamente al
dialetto (come Biagio Marin, Vito Elio Petrucci, Albino Pierro, Ignazio
Buttitta) oppure lo hanno abbandonato del tutto (il nome più ovvio è
quello di Pier Paolo Pasolini).
Il "caso" di De André si iscrive quindi, a mio parere,
nell'esperimentazione delle varie realtà linguistiche a disposizione di
un poeta. Realtà linguistiche naturali (come il genovese) ed acquisite
(come il gallurese). Un paragone potrebbe a questo punto essere fatto
con Franco Loi, nato a Genova nel 1930 da padre cagliaritano e madre di
Colorno. Fin dal 1937 Loi ha risieduto a Milano, e nel suo
particolarissimo milanese ha scritto prevalentemente, ma affiancando
tutto ciò ad una parziale produzione in genovese, nel dialetto colornese
della madre e in italiano. Una sua composizione, "L'Angelo", presenta
addirittura 28 strofe in milanese, 21 in genovese, 2 in colornese ed
altre nei quali i tre dialetti, l'italiano ed altre lingue (perdipiù il
francese) sono mischiate. Sottolineo il fatto che Franco Loi è stato a
lungo operaio presso lo scalo merci delle FFSS di Milano, per passare
poi impiegato alla galleria "La Rinascente".
Stanti queste cose, il discorso sulla possibile influenza di alcuni
poeti dialettali genovesi del '900 sull'opera in dialetto di Fabrizio de
André viene quasi naturale. In questi ultimi giorni, dopo che mi è
"frullata l'idea", sono andato a rileggermi attentamente le poesie di
Edoardo Firpo e di Vito Elio Petrucci, senza scordarmi due "ombre" che
in dialetto non hanno scritto, ma che gravitano sempre, secondo me, sul
cielo della Lanterna: quelle di Eugenio Montale e del livornese-genovese
Giorgio Caproni. E' in particolare a quest'ultima "ombra" che bisogna
rifarsi per De André e per gli altri; certe atmosfere, certe sospensioni
della realtà, certi miscugli di odori, certe attenzioni riportano
direttamente a Caproni ed alla "sua" Genova.
Offro quindi, sperando che possa essere di qualche interesse, qualche
componimento in genovese sia di Edoardo Firpo che di Vito Elio Petrucci,
nei quali ho individuato dei punti di contatto con Fabrizio de André. E'
a mio parere impensabile che Fabrizio non conoscesse questi due poeti, e
che vi abbia tratto, se non un'ispirazione diretta, almeno dei modi di
porsi davanti ad una realtà linguistica mai esperita e recuperata, forse
con grande fatica.


Edoardo Firpo.

Edoardo Firpo nacque a Genova nel 1889 e vi morì nel 1957. Imparò dal
padre il mestiere di accordatore di pianoforti e, sulle orme del nonno
paterno, si dedicò anche alla pittura. La sua prima poesia mai
pubblicata, in italiano, risale al 1914: "Interludio dell'Onda"; in
seguito lavorò anche a stesure di commedie dialettali (una di queste,
"Fêua di schêuggi" ["Fuori dagli scogli"], fu rappresentata nel 1922).
Il suo passaggio al genovese avviene probabilmente alla meta' degli anni
'20 del secolo scorso; la sua prima raccolta, "O grillo cantadö" ("Il
grillo canterino") apparve nel 1931. Seguirono "Fiore in to gotto"
(1935), "A vëa scoverta de l'America" (1946), "Ciammo o martinpescòu"
(1955) e "Tutta Zena ciù un caroggio" (pubblicata postuma nel 1977;
raccoglie tutte le sue poesie pubblicate via via sul quotidiano
"L'Unità").
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1. SOLO UNNA VOTTA TI PASSI
[Accosto questa poesia decisamente a "D'a mæ riva".]

A zoventù a me canta
Sempre, un pö ciù dä lontan,
E, malinconica riendo,
A me saluta coä man.

Fin che no-ä perdo de vista
Me pä d'avèila con mi,
Ma un malinconico addio
Aviö da daghe mi ascì.

Comme a chi lascia de nêutte
Zena partindo pe mä,
Finn-a ch'o vedde a Lanterna
O se pêu ancùn consolä.

