DI S. GALLA
vai al Libro Secondo
torna alla pagina principale
INTRODUZIONE
Ai Sacerdoti della Pia Unione di s. Galla come cosa tanto lor propria si presentano queste memorie della vita del beato Giovanni Battista De Rossi nell'atto stesso che dal Sommo Pontefice Pio IX vien posto sugli altari alla pubblica venerazione. Imperciocché ad essa volse i primi passi che diè nel santuario, e tosto compreso esser quella la terra confidatagli a coltivare, mise mano ad un operare indefesso, industrioso, costante a pro della tanto a lui più cara, quanto più abbietta famiglia de' poveri. Donde ei trasse quello spirito che lo menò poi dapertutto ove fosse un'impresa da assumere per la gloria di Dio, un'opera di zelo da compiere a salute delle anime. E frattanto mirava a diffondere lo stesso spirito in tutti, perché fatto operoso il clero, più copiosi traesse i frutti dal suo ministero.
A voi pertanto, rispettabili Ecclesiastici, succeduti a continuare l'opera nella quale il beato De Rossi s'informò a quello spirito di santità sacerdotale che lo ha innalzato ad onore cotanto sublime; a voi che il riguardaste mai sempre siccome secondo istitutore e propagatore della carità della vostra Pia Unione; a voi che apprezzatolo giustamente lo aveste in conto di eroe di virtù, e sommessi attendeste che la suprema autorità della Chiesa ne desse il giudizio; a voi sì lieti di veder coronate le cure per ciò sostenute col più glorioso successo; sì, a voi si dee un libro che narra di qual guisa questo esemplare sacerdote in ogni andare di sua vita della più squisita perfezione rifulgesse. Egli è poi in voi che tutto figura il venerato clero di Roma, mentre la stessa Pia Unione componesi d'ogni grado e d'ogni ordine di esso, e così tutto per avventura il rappresenta.
E giova avvisare che, quanto in questo libro si contiene distinguesi per la sincerità, tratto com'è da ciò ch'altra fiata ne fu divolgato co' tipi, e da testimonianze di fede giurata solennemente. Intanto siam certi che alla soddisfazione di sentir ricordare azioni le più sante, si aggiugnerà il frutto che ognuno venga mosso a far qualche cosa sulla imitazione di esempi cotanto luminosi, posciachè nulla di cosiffatta natura incontrasi che ritragga per l'arduità. E per ciò stesso riuscirà in fine sommamente proficuo a tutto il clero secolare, il quale ove che sia per ragion di vocazione è chiamato a crescere le opere e le conquiste del ministero sacerdotale.
Ma non sarà quest'utile tanto proprio del clero, da non poter apprestare la lettura delle azioni del beato Giovanni Battista De Rossi edificazione ad un tempo ed eccitamento validissimo ad una più intesa pratica di virtù per qualsivoglia condizione di persone. Tal pensiero del profitto che universalmente può arrecare questa storia, ne rinfranca dalla lieve fatica durata nel descriverla.
LUIGI CAN. LAURI
SAC. D. P. U. DI s. GALLA
LIBRO PRIMO
Sua nascita e fanciullezza. In Voltaggio nobil castello entro i confini della diocesi di Genova, ai 22 di Febbrajo del 1698 nacque il beato Giovanni Battista De Rossi da Carlo e Francesca Anfossi ambedue di onesta famiglia e singolar probità. Tra gli altri figli che costoro si ebbero, Giovanni Battista sin dalla fanciullezza si distinse in ispecial modo per ottima indole, per saviezza, modestia e pietà. Alieno da ogni puerilità, allorché da' coetanei veniagli fatto alcun scherzo ritiravasi da loro senza però dar segno d'ira o di animo lievemente alterato. Con ogni impegno attendeva allo studio sotto la direzione di due esemplari sacerdoti Scipione Cappellano e Giuseppe Repetto, e la scuola e la chiesa parrocchiale di s. Maria erano i luoghi di suo più gradito trattenimento, e in questa recavasi ogni giorno a terminare le occupazioni della mattina col servire alle Messe tanto divotamente d'attrarne l'ammirazione di tutti. La pietà di questo fanciullo che contava appena dieci anni, rapì singolarmente due signori genovesi Giovanni Scorsa e la moglie di lui Maria Bettina Cambiasi che in Voltaggio recavansi per villeggiare, i quali desiderosi d'averlo seco loro richiesero al padre di poterselo, condurre in Genova. Volentieri quegli condiscese avutane la fede che il suo Giovanni Battista sarebbe stato educato alla pietà e alle lettere. E la fatta promessa quelli fedelmente attennero, e con ogni diligenza pur corrispose il giovinetto alle loro premure, ché apprese assai bene i rudimenti della lingua latina, e crebbe sempre più nella pietà di cui dava luminosi esempi per guisa, che da tutti i famigliari era tenuto per un angelo.
Si reca in Roma e si applica agli studi nel collegio romano. Erano già tre anni che il De Rossi dimorava in quella nobile casa nulla variando del sistema di vita intrapreso, allorché piacque alla divina provvidenza, chiamarlo in Roma che dovea essere il teatro più luminoso delle sue virtù. Due religiosi cappuccini che colà si recavano, prima di partirsi da Genova visitarono que' due signori. Il giovinetto De Rossi ch'era presente li pregò perché volessero presentare i suoi rispettosi ossequi al p. Angelo: suo zio, paterno, cappuccino anch'esso e che allora sosteneva in Roma la carica di provinciale. Dagli effetti si conobbe il vantaggioso ritratto che di lui fecero que' religiosi, poiché indi a non molto, il sacerdote Lorenzo De Rossi canonico della basilica di s. Maria in Cosmedin e cugino di Giovanni Battista, invaghitosi delle amabili qualità del giovinetto si determinò a chiamarlo presso di sé in Roma. Tale determinazione recò ben dispiacere alla Cambiasi, la quale peraltro non volle impedire il miglior vantaggio che vedeva poterne ad esso derivare, e Gio. Battista tolto da lei commiato coi sensi della più tenera riconoscenza, e fatto ritorno in patria per ricevere la benedizione materna, essendo, già morto il padre, di là si trasferì in Roma nella età di tredici anni. Ivi giunto si applicò agli studi nel collegio romano diretto dai padri della Compagnia di Gesù, e a sedici anni avea già compiuto il corso di belle lettere e di logica con lode sempre, ché aveva in ogni classe figurato fra' primi della scuola, onde addivenne oggetto di ammirazione agli scolari non meno che ai professori.
Maggiore assai però fu il profitto che fece nella pietà. Era egli ascritto ad una delle congregazioni di quel collegio detta della Scaletta; e scorgendosi in lui una spirituale non ordinaria condotta, meritò di essere ammesso ad un'altra congregazione detta il Ristretto, di giovani cioè di spirito più particolare, ove fece tali progressi nella virtù sotto la direzione del p. Francesco Maria Galluzzi, che per testimonianza del medesimo e di quanti il conobbero in quella età, era riguardato come l'esemplare di tutti i congregati. Sin d'allora ammirossi in lui uno zelo straordinario di promuovere la pietà ne' suoi condiscepoli. Aveva dalla natura sortito una certa giovialità di volto che unita a graziosi modi nelle parole e nel tratto, rendevalo accetto a tutti gli scolari i quali godevano d'averlo compagno; e così sapeva altri ritrarre dal male, altri guidare al bene, a tutti insinuare buone massime e adatte all'uopo secondo le inclinazioni di ciascuno, tanto ch'era divenuto l'arbitro del cuore di tutti. Bello era il vederlo ne' giorni di vacanza, adunati quanti giovanetti poteva, condurli all'ospedale di s. Maria della Consolazione a servire agl'infermi, dipoi alla piccola chiesa detta la Madonna de' Cerchi; e quivi recitate le litanie della beata Vergine recarsi con essoloro o alla piazza di s. Gregorio presso il Monte Celio, o a quella di s. Maria della Navicella dove trattenevali in trastulli innocenti. Soprattutto premeagli che udissero la parola di Dio; che però siccome in un giorno di ciascuna settimana facevasi in una delle congregazioni del collegio romano certa esortazione da uno dei padri della Compagnia, così il De Rossi trovavasi sempre pronto in quel giorno al terminar della scuola per invitarvi i giovanetti, e aveva il contento di veder frequentata quella congregazione da moltissimi condottivi colle sue industrie. Erasi inoltre formato un libriccino di regole e di suggerimenti dettati dal suo zelo, con cui più facilmente promuovere in quella gioventù il timor di Dio, la fuga del vizio e la vera pietà e divozione. Era poi tanto il desiderio che aveva del bene spirituale di quella scolaresca, che voluta l'avrebbe del tutto santificata, e sebbene giovinetto oltre all'averla sempre presente nelle sue orazioni, soleva pure raccomandare a Dio in particolare una scuola per ciascun giorno.
