Le
Toledoth (da tradurre semplicemente come “storie” o "dicerie") sono un genere
tradizionale ebraico di narrazioni relative spesso ad argomenti scritturali. In
particolare, le Toledoth Yeshu sono racconti polemici che rivisitano la storia
di Gesù e della nascita del Cristianesimo in chiave di derisione e condanna. I
documenti risalgono al più presto al tardo Medioevo; più spesso sono inseriti
in opere a stampa di età rinascimentale. Le tradizioni cui si riferiscono
sono invece in parte assai più antiche, dovendo essere ricondotte alla prima
polemica tra giudaismo e corrente giudeo-cristiana e successivamente alla difesa
ebraica contro l’accusa di deicidio. Numerosi elementi narrativi riconoscibili
in questa Toledoth sono già presenti nella polemica antigiudaica dei primi
padri della chiesa (Tertulliano, Origene); altri episodi sono riscontrabili in
testi di provenienza rabbinica,
anch’essi databili ai primi secoli del Cristianesimo.
Attiro
l’attenzione dei lettori su alcuni aspetti che necessitano un approfondimento
ed un tentativo di interpretazione:
1.
come avviene nella maggior parte dei testi ebraici sull’argomento, l’ambito cronologico
della vita di Gesù viene retrocesso di più di un secolo, al tempo
dell’ultimo grande re asmoneo, Alessandro Ianneo; in quell’epoca, sconfitti
i Siriani e prima che si affermasse l’influenza romana, Israele era
indipendente; le lotte religiose erano molto accanite. Alessandro perseguitò
crudelmente i farisei (secondo la testimonianza di Giuseppe Flavio); gli
successe la moglie Alessandra Salome (che il nostro testo chiama Elena).
2.
in mancanza dei Romani, gli Ebrei riconoscono la propria responsabilità nella
condanna di Gesù, interpretandola come un atto secondo giustizia nei confronti
di un empio e impostore. Anche questo è un elemento che ricorre già a partire
dai primi secoli: gli Ebrei non hanno mai cercato, quanto meno fino ai tempi
moderni, di rivendicare una loro estraneità alla morte di Gesù.
3.
gran parte degli episodi inclusi nella Toledoth possono essere letti come
rovesciamenti capziosi di fatti narrati nei vangeli (canonici e non): così, in
particolare:
a)
la negazione della nascita verginale,
b)
la capacità di Gesù quale operatore di miracoli, ottenuta con
l’inganno,
c)
le dispute scritturali con i Dottori (probabilmente rabbini, quali
successori dei farisei),
d)
la base primigenia del movimento cristiano in Galilea.
[1] Il
testo è perduto e sopravvive solo in alcune citazioni del padre della
chiesa Epifanio nel Panarion, che lo definisce anche Vangelo degli Ebrei.
Altri
tratti narrativi non sembrano avere riscontro nella letteratura cristiana: si tratta
probabilmente di elementi favolistici e tardi, ma non si può escludere che in
parte derivino da tradizioni antiche delle quali non siamo più a conoscenza.
Senz’altro antico è il nome “Pantera” o “Pandera” per il padre di Gesù,
che si trova già in Celso (attribuito però ad un soldato romano) e in accenni
di Origene alla genealogia di Giuseppe. Siamo probabilmente di fronte alla
deformazione ingiuriosa del termine “parthenos” (= vergine in greco), per
cui Gesù, da figlio della vergine diventerebbe “figlio della pantera”.
4. fondamentale mi sembra l’insistenza del testo sulla discordia che l’azione di Gesù e dei suoi seguaci avrebbe creato in Israele; discordia che, nonostante l’uccisione dei discepoli, sarebbe continuata anche dopo la morte di Gesù, tanto da dover inventare un personaggio a mezzo tra Pietro e Paolo che avrebbe condotto, “a fin di bene” al distacco dei seguaci di Gesù dal giudaismo; il che, si noterà, fu proprio l’effetto che storicamente ebbe la predicazione paolina, ma interpretato come purificazione del giudaismo da una setta eretica. Ci troviamo qui evidentemente di fronte ad una giustificazione “provvidenziale” a posteriori del fatto che il movimento nato dalla predicazione di Gesù, pur avendo origine da un inganno e nonostante l’eliminazione dei discepoli, sia risultato a conti fatti vincente.
