UNA MOGLIE

UNA MOGLIE

di John Cassavetes

Usa - Colore - Anno: 1974 - Sceneggiatura: John Cassavetes - Interpreti.: Gena Rowlands, Peter Falk

TEMI: Bouffèe delirante - Ambiente socioculturale - Ambiente familiare - Suicidio - Lutto - Norma e devianza - Delirio persecutorio - Angoscia persecutoria - Doppio legame - Passaggio all'atto

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Oggi - Il Corriere della Sera - La Notte


 

Oggi (28 maggio 1978)

Una moglie è Il film che John Cassavetes (qui non attore, ma regista, soggettista e sceneggiatore) girò nel 74 e fu presentato l'anno seguente a Venezia dopo trionfi americani. Non sappiamo per quali misteriosi calcoli della distribuzione nazionale arrivi soltanto adesso ai nostri schermi, forse perché il "nuovo cinema americano" ha i suoi estimatori anche in Italia, e i distributori se ne sono accorti. Certo, quattro anni non contano nella storia del cinema, ma sono importanti per la storia di un autore così particolare e per la storia del nostro costume: fortunatamente Cassavetes è un precursore e un grande regista.

Interpretano Una moglie Gena Rowlands, che la critica americana ha definito "straordinaria nei ruolo femminile più importante degli ultimi dieci anni", e Peter Falk, il "tenente Colombo" della nota serie televisiva che attualmente si sta trasmettendo in 35 Paesi del mondo, "un attore meraviglioso, perfetto, semplicemente superbo". La magnifica coppia è circondata da interpreti buonissimi, tra cui c'è anche mamma Cassavetes, nella parte della madre della protagonista. E incidentalmente va detto che Gena Rowlands è la moglie di Cassavetes, scelta non insolita per questo autore che, lavorando fuori delle strutture commerciali comuni, segue un metodo di regia fondato sulla partecipazione personale completa dei suoi attori, i quali si impegnano a "vivere" la storia che rappresentano. "Per me i film hanno poca importanza", dice Cassavetes. "Le persone sono più importanti".

Raccontare Una moglie non è facile perché si rischia di banalizzare i suoi contenuti attribuendo significati ideologici a un film che invece è affascinante soprattutto per la totale assenza di una tematica pregiudiziale. Hanno detto: film delle donne, per le donne. Non è così. Hanno detto: film sul matrimonio. Nemmeno questo è vero. Allo stesso modo si può negare che Una moglie contenga un programma di denuncia sociale o che descriva un caso di pazzia. Cassavetes non ha inventato una storia, ha inventato una moglie e un marito qualsiasi e li ha fatti vivere nel loro ambiente naturale seguendoli da vicino anche nei momenti apparentemente più banali della loro giornata. Per far ciò ha lasciato che i tempi narrativi si dilatassero liberamente e che i particolari di ogni episodio acquistassero un'evidenza straordinaria, come accade nella vita reale, quando si vive con intensità. L'effetto più importante di questa scelta stilistica è un insolito coinvolgimento del pubblico, così totale da impedirgli ogni facile interpretazione di ciò che accade sullo schermo, ogni preciso giudizio, e così profondo da stimolarlo continuamente alla comprensione, all'analisi. Alla fine del film, che è molto lungo per permettere questo tipo di racconto, ci si sente affaticati come dopo un'esperienza personale appassionante, una fatica emotiva di cui tuttavia siamo assai grati all'autore e agli interpreti.

La pazzia di Mabei, sposata a Nick Longhetti, evidentemente un italo-americano, con madre viscerale del nostro Sud, è quella che si chiama "crisi di identità". Il titolo originale del film, A Woman Under The Influence (letteralmente "Una donna sotto l'influenza", liberamente "Una donna alienata"), spiega meglio come Mabel abbia perduto se stessa nel ruolo di moglie casalinga. Un ruolo sostenuto con grande amore, per il marito, per i tre bambini, per gli amici del marito e gli amici dei bambini, e tuttavia un ruolo sbagliato perché vissuto senza alternative con una carica affettiva abnorme che non trova riscontro nel vivere quotidiano. Mabel ha perduto completamente la sua autonomia. Lo capiamo quando affida i figli a sua madre per una notte e subito cade nell'ansia e nell'angoscia per la loro mancanza; quando li manda a scuola e aspetta disperatamente il loro ritorno alla fermata dell'autobus; quando il marito le comunica che dovrà fermarsi a lavorare in cantiere tutta la notte e lei si ubriaca, vaga per la città, si fa portare a casa dal primo sconosciuto che incontra e va a letto con lui, credendo che si tratti di Nick.