Infermità del Beato cagionata da' rigori di penitenza:
riavutosi attende con fervore agli studi teologici. Mentre sì bene proseguiva il De Rossi nell'esercizio della virtù, gli occorse di avere nelle mani un trattato di spirito scritto dal p. Segala cappuccino, in cui tra le altre opere afflittive suggerivasi un rigoroso silenzio a mortificare la lingua, e un'astinenza dal bevere il più che si potesse maggiore a castigare la gola. L'inesperto giovane desideroso di rendersi sempre più perfetto, si diè subitamente a praticare tali rigori, e particolarmente astenevasi dal bevere di modo che prosciugatiglisi gli umori, fu vicino a perirne per un'apoplesia che lo sorprese mentre un giorno ascoltava la Messa nella chiesa di s. Ignazio e come morto lo stese sul pavimento. Adoperati efficaci rimedi riuscì di farlo riavere, ma rimase offeso nel petto e nella testa da non potersi in appresso cibare se non di scarso alimento, e adattarsi a studi di lunga e grave applicazione. Troncò questa malattia le belle speranze che si erano di lui concepite intorno al corso teologico al quale erasi con ardore applicato sentendosi da Dio chiamato allo stato ecclesiastico; speranze fondate sul profitto, grande che avea tratto nello studio della filosofia, nella qual facoltà aveva sostenuto una pubblica conclusione con universale applauso. Però il nostro Gio. Battista lungi dal rammaricarsene, ringraziavane in particolar modo Iddio, dicendo più volte con ridente aspetto che se le cose seguitavano felicemente, avrebbe anch’egli avuto la vanità di farla da dotto e da letterato, e forse ancora di peggio. Nondimeno ben sapendo che un sagro ministro senza dottrina rendesi affatto inutile alla Chiesa, trovò modo da compensare lo studio, che per la sua infermità era stato costretto a lasciare della teologia scolastica nel collegio romano. Si dié pertanto ad ascoltare la spiegazione del testo di s. Tommaso che nel collegio de' padri Domenicani facevasi in quel tempo dal celebre p. maestro Bordon; e il profitto che ne ritrasse ben si conobbe quando molti anni dopo ascritto a un'accademia di teologia dommatica e morale, e di sagra Scrittura, datasi l'occasione, ripeteva con esattezza e opportunità le dottrine apprese in modo da destare la maraviglia in chi l'udiva, sembrando che avessele allora allora intese.
È ordinato sacerdote. Suo tenore di vita in questo stato. Contava il De Rossi sedici anni quando chiese di essere iniziato nella sagra milizia. Speditegli le dimissorie dal cardinale Lorenzo Fieschi in allora arcivescovo di Genova, ricevé in Roma la prima Tonsura, e susseguentemente entro lo spazio di un anno gli Ordini minori. A suo tempo, ottenute altre lettere dimissoriali, gli furono conferiti gli ordini del Suddiaconato e Diaconato, e finalmente il dì 8 Marzo del 1721 con dispensa apostolica per non essere ancora giunto all'età richiesta, fu promosso al Sacerdozio. Nell'atto della sagra ordinazione egli fè cosa che chiaramente prova come accostato vi si fosse unicamente per spirito di servire a Dio, senza vista alcuna d'umano interesse. Perocché si obbligò con voto (e lui morto si riseppe da chi dirigevalo) di non ricercar mai beneficio o provvista alcuna ecclesiastica, e di non accettarla se offerta gli venisse, a meno che il comando del proprio confessore non ve l'astringesse. Or non staremo qui a ridire il raccoglimento, il fervore, la tenerezza di spirito con che celebrò per prima volta la Messa all'altare di s. Luigi Gonzaga verso cui nutriva particolar divozione. Solo diremo che in questo giammai rattiepidì; e la celebrazione della Messa fu sempre una delle cose più rimarchevoli nel decorso di sua vita e che maggiormente destasse l'universale edificazione, come apparirà in appresso.
Uniformatosi onninamente alle prescrizioni del sagro Concilio di Trento per ciò che riguarda i chierici nell'abito, nel portamento, nelle parole e in ogni altra loro azione, il De Rossi in questo si fu l'esemplare degli altri. Negli abiti quanto era amante della decenza e d'una certa pulitezza per rispetto al sagro carattere,altrettanto si fu alieno dalla più lieve apparenza di vanità. Grave e composto nel portamento; modesto negli occhi che non pure dai pericolosi, ma eziandio dagl'indifferenti oggetti tenea rivolti; nel parlare era sempre guidato dalla carità e dalla prudenza; amante della verità, nemico d'ogni bugia e simulazione, il suo conversare riusciva di somma esemplarità. Non piacevasi d'altra compagnia che degli ecclesiastici, fra' quali trovavasi con suo gran contento; e avendo a trattare co' laici, mentre usava tutta la gentilezza, guardavasi però dal prender con essi famigliarità e dimestichezza soverchia per non porsi a pericolo di avvilire il proprio carattere, come talvolta avviene. Sapeva poi opportunamente introdurre discorsi di spirito e di eccitamento alla pietà, in modo da allettar tutti, senza recare noia o rincrescimento a veruno. Fuggiva di trattenersi con donne ma quando l'urbanità e la carità richiedeva che con esse parlasse, facealo con somma modestia e riserbo, né, come fu osservato, fissò mai loro in volto neppur di passaggio lo sguardo. E di ciò dava in appresso avvertimento ai suoi penitenti, soggiungendo che il diportarsi in tal guisa con le donne, è un rispetto che si ha per esse.
Si notò inoltre nel De Rossi una rara esemplarità nel fare economia sì rigorosa del tempo, da non lasciar trascorrere particella del giorno senza impiegarla o in suo o in altrui profitto. E' perciò che si vide sempre totalmente avverso a tutti que' divertimenti anche innocenti che sogliono occorrere in Roma, astenendosi ancora dall'intervenire alle festose dimostrazioni ne' possessi, ne' pubblici ingressi di ambasciadori e simili. Che se ve l'invitavano, sapeva con tutta grazia esentarsene senza cagionar disgusto o ammirazione a chicchessia. Anzi neppure in quelle chiese recavasi ove per celebrarvisi festa con pompa accadeva gran concorso di popolo, e soleva dire ai sacerdoti di sua compagnia: Quando è festa a s. Maria Maggiore, andiamo a s. Pietro; e quando a s. Pietro andiamo a s. Maria Maggiore.
Santità e perfezione
con che il Beato adempieva ai doveri di sacerdote. Fra i doveri del sacerdote, primi sono la recita dell'ufficio divino, e la celebrazione della santa Messa. L'adempimento di questi doveri fu nel De Rossi la più seria occupazione delle quotidiane sue operazioni. E in quanto alla recita dell'ufficio, egli osservando esattamente il disposto nelle Rubriche non celebrò mai la Messa senza aver prima recitato almeno il Matutino con le Laudi. Per quanto gli era possibile, recitava pure a' tempi debiti le altre ore canoniche, ed era sì diligente nel mantenere questo metodo, che bene spesso trovandosi presso di lui altri sacerdoti a godere della sua conversazione, giunta l'ora della recita con santa libertà congedavali, preferendo il privarsi d'una compagnia gradita al rimettere ad altro tempo quella santa orazione. Recitavalo poi, ad imitazione di s. Francesco di Sales, stando sempre genuflesso, a meno che non ne fosse impedito da indisposizione di salute, o non lo recitasse con altri. Però nell'età sua più avanzata, e oppresso com'era da abituali infermità non gli reggendo le forze, ebbe a tralasciare questa osservanza e recitavalo sedendo: nondimeno anche allora fu inalterabile in riguardo a quelle cerimonie che sono prescritte pel coro, cioè di scoprirsi il capo, rizzarsi in piè, genuflettere. E ciò egli eseguiva non ostante il grave incomodo che provava per la età e per le infermità, specialmente negli ultimi anni di sua vita.
Alla esterna devozione nella recita del divino ufficio, corrispondeva nel De Rossi anche l'interna, che manifestavasi al di fuori or con lagrime, or con affettuosi sospiri. Tutto nel volto accendevasi, e talmente era intento a quella santa azione e con tal fervore proferiva quelle divine parole, che detto l'avresti un serafino in atto di porgere suppliche al Signore. Il recitare le ore canoniche era per lui il modo di unirsi intimamente a Dio; ed un sacerdote che l'osservò recitare il vespero mentre un giorno trovavasi con lui per la via Ostiense, ebbe a dire di averlo visto in quella circostanza di tal guisa assorto in Dio, che pareagli volasse come sollevato da terra.
Che se tanto seguiva nel De Rossi per la recita dell'ufficio, quanta non doveva essere la esattezza, la divozione, il fervore nella celebrazione della santa Messa? E infatti: soleva egli preferirla a tutte le operazioni del giorno, non solo perché a questo gran sacrifizio fossero destinate le prime cure dei mattino, ma eziandio per trarne forza a ben riuscire nelle altre azioni. A disporvisi, appena levato impreteribilmente ponevasi genuflesso per lo spazio di un'ora in santa meditazione. Recatosi quindi in chiesa altra mezz'ora impiegava raccolto in orazione a prepararsi, e altrettanto faceva dopo pel ringraziamento. Nel celebrare osservava con esattezza, ma senza affettazione tutte le cerimonie prescritte: e a testimonianza di coloro che più volte ebbero la sorte di servirgli la Messa, e di molti probi e dotti ecclesiastici, in quella sacrosanta azione egli appariva penetrato da una devozione, attuazione di spirito e allegrezza straordinaria: il volto gli si accendeva, e per ordinario dalla consacrazione sin dopo la comunione era sorpreso da tale un insolito tremore in tutte le membra, che venivane puranco scossa la predella dell'altare, e dubitavasi non avesse colle mani ad urtare il calice, il che peraltro mai non accadde. E allorchè, aggiungono, coll'Ostia sagrosanta formava le croci, l'Ostia medesima si muoveva con un certo straordinario, e a così dire, brillante moto, che sembrava volesse involarglisi dalla mano. Or se si consideri che di certo sapevasi non essere lui in conto alcuno paralitico o malaffetto in veruna parte del corpo; che in niun'altra circostanza videsi mai da que` tremori sorpreso; che questi costantemente ripetevansi in quella determinata azione del santo sagrifìzio, e che si leggono pure avvenuti in altri Santi nel celebrare, come in s. Filippo Neri, in s. Alfonso Maria de' Liguori, facilmente si potrà giudicare non essere che un soprannaturale effetto di quella soave dolcezza con cui il Sìgnore inondava allora il cuore del De Rossi, e di un incendio di amor divino onde allora ardeva il suo spirito.
