DI S. GALLA
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LIBRO SECONDO
Della virtù della fede del Beato.
U n uomo qual era il De Rossi, le cui azioni non miravano che alla gloria di Dio, alla propria santificazione, al bene delle anime, doveva necessariamente essere fornito a dovizia delle cristiane virtù che a tali azioni sono di eccitamento. E invero, se egli non fosse stato mosso dalla fede, sostenuto dalla speranza, infervorato dalla carità: se guidato non lo avesse la prudenza, regolato la giustizia: se di animo forte, di spirito mortificato non foss'egli stato, come potuto avrebbe consumar la sua vita in un continuo esercizio del ministero apostolico, e con tanto impegno, tanto zelo, tanto fervore giammai rimesso o per asprezza di disagi, o per gravezza di fatiche, o per numero di anni, o per mancanza di sanità, non sperando, anzi ricusando ogni compenso qua in terra a tante travagliose cure che specialmente a pro dei miseri sosteneva, contento solo di operare per la maggior gloria di Dio, per l'acquisto dei beni eterni, per guadagnare anime a Cristo? Torna utile tuttavia ridire alcuna cosa in particolare almeno delle principali di queste virtù da lui esercitate, potendone tutti e particolarmente gli ecclesiastici ritrarre opportunissimi insegnamenti.
E a cominciar dalla virtù della fede, da una cartina ch'ei scrisse di proprio pugno si raccoglie che andasse ogni giorno ripetendo a Dio atti di viva fede, proteste di volere in quella vivere e morire, di desiderio di spargere il sangue per essa. Conciossiaché avendo in quella notato un metodo delle sue quotidiane pratiche, fra gli altri atti vi si leggono segnati questi che direttamente la fede riguardano = Credo Domine, adjuva incredulitatem meam = Credo in Te veritas infallibilis = Credo quidquid credit sancta mater Ecclesia = In hac fide vivere et mori cupio = Ah! si mihi daretur pro fide mori =. Riconoscendo il grande beneficio ch'è l'essere da Dio chiamato alla vera fede, sentiva perciò la più viva riconoscenza, e avea la più grande compassione per coloro che n'erano privi. Accadevagli spesso di passare pel Ghetto di Roma: prima di entrarvi recitava il Credo, qual pratica procurò d'insinuare anche ad altri; e chi l'accompagnava sentivalo in quella occasione ripetere sospirando =ah! poverelli, ah! poverelli = compassionando la perfidia degli Ebrei.
Acceso di zelo per la fede, procurò quanto più poteva che gli altri ancora la mantenessero viva, e sempre meglio s'istruissero nelle verità ch'essa insegna. Soleva però dar fine all'esortazioni che faceva in s. Galla ai poveri o altrove, con la recita degli atti delle virtù teologali. Una volta al mese egli celebrava la Messa in s. Galla per dispensare dopo la celebrazione a quei poverelli la santa Eucaristia: ma prima di far questo ripeteva con essi gli atti suddetti, e con tanta divozione ch’esso piangevane per tenerezza, e muoveva a compunzione gli astanti. Nell'istruire i contadini, i poveri ed altre persone rozze e ignoranti, sua gran premura si era di fare che apprendessero a conoscere Iddio e i misteri principali della santa nostra religione: e in tal modo altresì insinuò che si praticasse consimil gente da coloro che ad imitazione sua impresero a catechizzarli, oltre all'istruirli per ben confessarsi, avendo sommamente a cuore che tutti fossero informati delle cristiane verità, poiché senza conoscerle non si può in verun conto piacere a Dio.
Geloso che intatta e illibata si conservasse la fede, s'adoperava dal canto suo a rimuovere ogni cosa che le si opponesse. Accadde che in una certa adunanza per la risoluzione di un caso morale, il risolvente usò un termine equivoco relativamente a un domma. Ciò risaputosi dal De Rossi, non diè posa sinchè non ottenne che propostosi nuovamente il caso, fosse risoluto adoperando i termini accurati della sana teologia, affinché da tutti si cancellasse l'impressione che nell'antecedente adunanza forse erasi cagionata. Altra volta mentre si facevano le sagre missioni in certo luogo, venne a conoscere il De Rossi essere là una inveterata superstizione, cagione spesso di bisbiglio e confusione ne' sagri templi. Si provò egli con tutta l'efficacia ad estirparla, ma non riuscendovi per l'ostinazione di quella gente, prese il partito di troncare il corso delle missioni e allontanarsi da quel luogo, ove affronto sì manifesto alla fede facevasi. Qual cosa valse perché coloro pentiti si dessero a seguirlo coi piè nudi e le corde al collo, promettendogli di non più praticare quella superstizione: promessa che fedelmente ottennero.
Che se nulla poteva operare in riparazione delle offese che udiva talvolta farsi alla fede, se ne attristava sommamente, e ricorreva al principe degli Apostoli perché voless'egli porvi riparo. Incontrollo infatti un giorno un sacerdote, e domandatolo donde venisse, n'ebbe in risposta che avendo inteso essere venuto a luce un libro ripieno di errori contro alla fede, era stato a pregare il santo Apostolo nella sua basilica affinché vi rimediasse. E fu con sommo giubilo che venne dipoi a conoscere essere quel libro stato condannato.
Né solo da queste, ma dalle altre azioni ancora del canonico De Rossi rilevasi quanto grande fosse il sentimento di fede onde era animato, e quanto profondamente fosse in lui questa virtù radicata. Spesso accadeva che mentre conversava o trovavasi in conferenze di studio o in innocente ricreazione con altri, si sentisse il segno dell'Angelus Domini o Deprofundis: vedevasi allora con maraviglia di tutti passare immantinente il Canonico a queste pie pratiche con tal serietà, compostezza e divozione, da sembrare vi si fosse dapprima preparato. Maraviglia pure e divozione recava vederlo recitare il divino officio sempre genuflesso e pieno di fervore, che tutto il volto gli s'infiammava. Allorché assisteva al coro o a qualsiasi sagra funzione, l'interno suo raccoglimento ben manifestavasi dall'angelica modestia e dal divoto atteggiamento: e la pietà, il fervore con che celebrava la santa Messa, i tremori ond'era tutto scosso dalla consacrazione alla consumazione, l'accensione del volto mostravano chiaramente com'egli in quella sagrosanta azione, fosse da gran fede compreso.
Particolar tenerezza nudrì mai sempre pel sagramento Eucaristico, che sagramento di fede pur si appella. Innanzi al tabernacolo santo erano le sue più lunghe e frequenti orazioni. E allorché questo divino sagramento esponevasi alla pubblica adorazione, esso vi si tratteneva immobile, con gli occhi fissi in quel pane degli angeli, senza mai divertirneli per momento, infiammato in volto e tutto assorto in Dio, che il rimirarlo muoveva alle lagrime. Gli occorse una volta di portare la santa Eucaristia in una pubblica processione: tanto era dalla fede penetrato, che al proferire il versetto Te ergo quaesumus, proruppe in pianto e singhiozzi da non poter quasi più proseguire. Riflettendo inoltre che ne' sagri templi abitava Gesù sagramentato, vi si tratteneva con tale modestia e raccoglimento, che non disse mai in essi parola alcuna inutile, o di convenienza per la umana civiltà, giudicando rettamente non esser quello luogo per simili attenzioni.
Della virtù della speranza.
Pari alla fede, era viva nel cuore del canonico De Rossi la speranza che tutta aveva nella divina bontà riposta. Alcuni passi della sagra Scrittura di proprio suo carattere notati nella cartina già mentovata, danno a conoscere in ciò gl'interni suoi sentimenti. Dessi erano = Dominus pars haereditatis meae et calicis mei; tu es qui restitues haereditatem meam mihi = Unam petii a Domino, hanc requiram , ut inhabitem in domo Domini omnibus diebus vitae meae = Quemadmodum desiderat cervus ad fontem aquarum, ita desiderat anima mea ad te Deus = In te Domine speravi non confundar in aeternum = Si consistant adversum me castra, non timebit cor meum, si exurgat adversum me praelium, in hoc ego sperabo.
Sostenuto da questa virtù della speranza il De Rossi, un nulla reputava le fatiche incessanti e gravissime in cui consumò tutta sua vita, che anzi in mezzo ad esse egli appariva sempre allegro, e traeva coraggio a intraprenderne di sempre maggiori. Quando trattavasi di operare per la gloria di Dio, non badava a incomodi o pericoli anche di vita, fermo nella fiducia di ottenerne un giorno il premio nel Paradiso. Vedendo talvolta alcuno com'esso di soverchio si affaticasse, mosso da carità lo esortava a non esporsi al rischio di perdere la sanità e rendersi inutile al bene altrui: egli però o rispondeva con un sorriso mostrando di non far conto alcuno della sanità a confronto del Paradiso, o diceva che per giunger presto ad un luogo, si fanno bene spesso delle accorciatoie. Così pure a chi volea persuaderlo a non essere tanto assiduo nel confessionale, risentendone pregiudizio la salute, rispondeva che questa non gl' importava niente, perché aveva provato per esperienza che l'udire le confessioni è la via più sicura per andare al cielo.
Quanto invero egli si confidasse di meritare per l'opera che prestava nel confessionale, lo manifestò ragionando un giorno con due confessori. Dicevangli questi che essendo cosa assai scabrosa l'amministrazione del sagramento di Penitenza, essi in amministrandolo sarebbero stati contenti di non guadagnare nell'anima propria, purché non ne venissero a scapitare. Rispose il De Rossi in quanto a sé non contentarsi di non far guadagno: impiegare anzi l'opera sua nell'amministrare questo sagramento colla fiducia di acquistarvi merito e di averne un giorno a ricevere copiosa da Dio la mercede. E da Dio solo aspettava la mercede alle tante sue fatiche, né vista alcuna umana d'onore o interesse mai si propose. Veniagli talora offerta qualche ricompensa, ma egli costantemente la rifiutò dicendo essere stoltezza perdere per poco danaro la ricompensa che doveasi soltanto sperare dal Signore in Paradiso. Né accettava pure i compensi che gli si doveano per ispese da lui fatte o in viaggi, o in limosine, o in altro. Questo disinteresse nell'operare il bene non solo mantenne il De Rossi per sé, ma procurò ancora insinuarlo negli altri che s'affaticavano a vantaggio dei prossimi, e in specie agli ecclesiastici che s'adoperavano in s. Galla, per i quali fece stabilire come regola che, in occasione s'avessero ad esibire requisiti per concorsi, provviste o altre petizioni, non si adducesse fra quelli l'esercitarsi nelle opere di quella Pia Unione, poiché voleva egli che pel bene spirituale che facevano ai poveri, non solo non avessero a cercare, ma neppure ad ambire compensi temporali, aspettando solo i celesti.
E per verità il De Rossi teneva ferma fiducia di conseguire il premio eterno per le sue fatiche e cure inverso i poveri. Confessò un giorno ad un suo amico, che talora alcun timore gli sorgeva nell'animo per l'eterna sua salute, ma ben tosto si dissipava colla speranza in Dio per quel poco che avea fatto e andava facendo ai poverelli. Con questo riflesso, soggiungeva, vivo con una fíducia tale di salvarmi, che mi pare d'esserne come sicuro. Prova di questa singolar fiducia diè in occasione, che recandosi a Decima col sacerdote Giovanni Podiani per predicarvi nella festa di s. Antonio poco mancò non precipitassero col calesso in un fosso. Poiché ragionando dipoi del pericolo in cui s'erano trovati di perdersi, il De Rossi tutto tranquillo rispose che non vi sarebbe stato alcun male, perché morendo sarebbero andati in Paradiso.