In
sostanza, le Toledoth Yeshu non apportano nulla di nuovo alla nostra conoscenza
delle origini cristiane, ma sono una documentazione della risposta polemica
giudaica ai ricorrenti attacchi provenienti da parte cristiana, almeno a partire
dalla fine del I secolo, quando la frattura tra giudaismo e cristianesimo, con
la marginalizzazione prima della setta dei nazareni e successivamente degli
ebioniti, si fece definitiva. Benché si tratti di testi relativamente recenti,
conservano senz’altro un nucleo antico, che per alcuni tratti si può pensare
contemporaneo alla formazione dei vangeli canonici. A giudicare da questo ed
analoghi testi, anche quelli più vicini ai fatti, che ci sono noti solo
attraverso le allusioni di autori cristiani, non sembra che gli ebrei abbiano
avuto una propria tradizione, autonoma e di “prima mano” riguardo alla
figura di Gesù di Nazareth, ma piuttosto che si siano ingegnati, nel corso dei
secoli, a replicare come potevano all’agiografia di fonte cristiana.
Ulteriori
notizie sull’interpretazione giudaica di Gesù, con riguardo alle
testimonianze più antiche, si possono reperire in:
F.F. Bruce, Gesù visto dai contemporanei - Le testimonianze non
bibliche; Claudiana Editrice, 1989.
N.B.
le note al testo sono di Morris Goldstein se contrassegnate con (G); di Alan
Humm se contrassegnate con (AH); mie , se senza sigla e a fondo pagina.
FRANK
POWERFUL
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Nell’anno
3671 [circa 90 AC (G)]
ai giorni di Re Ianneo, una grande sventura colpì Israele, quando dalla tribù
di Giuda sorse un certo uomo malfamato di nome Giuseppe Pandera. Viveva a
Betlemme, in Giudea.
Vicino
alla sua casa abitavano una vedova e la sua bella e casta figlia, chiamata
Miriam. Miriam era promessa a Giovanni[1],
della stirpe reale di David, un uomo istruito nella Legge e timorato di Dio.
Alla
fine di un Sabbath, Giuseppe Pandera, bello e in apparenza simile a un
guerriero, avendo ammirato Miriam con lussuria, bussò alla sua porta e la
ingannò, fingendo di essere il suo promesso sposo, Giovanni. Anche così, ella
fu stupita da questa cattiva condotta e si sottomise soltanto controvoglia [2].
Più
tardi, quando venne da lei Giovanni, Miriam si lamentò del suo comportamento,
così diverso da quello consueto. Fu così che i due si resero conto del
misfatto di Giuseppe Pandera e del terribile sbaglio da parte di Miriam. In
seguito a ciò, Giovanni andò dal maestro Shimeon ben Shetah[3]
e gli raccontò della tragica seduzione. Poiché mancavano i testimoni necessari
per la punizione e Miriam aveva concepito un figlio, Giovanni partì per
Babilonia.
[secondo alcune tradizioni, “per l’Egitto”
(AH)]
Miriam
partorì un figlio maschio e lo chiamò Giosué, come suo fratello. Questo nome
più tardi fu deformato in Gesù. L’ottavo giorno, (il bambino) fu circonciso.
Quando fu abbastanza grande, il ragazzo venne portato da Miriam nella scuola,
per essere istruito nelle tradizioni dei Giudei.
Un
giorno, Gesù si presentò di fronte ai Dottori, a capo scoperto, dimostrando
una vergognosa irriverenza. Per cui, sorse la discussione se tale comportamento
non dimostrasse, in verità, che Gesù era un figlio illegittimo e figlio di un niddah.
[impurità sessuale (incesto, adulterio, prostituzione ecc.) (AH)].
Inoltre, la storia dice che mentre i maestri stavano discutendo il trattato Nezikin,
propose impudentemente la sua propria interpretazione della legge e nel
dibattito che ne seguì, affermò che Mosè non poteva essere il più grande dei
profeti, poiché aveva dovuto ottenere consiglio da Jethro. Ciò portò ad
ulteriori indagini sui progenitori di Gesù e venne scoperto, tramite Shimeon
ben Shetah, che era il figlio illegittimo di Giuseppe Pandera. Miriam lo ammise.
[in una versione di tale ammissione, ella confessa che non solo Gesù è il
frutto di una unione illecita, ma che in quei giorni ella era impura per
le mestruazioni (i rapporti sessuali anche con il coniuge non sono leciti
durante le mestruazioni, o, nella legge rabbinica, per qualche tempo dopo)
(AH)]
Quando ciò divenne noto, Gesù dovette fuggire in Alta Galilea.[4]
Dopo
re Ianneo, sua moglie Elena [Salome Alexandra (G)]
regnò su tutto Israele. Nel Tempio si trovava la Pietra della
Fondazione, sulla quale erano intagliate le lettere del Nome Ineffabile di Dio.