Nick è un buon uomo, innamorato, paziente, anche se non immune da cecità ed egoismo tutti maschili, oltre che dall'inevitabile nevrosi comune. Di Mabel dice: "Non è pazza, sa cucinare, curare i bambini, tenere in ordine la casa..... D'altra parte come dargli torto se qualche volta si arrabbia e zittisce la moglie con violenza? Lei non e' "normale" con i suoi amici, è sempre eccessiva nel cercare la sua e la loro approvazione, nell'affascinarli e nel servirli. Tuttavia c'è una solida complicità amorosa in questa coppia, un perdono reciproco naturale che pare non debba mancare mai.

Invece un giorno Mabel ha una crisi tremenda e il rapporto si rompe. Nick è un uomo semplice, fa l'operaio, non fa lo psichiatra, non capisce e non riconosce più sua moglie. Mabel sta in manicomio per sei mesi mentre Nick si incattivisce aspettandola. Poi il grande ritorno. Sessanta amici aspettano in festa, invitati a casa di Nick; la madre di lui li manda via per far posto soltanto ai parenti, ma anche questi sono di troppo. Mabel arriva. tranquilla, con un sorriso dolce che non inganna: non può essere "guarita" se tutte le persone che hanno contribuito a farla così com'è, sua madre, suo padre, sua suocera, zii, cognate e compagnia, pretendono subito da lei la controllata ipocrisia della buona convivenza familiare. Forse in manicomio hanno cominciato a insegnarle a "essere se stessa", senza alcun ruolo, ma come impedire allora che gli altri si scandalizzino?

Nick capisce quello che può, aiuta sua moglie a mandar via i parenti, poi le dà uno schiaffo per calmarla e si fa aiutare da lei a mettere a letto i bambini. Bambini spaventati, si capisce: hanno visto la mamma ferirsi nel bagno; ma soprattutto contenti del suo ritorno e riparati da un dramma che non li riguarda molto: la mamma li ama e ama papà. Il nucleo familiare si riforma nell'affetto, l'unica medicina, l'unica sicurezza per Mabel: lunghi abbracci ai figli eppoi il rito di tutte le sere, riordinare la tavola, allungare il divano perché diventi il letto coniugale, spogliarsi aiutata da Nick con un sorriso felice. I titoli finali del film sfuocano e cancellano queste immagini, riportando Mabel e Nick nel loro mistero di coppia, non più disgraziata o più pazza di tante, dove l'amore non detto compie un quotidiano miracolo di sopravvivenza. Un mistero che è rimasto intatto per tutto il film, come se Cassavetes, respingendo le sue e le nostre interpretazioni, inadeguate e insufficienti, razionali e prefabbricate, volesse minare ogni "normalità" e ogni certezza in ciascuno di noi per aprirci a una comprensione più grande e più vitale.

Questo è ciò che fa di Una moglie un grande film e dei suoi personaggi un uomo e una donna indimenticabili. Eppoi c'è il fascino del linguaggio di Cassavetes, quelle descrizioni minuziose e prolisse, eppure essenziali nella loro straordinaria onestà. Come dire agli spettatori male educati dalla fretta e dall'impazienza, dagli spettacoli veloci e dai cibi predigeriti, che proprio grazie al suo linguaggio questo film è una lezione da non perdere? Esso nasce da una premessa assoluta di onestà e di libertà poiché affida solo alle immagini, ai gesti, agli oggetti, alle facce, ai silenzi, i complessi significati del comportamento umano, senza classificarli né asservirli a una tesi, semplicemente osservandoli con l'attenzione tranquilla e partecipe che spesso ci manca nella nostra vita quotidiana, ciò che ci impedisce di capire il nostro prossimo vicino, ed anche di essere disponibili al suo amore.

Ornella Ripa


Il Corriere della Sera (7 maggio 1978)

Il matriarcato americano è stato per decenni un cavallo di battaglia della sociologia antifemminista che registrava con qualche fastidio la virtù delle madri e delle mogli di far marciare l'America a bacchetta. In realtà già negli anni Trenta un osservatore attento come Emilio Cecchi consigliava di parlare anche della tristezza e umiliazione della donna americana. A dar retta al cinema, negli ultimi tempi la situazione è precipitata: lungi dall'impugnare il bastone di comando, la casalinga porta sulle spalle il carico di tutte le nevrosi d'un mondo che tanto più soffre di solitudine quanto più ha mitizzato la felicità domestica. Vediamo il caso di Mabel Longhetti.