Sì grande, sì acceso era il desiderio che aveva del Paradiso, da non poterne parlare senza versar dolci lagrime di tenerezza, che versava pure al sentirne parlare da altri. Era spettacolo commovente il vederlo e l'udirlo nell'atto che ad infervorare i marinai, a' quali predicava nella chiesa di s. Maria del Buon Viaggio, cantava una spirituale canzonetta con cui esprimeva il desiderio di andare in Paradiso: tanto era il fervore, tanta la grazia con che cantava que' versi, tanta la tenerezza, che altamente ammirati ne rimanevano gli ecclesiastici che v'erano presenti, i quali pur vedevano le dolci lagrime che dagli occhi di lui allora scorrevano.
Come poi la ferma speranza del canonico De Rossi era sostenuta dalla confidenza grandissima nella bontà e misericordia infinita di Dio, così gli altri ancora animava a questa confidenza. Spesso usava il detto di s. Francesco di Sales che la miseria nostra è il trono della misericordia divina. Studiandosi disporre peccatori a riconciliarsi con Dio, poneva sempre loro in vista la confidenza nelle divine misericordie, e tanta efficacia avevano le sue parole, che a chiunque, ostinato pur che si fosse, cavava lagrime di compunzione. Aveva esso bene appreso dalla sperienza come l'animare a questa fiducia fosse mezzo validissimo a muovere i più duri di cuore, di quello che atterrirli con discorsi o prediche spaventose dei castighi di Dio, e però sempre era sul parlare, o in pubblico o in privato, della divina misericordia, del moltissimo che devesi in essa confidare. Ma se il De Rossi eccitava i peccatori alla speranza, ben guardavasi che questa non degenerasse in presunzione e non fomentasse una vana confidenza o di salvarsi, senza una sincera emenda, o di differire alla morte la conversione. Per tal motivo raccomandava caldamente ai compagni che nel narrare, secondo il pio costume usato allora nei giorni di sabato in s. Galla, alcuna grazia ottenuta ad intercessione della beata Vergine, si astenessero dal contare quei fatti che invece di muovere i peccatori a penitenza, avrebbero piuttosto contribuito a farli continuare nella loro pessima vita colla lusinga della protezione di Maria. E ad alcuni di questi fatti diceva non doversi assolutamente prestar fede, perché non conformi alle massime del Vangelo.
La carità verso Dio, maggiore di tutte le altre virtù, fu eminente nel De Rossi che tutto ne avvampava. Dio era l'unico oggetto de' suoi pensieri, de' suoi desideri. Ciò bene appariva dai suoi discorsi, poiché d'ordinario la lingua parla secondo gli affetti del cuore, e il De Rossi non sapeva tener discorso co' suoi compagni se non parlava dellamor di Dio: che se alcuno introduceva ragionamenti di cose indifferenti, egli sapeva sì bene rivolgerli, da farli terminare in Dio. Come volentieri ne parlava, così amava sentirne parlare, e questo recavagli tanto gradimento, tanta dolcezza. che vedevasi allora quasi distratto da ogni altra cosa, e bene spesso prorompeva in lagrime. Tale commozione gli si rese quasi abituale con l'avanzarsi degli anni, di guisa che solea subito intenerirsi per poco che si parlasse di cose di spirito. Non contento di amare esso solo Dio, desiderava ardentemente di accendere ne' cuori altrui le fiamme dell'amor divino. Perciò avendo a tener discorsi in pubblico, dilettavasi sommamente di parlare su questo argomento, il che faceva con tutta energia: accendevasi nel volto, e sembrava gli tralucessero al di fuori le fiamme del santo amore.
Così pieno com'era il De Rossi di ardentissima carità verso Dio, ben si guardava di trasgredire menomamente alla santissima sua legge, mirando sempre allo scopo di eseguire quanto conosceva essergli di piacimento. Moltissimi che il conobbero attestarono non aver mai scorto in lui difetto eziandio in cose di picciol rilievo; avere anzi in ogni sua azione trovato sempre ragione di edificarsi. Che se udiva o vedeva alcun disordine o peccato da altri commesso, egli che in qualsivoglia temporale disavventura giammai dié segno di turbamento, allora turbavasi forte, e coll'infiammarsi in volto, scuotersi nel corpo dava manifesti segni del vivo dispiacere che sentiva per le offese che si facevano all'amato suo bene, che avrebbe voluto amato e onorato da tutti. Impegnatissimo difatto mostrossi sempre per promuoverne l'onore, non badando a fatiche, a travagli, a spese, quali esso povero sosteneva volentierissimo a rendere vieppiù decoroso il culto divino.
A tenerlo sempre strettamente unito con Dio valse lo spirito di orazione, la quale fu in lui continua. Dall'orazione cominciava le operazioni della giornata, poiché costumò sempre levarsi in ogni dì assai per tempo, anche ne' maggiori rigori del verno, per consacrare a Dio i suoi primi pensieri nell'orazione mentale in cui durava ogni mattina genuflesso per lo spazio di un'ora. Poté alcuno talvolta osservarlo in questa santa azione, e videlo immobile e tutto assorto in Dio; udivalo prorompere ora in voci lagrimevoli ora di allegrezza, ora in sospiri infocati. Uscendone per celebrare la Messa, il suo volto appariva infiammato come d'un Serafino. Entrando alcuno nella sua camera fra giorno, trovavalo pur genuflesso in atto di orare. Nell'andare per istrada vedevasi tutto raccolto e riconcentrato in sé stesso che mostravasi penetrato dal pensiero di Dio. All'orazione ricorreva per ogni cosa che avesse a fare, sia per la santificazione propria, sia per vantaggio altrui. Alla sera, benché stanco fosse, pure non andava a riposare se prima non avesse orato almeno per una mezz'ora. Che se a queste orazioni si unisca la recita del divino ufficio, l'apparecchio e il ringraziamento alla Messa, la visita fra giorno a più chiese di maggior sua divozione, dove per lungo spazio trattenevasi, può ben dirsi che tutto il tempo che dalle opere di carità avanzavagli, lo impiegasse in questo santo esercizio, dal quale neppur cessava quando giacevasi infermo in letto. Conciossiaché ponendosi su di quello seduto, recitava le sue preghiere rivolto a qualche sagra immagine; o non potendo altro, recitava la corona che in quelle circostanze teneva sempre tra le mani. L'esercizio insomma della orazione era divenuto sì famigliare al De Rossi, che sembrava essere in uno stato violento allora quando, impotente ad applicarsi in altre opere pel servizio di Dio, non gli si permetteva trattenersi in lunga orazione.
Tenerissimo era l'amore che portava al sagramento di amore, alla santa Eucaristia. Ogni giorno prima di celebrare la Messa prostravasi per mezz'ora circa dinnanzi al tabernacol santo a disfogare i suoi affetti, praticando egualmente dopo aver celebrato, e il fervore trasparivagli ancora dal volto. Recavasi spesso a visitarlo tra giorno ne' sagri templi. Il raccoglimento, la divozione con che trattenevasi in queste visite recava ammirazione e tenerezza. Accadendogli di discorrerne o in pubblico o in privato, con tanto affetto parlavane, che ben si vedeva come in tutti avrebbe voluto accendere fiamme ardenti di carità verso quel pane eucaristico. Non staremo qui a narrare i segni d'amore intenso che si manifestarono nel De Rossi al ricevere in più malattie il sagro Viatico: basti solo dire che non ostante la gravezza del male e l'estrema sua debolezza, pur volle usare alla presenza di questo sagramento tutti gli atti di culto e di riverenza, quantunque nol potesse che a grave stento.
È qui ad aggiungersi alcuna cosa della particolar devozione che nutrì per la Vergine santa. Visitava frequentemente le chiese a lei dedicate, le sue immagini ancorché fosse rifinito per le fatiche del giorno, non tralasciò mai di recitarne ogni sera il rosario. All'udire il primo tocco della campana che invita i fedeli alla recita dell'Angelus, il De Rossi trovassesi pure nella pubblica strada e in mezzo a numeroso popolo, prostravasi immediatamente a salutar la Vergine con la maggior divozione possibile. Nel parlare di Maria si vedeva all'esterno la dolcezza che ne provava, e ben si pareva quanto innamorato ne fosse. E appunto perché innamorato n'era si studiò per quanto era in lui promoverne presso di altri il culto e la divozione. Se doveva parlarne in pubblico, vedeva ciascuno non pur ch'esso teneramente l'amava, ma che era suo desiderio ardentissimo che da tutti fosse amata. In ispecie quando gli occorreva trattare con peccatori ostinati, o che difficilmente si potevano ridurre a stabile emenda, non aveva mezzo più efficace che raccomandar loro la divozione alla Vergine, e la recita per qualche tempo alla mattina e alla sera di tre Ave Maria. E in realtà questo mezzo riuscì efficace a moltissimi che, a Dio intieramente si convertirono.
Singolare fu eziandio la venerazione che professò per i principi degli Apostoli, le cui basiliche si recava frequentemente a visitare per implorarne l'aiuto, specialmente nei bisogni di santa Chiesa. Egli per primo unito ad altri ecclesiastici dié opera perché s'introducesse un apparecchio divoto di nove giorni alla loro festa, e riuscito l'intento, in ogni anno sino a che gli bastaron le forze vi sermoneggiò nei giorni a lui destinati. Con grande impegno frequentò sempre questo santo esercizio, ed ebbe la consolazione di vedere in molte chiese di Roma introdotto l’uso di questa novena, e gareggiare il popolo in rendere onore a que' gloriosi Apostoli.
Nel venerare i Santi si segnalò soprattutto nella divozione a s. Filippo Neri. Quasi ogni giorno si recava a visitarne il sepolcro dove, quando non era in compagnia di altri, si tratteneva per lunghissimo tempo. Soleva chiamarlo suo uditore, e negli affari difficoltosi recavasi ad implorar lume dinnanzi al suo altare. Così pure prima di esporre il suo parere, richiestone da alcuno per cose di maggiore rilievo, diceva: andiamo un poco a consigliarci col santo vecchio nostro auditore, e con essi avviavasi al sepolcro del Santo. Ne leggeva continuamente la vita per ricopiarne le virtù, imitavalo ancora nel modo di amministrare il sagramento di Penitenza, insinuando le massime, esponendo i detti graziosi, producendo gli ammirabili esempi di lui, e sì bene riuscì a formare in se stesso un ritratto il più simile di questo gran Santo, che da tutti veniva chiamato un altro apostolo di Roma, un San Filippo Neri de’ nostri tempi.
Della carità verso il prossimo.
La carità verso Dio e la carità verso il prossimo sono, al dire di san Gregorio, due anelli, ma una sola catena, due azioni, ma una sola virtù, due opere, ma una sola carità, né può meritarsi appresso Dio con l'una senza l'altra. Questo merito ben l'ebbe il De Rossi il quale all'anello della carità a Dio congiunse l'altro della carità al prossimo, e formonne così quell'una aurea catena. E che altro fu tutta la vita di lui, se non un continuo esercizio della più accesa carità verso i prossimi? In ogni giorno, in ogni ora, in ogni stagione era egli sempre sul predicare, sull'istruire, sull'ascoltare le confessioni, sul ben disporre i moribondi. Non pensava, non parlava, non faceva passo che non fosse indirizzato a far del bene ad altri. Era chiamato un vero pescatore di anime, ed uno dei primari officiali della sagra Penitenzieria che per molti anni aveva veduto e toccato con mano le premure, lo zelo, le fatiche del De Rossi per ridurre anime a Dio anche con notabile scapito di sua salute e senza risparmiar danaro nelle occasioni ebbe a dire che se san Gaetano fu chiamato venator animarum, il canonico De Rossi potea chiamarsi strenuus venator animarum.