Chiunque avesse imparato il segreto del Nome ed il suo uso sarebbe stato in
grado di fare tutto quello che desiderava. Perciò i Dottori si preoccuparono
affinché nessuno potesse ottenere tale conoscenza. Leoni di bronzo furono
legati alle due colonne di ferro del cancello dell’altare dei sacrifici. Se
qualcuno fosse entrato e avesse imparato il Nome, all’uscita i leoni avrebbero
ruggito e il prezioso segreto sarebbe stato immediatamente dimenticato.
Gesù
entro e imparò le lettere del Nome; le scrisse su una pergamena che mise in un
taglio aperto nella sua coscia e poi piegò la carne sopra la pergamena. Quando
uscì, i leoni ruggirono e lui dimenticò il segreto. Ma quando arrivò nella
sua casa, riaperse la ferita con un coltello e ne tirò fuori lo scritto. Allora
ricordò e ottenne l’uso delle lettere. [in accordo con il tono generale della polemica ebraica sui miracoli di Gesù,
che risale almeno all’epoca di Celso (II secolo), questa tradizione non
nega la capacità di Gesù di compiere miracoli, accusandolo invece di
preticare la magia. Questa versione accetta anche l’origine divina dei
miracoli, attribuendoli all’abuso del nome divino, con i poteri ad esso
connaturati. Nell’Alphabet di Ben Sira, Lilith viene accusata dello
stesso crimine, avendo usato il potere del nome per fuggire dal giardino
dell’Eden (AH)]
Raccolse
intorno a sé 310 giovani di Israele e accusò chi parlava male della sua
nascita di essere gente che desiderava grandezza e potere per sé. Gesù
proclamava: “Io sono il Messia; e a proposito di me Isaia profetizzò e disse,
‘Guardate, una vergine concepirà, e partorirà un figlio e lo chiamerà
Emmanuele ’ ”. Insistendo, citava altri testi messianici, dicendo:
“Davide, mio antenato, profetizzò su di me: ‘Il Signore mi disse, tu sei
mio figlio, oggi ti ho generato ’ “.
I
ribelli che erano con lui risposero che, se Gesù era il Messia, doveva dare
loro un segno che li convincesse. Perciò portarono davanti a lui un paralitico,
che non aveva mai camminato. Gesù pronunciò sull’uomo le lettere del Nome
Ineffabile e il lebbroso fu guarito.[5]
Dopo di che, lo adorarono come il Messia, Figlio dell’Altissimo.
Quando
la notizia di questi avvenimenti giunse a Gerusalemme, Il Sinedrio decise la
cattura di Gesù. Mandarono dei messaggeri, Annanui e Achazia, che, fingendo di
essere suoi discepoli, dissero che gli portavano un invito dei capi di
Gerusalemme perché li visitasse. Gesù acconsentì, a condizione che i membri
del Sinedrio lo ricevessero come Signore. Si diresse a Gerusalemme e, giunto a
Knob (?), comprò un asino sul quale entrare cavalcando in Gerusalemme,
perché si adempisse la profezia di Zaccaria
C.
I
Dottori lo legarono e lo condussero davanti alla regina Elena, con l’accusa:
“Quest’uomo è uno stregone e seduce il popolo”. Gesù replicò: “Già
da molto tempo i profeti predissero la mia venuta: ‘E ci sarà un virgulto dal
germoglio di Jesse’ e sono io; ma quanto a loro, la Scrittura dice:
‘Benedetto colui che non cammina nel consiglio del maligno ’ “.
La
regina Elena chiese ai Dottori: “Quello che dice è nella vostra Legge?”
Quelli replicarono: “E’ nella nostra legge, ma non si applica a lui, poiché
sta scritto: ‘E quel profeta che pretenderà di dire una parola in mio nome
che io non gli avrò comandato di dire o che parlerà in nome di altri dei,
anche quel profeta dovrà morire.’ Egli non ha adempiuto i segni e le
condizioni del Messia.”
Gesù
disse: “Signora, io sono il Messia e risuscito i morti.” Venne portato un
cadavere; egli pronunciò le lettere del Nome ineffabile ed il cadavere tornò
in vita. La regina fu grandemente impressionata e disse: “Questo è un
segno.” Ella rimproverò i Dottori e li mandò via umiliati dalla sua
presenza. I seguaci di Gesù aumentarono di numero e ci fu discordia in Israele.