Sposata a un capo-cantiere, sembra un angelo del focolare e una madre soddisfatta: non dovrebbe avere ragioni di scontento. In realtà è alle soglie della follia, perché è priva di luce propria, a somiglianza d'un pianeta, riceve la vita dagli altri: dal marito Nick, che pur l'ama, dai figli, dalla suocera, dagli amici di casa, dai riti della famiglia. Quando le stanze sono vuote, il marito è al lavoro e i bambini sono in vacanza, Mabel è come spossessata di affetti. E' tanto libera da sentirsi in gabbia. La sera che per un impegno improvviso Nick ha mancato alla promessa di festeggiare con lei il loro anniversario può accadere di cercare il calore della vita in un bar e in qualche bicchiere di troppo, persino di portarsi a letto uno sconosciuto, e poi di crederlo Nick. Un'altra sera che il marito ha aperto la casa ad amici allegroni, può accaderle di comportarsi in un modo che lui considera sconveniente.

Mabel andrà in clinica psichiatrica, convinta essa stessa che soltanto una pazza può infrangere le regole delle buone creanze familiari, ma le cure del medici non l'avranno guarita. Ora si sente in colpa, ha sempre paura dl sbagliare, e Nick continua, per amore, a pretenderla come non è. Fin quando Mabel, davanti ai bambini, tenta il suicidio e l'uomo la salva. Chi salva, perché? Non sappiamo il futuro dl. casa Longhetti. Vediamo una moglie che, mite, si accetta. Vediamo un marito che teneramente le porge una mano. Sono insieme sull'orlo d'una rassegnazione che può anche tingersi di sorriso.

Una moglie ("A Woman under the influence") dura due ore e mezzo, ma quando finisce lascia la voglia di rivederlo. E' un film che domani sarà fra i classici, insieme a Bergman, del cinema sulla coppia e sulla donna. Uno dei più acuti e toccanti che l'America degli indipendenti abbia prodotto, in lontana polemica con gli stucchevoli "woman's films" hollywoodiani degli anni Trenta e Quaranta, per esprimere la condizione femminile di servitù in cui si rispecchia il rovescio di una società che vanta la libertà della donna e l'equilibrio da essa raggiunto. Va da sé che Mabel è una donna americana, non la donna. Ma le femministe avranno ragione se in questo campione della middle-class, sposata a un italo-americano, ci inviteranno a leggere la sconsolatezza di quante, educate non già a essere se stesse ma a farsi possedere dalla famiglia, cadono in quella irrealtà che la clinica psichiatrica istituzionalizza quando temono di non poter più svolgere il loro ruolo di subalterne.

Mabel è a suo modo una persona finché ha da compiere i lavori domestici. Se il patto sociale che la lega alla casa si rompe perché la sua devozione è fraintesa, essa perde la propria identità. Probabilmente sarà ancora una buona moglie e una brava madre, ma le verrà meno la certezza di meritare la carezza che il padrone fa alla schiava: la famiglia l'ha tradita.

Dritto e diretto da John Cassavetes, Una moglie è una laurea honoris causa per il suo autore e i suoi interpreti. Cassavetes (New York 1929) porta a piena fioritura una personalità di ritrattista che dopo il fulgido esordio con Ombre da almeno un decennio viene arricchendosi, e che nella prima metà dei Settanta, prima con Mariti (non ancora arrivato in Italia), poi con Minnie e Moskowitz, infine con questa Moglie, ha consentito al cinema dl estrarre dalle pieghe dei rapporti fra i sessi un'immagine lucidissima della fragilità americana.

Dopo aver frugato nel cuore degli uomini e averci detto per quali strade imprevedibili si possa giungere al matrimonio, stavolta la sua analisi della nevrosi domestica acquista una struttura drammatica d'impagabile giustezza. Benché sempre con molti debiti verso il teatro (li sublimerà nell'ultimo film, Opening Night, presentato quest'anno a Berlino), Cassavetes è uno degli autori di cinema più intelligenti e sensibili del nostro temPO. C'è nei suoi personaggi e nella sua macchina narrativa un gusto del vero, condensato: nello spazio filmico da uno stile senza riccioli, che raggiunge anche lo spettatore più torpido e gli dà l'impressione d'intuire finalmente l'essenza ultima di situazioni psicologiche e giochi prospettici mai chiaramente afferrati nel quotidiano, ma molto spesso vissuti in prima persona.