L'amore che al prossimo portava, era un amore affatto disinteressato. Si è di già narrato ch'esso non voleva compenso alcuno per ciò che operava di bene, aspettandone solo da Dio la retribuzione. In questo era il De Rossi fermissimo. Risaputo una volta che un uomo di campagna ch'erasi a lui confessato, aveagli in un certo luogo lasciato un dono benché meschino, si pose in agitazione gravissima né fu quieto sinché non venne al donatore restituito, protestando di nulla volere da alcuno per conto del bene che gli faceva. Era inoltre prontissimo quando trattavasi di giovare agli altri, ché richiesto per confessioni, per assistenza ai moribondi o per qualunque altra opera di carità non solo non mostrò mai il più lieve rincrescimento, ma anzi ben si vedeva come ne giubilasse. Solo rincrescimento provava quando non gli si offriva occasione d'esercitare la sua carità, sebbene assai raro ciò avvenisse, perocché la carità stessa industriosa gli suggeriva sempre nuove cose, da non lasciarlo un momento ozioso. Raccomandavasi puranco agli amici perché gli dessero occasione di fare il bene e lo chiamassero a parte di loro fatiche.
Tanto travagliarsi del canonico per i prossimi faceva forte temere a' suoi amici che non ne risentisse grave danno la salute già malferma: che però vedendolo accorrere prontamente ovunque conosceva esser qualche spirituale bisogno, senza che valesse a rattenerlo l'inclemenza delle stagioni, l'ora inopportuna, e perfino la febbre e le gravi sue indisposizioni, esortavanlo a risparmiarsi, ad usarsi alcun riguardo. Ma egli il quale in tutto era docilissimo, in questo, quando cioè si trattava dell'esercizio della carità al prossimo, era una vampa che non ammette riparo, e rispondeva rammentare bene quello che in simili casi solea dire il ven. d'Avila: che non dobbiamo risparmiare a fatica, perché forse Iddio, vorrà la conversione di qualche peccatore mediante la nostra industria: e perciò, soggiungeva, fintantochè avrò fiato, andrò dovunque mi chiameranno. Così la durò fino al termine della sua vita in prediche, in missioni, in istruzioni, in esercizi, in confessioni, in assistere agl'infermi, tanto che potè dirsi di lui nel decreto di approvazione delle virtù che laboribus magis quam annis fractus vitae stadium piissime explevit.
Ma per dire alcuna cosa in particolare di quelle che resero più segnalata la carità del canonico De Rossi e la caratterizzano, giova qui rammentare l'amore immenso che aveva per gl'infermi e la maniera di assisterli moribondi. Si è già detto che ricevuto appena l'avviso di essere richiesto da un infermo, egli subito vi accorreva; se chiamato di sera veniva consigliato a recarvisi la mattina vegnente, rispondeva che non avrebbe potuto riposare la notte sull'incertezza e timore di non ritrovarlo vivo o in istato di potersi confessare. Introdotto all'infermo concepiva per quello amore tenerissimo, né lasciava di frequentemente visitarlo sinché non fosse ristabilito o Iddio avesselo a sé chiamato. Poiché quantunque avesse già provveduto agli affari dell'anima, godeva nondimeno proseguire colla sua presenza a recargli sollievo, confermarlo ne’ buoni proponimenti, esortarlo alla pazienza. Quando lontano da Roma per le missioni o impedito da altre opere di carità non poteva di persona recarsi agli infermi, sostituiva caritatevoli scerdoti a' quali caldamente li raccomandava, iterando le raccomandazioni per lettere. Nel corso di sue malattie gradiva di essere visitato dagli amici: ma se v'erano altri infermi, gradiva più, anzi pregavali perché si portassero piuttosto da quelli.
Le premure del Canonico De Rossi per gl'infermi non erano, com'esso stesso ripeteva, se non per l'anima e specialmente perché a tempo si munissero de' sagramenti, e grande inquietudine provava in veggendo talora che per incuria dei domestici si differisse il somministrarli.
Vero è che secondo le circostanze avvertivali a sistemare i loro interessi per non avere più dappoi pensieri di mondo: ma giammai s'immischiò anche per poco nei testamenti. Ben però era presto a recar loro ogni servigio anche più umile, eziandio di purgare i vasi immondi, e questo con affetto tale che con maggiore non potevasi. Grande era la compassione che n'aveva, sino a desiderare talora sopra se stesso il male che altri soffriva perché questi ne fosse liberato, e talvolta anche la morte, se a Dio fosse piaciuto, purché altri restasse in vita a maggior sua gloria.
La cura che prendeva degl'infermi il De Rossi, diveniva maggiore assai quando assistevali moribondi. Fu egli in ciò particolarmente abile, e comune era il desiderio di averlo al letto di morte e spirare l'anima nelle sue mani. La giovialità del suo volto, la sua dolcezza, la santa unzione di spirito con cui suggeriva i sentimenti e gli atti in quell'estremo più opportuni, riusciva a quei meschini di consolazione e insieme di un grande aiuto nell'agonia: e più volte guadagnò in tali circostanze anime a Dio mediante l'industria della sua carità. Nell'assistere ai moribondi usava dir loro poche parole di tratto in tratto, ma con fervore, il che raccomandava caldamente agli altri sacerdoti affine di non stancare con lunghi e frequenti discorsi il povero paziente. Inoltre non trattenevasi mai a conversare co' domestici, ma unicamente badava a prestare ogni possibile aiuto al moribondo, coi buoni suggerimenti, e soprattutto con fervorose orazioni a Dio.
Fosse pur lunga la malattia, giammai diversamente si diportava e diceva che chi vuol far bene questo impiego, conviene che faccia così.
Altro oggetto della carità del canonico De Rossi furono i poveri. Ad aggiungere alcuna cosa del molto che si potrebbe a quanto già si è narrato delle premure che ne aveva e della predilezione che ad essi portava, basti dire che per le chiese, per le vie vedevasi sempre attorniato da mendici, da contadini, da pellegrini e da ogni altra simil sorta di persone. Né solo faceva esso quanto poteva per aiutarli, ma procurava comunicare ad altri il suo spirito. A tal effetto esortava confessori de' poveri in S. Galla a non mostrarsi loro troppo rigidi e severi, acciò non lasciassero di dire i peccati più gravi; a non mettersi in gravità, ma piuttosto di addimesticarsi onde più facilmente palesassero le loro colpe: particolarmente si guardassero dal far conoscere che per la loro esteriore immondezza non si accostassero ad essi, e ciò per non mortificarli.
Soggiungeva pure che se avessero avuto bisogno di facoltà straordinarie per assolverli, si portassero eglino ai rispettivi tribunali, e non permettessero che vi andassero i poveri, perché laceri ed abbietti come sono, difficilmente vi s'inducono.
Al solo risapere i bisogni spirituali de' poveri dava subito opera per sovvenirli, nulla curando incomodi anche gravissimi, fatica e danaro che aveva ad impiegarvi. In occasione che trattenevasi con alcuni altri sacerdoti nella diocesi di Spoleto chiamatovi da quel vescovo per le missioni, conobbe che una certa villa abitata da poverissima gente aveva bisogno grande di coltura spirituale. Non poté allora adoperarvi le sue apostoliche industrie, dovendo tornare in Roma co' suoi compagni. Non per questo però ne smise il pensiero, chè indi a poco solo vi si trasferì per fare a que' poveri tutto il bene che poteva.
I poveri inoltre non trovavano nel canonico De Rossi solamente il sovventore ne' loro spirituali bisogni, ma benanco chi soccorrevali nelle loro miserie temporali. Non poteva egli vedere un povero senza che si sentisse mosso a sovvenirlo ne' modi al suo stato possibili. Solea dire il canonico Lorenzo suo cugino che a sue spese mantenevalo in Roma, di non ritrovarsi ordinariamente che un solo paio di scarpe e di calzoni, poiché d. Gio. Battista come vedeva che per alcun difetto se li toglieva, subito li dava a qualche povero. Morto il cugino, e rimasto erede di lui e succedutogli nel canonicato, la larghezza e la quantità delle limosine non ebbe più limiti. L'asse ereditario lasciatogli dal defunto era assai considerabile per una persona privata: ma nel breve spazio di quindici giorni ne distrasse gran parte che fè passare in mano dei poveri. Indi a poco per lo stesso fine alienò quanto ancor rimanevagli di argenterie ed oggetti preziosi. Perché potesse consacrarsi a Dio una giovane pericolante le fece dono dei Luoghi di Monte parte pur essi della eredità, ed egli non si riserbò che pochi quadri e pochi mobili per uso di due camere da lui abitate, quali pure in seguito donò ai poveri, niente altro seco recando allorché si portò a convivere co' sacerdoti della Trinità de' Pellegrini che quanto gli era puramente necessario.
Distratta l'eredità non cessarono le limosine che faceva sempre larghe, poiché d'ordinario dava zecchini o altra somma più o meno considerevole. Un suo penitente vedendolo sì generoso, diceagli per ischerzo ch'egli era uomo denaroso; ma sorridendo il De Rossi per lo più rispondeva di non ritrovarsí che un paolo o un grosso per tutto il mese corrente. E dicea vero, ché per le abbondanti limosine che faceva era ridotto a vivere con tale strettezza da mancargli il necessario, e bisognava ben spesso che lo sovvenissero i suoi conoscenti. Egli provvedeva frequentemente di letto, vestito e tutt'altro occorrente coloro che di condizione civile giacevano in miseria, e solea dire che più volentieri dava a questi limosine, perché gli sembrava più da vicino somigliassero a Gesù Cristo poverissimo, ma nobilissimo. Dava anche grandi somme di danaro per impedire il peccato, per acquistare letti da separare nelle famiglie i maschi dalle femmine, lenzuoli, vesti ed altre robe necessarie a ricoprire la nudità di tante povere, e renderle in tal guisa atte ad industriarsi co' propri lavori, e a comparire decentemente nelle chiese per soddisfare agli obblighi di religione. Provvedeva anche monache di grembiali e fazzoletti. Sarebbe insomma cosa ben lunga voler tutte narrare le limosine distribuite dalla benefica mano dei canonico De Rossi, delle cui robe non era già esso il padrone ma i poveri a' quali faceva tutte passarle.
Le rendite del canonicato non potevano certo bastare a tanta larghezza; la eredità del cugino era già tutta distratta: ma la carità ch'è industriosa faceva trovargli modo da soddisfare alle istanze di tanti poveri che a lui ricorrevano, e al vivo suo desiderio dì soccorrere chi sapeva trovarsi in bisogno. Faceva perciò ricorso ai ricchi, i quali sapendo con quanta discrezione e vantaggio si distribuivano le limosine da questo degno ecclesiastico volentieri condiscendevano alle sue istanze: e così poteva anche soddisfare alle richieste di vari parrochi di Roma, che conoscendo il suo impegno di provvedere al bisogno de' miseri, a lui talora si volgevano. Fra gli altri ricchi personaggi che si distinsero nel somministrare sovvenzioni al De Rossi per i poveri, deve particolarmente nominarsi la duchessa Isabella Acquaviva Strozzi. Questa signora che si studiava di spendere tutto il suo in opere pie, si tenne ben fortunata di poter conoscere il canonico, per mezzo del quale faceva versare larghissime limosine. Anzi dubitando un giorno di qualche ritegno in lui di chiederle soccorsi, gli scrisse un biglietto che merita d'essere qui riferito. Il signor canonico De Rossi è pregato che quando ha qualche caso strano, e si può impedire l'offesa di Dio con danaro, venga da chi scrive, altrimenti sarà a carico di sua coscienza e il non impedire l'offesa di Dio, e di non far pagare i debiti a chi n' è carica fino agli occhi: e preghi per me.
Per tal modo riusciva il buon canonico a sollevare quantità di poveri d'ogni genere dalle loro miserie e a ritrarne ben spesso per mezzo della misericordia corporale gran bene riguardo all'anima. Giunse poi a tal segno la sua carità, che oltre all'aver dato i propri lenzuoli, il proprio letto più volte, (e così quello in cui spirò l'anima sua benedetta non era suo, avendolo poco prima donato ad una povera che dovea maritarsi): oltre al dare le biancherie che servivano al proprio uso, e dava sempre le migliori serbando per sé le più lacere; si caricò una volta per sovvenire ad altri di un debito di duecento scudi, che poi soddisfece a suo tempo. E soleva dire con s. Lorenzo Giustiniani che avea buona sicurtà a soddisfare i debiti contratti per i poverelli, e che questa era Gesù Cristo.