Gesù
si recò in Alta Galilea. I Dottori si presentarono alla regina, lamentando che
Gesù praticava la magia e conduceva tutti in errore. Perciò mandarono a
prenderlo Annanui e Acazia.
Lo
trovarono in Alta Galilea, che si proclamava Figlio di Dio. Quando cercarono di
catturarlo ci fu una lotta, ma Gesù disse agli uomini dell’Alta Galilea:
“Non combattete”. Egli si sarebbe fatto riconoscere per mezzo del potere che
gli derivava da suo Padre nei cieli. Pronunciò il Nome ineffabile sugli uccelli
di creta ed essi volarono nell’aria.[6]
Pronunciò le stesse lettere su una pietra da mulino che era stata piazzata
sulle acque. Vi salì e quella galleggiò come una barca. Quando vide ciò, la
gente si meravigliò. Ad un ordine di Gesù, gli emissari se ne andarono e
riportarono questi miracoli alla regina. Ella tremò di sbigottimento.
Allora
i Dottori scelsero un uomo di nome Giuda Iscarioto e lo portarono al Tempio dove
egli imparò le lettere del Nome ineffabile, come aveva fatto Gesù.
Quando
Gesù fu convocato davanti alla regina, erano presente anche i Dottori e
Iscarioto. Gesù disse: “E’ scritto di me: ‘Io ascenderò al cielo ’
“. Allargò le braccia come le ali di un aquila e volò a mezz’aria tra
cielo e terra, tra lo stupore di ognuno. Gli anziani chiesero ad Iscarioto di
fare lo stesso. Egli lo fece, e volò verso il cielo. Iscarioto cercò di
costringere Gesù a ritornare a terra, ma nessuno dei due riusciva a prevalere,
poiché entrambi conoscevano l’uso del Nome ineffabile. Tuttavia, Iscarioto
contaminò Gesù, cosicché ambedue persero il loro potere e caddero a terra, e
nel loro stato di contaminazione le lettere del nome ineffabile sfuggirono da
loro [7]. A causa di questa impresa
di Giuda (i Cristiani ? F.P.) piangono alla vigilia della nascita di Gesù.
Gesù fu catturato. La sua testa fu coperta con un cencio e lui fu colpito con
canne di melograno; ma non potè fare niente, poiché non possedeva più il nome
ineffabile.
Gesù
fu imprigionato e portato nella sinagoga di Tiberiade e lì lo legarono ad un
pilastro[8].
Per placare la sua sete gli diedero da bere aceto. Sul capo gli posero una
corona di spine. Ci furono contrasti e lotte tra i Dottori e gli scatenati
discepoli di Gesù, e in seguito a ciò i discepoli fuggirono con Gesù nella
regione di Antiochia [secondo alcune tradizioni, “in Egitto” (G)]
; lì Gesù rimase fino alla vigilia della Pasqua.
Gesù poi decise di recarsi al tempio per riacquistare il segreto del Nome.
[in una variante della storia, Giuda riesce a sconfiggere Gesù
nella gara di miracoli senza contaminarlo. Gesù viene sbugiardato ed
arrestato e, come in questa versione, i suoi discepoli riescono a
liberarlo, ma egli ricorda ancora il Nome ineffabile. Fugge in Egitto
nella speranza di apprendere anche la magia egiziana (considerata la
migliore magia del mondo). Giuda arriva in Egitto e si infiltra tra i
discepoli, fingendo di essere uno di loro. Da questa posizione di
vantaggio, riesce a fare in modo che Gesù dimentichi il Nome magico, in
modo da indurlo a ritornare a Gerusalemme per impararlo di nuovo. Giuda
manda un avvertimento ai Dottori, insieme con il suo piano per arrestare
Gesù (AH)]
Quell’anno la Pasqua cadeva di sabato. Alla vigilia di Pasqua Gesù entrò in
Gerusalemme cavalcando su un asino, seguito dai discepoli. Molti gli si
inchinavano. Entrò nel tempo con i suoi trecentodieci seguaci. Uno di essi,
Giuda Iscarioto, informò i Dottori che Gesù si trovava nel Tempio, che i
discepoli avevano fatto voto per i Dieci Comandamenti di non rivelare la sua
identità, ma che egli lo avrebbe indicato inchinandosi davanti a lui. Così
avvenne e Gesù fu catturato. Richiesto del suo nome, rispose alla domanda
diverse volte dando i nomi Mattai, Nakki, Buni, Netzer, ogni volta citando un
versetto, mentre i Dottori citavano un controversetto.[9]
Gesù
fu messo a morte all’ora sesta della vigilia della Pasqua e del Sabbath.