Ripercorrendo per qualche verso il tragitto del Diario d'una casalinga inquieta di Frank Perry, Una moglie porta allo spasimo la partecipazione fra cinema e pubblico, li propone come due momenti d'una realtà che si manifesta pienamente nel connubio fra 'naturalezza e finzione. Mabel non è un'attrice che recita ma una donna in carne ed ossa: è la rappresentazione totale di idee e sentimenti in cui l'aneddoto si fa storia e il gesto rivela un destino. Quanto amaramente irragionevole, giacché la famiglia sembra veicolo di follia, si legge negli occhi curiosi e spauriti dei figlioletti nell'ora del tentato suicidio. Quanto desolato si scorge nell'affannoso correre al ripari di Nick, un marito che non sa cosa rimproverarsi: e qui sta il dramma della vita in due, il dramma di amarsi.

Ogni film dl Cassavetes ha negli interpreti altrettanti coautori. Qui ne danno luminosa riprova un po' tutti (anche le vecchie signore, anche i ragazzi che conferiscono all'opera il sapore del fatto in casa), ma sopra ogni altro Gena Rowlands, una Mabel che svaria dal doloroso all'eccentrico, dal violento al disperato, lungo tutta la gamma della teneressa e del rimorso, con incantevole tensione emotiva. Insieme al bravo Peter Falk - il quale anche senza le inflessioni meridionali attribuitegli dal doppiaggio lascia intuire nel comportamento le antiche radici italiane del personaggio - forma una coppia che non si dimentica. Se non si voglia dimenticare se stessi, negare l'oroscopo.

Giovanni Grazzini


La Notte (8 maggio 1978)

"Una moglie" in Italia non sarebbe certo arrivato se, nel frattempo, Peter Falk non fosse divenuto famoso per la Serie di "Colombo". Diversamente avrebbe fatto la fine della maggior parte dei film diretti da John Cassavetes: molto onorati all'estero ma oscenamente trascurati dal mercato italiano (solo tre su nove hanno varcato le nostre frontiere), Benedetta comunque la televisione, anche perché, "Una moglie", nonostante certi difetti anche non lievi, è una delle uscite migliori della stagione (miserella anzichenò, specie da parte europea).

E' anche verosimilmente. uno dei film più carichi di Cassavetes. C'è tutto (o quasi tutto dell'autore di "Ombre": l'angoscia esistenziale e la simpatia per i diversi, l'amore fuori delle regole borghesi e la miriade di situazioni, di personaggi vivi (senza essere pittoreschi).

Il crollo di Mabel è raccontato senza compatimenti ma anche senza magnanimi dissolvenze. Il pubblico rimane sottilmente coinvolto nel dramma di Mabel, ama con Nick e soffre con Nick. Capisce e partecipa anche chi non ha mai avuto, per sua fortuna, l'esaurimento in casa.

Benissimo sceneggiato e recitato ai limiti del virtuosismo da Falk e da Gena Rowlands (ma la signora è spesso sopra le righe, poco frenata da Cassavetes che aveva una voglia matta di far avere l'Oscar alla consorte),"Una Moglie" non ci ha però del tutto persuaso nel suo risultato complessivo.

La storia di Mabel è commovente e plausibile, si, ma solo episodicamente. Concepito come un lavoro teatrale, con tre-quattro scene lunghissime e autoconcludentesi, il film soffre, dal passaggio da una scena (meglio da un "atto" all'altro) di brusche soluzioni di continuità.

Gli scarti di tono sono tanti e sono bruschi, specie tra la prima e la seconda scena, tra la crisi (con tentativo di harakiri) di Mabel e il suo repentino rinsavimento.

Nel breve volgare di cinque minuti, Mabel e marito riescono a sanare una piaga lasciata aperta verosimilmente per anni.

Troppo comodo. Neanche lo psichiatra più ottimista e facilone riuscirebbe ad avvallare una terapia (sia pure d'urto) con risultatati tanto veloci e portentosi.

Giorgio Carbone


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