Suo zelo per la salute de’ prossimi e in ispecie de’ poveri
in s. Galla. Quello zelo che animava il De Rossi tuttor giovinetto a procurare il vantaggio spirituale de' suoi condiscepoli, come già si è veduto, crebbe vieppiù e maggiormente infiammollo allorchè fu sacerdote. Non era ancora stato autorizzato ad ascoltare le confessioni, e tutto nondimeno si dedicò alla coltura delle anime, e quelli segnatamente formavano particolare oggetto delle sue cure, che per la loro condizione trovavansi più abbandonati e più bisognosi d'istruzione. Cominciò pertanto a portarsi due volte per settimana al Campo Vaccino ove adunavansi i butteri e i pastori che conducevano il bestiame al mercato. Vi andava o di buon mattino o alla sera per trovarli, e con affabilità e pazienza ponevasi ad istruirli ne' misteri di nostra santa religione. Premevagli sommamente che apprendessero come ben disporsi a ricevere i sagramenti della Penitenza ed Eucaristia, e per le sue cure e istruzioni seguiva bene spesso che molti si determinassero di confessarsi. Allora egli era tutto carità e zelo perché effettuassero quella determinazione. Conducevali seco o dal p. Zuccari a s. Girolamo della Carità, o dall'abate Sabiani alla chiesa di s. Maria della Consolazione, o a s. Lorenzo in Damaso dall'abate Novelli, o da altri sacerdoti che conosceva avrebbero caritatevolmente accolti quegli uomini ch'ei soleva chiamare il suo popolo eletto e di sua pertinenza.
Vasto campo allo zelo e alla carità del novello sacerdote offrì pure l'ospizio di s. Galla, fondato dall'eccellentissima casa Odescalchi sin dall'anno 1650 per dare alla notte ricovero a chiunque mancasse di un tetto. Conciosiaché il buon sacerdote Carlo Testa che recavasi spesso ad istruire que' poveri, avea invitato altro pio ecclesiastico Girolamo Vaselli istitutore d'una pia unione di ecclesiastici il cui scopo era raccogliere dalle pubbliche vie i fanciulli per istruirli nella dottrina cristiana, ad assumere l'impegno della spirituale coltura di que' meschini che in s. Galla si adunavano. Condiscese ben volentieri il Vaselli, e d'allora, cioè dall'anno 1702, quella pia unione in s. Galla trasferì e prosiegue tuttora l'esercizio delle sue opere di carità. A questa pia unione (nel cui elenco figurano nomi illustri, tra' quali l'augusto nome del regnante Sommo Pontefice che vi esordì il corso di sua vita apostolica) si ascrisse ben presto il De Rossi, e l'ebbe per l’opera prediletta, e vi trasfuse l'ardore del suo spirito da potersene a ragione chiamare altro istitutore. Nel lasso di quaranta e più anni, se n'eccettui qualche raro caso, quando cioè la sua carità astringevalo ad andare altrove, egli ne frequentò sempre tutti gli esercizi, sia che si praticassero per i poveri nella chiesa di s. Galla, sia ne' vari alberghi per i così detti fienaroli allorché questi recavansi in Roma, sia nelle piazze per i contadini ne' giorni festivi, sia nelle domeniche per i marinai di Ripa Grande. E in quanto ai poveri in s. Galla, giunta l'ora dell'insegnamento della dottrina cristiana che vi si fa una volta per settimana, e delle istruzioni in altri giorni stabiliti, egli girava per i corridoi dell'ospizio scuotendo un campanello per adunarli. Trovando in terra infermi o storpi, aiutavali a rilevarsene e sorreggevali perché più agevolmente si recassero ad ascoltare la parola di Dio. Quando a lui spettava il dispensarla, facevalo sì con fervore particolare di spirito, ma parlava insieme con chiarezza e semplicità in modo da essere bene inteso da quella gente. E che lo stile stesso usassero i suoi compagni, caldamente loro raccomandava, e procurassero di esser brevi, dicendo che i poveri sono stanchi, storditi dal male e dalla miseria; e qualora si è alquanto lungo il discorso, s'inquietano e dimenticano quel poco loro si è detto: e quel ch'è peggio, non se ne trae profitto alcuno, com'egli aveva per lunga sperienza imparato.
Nè a ciò solo limitavansi le cure che pel vantaggio spirituale di que' poveri prendeva il De Rossi. Egli era tutto per loro: trattavali con affabilità, ascoltavali con pazienza, istruivali ne' misteri della fede, disponevali a ben confessarsi, esortavali a confidare nella misericordia divina, li conduceva esso stesso ai confessori raccomandandoli alla loro carità. Egli fu che fè introdurre per essi in s. Galla una volta all'anno le sagre missioni, e una volta al mese la comunione generale, alla quale soleva far precedere per più giorni una istruzione intorno ai sagramenti della Penitenza e della Eucarestia. Pensò anco a giovarli defonti: poiché al morirne alcuno nell'ospizio, procurava ne fossero all'anima applicati dagli altri particolari suffragi: e un ottavario pure introdusse per le anime de' poveri estinti in s. Galla al ricorrere la commemorazione de' fedeli defonti, ed esso con fervoroso discorso ogni sera eccitava tutti a suffragarle.
Ottenuta in seguito dal De Rossi la facoltà di ascoltar le confessioni, si vide ancor più quanto grande fosse l'impegno che avea di promuovere il bene spirituale di que' poverelli, trovandosi allora in grado di poter loro meglio giovare. Ne' pubblici e privati discorsi che con essi teneva, tutte le premure poneva in esortarli e muoverli a riconciliarsi con Dio per mezzo della confessione. Incontrandoti per le vie di Roma ve l’invitava con maniere le più obbliganti, e destinava il luogo, il giorno, l'ora ad essi più comoda. Sembrava ch'egli fosse il loro confessore ordinario, perché a tutte ore occupato si vedeva in ascoltarli con carità e predilezione si grande, che l'assisterli ad ogni altra cosa preferiva. E se ciò in ogni tempo accadeva, lo fu maggiormente al ricorrere dell'anno santo 1750, che recatosi in Roma da lontani paesi gran numero di poveri per l'acquisto delle sante indulgenze, e ricoveratisi nella maggior parte nell'ospizio di s. Galla, quasi tutti a lui si confessavano.
Tal modo di diportarsi co' poveri gli conciliò da parte loro rispetto grande, e in ogni circostanza mostravano la stima che per lui avevano, quale chiamavano signor maestro. E rispetto pur grande ebbe per essi il De Rossi che riconosceva in loro la persona di Gesù Cristo. Che però tollerar non poteva che fosse loro fatta ingiuria o mostrato dispregio in conto alcuno, provando dispiacer sommo al sentirli talvolta chiamare i birbi di s. Galla, e ne prendeva le difese, e voleva che da tutti fossero rispettati. L'esser da loro salutato egli assai gradiva, e assai più che il saluto di personaggi anche grandi, e con tutta cortesia vi corrispondeva. Molta era la fiducia che aveva nelle loro orazioni, mercé le quali protestava avere ricevuto di molte grazie da Dio.
L'amor grande che portava a' poveri il De Rossi gli fè nascere il desiderio di abitar con essi per potersi meglio impiegare a loro vantaggio: chiese però una stanza nell'ospizio di s. Galla per stabilire colà in mezzo ai suoi cari la dimora. Tal pio desiderio non poté essere appagato, e invece passò in appresso al convitto de' sacerdoti della SS. Trinità de' Pellegrini. Ma non per questo tralasciò in conto alcuno d'adoperarsi al bene loro con quella stessa assiduità ed impegno che se in s. Galla dimorasse.
istituisce presso s. Galla un ospizio per le povere donne.
Presso all'ospizio di s. Galla un altro ne esiste chiamato di s. Luigi Gonzaga, dove alla notte si raccolgono le povere donne. Quest'ospizio dee la sua fondazione alla carità del De Rossi. Vedeva egli che v'era un ricovero per quegli uomini i quali altrimenti sarebbero stati costretti a dormire nelle vie o ne' portici delle chiese, e non ve n'era per le loro donne né per tante altre povere giovani che perciò nelle vie doveansi rimanere alla notte, o ricovrarsi in alberghi esposte a mille pericoli. Vedeva eziandio il bene grande che veniva a' poveri raccolti in s. Galla dalle istruzioni che loro quivi si facevano: onde pensò a fondare un ospizio dove quelle meschine potessero ricevere una coltura spirituale, e avere un tetto ove ricoverarsi tolte ai pericoli. Conferì questo pensiero col suo confessore p. Galluzzi della Compagnia di Gesù per averne il merito dell'obbedienza, e da quello approvato, e datagli da pia persona la somma di scudi cinquecento, e dalla sa. me. di Clemente XII somministratigli altri scudi quattrocento, con questo danaro dié mano all'opera. Condusse pertanto in affitto una casa nelle vicinanze appunto di s. Galla pel riguardo che vi si avevano a ricoverare anche donne appartenenti ai poveri che in s. Galla raccoglievansi, e la fornì di quanto era necessario all'uso di quelle che vi si doveano ricevere. Pregò inoltre perché il p. Galluzzi, e chi a lui sarebbe succeduto nell'officio di direttore spirituale della scolaresca nel collegio romano, fosse il superiore di quel pio luogo e ne assumesse la cura totale, il che fu espresso nelle regole appositamente scritte e approvate dall'eminentissimo cardinal Vicario. Così disposta ogni cosa pel vantaggio spirituale e temporale, fu aperto l'ospizio l'anno 1731 nella festa della Immacolata, a cui, e a s. Luigi Gonzaga come esemplare singolarissimo della purità il volle dedicato il De Rossi, e ne assunse la protettoria l'eminentissimo cardinale Belluca.