Quando cercarono di appenderlo ad un albero, questo si ruppe, poiché quando
aveva a disposizione il potere aveva comandato per il Nome ineffabile che nessun
albero avrebbe dovuto portarlo. Aveva
dimenticato di pronunciare il divieto sul carrubo [o cespo di cavolo (AH)]
[10],
poiché era una pianta più che un albero e là fu appeso fino all’ora della
preghiera pomeridiana, poiché sta scritto: “il suo corpo non rimarrà per
tutta la notte sull’albero”. Lo seppellirono fuori città.
Il
primo giorno della settimana i suoi seguaci andarono impudentemente dalla regina
Elena con la notizia che colui che era stato ucciso era veramente il Messia e
che non era nel sepolcro; era asceso al cielo, come aveva profetizzato. Venne
cercato con diligenza e non si trovò nel sepolcro in cui era stato sepolto. Un
giardiniere lo aveva tolto dalla tomba e lo aveva portato nel suo giardino e
sepolto nella sabbia, dove l’acqua scorreva all’interno del giardino.[11]
La
regina Elena pretese, minacciando pene severe, che il corpo di Gesù le venisse
mostrato entro tre giorni. Ne nacque grande angoscia. Quando il giardiniere vide
Rabbi Tanhuma che camminava nel campo lamentandosi dell’ultimatum della
regina, il giardiniere raccontò cosa aveva fatto, affinché i seguaci di Gesù
non rubassero il corpo e poi pretendessero che fosse asceso al cielo[12].
I Dottori presero il corpo, lo legarono alla coda di un cavallo e lo portarono
alla regina, con le parole: “Ecco Gesù, che si dice che sia asceso al
cielo.” Comprendendo che Gesù era un falso profeta, che seduceva e fuorviava
il popolo, ella derise i suoi seguaci ma lodò i Dottori.
I
discepoli se ne andarono tra le genti - tre andarono sui monti di Ararat, tre a
Roma e tre presso il mare[13].
Essi illudevano il popolo, ma alla fine vennero uccisi.
I
seguaci indotti in errore in Israele dicevano: “Avete ucciso il Messia del
Signore”. Gli Israeliti rispondevano: “Avete creduto in un falso profeta”.
Ci furono lotte e infinite discordie per trent’anni.
I Dottori desideravano separare da Israele quelli che continuavano a proclamare che Gesù era il Messia e si rivolsero ad un uomo molto dotto, Simeone Cefa, perché li aiutasse. Simeone si recò ad Antiochia, principale città dei Nazareni[14] e dichiarò loro: “Sono discepolo di Gesù. Egli mi ha mandato per mostrarvi la via. Vi darò un segno come fece Gesù”. Simeone, avendo ottenuto il segreto del Nome ineffabile, guarì grazie ad esso un lebbroso ed un paralitico e venne accettato come un vero discepolo. Disse loro che Gesù era in cielo, seduto alla destra del padre, in adempimento del Salmo 11:1. Aggiunse che Gesù desiderava che si separassero dai Giudei e non seguissero più i loro costumi, come aveva detto Isaia: “La mia anima aborrisce i vostri mesi e le vostre festività”. Ora avrebbero dovuto osservare il primo giorno della settimana anziché il settimo, la resurrezione invece della Pasqua, l’Ascensione al cielo invece della festa delle settimane, il ritrovamento della Croce invece del Nuovo Anno, la festa della Circoncisione invece del giorno dell’Espiazione, l’Anno nuovo invece di Chanukah; avrebbero dovuto mostrarsi indifferenti rispetto alla circoncisione ed alle prescrizioni alimentari. Inoltre avrebbero dovuto seguire l’insegnamento di porgere la (guancia? FP) destra se colpiti sulla sinistra e di accettare mitemente la sofferenza. Tutti questi insegnamenti che Simeone Cefa (o Paolo, come era noto ai Nazareni) [15] impose loro erano volti in realtà a separare questi Nazareni[16] dal popolo di Israele e mettere fine alle discordie interne.

NOTE
[1] Appare strano lo scambio di nomi: in questa Toledoth, Giuseppe è il padre biologico di Gesù, mentre il promesso sposo di Miriam / Maria si chiama Giovanni; come il Giuseppe di Matteo, è di discendenza davidica.