Della virtú della purità e della mortificazione del Beato. Gran lode si è conservare intatto il prezioso tesoro della purità in mezzo ai pericoli del mondo, e questa lode ben meritolla il canonico De Rossi, il quale fece sì gran conto di questa bella virtú, da non permettere che menoma macchia ne oscurasse il candore. Fanciulletto ancora egli ne fu geloso custode, e se trovandosi coi compagni questi avanzavansi a fargli qualche scherzo quantunque innocente sulla persona, ne mostrava pena e si ritirava per toglier qualunque occasione di passare a ulteriori confidenze.
Siccome il vizio contrario alla purità s'introduce d'ordinario per mezzo dei sensi e in ispecie degli occhi, il canonico De Rossi li custodì severamente. Composto sempre nella persona mai non permise che gli occhi suoi vagassero liberamente, tenendoli più chiusi che aperti. A motivo di carità frequentemente aveva a trattare con donne, ma non le mirò mai in volto. Convenivagli spesso recarsi in casa d'un suo collega per assisterne la madre inferma. In tali circostanze incontravasi e aveva a trattare con la sorella di quello. Or quantunque il De Rossi fosse assai addimesticato con quella famiglia, e colei quanto provetta altrettanto morigerata, si contenne sempre con tale modestia che non la guardò mai: tanto che la medesima ne concepì la più gran maraviglia, come si espresse al proprio fratello. Per conservarsi immune da ogni pericolo, si stabilì per legge di non introdurre in sua casa persone di diverso sesso. Molte ne andavano a lui per chiedergli soccorsi: esso facea loro rispondere che farebbe tutto quello che avesse potuto, ma che non voleva venissero in casa né aspettassero per le scale. Mentre per qualche tempo ebbe a trattenersi nell'abitazione d'un suo amico per respirare aria migliore, un giorno ch'era in sull'uscire fu avvertito che una sua penitente, quale avea marito, era venuta per visitarlo. Si turbò forte il canonico a tale avviso, e stava in forse se riceverla o no: fattogli però animo dall'amico, s'indusse a sentirla brevemente e in piedi con la sua solita modestia e mortificazione.
Ma eziandio ogni pericolo più remoto cercava di sfuggire: per la qual cosa non voleva che i suoi penitenti o chiunque altro gli baciassero la mano, né lasciava prendersela per complimento come s'usa tra amici. Ad un tale che imbattendosi in lui soleva praticare in tal maniera, disse un giorno in aria di riso che andando egli all'ospedale di s. Gallicano si potea temere con quel contatto non gli si apprendesse la rogna: qual avviso bastò perché quegli non usasse più simil complimento.
Nelle infermità aveva una vigilanza scrupolosa perché riguardo al suo corpo nulla si facesse per parte sua o di altri che non fosse convenientissimo alla modestia ed alla onestà. Da sé levavasi di letto per le urgenze, bene spesso con gravissimo incomodo, né si valeva dell'aiuto altrui se non in casi estremi, quando le forze non gli bastavano affatto, né permetteva di essere osservato nel corpo se non quanto portava la necessità. Accadendogli alcune volte nelle missioni di dover dormire nella stessa camera con altri sacerdoti, costumò sempre di spegnere il lume prima di spogliarsi.
Anche da solo usava il De Rossi tutte le cautele per non offendere menomamente la purità. Mentre un tal dì erasi ritirato per riposarsi alquanto in una camera presso allo spedale di s. Giovanni, un sacerdote suo amico volle ammirarne la compostezza. Osservatolo di fatto pel foro della chiave, e vedutolo modesto al maggior segno, ebbe a dire che sembrava un s. Luigi, e la modestia e compostezza di lui erano eroiche.
La stessa illibatezza che procurava in riguardo a sé, avrebbe voluto che si ritrovasse in altri. Perciò si studiava co' buoni suggerimenti, cogli avvisi, e talvolta armando il suo zelo di chiudere la via al vizio contrario e impedire la corruzione degl'innocenti. Quando conduceva i giovanetti ne' giorni di vacanza a ricrearsi, ben guardava che non usassero troppo famigliarmente fra loro, ripeteva ch'esso bramava fossero isole e non penisole, volendo dire che non avessero soverchio attacco ad alcuno. Un giorno in uno di que' giuochi innocenti che facevansi alla sua presenza, un giovanetto che dovea praticare una certa penitenza ad arbitrio, senza alcuna considerazione diè un bacio a un suo compagno. Lo vide il De Rossi, e in aspetto il più agitato gli si fè incontro con rimproveri e minacce, né cessò del suo risentimento sinché quegli pentito non promise che mai più avanzato non si sarebbe a tali confidenze. Tanto era egli geloso della purità, da non lasciare in quel genere impunita una inconsideratezza.
Alla purità unì la mortificazione sì interna che esterna, né poteva essere a meno, poiché la mortificazione suol'essere la compagna, anzi la custode della purità; e se fu in questa mirabile il De Rossi, doveva anco esserlo in quella. Sin dall'età sua giovanile pose ogni studio a domare le proprie passioni che rese interamente allo spirito soggette. Giammai apparve in lui trasporto alcuno d'iracondia, di vanità, d'ambizione, di curiosità. Sempre ilare, sempre mansueto, sempre paziente nelle circostanze più dure, negl'incontri più tristi. Giammai si scorse nel suo parlare la menzogna più lieve: giammai uscì dalla sua bocca un detto mordace o ingiurioso al prossimo: giammai si vide risentito, fosse pur provocato. Da un tale entratogli in camera col pretesto di confessarsi, gli fu involata una mostra d'oriuolo che sì teneva cara non solo avendone necessità per regolare le varie sue incombenze, ma ancora perché conservavala come una reliquia del santo uomo che fu il ven. monsignor Tenderini. Di questo furto egli non mosse lamento con alcuno, e se consenti dipoi che i suoi amici venutine in cognizione praticassero diligenze per rinvenire l'oriuolo, appena riseppe ch'era necessario darne relazione all'autorità, volle che si sospendesse ogni ricerca per timore di non cagionar male al delinquente, soggiungendo stimar meglio perdere qualche cosa che veder danneggiato il prossimo per causa sua; se quegli avea rubato l'orologio, avea ciò fatto perché ne era più di lui bisognoso. Alienissimo dai divertimenti anche innocenti, non poteva indursi a gustarne. Solo una volta si recò in un luogo privato dove non intervenivano che uomini, per assistere alla rappresentazione d'una opera sagra: motivo però ne fu il non voler permettere che vi andasse solo o in compagnia di altri con qualche pericolo dell'innocenza il giovanetto conte Filippo Tenderini alle cure di lui affidato, che desiderava assolutamente godere di quel divertimento. Ma in tutta quella sera non alzò mai gli occhi né per vedere il teatro, né per mirare gli attori.
Alla mortificazione interna aggiunse anche quella del corpo. Per verità non si conosce se egli usasse straziare la carne con flagelli, cilizi, catenelle, il che forse non gli era permesso da' suoi direttori attesa la salute di lui sempre malconcia: ma non per questo si può dire ch'egli non affligesse la sua carne. Senza ripetere che dallo spirito di penitenza ch'ebbe da giovinetto derivò la sua malsania, come si è già narrato, era un gravissimo mortificar la carne quell'essere sempre in giro per gli ospedali, per gl'infermi nelle case private, per ogni altra sorta di gente senza punto badare a ora, a stagione, a intemperie, a distanza di luoghi, portandovisi grondante di sudore o di pioggia, e quantunque stanco e rifinito per le molte altre giornaliere sue fatiche, da non potersi ascrivere se non a prodigio che non ne venisse meno. Aggiungasi il disprezzo della salute e della vita ancora, che mostrava prestandosi con prontezza ed assiduità all'assistenza degl'infermi affetti da tisi o da altro male contagioso, che certo è assai maggior cosa che non l'affliggere il corpo con cilizi e flagelli.
Non però si risparmiava altre mortificazioni. Parchissimo nel mangiare non prendeva che il puro necessario, lasciando qualunque altra cosa oltre quello, benché gustosa. Non curava se il cibo fosse o no sufficiente, bene o mal preparato, accadendogli di mangiare talvolta cibi disgustevoli e nauseanti senza che vi portasse osservazione di sorta. Beveva sempre assai adacquato, da doversi dire che piuttosto bevesse acqua con solo una stilla di vino. Desinando un dì presso un tal canonico, gli fu sul finir del pranzo offerto un poco di vino di Siracusa, quale volendo il De Rossi secondo il suo costume adacquare, fugli detto che in tal modo lo guastava. Al che rispose: È meglio che io guasti il vino, di quello che esso guasti me. D'un pranzo frugale non era punto migliore la cena che consisteva in poche cucchiaiate di semplice minestra e in una bibita d'acqua. Della qual parsimonia di cibo doveva egli risentire incomodo grave, abbondando di acidi atti molto a consumare.
Non trascurava inoltre occasioni che gli si davano di patire. Quantunque assai sensibile al freddo, soffrivalo volentieri, né fu mai che volesse coprirsi in tempo d'inverno coi guanti le mani abbenché gli si gonfiassero e gli divenissero di colore poco men che nero e si riempissero di piaghe. Nella state traeva partito di mortificarsi da quegl'importuni insetti che sogliono servire di non lieve tormento a tutti, non risentendosi mai alle continue molestissime punture, né usando diligenza alcuna per liberarsene. Chi avea cura delle sue biancherie ne stupiva vedendo come erano piene di sangue, e domandollo più volte come mai permettesse di lasciarsi così stranamente divorare. Rispose il De Rossi in aria di scherzo: Che volete che io faccia? Io son solo e quelli sono tanti: volete che litighi con quella moltitudine?
Della profonda sua umiltà. L'uomo virtuoso è anche umile, ché l'umiltà è il fondamento sopra cui s'innalza l'edificio delle virtù. Né il De Rossi avrebbe poggiato sì alto nella via della santità, se dall'umiltà non fosse stato sempre sostenuto e accompagnato. Quanti il conobbero tutti poterono osservare in qual basso concetto egli tenesse se stesso, quantunque fosse assai illuminato in ogni genere di cose. Giammai parlava di sé, né soffrir poteva si dicesse cosa alcuna in sua lode, il che se avveniva era pronto a volgere il discorso o a proferir parole che, a suo parere, doveano farne scemare il concetto. Portatosi ad ascoltare la confessione d'una inferma nel conservatorio delle Mendicanti, vi fu in quella comunità chi si fece con lui a discorrere di cose che poteano ridondare in sua gloria: ma egli per troncare il discorso subito le disse ch'era confessore del boia, e in fatti quella non aggiunse altro. Ben però provava compiacenza nel risapersi beffato da alcuno, e volentieri portava d'essere a torto ingiuriato anche da coloro che per qualche tratto benefico gli doveano delle obbligazioni. Mentre un giorno andava per la via con un sacerdote, gli si fece incontro un uomo che lo investì pubblicamente con aspre invettive, a segno tale che ne rimanevano maravigliati quanti passavano. Il De Rossi senza commuoversi e proferir parola, lo ascoltò pazientemente cogli occhi bassi fino a che piacque a quello di proseguire, e quindi si riunì al compagno col quale non fè motto di quanto era occorso, continuando a discorrere con tutta ilarità come se nulla di contrario avvenuto gli fosse.