Sebbene però il p. Galluzzi ne fosse riconosciuto superiore, nondimeno non lasciò il De Rossi per anni molti finché poté di occuparsi con somma premura non solo per lo spirituale, ma anche pel temporale vantaggio di quel luogo. Avea cura di chiamare sacerdoti che con lui si unissero ad istruire quelle povere nelle cose di religione e ad ascoltarne le confessioni, il che fece egli indefessamente quando ebbene la facoltà. Raccoglieva continuamente limosine, e molte venivangli all'uopo spontaneamente offerte, e con queste provvedeva letti, mobili e quanto altro era necessario al mantenimento delle inservienti e all'alloggio delle poverelle, che con edificazione grande di Roma e bene delle proprie anime in molto numero ogni notte vi si raccoglievano.
nominato coadiutore al suo cugino nel canonicato in s. Maria in Cosmedín. Qual
condotta tenesse da canonico, e come promuovesse nella sua basilica la
divozione verso Maria ssma. Nell'esercizio delle sante opere narrate era giunto il De Rossi all'anno 37 di sua età, ed era semplice sacerdote, ché fedele nell'osservanza del voto emesso nella sacra ordinazione, niun beneficio ecclesiastico avea mai richiesto. Se non che il canonico Lorenzo suo cugino il quale a proprie spese mantenevalo, desideroso di assicurargli un onesto mantenimento per l'avvenire, il richiese di accettare la coadiutoria al suo canonicato in s. Maria in Cosmedin. Ricusò il De Rossi, né valsero a rimuoverlo le persuasioni degli amici e di autorevoli personaggi, e quando il cugino ponevagli in vista che avvenendo sua morte sarebbesi rimasto privo di sussistenza, egli rispondeva che per vivere, se altro non avesse, gli sarebbe stata più che sufficiente la limosina della Messa. Ma finalmente avutone comando dal suo confessore al cui volere, come si è detto, avea subordinato il voto, acconsentì e divenne canonico il di 5 febbraio del 1735.
Dal momento in che cominciò a servire quella chiesa, non vi fu alcuno più di lui esatto e che per quella più si adoperasse. Giunse perfino, morto nell'ottobre del 1737 il cugino, a sloggiare dalla casa di lui e a cambiarsi in povera abitazione un granaio di pertinenza del Capitolo e contiguo alla basilica, e ciò per esserle più vicino e celebrarvi la Messa a comodo della parrocchia. Indefesso al coro, al quale non mancò mai se non impedito da malattia o dall'ascoltare le confessioni per cui aveva ottenuto speciale indulto, vi assisteva tutte le volte senza mai divagarsi né con parole né con sguardi, ma sempre assorto in Dio, con tale modestia e fervore che sembrava scorgere un angelo che lodava il suo Signore.
Questo suo contegno, che pure in ogni sagra funzione usò sempre, cagionava tenerezza e ammirazione in chi lo vedeva, e basti addurne per prova che intervenuto col suo Capitolo ad una processione da s. Pietro in Vaticano a santo Spirito, il popolo accennavalo a dito, e indicavalo come un Santo. Se alcuno dei cappellani o cantori affrettava la salmodia o cadeva in altro difetto onde venisse meno convenientemente esercitato il servizio divino, pronto egli era a dare l'opportuna ammonizione. Qualora poi nelle adunanze capitolari trattavasi di alcuna spesa che al maggior culto di Dio conducesse, egli non che opporvisi, ne gioiva, tuttoché venisse perciò a diminuirsi la rendita del canonicato. Anzi oltre all'aver più volte contribuito somme di danaro ad accrescere l'ornamento e il decoro della basilica, donò pure una casa che aveagli in eredità lasciata il canonico Lorenzo suo cugino, perché se ne ritraesse l’occorrente per la manutenzione dell'organo e per l'onorario dell'organista.
Fra gli altri pregi ond'è ricca la basilica di s. Maria in Cosmedin, v'ha ancor quello di avere una immagine della beata Vergine, quanto antica e celebre per fama dì prodigi, altrettanto rara e mirabile. Il canonico De Rossi nutriva per essa divozione tenerissima, e ne portava sul petto una copia in piccolo quadretto dipinto ornato di argento, e altra ne teneva sopra il suo ginocchiatoio per isfogarvi ogni dì suoi affetti. Questa divozione egli si studiò propagare ancora negli altri, e perciò si adoperò presso i suoi colleghi affinché in ogni giorno terminata la recita del divino ufficio, pria di partirsi dal loro i canonici rendessero ossequio a quella sagra immagine recitando innanzi ad essa prostrati le litanie lauretane. E fu ben lieto che consentendovi quelli s'introducesse d'allora costumanza sì lodevole. Procurò eziandio che più solenne e più proficua pel popolo si rendesse la sagra novena che in quella basilica premettevasi alla festa della natività di Maria, titolo della basilica stessa. A tal fine pregò il suo confessore p. Galluzzi a scrivere un libretto di considerazioni analoghe alla ricorrenza da leggersi in quella occasione, e questi lo compiacque, e quello stesso libretto cominciò allora e proseguì ad usarsi in tal circostanza. Si dava inoltre carico di farvi sermoneggiare in ogni anno o il p. Galluzzi o altro religioso di spirito e per tal guisa in breve tempo numeroso addivenne il concorso del popolo a quella novena, quale veggendo il De Rossi sempre più aumentarsi, pensò a cosa di maggior profitto, introducendovi l'uso del catechismo prima del sermone, e facevalo ordinariamente esso stesso. Qual frutto poi se ne ritraesse ben manifestavalo la moltitudine grande de' fedeli che il dì della festa accostavansi a' sagramenti, che più che una novena sembrava aver preceduto una missione.
Si applica ad ascoltar le confessioni:
bene che fa in questo esercizio. Quantunque il canonico De Rossi si esercitasse in molte opere di carità a vantaggio del suo prossimo, nondimeno non avea mai chiesto la facoltà di ascoltare le confessioni, ché le abituali sofferenze cui era soggetto ne lo teneano lontano, credendo egli non potersi applicare a questo santo esercizio senza o perdere affatto la sanità, o maltrattare il ministero con pregiudizio dell'anima propria e de' penitenti. Ma Iddio che voleva nell'esercizio specialmente di questo ministero si santificasse, dispose che ogni dubbio gli si togliesse dall'animo. Sofferta il De Rossi grave malattia, per ristabilirsi recossi in Civita Castellana presso quel venerabile vescovo Giovanni Francesco Tenderini suo parzialissimo amico. Questi un giorno gli fece osservare come mai a tante sue pie opere non aggiungesse quella ch'è la più atta per giovare alle anime, l'ascoltare cioè le confessioni. Scusossi umilmente il canonico, adducendo l'ostacolo della imperfetta sua salute. Ciò non ostante l'altro esortollo a provarvisi almeno per quel tempo che sarebbesi colà trattenuto, e gli diè all'uopo tutte le facoltà. Il De Rossi, che per essere quel prelato uomo di quella santità che tutti sanno ne stimava le insinuazioni come oracoli, obbedì, e con sua meraviglia sperimentò che senza il più lieve incomodo durar poteva ad ascoltare confessioni anche le più lunghe e difficili, di che fatta parola col vescovo, ambedue conchiusero essere volontà di Dio che a quel ministero si applicasse. Ferma questa risoluzione tornò in Roma il De Rossi, ma non la eseguì se non dopo qualche anno, poiché sebbene fosse addentro negli studi teologici, pratico della morale e dotato di singolar prudenza, pur nondimeno non credevasi ancora fornito di quella scienza necessaria all'esatto adempimento di un ministero sì difficile. E fu solo dopo avere per lungo tempo tenuto continue conferenze con confessori provetti, e i quali godevano la pubblica stima che finalmente nel giugno del 1739 chiese d'essere ammesso all'esame. Riuscigli felicemente, com'era ad aspettarsi, e n'ebbe gran lode e insieme la facoltà per le confessioni in tutte le chiese di Roma. Fu allora che la basilica di s. Maria in Cosmedin, la quale per la sua situazione ordinariamente non era frequentata dal popolo, videsi a un tratto riempirsi di fedeli. Imperocché il concetto che del canonico De Rossi aveasi, trasse in breve colà moltitudine di gente a confessarsi a lui, e non solo dalle contrade di Roma, ma ben anco dalle campagne. Tal concorso crebbe a segno che più non avrebbe potuto soddisfare alla obbligazione del coro se non con pregiudizio di tanti che a lui ricorrevano per riconciliarsi con Dio, e in ispecie de' forestieri. E però per consiglio di molti ragguardevoli sacerdoti, i quali conoscevano il gran bene che avrebbe potuto egli fare nel confessionale, chiese ed ottenne in quell'anno stesso 1739 dalla sa. me. di Clemente XII un rescritto di esenzione dal coro quando ascoltava le confessioni. Qual rescritto non solo confermò dappoi la sa. me. di Benedetto XIV, ma di più si degnò spedirgliene un Breve speciale da potersene valere in perpetuo. Potendo così il De Rossi a tutt'agio prestarsi alle confessioni, difficile riesce il narrare con quanto impegno, zelo e assiduità si applicasse all'esercizio di questo santo ministero, e con quanto profitto di anime innumerevoli. Egli non avea pel confessionale ora determinata. Ponevasi in tempo d'inverno avanti la porta della basilica aspettando che si aprisse, e appena celebrata la Messa cominciava ad udire le confessioni, né lasciava prima di aver tutti ascoltati, il che faceva con carità e pazienza singolare e ammirabile. Bene spesso accadevagli trovare di buon mattino o poveri contadini o artigiani: allora perché non dovessero aspettare sospendeva la celebrazione della Messa e gli udiva, e proseguendo così cogli altri che sopraggiungevano, riducevasi a celebrarla fin presso il mezzodì, senza punto curare l'incomodo grave che per debolezza di sua complessione risentiva dal rimanersi tutta la mattina digiuno.