[2] In altri testi, probabilmente, Miriam non era vista in maniera così positiva, come sembra dimostrare l’allusione di Tertulliano ai giudei che definiscono Gesù “figlio di una prostituta” , nel “De spectaculis”.
[3] In tradizioni più antiche, era Shimeon ben Azzai ad avere un ruolo nello smascheramento dell’inganno sulla nascita verginale di Gesù; tuttavia, anche Shimeon ben Shetah sembra essere connesso a Gesù (vedi http://ccat.sas.upenn.edu/~humm/Topics/JewishJesus/san107b.html e http://ccat.sas.upenn.edu/~humm/Topics/JewishJesus/yebamoth49a.html ).
[4] Questo episodio sembra ispirato alla disputa con i dottori di Gesù adolescente in Lc 2:46; inoltre, serve a spiegare perché, pur essendo nato a Betlemme, il suo ministero comincia in Galilea ed i suoi seguaci provengono dalla Galilea, fatto questo èiù volte ribadito in tutti i Vangeli.
[5] Non so se l’incoerenza paralitico - lebbroso sia nel testo originale o sia un errore della traduzione inglese.
[6] Sembra ispirato ad un noto episodio del Vangelo apocrifo dell’infanzia di Tommaso.
[7] E’ impossibile, dalla parola inglese “defile” determinare più precisamente la natura di questa “contaminazione”; si riferisce comunque a qualcosa di impuro secondo il rituale ebraico.
[8] Gesù colpito con verghe e legato ad un pilastro è una immagine ricorrente dell’iconografia cristiana medievale e rinascimentale; questi particolari sono probabilmente assai recenti.
[9] Nei testi ebraici più
antichi, l’episodio è invece riferito ai discepoli di Gesù (vedi http://ccat.sas.upenn.edu/~humm/Topics/JewishJesus/b_san43a.html
); secondo un’altra interpretazione, i nomi non sarebbero quelli dei
discepoli, ma dei primi vescovi cristiani di Gerusalemme, successivi a
Giacomo il Giusto. Non è da escludere che la versione della Toledoth, in
cui l’interrogatorio, la schermaglia attraverso le discordanti citazioni
scritturali e la successiva condanna a morte hanno per protagonista Gesù,
sia da considerare quella originaria.
[C]
Tutti i Vangeli descrivono la scena, fondamentale per l’interpretazione
messianica di Gesù, ma solo Matteo, pur equivocandola, e Giovanni ne citano
la fonte, che è Zaccaria 9,9. Secondo i sinottici, l’episodio avviene in
un villaggio non nominato, di fronte a Betfage e Betania.
[10] Si tratta di un elemento mitologico comune a diverse tradizioni e culture (es. uccisione di Baldur nella mitologia nordica con un ramo di vischio)
[11] Questa sembra una versione assai antica; è da notare che in Gv 20:15, Maria di Magdala scambia Gesù risorto con “il custode del giardino”; che il corpo di Gesù sia stato spostato da un giardiniere si trova anche negli accenni polemici di Tertulliano già citati.
[12] Il fatto che i discepoli non abbiano rubato il corpo (che fu probabilmente la versione polemica alternativa che risale all’epoca della prima predicazione cristiana, come dimostra l’episodio delle guardie in Matteo) è nell’ottica ebraica provvidenziale, poiché in questo modo i discepoli di Gesù possono essere sbugiardati.
[13] Potrebbe indicare tre antiche direttrici della predicazione cristiana tra le comunità della diaspora giudaica: l’Armenia (Edessa? sarebbe in questo caso il ricordo del noto episodio della conversione di re Abgar il Nero, narrato da Eusebio), Roma e l’Occidente, e l’enigmatico “verso il mare” (le città costiere di Libano e Siria? l’Egitto?).
[14] E’ noto dagli Atti (At 11:26) che fu ad Antiochia che i seguaci di Gesù cominciarono a dirsi Cristiani.
[15] Assai singolare questa
confusione tra Simon Pietro e Paolo; è comunque da notare come, anche
nell’interpretazione giudaica, il primo teologo sistematico della nuova
religione sia Paolo. Nonostante il nome, la situazione descritta si attaglia
comunque molto meglio all’attività di Paolo che a quella di Pietro.
[16] Il termine di Nazareni è qui probabilmente tradizionale ed un relitto delle polemiche del I secolo, quando i Nazareni costituivano la primitiva comunità giudeo-cristiana.

Buon pastore e discepoli in un sarcofago paleocristiano