Ogni studio poneva in non dar motivo alcuno di dispiacenza. Trattenendosi una sera a conversare dopo cena co' sacerdoti della Trinità, uno di questi per ischerzo mostrò di prendere in mala parte una parola innocentissima detta da lui lepidamente. Il De Rossi non potè andare al riposo se prima non si presentò in camera di quello a domandargli scusa e a chiedergli se era con lui in pace: e fu ben lieto quando sentì da quel sacerdote, rimasto edificatissimo di quell'atto di sommissione, che non si era punto turbato pel suo discorso.
Quantunque tanto si affaticasse in vantaggio dei prossimi e tanto bene producesse, pur sempre si ritenne per servo inutile. Pertanto a coloro che di quando in quando il persuadevano a cessare da tanta assiduità agli ospedali, sul riflesso che abbreviandosi la vita con tante fatiche non avrebbe potuto fare alle anime quel bene che recar poteva più lungamente vivendo, soleva rispondere che la sua morte non sarebbe stata di alcun pregiudizio poiché esso era inutile.
In ogni incontro mostrava come di sé pensasse, cercando sempre l'oscurità e l'abbassamento di se stesso. Nelle lettere astenevasi dall'apporre al suo nome il titolo di canonico. Più volte benché rinunziato avesse il canonicato al suo coadiutore ritenendo tuttavia lo stallo in coro, per l'alta stima che di lui si aveva dai colleghi fu destinato a celebrare funzioni canonicali: conveniva però loro astringervelo con precetto di santa obbedienza, considerandosi esso inferiore a tutti. In coro in forza della ritenzione dello stallo avrebbe egli dovuto precedere a' canonici coadiutori: ma non fu mai che vi si piegasse. A tal fine, per timore d'essere da quelli preferito, allorché si portava in coro, v'entrava prima degli altri per occupar l'ultimo luogo, dicendo umilmente che avendo rinunziato al canonicato, non era più canonico.
Dalla bassa stima che di sé ebbe, nasceva pure che in tutto si rimettesse al parere e al volere altrui a preferenza del proprio giudizio. Nelle missioni quantunque capo, pur sempre la faceva da soggetto, dipendendo in tutto dagli altri, né opponendosi mai alle altrui determinazioni, tuttoché non affatto conformi al suo genio. Anche in tempo che conviveva nella Trinità de' Pellegrini, sebbene non fosse egli de' sacerdoti stipendiati, anzi pagasse pel suo convitto, pure era dipendentissimo sino al sagrestano, discendendo prontamente ad ogni avviso di quello per celebrare la Messa, e celebrando a quell'altare che venivagli assegnato quantunque a lui incomodo. Fuggiva a tutto potere ciò che avrebbe potuto conciliargli lode, e così nel distribuire le limosine usava in maniera da non potersi guadagnare il nome di elemosiniere: però si serviva dell'opera altrui raccomandando caldamente che non manifestassero da qual parte venivan le limosine. Quando poi trattavasi di cose che potevano tornare in suo avvilimento, allora operava, per così dire, allo scoperto. Perciò era sempre co' poveri, co' contadini, co' birri e con altre persone che il mondo disprezza; gloriavasi di accompagnarsi con loro per le vie, di sollevarli da terra deboli di condurli infermi a braccio agli ospedali, di visitarli nei più meschini tuguri.
Erasi così abituato alla umiltà, che si faceva pregio di praticare gli uffici più vili e nauseanti. Negli ospedali, nelle case private assistendo agl'infermi esso rifaceva i letti, nettava i vasi, prestava ogni officio più basso; e talora l'umiltà sua conferì alla conversione di qualche ostinato che rimase compunto al solo vederlo. Giaceva nello spedale di s. Giacomo un giovane gravemente infermo di male contratto per le sue dissolutezze. Il De Rossi gli era dattorno per muoverlo a fare una general confessione, ma per quante istanze gli facesse quegli rigettavalo sempre da sé, con gravissima pena del buon canonico, il quale vedeva quel misero approssimarsi al fine de' suoi giorni con una morale certezza di perdersi rimanendo sì ostinato. Un giorno però avendolo il giovine osservato nell'atto che purgava i vasi degl'infermi, fu talmente colpito da quell'esercizio di umiltà che tosto lo chiamò, e tutto compunto gli disse di voler fare la confessione generale, avendolo mosso un tale atto; e poco dopo terminato di confessarsi, pieno di contento morì. Innamorato insomma di sì bella virtù il canonico De Rossi, in tutto spirava umiltà, nella camera, negli abiti, nel parlare, nel portamento: in guisa che si può dire che in tutto rappresentasse al vivo l'immagine di un uomo veramente umile.
Doni soprannaturali de' quali fu il Beato arricchito da Dio,
e grazie ottenute mediante la sua intercessione. Il Signore che si piace degli umili e gli esalta ed apre loro il tesoro de' suoi doni, oltre all'aver versato sopra l'umile suo servo il De Rossi la copia delle sue benedizioni, degnossi ancora arricchirlo di que' doni che diconsi gratis dati, e specialmente che tornassero in vantaggio delle anime per le quali tanto si affaticava, da che grande consolazione ad esso veniva. Ne riferiremo qui alcuni.
Tornava un giorno il canonico De Rossi sul far della sera dallo spedale di santo Spirito dove, secondo suo costume, erasi occupato a bene di quegl'infermi, e giunto al ponte s. Angelo, sentì un forte impulso di tornarvi, senza saperne trovare ragione. Secondò l'interna voce, e nuovamente avviossi all'ospedale, in sulla porta del quale incontrò un povero giovine tisico allora appunto là condotto. Accorse il canonico per prestargli aiuto, e ne udì tosto la confessione. Questa terminata, prima ancora che di là si partisse, l'infermo spirò ben contento di essersi potuto munire del sagramento di Penitenza.
Un giovane che si era confessato al De Rossi narrò di poi ad un tal Santacroce arciprete di Bracciano che il canonico, mentre si confessava, gli andava, con sua somma maraviglia, dicendo i peccati da lui commessi prima ch'esso li esponesse, come se glie li leggesse nel cuore. Altro fatto mirabile di simil genere accadde in Aquila in tempo di missioni. Una persona affatto sconosciuta al De Rossi gli si presentò per confessarsi. Accolselo amorevole, e udita la narrazione delle colpe interrogollo se avesse altro a dirgli. Rispostogli che no, il De Rossi gli palesò con tutte le circostanze un peccato che quegli aveva da molti anni commesso, del quale non si era mai confessato. Rimase sorpreso il penitente che in tal guisa potè fare una buona confessione, ed esso stesso narrò poi l'accaduto, ringraziando il Signore di aver compartito a quel missionario il dono di conoscere le cose occulte, per cui sì gran bene venuto gli era.
Altro fatto simile accadde in un altro paese della stessa diocesi di Aquila pure in tempo di missioni. Mentre il preposto della chiesa collegiata ascoltava le confessioni delle donne, fu richiesto da certuno di volerne udire la confessione generale. Quegli riflettendo che ciò gli avrebbe fatto impiegare molto tempo, e perché la cosa gli riuscisse più profittevole, stimò indirizzarlo al canonico De Rossi il quale stava entro una camera per le confessioni. Andò l'uomo, ma mentre invano cercava d'entrare impedito dalla calca che affollavasi all'ingresso della camera, il De Rossi che dal luogo ove stava non poteva in modo alcuno sentirlo, si fece all'uscio dicendo: Fate passare quell'uomo che mi manda il preposto. Introdotto così fece la sua confessione, dopo la quale veggendolo il preposto tutto sbigottito, domandollo che avvenuto gli fosse. A cui quegli: Dopo avere io confessati tutti i peccati de` quali mi ricordava, il padre missionario mi ha domandato se vi era altro, ed io ho soggiunti altri peccati, dopo i quali, parendomi così, ho detto non ricordarmi altro, ed egli mettendomi la mano sul capo ha seguitato ad esortarmi a dir tutto, e perché io tornai a protestare di non ricordarmi altro esso mi ha detto queste parole: E i peccati commessi dodici anni fa nel tal paese (nominandolo) perché non dirli? Io a tale rimprovero sono rimasto fuori di me senza saper che mi dire, ma egli stesso ha cominciato a dire i miei peccati con tutte le sue circostanze, come se vi fosse stato presente. Rimase anch'esso meravigliato il preposto, e desinando quella mattina coi missionari, interrogò destramente per conoscere se erano mai stati nel luogo indicato da quel penitente, e poté accertarsi che niuno di loro, compreso anche il De Rossi, avevalo mai inteso pur nominare.
Oltre alla cognizione delle cose occulte, ebbe anche il dono della prescienza datagli pur da Dio perché se ne potessero giovare i peccatori: sventuratamente però uno non ne profittò come siamo per narrare.
Nel fare l'ultimo discorso sopra la confessione generale nella terra or ora accennata il De Rossi voltosi ad un lato del palco disse: Eppure v'ha ancora in questa chiesa un peccatore che non vuol fare la confessione generale, e gli è tanto necessaria: che se non la fa in questa santa missione, non avrà più tempo di farla, perché sarà colto dall'ira di Dio. Stava in quella parte un uomo di età avanzata, che dopo il discorso si recò dal sunnominato preposto, e avete inteso, gli disse, le parole che il missionario ha dette, cioè che v'ha uno il quale non vuol fare la confessione generale? Ciò esso ha detto per me. Lo esaminò allora il preposto, e trovò che ne aveva preciso bisogno, ma per quanto l'esortasse a farla a lui o al De Rossi stesso, non poté vincerlo, che quegli rispondeva sempre non esser possibile. Partirono i missionari, e il dì seguente quel disgraziato mentre stava in un suo podere cadde morto improvvisamente in mezzo a un solco senza pur potere invocare il nome di Gesù.
Altre predizioni fece ancora il De Rossi prenunziando o infermità o ristabilimento in salute, che per brevità si tralasciano, venendosi a narrare alcune grazie ottenute da Dio per l'intercessione di lui.
Colto da morbo petecchiale GaudenzioVannini, fu ridotto a termine di morte e munito dei sagramenti, assistito dal sacerdote aspettava il suo vicino passaggio. Afflittissima ne vivea la moglie e per la perdita del marito, e per i molti figli che a suo carico tutti rimanevano, per i quali non aveva mezzi di sostentamento. Il De Rossi che più volte avea visitato l'infermo, giunte le cose a tal punto, pieno di compassione per quella infelice or via le disse, ad un'ora di notte mettetevi in ginocchio con la vostra famiglia a pregare per la salute di vostro marito mentre ancor io con i poveri questa sera pregheremo per lui. Ciò detto si partì alla volta di s. Galla. L'effetto provò quanta fosse l'efficacia della orazione del canonico, poiché appunto circa l'un'ora e mezzo di notte l'infermo diè tanta copia di sudore, che la mattina vegnente con stupore del medico e dei vicini si trovò migliorato assai e in pochi giorni perfettamente guarì.
Cadde gravemente malato il parroco di s. Maria in Aquiro Gaetano Fantoni, e si era avanzato il male a segno che, a giudizio dei professori, poco parea gli restasse di vita. La perdita imminente di sacerdote sì degno cagionava grave dispiacere a quanti lo conoscevano e in ispecie al De Rossi che spesso lo visitava. Se non che un giorno egli disse a' domestici che avessero fede, poiché voleva andare a visitare s. Filippo Neri e pregarlo per la salute dell'infermo. Vi andò difatto e, mirabil cosa, fatte le opportune indagini si vide che appena giunto il De Rossi a pregare all'altare del Santo, l'infermo cominciò subito a dar segno di miglioramento, e quindi tornò in perfetta salute.
Altra volta fu richiesto da Anna Chiari Palmieri di Celdomare diocesi di Sabina di benedirgli certo grano. Condiscese il De Rossi che ignorava il vero motivo di quella richiesta. E fu sì efficace quella benedizione che quel grano che da tre anni aveva contratto una infezione per cui divenivane una terza parte putrida e nera, seminato che fu quantunque così infetto, non solo non produsse grano viziato, ma se ne raccolse in maggiore abbondanza che non prima.