Tal oprar del De Rossi donde non solo gran bene alle anime risultava, ma decoro eziandio alla basilica di s. Maria in Cosmedin, pure gli trasse contro una forte contradizione, quale per altro servì a far sempre più rifulgere la virtù dì lui e ad arricchirlo di merito maggiore. Uno de' canonici, che per male interno era di torbida indole, stimando inopportuna l'esenzione del De Rossi dal coro, prese a contradirgli per modo che questi divenne per moltissimo tempo il bersaglio de' suoi trasporti e rimproveri. Nondimeno con pazienza invitta sopportò persecuzione sì lunga e fiera che, per la violenza che a sé stesso faceva, era preso da febbre tutte le volte che usciva dai capitoli, in quale, occasione colui maggiormente inveiva. Né ciò valse a distorlo dall'esercitar come prima il ministero, poiché sicurissimo nella coscienza continuò sempre egualmente ad ascoltare ogni mattina nella sua basilica le confessioni, di quanti a lui ricorrevano, e proseguì costante anche dopo essergli stato assegnato un coadiutore nel canonicato a motivo di sua mal ferma salute. E allorché fu in seguito costretto ad abbandonare l'abitazione presso la sua chiesa, dove avendo dimorato per nove anni v'avea contratto di gravi infermità, e persuaso da autorevole personaggio si fu stabilito nel convitto de' sacerdoti della ssma Trinità de' Pellegrini (quantunque sua ardente brama fosse di convivere coi poveri in s. Galla), non per questo lasciò di frequentare la sua basilica sinché gli fu possibile se non in tutti i giorni come prima, indispensabilmente nei dì festivi, nei quali maggiore e continuo era il concorso di persone d'ogni ceto per confessarsi a lui.
Siegue lo stesso argomento. La carità del canonico De Rossi nell'amministrare il sagramento di Penitenza non si limitò a coloro che recavansi alla chiesa di s. Maria in Cosmedin, ma tosto si diffuse per tutta la città, recandosi esso pure nelle carceri, e nelle case ed ospedali per gl'infermi, e andando continuamente in traccia con ogni sollecitudine delle persone più abbandonate per richiamarle dai vizi e ricondurle a Dio col mezzo di questo sagramento. Quantunque cagionevole di salute, a riserva di poche ore precisamente a lui necessarie, tutto l'altro tempo impiegava in un esercizio di tanta applicazione e fatica, certo somministrandogli Dio le forze. Ad imitazione di s. Filippo Neri neppure risparmiavasi quando giaceva infermo, ché anche allora ascoltava le confessioni di quanti a lui andavano, e volendo alcuno persuaderlo a desistere rispondeva che que' poverelli per confessarsi venivano da lontano luogo e s'egli non li ascoltava, forse non sarebbero tornati la dimane. Anche quando la necessità o la convenienza spingevalo a qualche onesto sollievo in campagna, ivi ancora celebrata la Messa impiegava il resto della mattina in udire le confessioni dei contadini e degli abitanti di que' contorni, e spesso accadeva che in tali luoghi appunto molti si recassero per fare a lui la confessione generale. Nel che avea egli sì gran pratica acquistato, e con tanta facilità riusciva a riordinare le coscienze da più anni ancora viluppate, che molti confessori i quali aveano con esso confidenza desiderarono conoscere il metodo da lui in tali casi usato, per giovarsene all'occasione co' loro penitenti.
Pieno di carità egli tutti accoglieva, anche i peccatori più grandi; avea somma prudenza nel discernere i diversi stati delle coscienze, una pazienza inalterabile nel sopportare i più molesti. Avea pure una dolcezza singolare, e con questa insinuavasi nei cuori più duri. Soleva dire di avere dall'esperienza appreso che non v'ha mezzo migliore ad accertarsi della sincerità ed integrità nelle confessioni quanto l'affabilità e dolcezza del confessore, perché da siffatte maniere prendon coraggio i più timidi e i più ritrosi ad aprire francamente la loro coscienza.
Non approvava perciò la condotta di que' confessori che con indiscretezza rimproverando i penitenti e facendo le maraviglie in udirne le colpe, danno a quelli motivo o di tacere i peccati per vergogna, o di non tornare a confessarsi per troppo timore, com'egli per pratica sapeva. Nel tempo stesso però riprovava la troppa facilità di alcuni in assolvere; a qual proposito merita d'essere riferito un fatto che può dirsi straordinario. Fu avvertito il canonico De Rossi che due confessori appartenenti a un ordine regolare, troppo facilmente assolvevano anche chi non meritava d'essere assoluto. Egli accertatosi prima del vero, si portò a' superiori esponendo loro la ruina che que' due, forse per ignoranza, cagionavano alle anime de' loro penitenti. Seguì da ciò che furono quelli sospesi dall'esercizio di confessore, ma uno di essi con molte insistenze ottenne d'essere di nuovo abilitato ad ascoltare le confessioni. Tale riabilitazione ebbe il sabato precedente alla domenica delle palme, alla vigilia appunto del tempo assegnato per soddisfare al precetto pasquale. Però in quella stessa domenica, quando forse era aspettato da que' penitenti che ne amavano la facilità, egli morto giaceva esposto nella propria chiesa.
Invero il canonico De Rossi era inflessibile in negare l'assoluzione a chi non meritavala, e a quelli che trovandosi in occasioni non le lasciavano, facesser pure le più ampie promesse e sembrassero in apparenza pentiti, avendo egli imparato che sogliono costoro di tali promesse e lagrime essere prodighi assai, ma che non si risolvono alla esecuzione dove trovino confessori, troppo facili a credervi. In simili casi però tanta industria e grazia usava, che coloro sebbene non assoluti non solo non ne rimanevano disgustati, ma si partivano anzi presi d'amore per lui e pieni d'impegno di tornarvi presto con quelle disposizioni ch'egli da loro richiedeva.
Lungi il De Rossi da ogni ambizione, non curava affatto di esser confessore dei ricchi e nobili a preferenza dei poveri e abbietti, anzi di questi andava piuttosto che di quelli in cerca, e questi furono sempre l'oggetto delle sue più sollecite cure ed era solito dire che i nobili e i ricchi facilmente trovano chi assistali nella coscienza; laddove le persone povere, vili e neglette non hanno chi si prenda cura di loro, e appena ne trovano uno. Ben è vero che per la sua carità non si ricusò in più circostanze di ricevere le confessioni anche generali di distinti personaggi, ma non fu però mai possibile che volesse condiscendere a divenire loro confessore ordinario, per potere così più di proposito prestare assistenza ai miserabili. Un principe romano desiderava averlo a suo confessore; e gran bene sarebbene derivato anche in riguardo a tanti sudditi e dipendenti di quel signore. Ma il canonico scusossi gentilmente allegando l'impossibilità dovendo egli occuparsi per tanti altri assai più bisognosi. Vi fu pure una certa dama che avea lo stesso desiderio, e molte istanze avea perciò fatte al De Rossi, il quale obbligato quasi vedevasi a soddisfarla: ma valse finalmente a distornela col dirle che non le sarebbe decoro il confessarsi stabilmente a lui, perché essendo confessore anco del ministro di giustizia, direbbesi per Roma ch'ella s'avea scelto a direttore chi era anche direttore di persona ch'esercitava mestiero sì brutto.
Guardava però il canonico De Rossi che i poveri, i derelitti non usassero la confessione a pretesto. E così quantunque fosse per essi caritatevole al sommo e dedito a fare copiose limosine, fino a gravarsi talvolta dei debiti altrui, mai però non volle farne a chi veniva a chiederle col pretesto della confessione, solito dire che il confessionale è luogo dove riconciliarsi con Dio e non dove chiedere la limosina: e, come già s. Filippo Neri, sempre da sé rigettò tal sorta di gente, ricusandosi perfino di udirne la confessione. Altrettanto pur fermo mostrossi nel rifiutare le limosine che dai penitenti a lui si offerivano sebbene per celebrazione di Messe, e molto più doni, di poco o molto valore che fossero, e diceva che ogni piccola cosa preso avesse dai penitenti, avrebb'egli cagionato tanta soggezione e come legato la lingua, da non poter più loro con libertà parlare. Così adoperando nell'esercizio di confessore, è incredibile il frutto che ne traeva e il numero di anime che a sincera e costante penitenza per lui si ridussero. Uomini ancora che da molti anni stavansi lungi dai sagramenti, confessatisi poi al De Rossi subito intraprendevano la frequenza della confessione o in ciascun mese o in ciascuna settimana con tanta perseveranza e frutto, che di grandi peccatori addivenivano cristiani esemplari. E quando talora il canonico allontanavasi da Roma per portarsi alle sagre missioni o per altro motivo, recandosi i penitenti di lui ad altri confessori, questi rimanevano ammirati e altamente edificati nel trovarli sì ben disposti e compunti, abbenché rozze e vili persone si fossero, contadini, birri e simili. Egli stesso il De Rossi era talmente contento di avere esercitato l'ufficio di confessore pel gran bene che la sperienza fecegli conoscere d'aver prodotto ne' prossimi, che ad un suo amico ebbe a dire in confidenza: Io per dirvela non sapeva la strada più corta del Paradiso, ma adesso l'ho conosciuta, ed è quella del confessare perché se ne ricava un grandissimo bene.
Premure del Beato per gl'infermi sì negli ospedali
che nelle case private, e particolarmente verso i tisici. Conoscendo il canonico De Rossi quanto meritoria opera sia la visita degli infermi che Cristo reputa come a sé fatta, sin da quando divenne sacerdote i luoghi più da lui frequentati si furono gli ospedali tutti di Roma. Non lasciava passar giorno senza che ne avesse visitato uno o più, e talvolta tutti per farvi acquisto di anime. Le sue visite non erano brevi, ma protratte spesso a più ore poiché si appressava a ciascheduno degl'infermi, si tratteneva con somma carità, servendoli anche nelle cose più vili per ordine al corpo, ma soprattutto per farli guarire dalle spirituali loro infermità. Istruivali, esortavali a confessarsi, animavali alla confessione generale, e tante e sì belle e dolci maniere e industrie usava, che alcuni di quelli avendo peccati taciuti per vergogna, a lui si scoprivano, il quale dopo averli bene istruiti, eccitati a sincero pentimento delle colpe e ad umile confidenza d'averne il perdono dalla divina misericordia, si prendeva poi tutta la premura d'inviar loro confessori di carità e sperienza.