[SOLO UNA VOLTA PASSI. La gioventù mi canta/Sempre un po' più da
lontano/e, malinconica, ride/salutando con la mano. // Finché non la
perdo di vista/mi par d'averla con me/ma un malinconico addio/avrò da
darle pur io. // Come a chi lascia di notte/Genova andando per
mare/finché la Lanterna si scorge/ancora si può consolare.]

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2. FIORE DO GARDO
[Il vento d'una dumenega, su una crêuza de mä. So che sono solo
suggestioni, aiutate anche da certi toponimi, ma i meccanismi della
poesia sono intricati e sorprendenti.]

Libera a-o fiore do gardo
Seccòu e arensenïo
O sò ciummin ascoso;
A stæ a l'è finia
E a primma nuvia scûa
Che vegne sciù da-o mä
Doman a-o pêu bagnä.

Lascia che o vento sciuto
Che ancùn da-i monti o sciorte
Avido de piggiäselo
Via con lê o se-o porte.

Ti o veddi arsäse comme
A-o fiato de un figgêu,
A bolla de savon;
Comme ispiròu o navega
Co-ä simensetta appèisa
De dato a çimme e a vêui,
A sò fragilitæ
A l'è a sò gran difèisa,
E o sciorte d'in ta ràffega
E da-i pin solitari
Intatto comme o fî
De l'erba di binari,
Ma se unna gossa a-o tocca
Comme colpïo da-o fulmine
O precipita zù...

Chi s'è levòu d'in Pragia,
Da Sisa o Cianderlin
O pêu finî in Caruppua
O in sce-a costa de Pin...
E un giorno s'arve un fiore
De dato a tutte e spinn-e
Turchin comme o seren
De öe mattutinn-e,
Turchin comme o pennello
Che da a tinta a-e barchette
D'arvî in sce-o mä da Foxe,
O l'orlo de coppette
Da lalla Marinin,
O l'ægua fonda e antiga
De sott'a Portofin.

[FIORE DI CARDO. Libera al fiore del cardo/seccatto e rattrappito/il
piumino nascosto;/l'estate è finita/e la prima nuvola scura/che viene su
dal mare/domani lo può bagnare. // Lascia che il vento asciutto/che
ancora esce dai monti/avido di prenderselo/via con sé lo porti. // Lo
vedi alzarsi come/al fiato d'un bambino/la bolla di sapone;/come
ispirato naviga/col suo seme attaccato/di sopra cime e a vuoti,/la sua
fragilità/è la sua gran difesa,/ed esce dalla raffica,/dai pini
solitari/intatto come il filo/dell'erba dei binari,/ma se una goccia lo
tocca/come colpito dal fulmine/precipità giù... // Chi s'è levato d'in
Praglia,/ da Sisa o Pianderlino/può finire in Caruppola/o alla Costa di
Pino.../e un giorno s'apre un fiore/di sopra a tutte le spine/come il
seren turchino/delle ore mattutine,/turchino come il pennello/che dà
tinta alle barche/d'aprile sul mar della Foce,/o l'orlo delle
coppette/della zia Maria/o l'acqua fonda e antica/di sotto a Portofino.]


Vito Elio Petrucci.

Vito Elio Petrucci è nato a Genova nel 1923. Laureato in scienze
economiche e bancarie, è stato dirigente dell'INPS. Ha collaborato a
molti giornali e riviste; è autore di lavori radiofonici, spettacoli di
rivista e commedie. Dal 1956 al 1970 è stato direttore della compagnia
dialettale della sede RAI di Genova e ne ha curato le regie.
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1. A TÒ MAN
[Ancora una crêuza de mä, che ci riporta alla "capostipite" poetica:
quella descritta in "Meriggiare pallido e assorto" di Eugenio Montale.
Ma una crêuza che riporta dentro se stessi, dentro il proprio ricordo;
non conosco niente che possa essere più deandreiano. E il ricordo della
madre, che va diritto all'Anna Picchi di Giorgio Caproni, nel
Cors'Amedeo di Livorno. Insomma, una sintesi di quel che ho detto
nell'"Introduzione".]

Ninte de ciù segùo tocchià a mæ man
Da tò quande, figgieu,
A me tegnîva
Pe Cannetto, San Zorzo, San Bernardo,
San Coximo, a montâ pe andâ in Castello...
Caròggi che mì fasso a euggi streiti,
Perché ho sempre a teu çimma ch'a me tìa.