Ultima infermità e preziosa morte del Beato.
In mezzo alle tante fatiche sostenute per la gloria di Dio e pel bene delle anime, stanco ma non sazio ancora di faticare il De Rossi era giunto presso al termine de' suoi giorni. Già da qualche tempo egli con s. Paolo desiderava d'essere sciolto dai legami del corpo per unirsi a Dio, e sembrò che illustrato da lume superiore prevedesse il tempo della sua morte, poiché recatosi nel dicembre dei 1763 a visitare la sorella del canonico Caselli abitualmente inferma, le disse che nell'anno futuro se la sarebbero fatta insieme, e infatti quella morì nel gennaio seguente, il De Rossi nel maggio.
Una estrema debolezza nelle gambe e un totale sfinimento di forze fecero presentire che quest'uomo sarebbe presto mancato. Gli amici di lui che aveano gran premura si conservasse lungamente in vita, pensarono di condurlo a respirare aria salubre all'Ariccia, ed esso vi si recò dopo avere atteso per alcuni giorni agli esercizi spirituali nella casa della Missione a Monte Citorio e fatta la confessione generale. Parve nei primi giorni che si potesse aspettare buon effetto da quell'aria, ma indi a poco la debolezza e lo sfinimento crebbe per modo ch'egli volle ricondursi in Roma dicendo che avea piacere di morire nella Trinità de' Pellegrini, dove avea avuto per tanto tempo il suo soggiorno, e in mano di que' Sacerdoti che teneramente amava come altrettanti fratelli.
Tornò dunque in Roma circa l'ottobre del 1763, e sembrò il male desse alquanto di tregua. Poteva anche recarsi ad assistere e visitare gl'infermi e i poveri di quelle vicinanze, e poteva nella sua camera ascoltare le confessioni dei penitenti, il che gli era di gran consolazione. In tal guisa la durò fino alla mattina dei 28 dicembre, in cui non vedendolo uscire di camera all'ora destinata per la celebrazione della Messa, forte sospettarono i sacerdoti della Trinità non gli fosse occorso alcun sinistro. Recatisi pertanto alla porta della sua camera, né avuta risposta alle chiamate, forzarono l'uscio, e con amara sorpresa di tutti si trovò il canonico disteso in terra coperto della sola camicia, il quale preso da fiera apoplessia, forse nel momento in cui levavasi, giaceva privo di senso. Tosto lo alzarono, lo posero in letto e adoperati vari rimedi si ottenne che dopo tre ore si riavesse alquanto, benché gli rimanesse la lingua alcun poco impedita. Per timore non gli sopravvenisse un nuovo insulto gli fu subito recato il santissimo Viatico che avea mostrato desiderio di ricevere, e che ricevè con sentimenti della più grande divozione e co' segni del più acceso fervore. Aggravandosi il male in sulla sera, gli fu anche data l'estrema Unzione ma quando si aspettava il suo passaggio, migliorò di maniera che co' sentimenti ricuperò anche l'uso spedito della favella. Allora quelli ch'eran lì presenti l'interrogarono intorno al repentino caso per cui si trovò disteso in terra, ma egli non seppe altro rispondere se non che rammentavasi d'essersi destato all'ora solita e niente più. Risaputo poi ciò che gli avvenne ringraziò Dio d'averlo conservato in vita dopo essere stato per due ore tramortito sul pavimento, e molto più del favore d'aver potuto ricevere i sagramenti. E credendo dovere tra breve ora passare all'altra vita, con le lagrime agli occhi pregò l'uomo che assistevalo di voler per lui domandar perdono a tutti i sacerdoti della casa ed agli amici. Intanto il male andava diminuendo e il De Rossi poté levarsi di letto ed essere nuovamente in istato di celebrare la santa Messa, qual cosa fu a lui di somma consolazione. Ma dopo due mesi circa gli sopravvenne altro insulto assai più fiero del primo, per cui e dagli altri tutti e da lui stesso, il quale non avea perduto i sensi, si disperò affatto della sua salute. Vi accorse in quella occasione il parroco Luca Antonio Caselli che n'era il confessore ordinario, e siccome nell'ascoltarne la confessione gli andava suggerendo sentimenti di rassegnazione alla volontà di Dio e di abbracciare volentieri la morte, il De Rossi prorompendo in lagrime di tenerezza rispose che la morte la riguardava con occhio indifferente e senza alcun timore, e che questo medesimo riconosceva per una grazia speciale di Dio che volesse forse in quel punto consolarlo, per quell'amore e quella carità che avea procurato di usare ai poverelli.
Tuttochè per questa ricaduta si credesse prossima la morte, nondimeno la durò, ma assai infelicemente, per altri due mesi. In questo tempo egli diè luminose prove di pazienza, di rassegnazione e di tranquillità. Soggetto in tutto a quanto venivagli ordinato dai medici, non si oppose loro in menoma cosa, né trascurò mezzo da quelli indicatogli per ricuperare la salute, quando fosse così piaciuto a Dio per sua gloria. Merita qui d'essere riferito un tratto che fa conoscere quanta fosse la delicatezza di sua coscienza. Il medico credé prescrivergli l'uso de' brodi di vipera stimandolo rimedio opportuno al caso. Il De Rossi ciò udito incaricò la persona assegnatagli a servirlo d'informarsi segretamente della spesa che si richiedeva; perché se fosse stata considerabile, per non essere di soverchio aggravio al pio luogo della Trinità avea risoluto di farsi trasportare all'ospedale de' Benfratelli.
Il non potere a cagion della sua malattia adoperarsi come prima in bene delle anime eragli del più vivo rammarico, tanto più che vedeva i suoi amici esercitarsi indefessamente in opere di carità. Benché cercasse di passare le ore con profitto in sante orazioni, nel farsi frequentemente leggere la vita di s. Filippo Neri e di altri Santi e nell'ascoltare le confessioni de' suoi penitenti, pure quel vedersi inabile al tanto di più che prima faceva, gli serviva di pena. Nondimeno si contenne sempre con moderazione sì grande, che non diè mai segno né proferì parola la quale mostrasse in questa parte il menomo difetto. Solo portando la necessità di parlarne solea dire non essere più buono a nulla, ma con tanta tranquillità e pace di spirito, che ben vedeasi quanta fosse anche in ciò la sua conformità al divino volere.
Durante questa lunga infermità, i poveri di s. Galla, i contadini e l'altra gente abbandonata, ch'erano stati sempre a cuore del De Rossi, non cessarono d'essere l'oggetto de' suoi pensieri e delle sue premure. E prevedendo che non sarebbe stato più in grado di giovar per se stesso a quelle anime, desiderava ardentemente che gli altri il facessero. Però con le lagrime agli occhi non lasciava di raccomandare agli ecclesiastici che lo visitavano le opere di carità solite farsi a quelli, studiandosi di perpetuare nella persona di altri quel bene che con tanto zelo aveva egli praticato per sì lunghi anni,
Avvicinavasi intanto la festa di s. Filippo Neri specialissimo protettore del canonico, ed egli una grazia a grandi istanze da lui implorava. Da qualche tempo era divenuto impotente a celebrare la santa Messa, e desiderando poterla almeno celebrare in quel dì, facevasi di frequente condurre alla cappella interna della casa per provare all'altare se avrebbe potuto riuscirvi: raccomandavasi ancora alle orazioni degli amici, sperando così di ottenere una consolazione tanto desiderata. Se non che Dio aveva diversamente disposto.
Era il dì 21 Maggio, e in sull'imbrunire trattenevasi il De Rossi con alcuni sacerdoti suoi confidenti, quando si vide a un tratto impallidire straordinariamente, dicendo esso che sentivasi mancare nello stomaco. Fu posto in letto, ove adagiato mostrò desiderio di quiete e che non s'introducessero a lui se non alcuni sacerdoti di sua maggior confidenza. Scorsa così un'ora, levossi sul letto per prendere alcun ristoro; ma levatosi appena e interrogati due sacerdoti quivi presenti intorno ai poveri di s. Galla e alle povere adunate in un reclusorio aperto in quell'anno di carestia, fu nuovamente sorpreso da colpo apopletico che degli altri fu assai peggiore. Perciocché gli si ridestarono tali e tante le convulsioni nel capo, nelle mani e quasi in ogni parte del corpo, che ne fu tutto deformato e per esserne strangolato. Era tale la violenza, che dallo sforzo eccessivo diè sangue dalla bocca, e durò in questo misero stato fin oltre alle due ore della notte. Si calmò finalmente, e allora postosi a giacere su di un lato col suo solito devoto sembiante, cogli occhi aperti come in atto di chi guarda, senza però dar segno alcuno di capire, rimase così fino alla rnattina del 23 in cui alle ore 9 italiane spirò placidamente l'anima sua benedetta nelle mani di Dio, che con tanto amore ed impegno avea servito nella persona de' suoi poveri.
Seguito appena il passaggio del canonico De Rossi, volle Iddio manifestare ad un intrinseco di lui come sel fosse accolto nella sua gloria. Era questi un sacerdote che dimorava in Bracciano luogo dove erasi già recato il De Rossi per le sante missioni. A costui nel giorno stesso e nell'ora in cui quegli spirò parve nel sonno vedere una risplendente croce in mezzo ad un campo di luce che reggevasi in aria: una folla di popolo contemplava il prodigioso spettacolo, e domandato esso che mai ciò significasse, udì rispondersi da incognita persona, e con voce assai sensibile che il Figliuolo di Dio sotto questa forma andava incontro ad onorare un suo servo defonto. Destatosi il sacerdote restò ammirato di quanto eragli apparso né sapeva come spiegarlo quando ebbe tolto ogni dubbio, poiché risaputa la morte del De Rossi e confrontando il giorno e fora, comprese che la santa anima di lui in quello stesso istante incontrata dal divino Redentore era volata in cielo.
Onori resi al cadavere del Beato e stima grande che di lui si aveva. Per la morte del De Rossi rimasero dispiacentissimi i suoi amici che aveano perduto il loro esemplare, il loro maestro, la loro guida: ben però trovavan modo da consolarsi riflettendo all'esimie virtù di lui per le quali tanti meriti erasi acquistati presso Dio. Pensarono intanto a rendere gli ultimi onori al benedetto cadavere a proprie spese nel modo più solenne che possibil fosse, non soffrendo di vederlo confuso con gl'infimi della plebe, come senz'altro sarebbe accaduto se si fosse voluto incontrare anche dopo morte il genio mostrato da lui in vita, o avesser dovuto oprare a misura delle facoltà lasciate dal defunto, che ascendevano alla tenuissima somma dì quattro paoli e mezzo.
Desideravano essi che ne fosse condotto in giro per la città il cadavere, ma opponevasi la proibizione di esportare dalla casa della Trinità alcun defunto, a motivo che pendeva tuttora indeciso a chi de' parrochi vicini ne spettasse il diritto. Non sì tosto però seppero que' parrochi il desiderio degli amici del De Rossi, che convennero volentieri ad accordare il permesso, e fra gli altri uno di loro si espresse che si sarebbero fatti rei di scandalo, se non avessero cooperato di onorare un uomo, che veniva onorato universalmente da tutti.
Pertanto si dispose per trasportare di notte il cadavere che era stato in tutto il giorno esposto nella cappella interna della casa avendovi a gran folla concorso il popolo. Convenne al trasporto l'arciconfraternita della ssma Trinità alla quale era ascritto il De Rossi, e circa sessanta ecclesiastici tutti volontariamente offertisi per pura devozione, e fra questi erano anche parrochi e beneficiati i quali intervennero senza punto badare a distinzione o precedenza dovuta al loro grado: e in numero maggiore vi sarebbero ancora intervenuti i sacerdoti se vi fosse stato tempo di provvedere per tutti le cotte.