Or se tanto adoperava il De Rossi prima ancora di essere autorizzato per le confessioni, potrà ciascuno arguire quel che dipoi operasse divenuto confessore, che alle tante sue caritatevoli industrie usate dapprima cogl'infermi, diè allora il compimento ascoltandone esso stesso le confessioni. E gl'infermi, come se l'uno all'altro avesse fatto parola della esimia carità e grande abilità del canonico in farli con Dio riconciliare, al primo suo apparire nelle corsie, ancorché fossero de' piú grandi peccatori, facevano a gara di chiamarlo a sé per esporgli la propria coscienza. Vedendo perciò egli ogni giorno più il bene considerevole che ritraevasi con tal esercizio, si affezionò per modo alla coltura degli ospedali, che sino a quando il poté continuò a condurvisi dalla mattina alla sera senza punto badare agl'incomodi di sua salute, alla distanza de' luoghi, alla inclemenza delle stagioni, portandovisi a tutte ore anche nelle più calde in tempo d'estate, da eccitare l'ammirazione e la compassione di chi vedevalo passare. Gli ospedali chiamava la sua gran vigna in cui non gli mancavano mai frutti da raccogliere, e soleva pur dire che molti religiosi recansi nelle Indie per operare alla conversione degli infedeli; ma che le sue Indie erano gli ospedali dove non capitava una volta che non liberasse qualcuno dalle mani del demonio.
Le caritatevoli industrie che usava negli ospedali adoperava similmente per tutti gli altri infermi della città, dai quali veniva continuamente chiamato. A tutti si portava ancorché febbricitante fosse o spossato di forze, non curando o le pioggie, o i freddi eccessivi, o i caldi più smaniosi e le ore più fervide, o la distanza delle case in cui dovea portarsi, purché giovar potesse a quelle anime nel tempo più opportuno. Appena gli veniva esposto il desiderio dell'infermo che volealo a sé, non poneva indugio, tosto si partiva abbandonando qualsiasi onesta ricreazione in cui trovavasi con altri ecclesiastici, e lasciando anche di pranzare. Il che avendo più volte osservato un cert'uomo che gli prestava servigio allorché dimorava presso la chiesa di s. Maria in Cosmedin, per non vederlo tanto malmenarsi prese il partito di non riferirgli le ambasciate né presentargli i biglietti se non finito che avesse di pranzare. Quando poi tali infermi erano poveri, v’accorreva più volentieri, e con gioia si accostava a que' miseri letti pieni di sordidezza e insetti, si appressava a que' meschini benché presi da maligne febbri, senza mostrare la menoma noia o per la disagiata positura che aveva talvolta a prendere, o pel fetore grandissimo che tramandavano, o per la difficoltà d'intenderli o farsi intendere a motivo della gravezza del male. Giunse una volta a coricarsi in mezzo a due infermi aggravati, i quali per la povertà giacevano in un medesimo letto, non trovando altro modo per ascoltarne la confessione senza che l'uno udisse quella dell'altro.
Era il canonico De Rossi di tutti gl'infermi il padre e il medico spirituale, e tutti gl'infermi lo riguardavano qual angelo dal ciel disceso per loro conforto, rallegrandosi al solo vederselo comparire dinnanzi. In particolare però si distinse inverso coloro ch'erano affetti da tisi, e non solo per quelli raccolti nell'ospedaletto presso santo Spirito detto di s. Giacinto, di qual luogo eragli stata consegnata la chiave che chiamava la chiave del paradiso, ma per quelli anche sparsi nelle case di Roma. Di tali infermi sembrava il De Rossi come innamorato: diceva in aria di scherzo ch'erano di sua giurisdizione, che l'udirne le confessioni era di pertinenza sua privativa. Visitavali spesso, istruivali, confortavali, prestava loro tutta l'assistenza più sollecita e amorevole. Esortavanlo i suoi confidenti ad aversi riguardo, a portarsi con cautela specialmente che così malsano egli era: a questi rispondeva che la carità mai non pregiudica. Gradiva che i suoi amici sapendo alcuno affetto di questa malattia ne lo avvertissero. Egli stesso faceva diligenze per ritrovarli, e pareva che avesse notizia di quanti tisici erano in Roma. Ragione di questa predilezione era affinché quegl'infelici veggendosi appunto a motivo di quella loro infermità abbandonati, non cadessero, com'egli diceva, in un totale avvilimento, e non si rendessero maggiormente inquieti nel male e a se stessi gravosi. Soggiungeva ancora che essendo per lo più giovani e con perfetti sentimenti, erano in pericolo d'essere più gagliardamente tentati. Diceva infine che volentieri assistevali perché, sebbene nel principio della malattia e per la freschezza dell'età e per la lentezza del morbo lusingandosi della guarigione non sì facilmente si rassegnano a morire, pur nondimeno quando siavi persona che abbia la cura di disporveli, abbracciano la morte con tanta rassegnazione, che assistendoli in quel punto se ne resta edificati; e vedendo morire i tisici, pareva a lui vederli morire da predestinati.
Qual cura prendesse per la spiritual coltura
della gente più vile e abbandonata. Si è di già narrato come il canonico De Rossi ogni premura si desse per procurare il bene spirituale de' più abbietti e mancanti de' spirituali soccorsi. Valga in conferma di ciò il narrare quel ch'egli operò coi carcerati, coi birri e col ministro di giustizia.
E in quanto ai carcerati, portavasi esso frequentemente nelle prigioni per confortare que' miserabili, istruirli, riceverne le confessioni benché grave incomodo ne risentisse. Era il loro amico, il consolatore, il padre, l'apostolo. E con amore e stima veniva da quelli ricambiato i quali riguardavanlo come un Santo, rallegravansi al vederlo comparire, assai spesso facevanlo chiamare per confessarsi, protestando più volte al proprio parroco che non avrebbero adempiuto al precetto pasquale, se il canonico De Rossi non ne ascoltava le confessioni, poiché quando si erano a lui confessati rimanevano sempre appieno contenti e soddisfatti. Così praticava il De Rossi per i carcerati adulti: ma altrettanto faceva per i giovanetti racchiusi nelle carceri correzionali, e per le donne di malavita, per le quali, a procurarne l'emendazione e a bene ancora del pubblico, presentò le più calde suppliche alla sa. me. di Clemente XII perché volesse destinare una carcere, che in seguito da quel pontefice fu eretta dalle fondamenta.
Il motivo per cui straordinarie cure egli usava verso i carcerati si era, com'esso stesso disse ad un sacerdote che glie ne domandò, per liberarli da un inferno che provano internamente, e perché quando hanno ben disposte le cose dell'anima, sopportano anche volentieri le pene del corpo. Quanto vero dicesse, lo mostrò chiaramente un fatto che si rese notorio in Roma. Fu condannato certuno a morte per omicidio commesso. Chiese questi di confessarsi al canonico De Rossi, che subito corse a soddisfarlo. Fatta la confessione con molto pentimento il condannato non solo protestò essere contentissimo di morire perché il canonico De Rossi avealo assoluto dai peccati, ma di più aggiunse che se il Papa fosse andato personalmente a fargli grazia, non avrebbela accettata per ragione che poteva essere morto prima in mezzo ad una strada e dannarsi, dove che ora colle presenti disposizioni aveva gran fiducia di andare in luogo di salute.
Con lo stesso ardore di carità diè opera il De Rossi a coltivare i birri come persone anch'esse neglette, né risparmiò fatica per giovare loro nello spirito; e la provvidenza divina dispose che gli si aprisse largo campo per questo caritatevole esercizio. Imperciocché assunto al pontificato Benedetto XIV di santa ricordanza, una delle sue prime lodevoli istituzioni fu di ordinare che una volta alla settimana si adunassero i birri d'ogni tribunale per ricevere una particolare istruzione in cose di spirito. E da ciò tanto bene sperava che, come si espresse, qualora non si fosse trovato luogo opportuno, avrebb'egli assegnato all'uopo una delle sale del pontificio palazzo. Or fra tanti idonei ecclesiastici che si sarebbero recati a gloria il servirlo in tal cosa, esso prescelse solo il canonico De Rossi, ben consapevole da quanto ardente carità fosse infiammato per giovare alle anime delle persone più abbiette e spregiate. Chiamollo a sé pertanto, e apertogli il suo animo a lui solo volle addossato il peso di quest'opera, ripromettendosi dal zelo di lui sicuro vantaggio. Né andarono punto fallite le speranze di quel glorioso pontefice. Il De Rossi assunse di buon grado l'incarico, a condizione peraltro che non gli fosse assegnato compenso benché menomo, avendo solo in mira il bene spirituale di quelle anime: e tanto più volentieri l'assunse, perché davagli occasione d'esercitare la umiltà e di abbassarsi dichiarandosi predicatore de' birri. Si diè principio a questa santa opera nell'ottobre del 1740 nell'oratorio della congregazione delle Cinque Piaghe di N.S.G.C. presso la chiesa di s. Filippo Neri in via Giulia e in ogni settimana nelle ore pomeridiane del venerdì vi si raccoglievano le squadre di tutti i tribunali, intervenendovi pur quasi sempre il capitano ossia bargello. Di quanta efficacia fossero le istruzioni. del De Rossi si conobbe ben presto dal gran profitto che quella gente ne ritraeva. Tutti a lui si vollero confessare: molti se lo scelsero a confessore stabile, altri infermatisi il richiesero per essere da lui assistiti nell'ultima malattia. Continuò per molti anni il De Rossi in quest'opera di tanto spirituale profitto di quegli uomini, sino a che non fu stimato dai superiori trasferirla nell'oratorio di s. Maria del Pianto soggetto alla congregazione detta della Dottrina Cristiana, dove fu lodevolmente proseguita da que' deputati.