Quande da-e Vigne,
Dove o papà t'hæ visto a primma votta,
Ti me-a porzeivi
Con l'ægua benedetta:
Grandi éan i euggi,
Vedrate coloræ
Con drento a stòja do patî da gente,
E liquidi pe 'n onda lunga e döçe
Comme quande, spartîndone o disnâ,
Ti ne dixéivi:
"Cöi in scia toa,
Ma o cheu a dormî in te reuze."
Mì l'ho; e tì ti sæ quello ch'o costa.

o l'éa o giorno ciù lungo.
Incomençòu, o no l'é ancon finîo.
Coscì son un strazetto
Ch'o no sa de onde o ven
E o va perché tra çeppi e costi
Gh'è di passi.
Poëse armeno savéi che gh'é anche i tò,
Saiæ in to giusto.

Ma pe ogni rammâ d'ægua
Ghe cöre un riâ che a votte o mette puìa.
Ti fisci armeno 'na stella!
Mì i santi örriæ ch'avéssan
Immagini pe-o çê
A segnâ stradde bonn-e, troviæ a teu.

O l'éa l'urtimo giorno
Dell'inverno ciù lungo.
Né sciöco e solleon han ciù posciùo
Levâ sto freido.

[LA TUA MANO. Niente di più sicuro toccherà la mia mano/della tua,
quando bambino/mi teneva/per Canneto, San Giorgio, San Bernardo,/San
Cosimo e la salita per andare in Castello.../carruggi che io faccio ad
occhi chiusi/perché ho sempre la tua cima che mi tira. // Quando alla
chiesa delle Vigne,/dove hai visto il papà la prima volta,/me la
porgevi/con l'acqua benedetta:/grandi erano gli occhi,/vetrate
colorate/con dentro la storia del soffrire della gente,/e liquidi per
un'onda lunga e dolce/come quando, dividendo la cena,/ci dicevi:/"Cavoli
in tavola,/ ma il cuore a dormire nelle rose:"/ Io l'ho, ma tu sai
quello che mi costa. // Era il giorno più lungo./Incominciato, non è
ancora finito./Così sono un sentiero/che non sa da dove viene,/e va,
perché fra i ceppi e i cespugli/ci sono delle orme./Potessi almeno
sapere che ci sono anche le tue,/sarei nel giusto./Ma ad ogni
scroscio/corre un'acqua che a volte fa paura./Fossi tu almeno una
stella!/Io vorrei che i santi avessero/immagini disseminate in cielo/a
segnar le strade buone:troverei la tua. // Era l'ultimo
giorno/dell'inverno più lungo./Scirocco e solleone non hanno più
potuto/Sciogliere questo freddo.]
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2. GH'ÉA UN GATTIN MORTO
[Mi piace pensare che De André avrebbe potuto scrivere una cosa del
genere. Tutto qui.]

Gh'éa un gattin morto, in tæra, stasseja,
Paiva ch'o dormisse;
Lô han de votte de pose che s'inventan,
Ma coscì dùe, mai.
Penso a l'ommo ch'o l'ha s-ciaccòu.
O saiâ andæto a casa,
Magari o l'aviâ fæto l'amô contando:
"Gh'éa un gatto."

Sempre quandre se ferma quarcösa che vive
Se leva quarcösa a-a vitta: gatto o cristian.
Tutto o l'é un solo respìo,
Un beive raggi de sô
(Manna in to deserto di giorni)
Un ëse un Dio sempre ciù grande.

O l'éa negretto co-e sampette gianche,
Tutte quattro, comme o l'æse i scappin.

[C'ERA UN GATTINO MORTO. C'era un gattino morto, in terra,
stasera/sembrava che dormisse;/loro hanno a volte delle pose che si
inventano,/ma così dure, mai./Penso all'uomo che lo ha schiacciato./Sarà
andato a casa,/magari avrà fatto l'amore raccontando:/"C'era un gatto."
// Sempre quando si ferma qualcosa che vive/si sottrae qualche cosa alla
vita: gatto o cristiano./Tutto è un solo respiro,/un bere raggi di
sole/(manna nel deserto dei giorni)/un essere un Dio sempre più grande.
// Era negretto, con le zampette bianche,/tutte e quattro, come avesse i
calzini.]



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