Con tale compagnia si portò in giro per varie strade di Roma quel santo cadavere. Seguivano la bara tutti i poveri soliti a ricoverarsi nell'ospizio di s. Galla, i quali aveano perduto il loro affettuosissimo padre. Formava spettacolo assai commovente tutta quella turba di miseri che frequentemente interrompevano le pie preci con lagrime e strida compassionevoli, deplorando la propria disgrazia, e rammentando ciascuno i soccorsi e le limosine che dalla benefica mano del De Rossi avea ricevuto. A folla accorreva il popolo da ogni strada a rimirare per l'ultima volta quell'uomo che era stato l'oggetto dell'amore di tutti. Al passar della bara molti, anche persone ragguardevoli, prostravansi a terra genuflessi in atto di raccomandarsi per qualche grazia. In mezzo a tali dimostrazioni di onore e di affetto fu ricondotto il cadavere alla chiesa stessa della Trinità.
La mattina seguente giaceva esposto sopra un alto e magnifico letto ricoperto con coltre di broccato d'oro, e la chiesa era addobbata a lutto. La calca del popolo fu sempre immensa, e udivansi risuonare voci dalle quali ben rilevavasi il concetto che aveasi comunemente del defunto. Altri diceva beato lui! altri questi è un gran santo esclamava , altri replicava oh! che gran servo di Dio. Centocinquanta furono le Messe celebrate in quella mattina per l'anima di lui da vari sacerdoti che accorsero tutti tratti dalla stima in che l'avevano. Più di sessanta ecclesiastici recitarono l'ufficio dei defonti sedendo tutti promiscuamente, quantunque vi fossero ancora canonici e parrochi. La solenne Messa fa pontificata da monsig. Giovanni Lercari in allora arcivescovo di Adrianopoli, accompagnata da musica eseguita dai cappellani cantori pontifici. Terminata l'assoluzione si procedé alla tumulazione del cadavere, riuscendo a stento di fare sgombrare la chiesa dall'immenso popolo affollato. Fu riposto il cadavere in una cassa di cipresso dopo averne baciato la mano i sacerdoti e chierici ch'erano presenti, e tumulato con la maggior sollecitudine perché non venisse al tutto spogliato, procurandosi da molti strappargli i capelli e tagliargli le vesti per divozione. Chiusa la cassa e fermata con cinque sigilli improntati dell'insegna dell'arciconfraternita, e collocata dentro un'altra cassa, il sagro deposito fu riposto in un cavo appositamente praticato nel pavimento presso l'altare dedicato alla Vergine in cornu evangelii.
Anche il Capitolo di s. Maria in Cosmedin non contento di aver dato suffragio a questo loro fratello nella propria basilica, volle avere la consolazione di suffragarlo nel luogo stesso di sua sepoltura. Vi si recò pertanto il giorno 8 giugno 1764 e vi celebrò un solenne funerale. Era pur ragionevole che là si desse un tributo di pubblico ossequio al De Rossi, dove più che altrove erasi segnalata la sua carità. Però quei sacerdoti ch'eransi preso il carico del trasporto del cadavere e dei funerali nella chiesa della Trinità, vollero a proprie spese celebrare altro solenne funerale in s. Galla. Messo a lutto quel sagro tempio e nel mezzo erettovi un magnifico catafalco con molti ceri all'intorno, il dì 17 settembre dell'anno stesso vi fu invitato quasi tutto il clero di Roma. Oltre a moltissimi ecclesiastici di grande riguardo che v'intervennero, fu decorata la sagra funzione dalla presenza dei due cardinali Marco Antonio Colonna Vicario di Roma e Giuseppe Maria Castelli. In questa occasione celebrò l'elogio delle virtù ed opere esimie del defunto con dotta ed eloquente orazione il sacerdote Giovanni Maria Toietti beneficiato della basilica Vaticana, ch'eragli stato amico intrinseco.
Da tutto ciò ben si comprende in quanta stima fosse il De Rossi presso ogni sorta di persone. E per verità sin da giovinetto egli era l'ammirazione e l'esempio de' suoi compagni e veniva chiamato l'apostolo del collegio romano. Il p. Contucci che l'ebbe in scuola per apprendere belle lettere, soleva chiamarlo il nuovo s. Luigi Gonzaga, tanta era la virtù che in lui traluceva quando contava solo tredici anni: e se aveva alcuno trà scolari che traviato fosse, assegnavagli a compagno il De Rossi, sicuro di ottenere l'intento della emendazione di quello. Il p. Francesco Maria Galluzzi ch'era il confessore di lui, uomo di quella singolar pietà che tutti sanno, poco prima di morire parlandone con l'avvocato Stefano Palliani ebbe a dire che il De Rossi era un santo.
A misura che avanzavasi negli anni cresceva ancora il buon concetto che di lui si aveva, rendendosi maggiormente visibile la sua virtù. Persone colte, ragguardevoli ecclesiastici, dotti prelati il chiamavano uomo santo, apostolo di Roma, un santo del loro tempo, cacciatore valoroso di anime, un missionario santo, un nuovo s. Filippo. Quanto grande fosse la stima in cui avealo, il venerabile servo di Dio monsig. Giovanni Francesco Tenderini apparisce chiaro dalle lettere che scriveva al cugino di lui e dalla seguente giurata attestazione del canonico Carlo Paradisi confidentissimo del Tenderini, che così s'esprime: «Mi diceva il ven. servo di Dio monsignor Tenderini ogni volta che veniva l'occasione di parlare, della felice memoria del canonico De Rossi, che lo riconosceva come un uomo di ricercata santità, di angelici costumi, e che avrebbe fatto col crescere degli anni un gran bene nella chiesa di Gesù Cristo, e che era un sacerdote che nel portamento e compostezza potea servire di norma e regola a tutti gli altri ecclesiastici che l'avessero trattato o ancora soltanto veduto.» Pel concetto che ne aveva il pio vescovo, ridotto all'ultima sua lunga e tormentosa malattia, volle essere da lui assistito. Che se non poté averlo presente al suo passaggio essendosi di quel tempo il De Rossi restituito in Roma, lasciò un attestato amplissimo della stima e dell'affetto che per lui nudriva, poiché nel suo testamento oltre all'essersi espresso di riconoscerlo come fratello, il volle da tutti distinto, lasciandolo erede del suo anello vescovile, della sua cappa e della sua mostra d'oriolo perché misurando con essa il tempo delle sue orazioni abbia in esse memoria, soggiungeva, dell'anima mia.
Alto concetto pur n'aveano formato i superiori ecclesiastici, seguendo i consigli ch'esso dava e frequentemente adoperandolo in bene dei fedeli. Tanta stima concepì di lui monsig. Anton Maria Erba che, essendo commendatore dell'archiospedale di santo Spirito, da lui volle un regolamento sì per l'ospedale che per quel numerosissimo conservatorio. Egli pur fu che volle trasferirlo qual convittore nell'ospizio della ssma Trinità de' Pellegrini affinché vivesse con maggior comodità. Promosso in seguito alla sagra porpora e divenuto Vicario di Roma, con esso conferiva intorno alle cose tutte della sua coscienza, e in mano a lui depositava le larghe limosine che a' poveri distribuiva. Né minor stima mostrò verso De Rossi. il cardinale Guadagni anch'esso Vicario di Roma, il quale spesso dell'opera sua servivasi per rimediare a' disordini che in Roma nascevano, consultavalo spesso, e alle sue insinuazioni aderiva. Anche il cardinale Neri-Corsini con quanti parlavane, ripetea elogi grandissimi, predicandolo per santo.
Ma troppo lunga cosa sarebbe qui noverare tutti que' cardinali, prelati ed altri illustri personaggi che aveano del De Rossi la più alta stima, i nomi de' quali sono registrati ne' processi. Sacerdoti, religiosi, in ispecie que' della congregazione della missione, e dei Fate bene fratelli, monache, buona parte della nobiltà romana amavano confessarsi al De Rossi, il richiedevano di consiglio, di direzione, di esercizi spirituali, di missioni. Lo stesso sommo pontefice Benedetto XIV in varie circostanze mostrò d'aver molta stima di lui, e particolarmente nell'avergli affidato l'opera di tanto suo impegno della istruzione a' birri, nel servirsi di lui per la riforma del clero e nello stabilire gli annui catechismi in preparazione alla solennità di Pasqua propostigli dal De Rossi. Qual concetto poi avesse di lui il popolo, manifestavasi dalla folla immensa che teneagli dietro per ascoltarlo nelle istruzioni e nei discorsi, che attorniavalo nei confessionali, dai segni di particolare ossequio che gli rendevano incontrandolo per le vie, dalla quantità di forestieri d'ogni nazione che fin da lontanissimi luoghi muoveansi per confessarsi a lui. Infine è da notare com'egli vivea tuttavia, quando molti riserbavansi alcune delle sue robe come reliquie.
Questa stima rimase ferma e crebbe ancor più dopo la preziosa sua morte. Moltissimi richiesero di qualche oggetto stato di suo uso per tenerlo in conto di reliquia, e si reputarono fortunati coloro ai quali il De Rossi prima di morire distribuì alcune sagre immagini in carta o il breviario. La devozione singolare inverso di lui trasse una quantità di sacerdoti d'ogni grado ad unirsi spontaneamente per associarne il cadavere. E ben pur mostrossi il concetto del popolo in quella circostanza, essendo in folla accorso a rimirare il benedetto cadavere in tutto il tempo che fu esposto, e nel trasporto che se ne fece, prostrandosi pur moltissimi al passar della bara, come se venerassero un Santo. Mostrossi in fine la stima e il concetto di santità pel De Rossi dall'invocarsene dopo morte l'intercessione, la cui efficacia degnossi Dio manifestare con segnalate grazie accordate a chi aveavi fatto ricorso, come ora siamo per narrare.
Di varie grazie ottenute da Dio ad intercessione del Beato
dopo la sua morte. Non eran corsi che pochi giorni dalla beata morte del canonico De Rossi, quando cominciò Dio a rendere per mezzo di grazie e prodigi testimonianza delle virtù di lui. Francesca Porcigliani avea un figliuoletto sofferente nelle mani per spine ventose. Ogni diligenza usata a risanarlo era uscita vana, e da più professori sentì dirsi che il figliuolo non poteva guarire senza un miracolo, o per lo meno resterebbe storpio. Ciò non ostante proseguì la donna ad applicargli altri rimedi, ma tornando tutto inutile perdé ogni speranza.
Frattanto seguì la morte del De Rossi, e costei fu esortata a condurre il figlio alla chiesa della ssma Trinità standovi esposto il cadavere, per implorarne grazia. Ella che per le preghiere di lui tuttora vivente avea visto sorgere da vicina morte il parroco di s. Maria in Aquiro Gaetano Fantoni, non pose tempo in mezzo e là s'avviò col figlio, e avrebbe voluto fargli toccare il cadavere. Però non essendole concesso e confortata ad aver fede nella intercessione del defunto, le fu promessa una sua reliquia, ed ebbe infatti una parte della fettuccia di color nero con cui erano state legate le mani del cadavere. Piena di fiducia la donna l'applicò alle inferme mani del figliuolo e fu consolata, poiché scorsi due o tre giorni s'avvide che le mani erano guarite e sparita ogni enfiagione, salvo che rimase lievissima in un dito della mano sinistra, senza però che sentisse più incomodo o dolore di sorta il fanciullo, il quale ripeteva che il Santo l'avea guarito.
Questa stessa donna recatasi a visitare certa sua amica Lucia Ruspi travagliata già da tre mesi da una parotide al collo, e che, sperimentati senza frutto più rimedi, era stata spedita da' medici, trovò ancora preso da una febbre ardente il marito. Ella avea seco recato la fettuccia il cui valore avea sperimentato, e toltine alcuni fili li diè a bevere ad ambedue mescolati col brodo, ed altri appliconne al collo della paziente con speranza di ottenere la guarigione. E l'ottenne di fatto, mentre l'uomo levossi in quel giorno stesso libero affatto di febbre, e la donna, rottosi dopo poco tempo il tumore da per sé senza altro rimedio, quando era deciso di applicarvi il fuoco, ricuperò ancor essa perfettamente la salute.