Non solo a giovare ai birri s'impiegò il canonico De Rossi, ma il zelo di lui si estese a cercare il bene ancora del carnefice. Ne ascoltava le confessioni, infermo nello spedale di santo Spirito lo visitava e prestavagli aiuti spirituali con la stessa carità che con gli altri usava. Avendo quest'uomo un giovine per compagno nel suo mestiere, accadde che gravissima discordia, insorse, fra loro, donde pessime conseguenze derivar potevano a danno di loro eterna salute. Il De Rossi cui moltissimo premeva il loro bene spirituale non vergognò andarli a ritrovare e porsi di mezzo perché si pacificassero. Vi riuscì e con tanta sua consolazione che al tornarsene in casa incontratosi con un sacerdote suo amico, quasi giubilando gli disse che avea in quel giorno felicemente conchiuso un grande affare di stato. Così dove altri sarebbesi recato a disonore farsi arbitro fra simili persone, egli reputavalo come sua gloria, facendo conto solo di ciò che merita lode innanzi a Dio, nulla curando l'opinione che potesse concepirne il mondo.
Con qual frutto in vari monasteri esercitasse l'apostolico ministero. Quantunque il De Rossi sentitosi da Dio chiamato a prestare gli aiuti spirituali alla gente più vile e abbandonata, e per non defraudar questi di tali aiuti non amasse di accedere ai monasteri di sagre vergini per coltivarle nello spirito, pur tuttavia di tempo in tempo non ricusò di prestarsi a vantaggio di tante anime da Dio scelte a servirlo nel ritiro della solitudine. Gli stessi superiori ecclesiastici che conoscevano il merito del canonico, più volte il destinarono per dare gli esercizi spirituali e per confessore straordinario in vari monasteri sì di Roma che fuori.
Il sigillo sagramentale e il claustrale ritiro ci vietano risapere particolarmente quanto fosse il bene che vi operò: nondimeno dai frequenti inviti delle religiose che desideravano conferire con lui, dalla esemplarità di quelle che da lui erano dirette, dagli onorevoli attestati, che ne rilasciarono dopo che fu morto, si conosce che fu bene grande. Un fatto speciale che per amore di brevità solo fra tanti si riporta, chiaro dimostra di quanta efficacia a produrre quel bene riuscissero le orazioni del canonico.
In un monastero di Roma viveva una religiosa che da undici anni continui soffriva una gagliardissima tentazione di senso, per la quale non solo travaglio grandissimo sentiva, ma, ch'è peggio, più volte vinta era in grave peccato caduta. Per miseria sì grande stavasi la meschina piena di agitazione, molto più che vedeva non poterla superare senza l'aiuto di una grazia particolare. Un giorno prese il partito di confessarsi al De Rossi, e fu gran ventura per lei; perocché questi dopo averne con molta carità ascoltata la confessione, le disse in fine queste poche ma penetranti parole: Figlia, io vi dico da parte di Dio che facciate resistenza a questa tentazione, altrimenti non ne passerete impunita dalla mano del Signore, io vi esorto a questo effetto di recitare ogni sera tre Ave Maria alla purità di Maria ss.ma, e vi assicuro che ne sarete liberata. Io stesso, fin d'adesso farò orazione per voi. Badate bene però di non più acconsentire come avete fatto per l'addietro, perchè se caderete, resterete subito morta di morte improvvisa. Mirabil cosa! Da quel giorno, la religiosa non solo non cadde più nel consueto peccato, ma neppure tornò ad affacciarsele simile tentazione né un menomo pensiero, vivendo in avvenire quietissima: e dopo molti anni ne rilasciò giuridico attestato, riconoscendo tal grazia in virtù delle orazioni del De Rossi.
La condotta che nella direzione delle monache egli tenne fu la seguente. E prima pochissime prese a dirigere per non esser distolto dal bene maggiore che operar poteva cogl'infermi nelle case e negli ospedali, e co' suoi cari, cioè co' poveri e cogli abbietti. Con quelle pochissime non trattenevasi molto né impiegava tempo in conferenze, e molto meno perdevasi in ragionamenti inutili; ma con brevi parole e piuttosto rigide, secondo l'insegnamento di s. Tommaso, le disbrigava. Non le occupava in molte pratiche o penitenze straordinarie: voleva però che osservassero esattamente le regole dell'istituto cui appartenevano; insisteva perché fossero immancabili agli atti comuni, umili assai, obbedientissime a chi presiedeva, caritatevoli con le altre religiose, da ogni cosa terrena distaccate e specialmente dal troppo amore verso i congiunti, pazienti nel sopportare gl'incomodi e le molestie inevitabili nelle comunità, aliene dal trattenersi in parlatorio, amanti della cella e del silenzio. Il metodo poi che teneva nel predicare alle monache si può conoscere dalle seguenti parole della badessa di un monistero fuori di Roma ove fu mandato per gli spirituali esercizi. Nelle sue prediche, essa dice, io vi scorgevo un non so che di efficace, perché lasciavano lo spirito con molta unzione. La sua materia per solito era l'amor di Dio che ab eterno ci amò, e l'osservanza, della regola; e l'ultima poi che ci fece della volontà di Dio, nella quale consiste tutta la perfezione, la rese più efficace col suo esempio... In tal modo adoperò ne' vari monisteri il canonico De Rossi, e ognun vede quanto atto fosse a ricavare gran frutto, perché conforme ai veri principi della perfezione.
Quanto indefessamente e con quale efficacia
amministrasse la divina parola Incombe precipuamente a' sacerdoti in virtù della loro missione di procurare l'eterna salvezza delle anime per mezzo della predicazione, come quelli che il luogo tengono de' discepoli di Gesù Cristo i quali spedì principalmente ad annunziare il vangelo. Il canonico De Rossi ben conosceva questo suo dovere, e attese con tutto l'impegno ad adempirlo. Anche prima di essere innalzato al Sacerdozio, non appena riseppe degli esercizi apostolici introdotti dal zelante sacerdote Girolamo Vaselli nell'ospízio di s. Galla a favore dei poveri, egli tosto si unì a lui, e non contento di spargere il seme della divina parola sopra quelle anime, andò in traccia di altre che conosceva averne eguale bisogno, come di già si è detto.
Ordinato però sacerdote egli non si limitò a questa, per così dire, domestica predicazione, la quale peraltro mai non tralasciò, ma la sua voce risuonò in pubblico ad ogni ceto di persone. Nel che si vide manifestamente l'aiuto che Dio prestava a quest'uomo in cui volle rinnovato lo spirito degli Apostoli, poiché senza quest'aiuto speciale non avrebb'egli potuto così com'era debolissimo di complessione, malaffetto nel petto e abitualmente sofferente nel capo, sostenere un impiego che necessariamente richiede conato, voce, applicazione continua, e ciò per lunghi anni non avendo mai cessato sino a che gli ressero le forze. Innumerevoli furono le occasioni e i luoghi in cui predicò, e si può francamente asserire che rare assai siano in Roma quelle chiese, comunità e pie adunanze dove non risuonasse l'apostolica sua voce. Oltre a quello che erasi volontariamente e stabilmente assunto, di parlare cioè ne' giorni destinati ai poveri, e in tutte le domeniche ne' due monisteri delle Convertite presso la via del Corso, e di s. Giacomo alla Lungara, egli moltissime volte diè gli esercizi spirituali in varie case religiose e chiese. Spesso era chiamato a predicare ne' monisteri, a pie confraternite, a comunità, negli ospedali, a' soldati, nelle corti di cardinali e principi per disporvi alla santa comunione i famigliari. E sì frequenti erano gl'impegni che il De Rossi avea di parlare, che alcune volte giunse a far cinque e sei discorsi nel medesimo giorno su diverse materie. Allorchè poi ad insinuazione di lui la sa. me. di Benedetto XIV nell'anno 1735 istituì in varie chiese di Roma i catechismi in apparecchio alla Pasqua, in ogni anno egli riceveva l'incarico di predicare in alcuna delle chiese destinate, e proseguì costante fino all'anno 1763, cioè fino all'anno antecedente alla sua morte.
Nel predicare il canonico De Rossi era ben lungi dall'usare uno stile fiorito e recitare discorsi studiati, ma scegliendo temi adatti alla qualità della udienza, esponevali in modo chiaro e opportuno alla capacità degli ascoltanti con franchezza, ordine, dottrina e con grande unzione di spirito: il che unito ad una sagra erudizione della quale era ben fornito, rendeva il suo dire a tutti accetto.
Ammirabile inoltre si rese per la facilità di parlare su d'ogni materia. Chi l'udiva, credeva i suoi discorsi parto di un serio studio e di non ordinaria applicazione; tanto era l'ordine e la dottrina che vi regnava. Eppure l'apparecchio che vi premetteva era brevissimo, e gli occorse più volte dover predicare all'improvviso su di argomenti difficili solo premessa una breve orazione: e facevalo così bene, che quanti erano ad ascoltarlo, anche ecclesiastici, ne rimanevano sorpresi. A citarne un solo esempio, avendosi un giorno a tenere un discorso sopra il mistero della santissima Trinità nella chiesa di s. Galla, e mancando il sacerdote che aveane avuto l'incarico, fu costretto a supplire il De Rossi, il quale benché senza apparecchio, con tanta dottrina e chiarezza parlò di mistero sì alto, che tutti ne rimasero ammirati, ed uno di quegli ecclesiastici ch'erano lì presenti ebbe a protestare che né più, né meglio avrebbe potuto dire un gran teologo. E in questo pure si scorge un singolare favore della divina grazia, ed egli stesso il De Rossi ebbe a dire che allorquando aveva a predicare, ponendosi prima alcun poco in orazione, quella finita vedeva chiaro le tracce del discorso che tener doveva.
Ma non fu solo in Roma che il canonico annunziasse la parola divina, poiché lo zelo ond'era animato per la salute dei prossimi, gli fè ben volentieri consentire all'invito fattogli dal canonico Carlo Ambrosetti, il quale scelto dall'archiconfraternita della Divina Pietà a fare le missioni ne' luoghi più abbandonati, propose al De Rossi che volesse anch'esso occuparsi in questo santo esercizio considerando il gran bene che avrebbe operato. Prese dunque la risoluzione di recarsi ogni anno alle missioni, impiegando così a profitto di tante anime quel tempo in che solea prima partirsi di Roma per respirare aria più salubre, tempo però che pur passava in giovare agli abitatori dei contorni in cui si trovava. Fino a che non gli mancarono le forze durò costante in questo esercizio non solo quando seco l'Ambrosetti conducevalo, ma eziandio avendone da altri avuto invito. Scorse così oltre a vari feudi dei nobili romani che per mezzo suo vollero procurar bene a quelle popolazioni, gran parte delle diocesi di Rieti, di Spoleto, di Palestrina, dello stato di Atri, dell'Aquila e de' Marsi. Né le fatiche gravissime ch'ebbe a sostenere, né gl'incomodi che indispensabilmente hanno a sopportare i missionari per la lunghezza de' viaggi, per l'asprezza del cammino, pel rigore delle stagioni, per la difficoltá e ristrettezza de' luoghi valsero mai a raffreddare l'ardore del canonico De Rossi il quale o bagnato dalle pioggie, o intirizzito dal freddo, o rifinito dalla stanchezza, sempre lieto appariva, operoso, instancabile; e si era dal divino aiuto rafforzato, che al tornare dalle missioni vedevasi tanto migliorato in salute, quanto non lo era mai stato in addietro tornando dalle sue villeggiature.
A ridire ora alcuna cosa del frutto che il De Rossi raccoglieva dalla sua predicazione o in Roma o fuori, questo scorgevasi immediatamente dopo ch'egli avea parlato. Perciocché il suo confessionale, allora in modo straordinario era circondato da folla di penitenti, quando lo avevano inteso discorrere, e gli abitanti dei luoghi dove faceva le missioni ardentemente desideravano di confessarsi a lui, e si volgevano con preghiere ad altri perché facilitassero loro il modo d'appagare un tal desiderio. Questo frutto ben ravvisavanlo i confessori che nel sacro tribunale n'aveano le più certe prove, de' quali uno di gran credito così si espresse: Le conversioni fatte dal canonico De Rossi per mezzo de' suoi sermoni sono innumerabili, ed io stesso mi sono incontrato più volte a confessare peccatori ricolmi di gravissimi eccessi, i quali si erano mossi dall'averlo inteso predicare. Più frequenti furono le conversioni per tal guisa operate di peccatori che da più anni avevano taciuto alcun grave peccato: ché il De Rossi oltre al saper trarre loro di bocca con mirabile arte le colpe anche più vergognose, quasi in ogni suo discorso direttamente o indirettamente toccava tal punto, solito dire esser questo come il sale per condire ogni vivanda. E realmente con siffatta pratica e col parlare sovente e ne' modi più efficaci della divina misericordia, animava, induceva a penitenza i peccatori, e riusciva sempre a guadagnare moltissime anime a Dio.
Quanto contribuisse a promuovere nel clero
lo spirito ecclesiastico. Quel che si è narrato sinora prova manifestamente come il canonico De Rossi fedelmente si diportasse verso il suo Signore che avealo chiamato ad essere suo ministro e dispensatore de' suoi santi misteri. Egli però che di portarsi in tal modo sentiva l'obbligazione precisa, null'altro più desiderava che di non essere solo in ciò, e che tutti i ministri del santuario corrispondessero con ardore e impegno alle obbligazioni contratte nella sagra ordinazione. Vedeva il buon canonico che v'era copiosa messe a ricogliere, ma che non tutti coloro i quali erano stati da Dio destinati operai alla sua vigna, l'opera loro fervorosi vi prestavano, poiché un certo languore erasi intromesso nel clero secolare in ciò che riguarda l'esercizio del ministero, per cui lasciavasi precipuamente a' regolari l'occuparsene. Or il De Rossi per la maggior gloria di Dio e bene de' prossimi, tuttoché privo di autorità e di comando, si pose nell'impegno di promuovere nel clero secolare lo spirito di loro vocazione. il primo mezzo che a tal'effetto adoperò fu l'orazione. Nelle quotidiane sue preghiere caldamente raccomandava a Dio l'affare importantissimo della santificazione del clero, conoscendo che dalla santità dei ministri dipende in massima parte il bene della Chiesa. Ogni qualvolta aveva a tenersi in s. Giovanni in Laterano l'ordinazione generale, soleva egli portarsi nel dì antecedente alla basilica di s. Pietro, invitandovi anche ecclesiastici di sua confidenza e di spirito, e quivi con essi fervorosamente pregava il principe degli Apostoli acciò impetrasse a quanti eran per ordinarsi nel dì seguente un vero spirito ecclesiastico: pratica mai più, per quanto si sappia, usata da altri.
Cercava poi tutte le opportunità d'istillare nell'animo de' sacerdoti sentimenti e principi propri del loro stato: e questa era la ragione per cui amava l'amicizia e la compagnia degli ecclesiastici. S'insinuava famigliarmente nel loro animo, faceva loro volentieri confidenze in cose di spirito, narrava quanto di straordinario gli era occorso nella direzione de' poveri e degl'infermi. Questo praticava per stimolarli e incoraggiarli a oprare il bene de' prossimi, a infervorarsi d'uno spirito proprio del carattere ond'erano insigniti: tantoché un sacerdote di molta stima ebbe a confessare che mai non erasi unito al De Rossi senza che avesse da lui appreso alcun buon sentimento, e che ciò verificavasi ancora negli altri che con lui trattavano. Alle private insinuazioni con le quali studiavasi risvegliare lo spirito del clero aggiunse anche le pubbliche, usando una volta al mese tenere con certo ceto di ecclesiastici una spirituale conferenza, affinché animati questi dello spirito di Dio potessero anche ad altri comunicarlo. Volentieri abbracciava ogni occasione gli si desse di parlare al clero, sia ne' discorsi, sia negli esercizi spirituali. E di tal mezzo, degli esercizi cioè fece uso più volte specialmente quando portavasi in alcuna diocesi per le sante missioni, non trovando occasione di quella più opportuna per promuovere la riforma del clero ancor ne' paesi talora i più bisognosi, e con tale unzione di spirito, con tal forza parlava, che ognuno rimanevane compunto e convinto. Scorgendo negli ecclesiastici alcun mancamento, egli non lasciava di correggerli sempre però con rispettosi modi, e di procurarne con mezzi che credeva più efficaci l'emenda. Neppur lontano risparmiava l'opportuna correzione per lettera, se veniva a risapere in alcuno un difetto che disconvenisse alla santità del carattere, o impedir potesse il bene delle anime.
Ma il mezzo senza dubbio più efficace fu l'esempio di lui. Un uomo che da tutti conoscevasi menare una vita irreprensibile, in cui non scorgevasi difetto, era di ammaestramento agli altri e ponevali in impegno di non far cosa che al grado sacerdotale non si addicesse, e avea ciascuno vergogna di commettere una leggerezza presente colui che ne era tanto alieno. L'esercizio delle sue virtù, l'affetto che in lui si vedeva alle cose di Dio, il singolare suo raccoglimento nelle sagre funzioni, il fervore grande nella recita del divino ufficio, la straordinaria devozione e tenerezza nella celebrazione de' sacri misteri, l'angelica modestia, la gravità del contegno, la nettezza e insieme edificante semplicità del vestire, il distacco totale da ogni onore e interesse, eran queste lezioni continue dalle quali ammaestrati e confortati gli ecclesiastici apprendevano la regola di vita e seguivanla.
Il suo esempio altresì valse moltissimo a risvegliare nel clero il desiderio d'impiegarsi in giovamento dei prossimi. Il vedere questo buon sacerdote nel grado di canonico, che per la sua dottrina e per la stima grande in cui era tenuto dal sommo pontefice e dal sagro collegio dei cardinali avrebbe potuto aspirare ad onorificenze, mostrarsi operaio indefesso nella vigna del Signore, ascendere frequentemente il pergamo per catechizzare il popolo; essere sempre in opera per gli esercizi alle monache, agli ecclesiastici, al pubblico; non ricusare di sermoneggiare in qual si fosse luogo e occasione; ascoltar le confessioni d'ogni sorta persone; recarsi a gloria di stare continuamente fra' poveri e contadini, e questi con tutta carità istruire; di trattare con gente reputata dal mondo vile ed abbietta per giovare alle loro anime; accorrer pronto agl'inviti di qualunque infermo, anzi andarne in traccia, e di quelli in specie che sogliono essere i più abbandonati; portarsi assiduo agli ospedali, alle carceri; intraprendere faticosi viaggi per le sante missioni e tali cose operare senza alcuno intendimento di Onori o interesse, cagionevole com'era di salute, non curando disagio o incomodo veruno. Il veder tutto questo non poteva non essere stimolo efficacissimo agli altri ecclesiastici di far lo stesso. Cominciarono molti a seguirlo negli esercizi di carità: si dierono alla sua direzione, s'infervorarono nel procurare il bene dei prossimi. Il fervore di questi molti eccitò tutti gli altri, e surta così una nobile e santa emulazione si vide gran numero di sacerdoti anche costituiti in dignità, imitatori del De Rossi portarsi alle carceri, agli ospedali, alle case degl'infermi, prestarsi ad ascoltare le confessioni, assistere ai moribondi, predicare, spezzare il pane della parola di Dio al popolo in missioni, esortazioni e istruzioni, senz'altro scopo che di procurare la gloria di Dio e la salvezza delle anime. Che se alcuno v'avea di probità e talenti il quale di per sé non sarebbesi avanzato ad adoprare in vantaggio altrui, ecco il De Rossi farglisi dappresso, e con le sue dolci maniere stimolarlo, porlo nell'impegno di lavorare, ovvero procurare che dai superiori glie ne fosse dato l’incarico. E cosi ad esso che cercò di abbassarsi per rendersi popolare e guadagnare le anime dei più rozzi ed ignoranti, devesi la gloria di aver contribuito colle sue insinuazioni, industrie e più cogli esempi a ridestare nel clero di Roma lo zelo apostolico e l'operosa carità.
torna alla pagina principale
vai alla Parte Seconda