Infermossi al 10 di agosto del 1769 per febbre putrida suor Rosa Camilla Sonanti monaca professa nel monistero di s. Lucia di Rieti, e per ventisette giorni continui fu in pericolo di vita. Finalmente quando credeva d'essere libera da questa febbre, le sopraggiunse un tumore in una gamba che cagionavale spasimi atroci con febbre e gravissimo pericolo. Molti rimedi si uscirono, quali tornati tutti invano si venne al taglio; ma non però si guarì l'inferma; che anzi e per la debolezza, e per le itterizie che incominciavano ad apparire, e per una lenta febbretta che mai non la lasciava, forte temevano i professori non dovesse soccombere. Mentre era in questo stato, il confessore del monistero le dié una particella di camicia del De Rossi. Ne inghiottì alcuni fili l'inferma pregando con fiducia la ssma Trinità e Maria Vergine per ottenere la sanità ad intercessione di lui. Or, non passarono tre giorni che dileguossi affatto la febbre, e con essa svanì ogni altro sintomo di malattia.
Non fu però questa sola la grazia che ottenne. Imperocché sul cominciar di novembre dello stesso anno 1769, le si gonfiò un braccio con dolori atrocissimi. Proseguì il male sino ai 18 di marzo del seguente anno 1770, giorno in cui tanto crebbe l'enfiagione e il dolore, da non potersi pur segnar colla croce. Applicò allora al braccio addolorato una immagine del Beato rinnovando le preghiere alla ssma Trinità, e la mattina seguente si trovò libera affatto dal dolore, e svanito il gonfiore senza che più tornasse ad apparire.
In Mercetelli terra della diocesi di Rieti nel settembre dell'anno 1773, giunta al parto una povera donna per nome Luisa Sestili, né potendo sgravarsi, era ridotta a termine di morte. Già da quattro giorni così trovavasi quell'infelice gittando dolorose grida, quando uno de' 5 sacerdoti che là erano per le missioni preso da compassione v'accorse e le diè una immagine del canonico De Rossi animandola a sperare di ottenere la grazia per i meriti ed intercessione di lui. Prese la donna l'immagine, e, appena l'ebbe al corpo applicata che immediatamente diè alla luce una bambina, e madre e figlia sopravvissero, ritenendo di avere conseguito la grazia per quell'invocazione.
Anna Marchetti di Foligno giovane di circa trentadue anni da molto tempo era inferma per più mali, ma in ispecie di stomaco, e tanto che non poteva reggere cibo alcuno, e in fine neppure il brodo. Così rifinita di forze, con deliqui che duravano fino ad una intera ora e convulsioni mortali, era sul punto di cessare di vivere. Munita dei sagramenti era assistita dal suo confessore in quell'estremo, e quei di famiglia ritiratisi dalla camera ove giaceva aspettavano con dolore l'annunzio della sua morte. In tale stato erano le cose il di 13 Luglio del 1811, quando una monaca del monistero di s. Caterina le mandò una immagine del canonico De Rossi facendole dire che ne avesse gran fede. In sulle ore 19 l'inferma fu sorpresa da un deliquio più forte: in questa vide il Beato in abito canonicale entrare nella stanza. Essa gli si raccomandò, e quegli dettole che si levasse poiché era sanata, disparve. Rinvenne allora l'inferma, e additando l'immagine del De Rossi, questi, esclamò, è appunto quegli che ora ho veduto. Chiese quindi le vesti, si levò, mangiò con appetito, e proseguì a vivere libera affatto da quel male che sì aveala travagliata.
Più maravigliosa poi è la sanazione che per l'intercessione del Beato ottenne Maria Lupardini Mecone di Rocca di Papa. A costei dopo un parto si enfiò e indurì in straordinario modo una mammella, per cui in seguito dovè per due volte soggettarsi al taglio, ma inutilmente, e inutile pure riuscì ogni rimedio che più medici si provarono d'applicarle. Dopo due anni era tanto cresciuto il male, che divenuta la mammella al tutto nera, dura e incancrenita, ne fa disperata la cura. Un suo congiunto veggendola a tale stato ridotta le diè un pezzetto della camicia del De Rossi con una immagine di lui perché la ponesse sulla parte offesa. Fecelo la donna con gran fede, e raccomandatasi a Dio concepì tanta speranza di risanare, che gittò per la fenestra ogni medicamento sin allora usato. Ma quei di famiglia vollero onninamente farla osservare da un abile chirurgo di Frascati, il quale vista la parte giunta all'ultimo stato di cancrena, francamente le disse si preparasse pure a morire, perché al suo male non davasi alcun rimedio. La donna senza sgomentarsi se non avete voi, rispose, alcun rimedio, io ne ho uno sicuro, e mostrando il pezzetto di camicia e l'immagine del De Rossi soggiunse che per mezzo di questo Santo sperava la guarigione sicuramente. Alcuni giorni dopo i dolori nella mammella divennero acerbissimi, ed era appunto il segno indicato dal chirurgo della prossima morte. Alla sera giaceva prostrata affatto ed era assistita dall'arciprete del luogo, ma non cessava d'invocare col cuore più che con le labbra il canonico De Rossi. Indi a poco prese sonno e dormì quietissima fino al giorno vegnente, quando destatasi, con immensa sua consolazione si trovò guarita dei tutto. La mammella era tornata allo stato suo naturale, sparita ogni enfiagione, la durezza, il nero colore e la cancrena. Di più ricuperò all'istante le forze che da qualche mese avea perduto, di guisa che poté da se stessa vestirsi, e in quello stesso giorno porgere il latte ad una bambina che poté anche accostare alla mammella sanata, uscire di casa, ascoltare la Messa, e portare due carichi di biancheria da lavare alla fontana distante dalla Rocca più di mezzo miglio, e in florido stato di salute proseguì lungamente.
Tralasciando ora per brevità varie altre grazie e prodigi che il corpo riguardano, gioverà riferirne alcune che si rapportano all'anima.
Cert'uomo era continuamente agitato da stimoli di senso, e avea pur la disgrazia di cader frequentemente in peccato. Molti mezzi avea posto in uso per liberarsene, ma veggendo tutto tornare inutile prese finalmente il partito di ricorrere a Dio acciò per i meriti del De Rossi, morto di fresco e di cui aveva altissima opinione, si degnasse toglierlo da tanta miseria. Fu per lui quasi la stessa cosa il pregare e il riportare la grazia, a segno che laddove prima agli assalti della tentazione cadeva quasi sempre, dopo questo ricorso non solo superò la tentazione, ma ogni moto sensuale affatto gli si dileguò. Il che volle egli che si manifestasse a gloria di Dio e ad onore del suo servo.
Infermossi gravemente certuno in Roma, ed essendo in pericolo, voleva il medico che disponesse le cose dell'anima sua. Quantunque però più volte gliel replicasse, e moltissimo si adoperassero il parroco ed altro zelante sacerdote per indurlo alla confessione, non era possibile il rimuoverlo dalla ostinatezza in rifiutarsi. Intanto più si avvicinava alla morte, e que' due sacerdoti addoppiavano l'esortazioni, ma invano. Allora il parroco si pose con viva fede a pregare il canonico De Rossi perché ottenesse a quell'infelice la grazia della conversione. Portagli quindi a baciare una immagine del medesimo, glie la pose sulla testa dicendo - Per intercessionem venerabilis canonici De Rubeis liberet te Deus ab omni infirmitate mentis et corporis. - Cosa mirabile! Terminate appena quelle parole, l'infermo senza che gli venisse fatta altra esortazione domandò di confessarsi, e si confessò il giorno vegnente con molte lagrime e segni di sincero pentimento. Così ricevé il santissimo Viatico per le mani dello stesso parroco e l'estrema Unzione, e dal medesimo assistito placidamente spirò.
Altra grazia spirituale ottenne pur una tal persona, la quale in varie circostanze avea sperimentato l'efficacia della intercessione del Beato. Erasi costui un giorno raccolto nella cappella interna dell'ospizio della Trinità, dove appunto era stato esposto il cadavere del De Rossi, e preparavasi per la confessione. Desiderando concepire una vera contrizione, dopo avere esaminata la sua coscienza, si fece a supplicare il Beato in questi termini: - Signor canonico, voi che in questa cappella steste esposto dopo la vostra morte, e che adesso state a godere Iddio nel cielo, impetratemi vi prego una contrizione, ma veramente grande, cosicché considerando i miei peccati li possa dirottamente piangere e detestare con tutto il cuore. - Fatta questa preghiera sentissi talmente intenerire, che cominciò subito a spargere copiose lagrime, e fu tale e tanto il pianto e il dolore, che non avea giammai provato il simile, e il confessore stesso si fece in qualche modo a sgridarlo perché cessasse. Ma per quanta violenza si facesse, non gli fu possibile rattenere le lagrime che proseguì a versar copiosissime restando anche dopo la partenza del confessore in questa sua amarezza di contrizione. Ed avendovi riconosciuto una grazia singolare e di gran lunga superiore a qualunque grazia temporale, desiderò che si rendesse pubblica affinché, soggiungeva, da questa si animino coloro che leggeranno la vita del canonico a fare ricorso a questo servo di Dio, allorquando sentiranno duri i loro cuori in piangere i propri peccati, perché impetri loro una vera contrizione.
Due miracoli operati ad intercessione del De Rossi
e dalla Santità dì N. S. Papa Pio IX
approvati per la Beatificazione.
Fra i vari prodigi operati da Dio in esaltazione del suo' servo due de' più splendidi furono scelti dai Postulatori della Causa di Beatificazione e proposti alla discussione avanti la congregazione de' ss. Riti, i quali furono poi approvati dalla Santità di Nostro Signore Papa Pio IX con decreto emanato il dì della Immacolata Concezione di Maria Vergine nel 1858 e promulgato nella cappella Sistina al Vaticano dopo la solenne Messa alla presenza del sagro Collegio, della Prelatura, della Magistratura romana e di quanti sogliono aver luogo nelle funzioni che quivi si celebrano.
L'un dei miracoli avvenne nella persona del sacerdote Bernardo Richino arciprete di Gavi dell'età di circa sessanta anni, nepote del Beato. Questi che già avea contratto un riscaldamento per essersi il di 24 giugno 1822 recato a visitare un infermo in campagna, riscaldamento aumentatosi il giorno 30 coll'intervenire ad una processione di penitenza, così malsano andò in una villa prossima a Gavi vestito leggermente come portava la stagione, che era nel luglio. Per improvvisa intemperie l'aria divenne fredda, e al Richino tornato in casa verso sera si sviluppò una forte infiammazione di petto. Accorse tosto il medico, e trattogli sangue più volte e apprestatigli molti rimedi si studiò di vincere la forza del male, che tuttavia aumentavasi e più allarmanti manifestava i sintomi, cioè giacitura impedita d'ambo i lati, difficoltà di respiro, tosse con sputi sanguigni, alvo intestinale occupato, dolore nel petto che cresceva sotto la respirazione e febbre continua che diminuiva alla mattina, aumentavasi alla sera. Dopo venti giorni circa, tornato vano ogni medicamento, la malattia dallo stato acuto passò al cronico, e sopravvenne la suppurazione al polmone, e gli sputi dell'infermo di sanguigni ch'erano, divennero marciosi. Non si lasciò intentata cosa alcuna che potesse giovarlo, vescicanti, unzioni escarotiche, unzioni al petto e quanto altro suggerisce l'arte medica in simili casi. Il male però non rallentava: gli sputi del Richino erano divenuti sì marciosi e fetenti che lo stesso chirurgo dichiarò non aver mai sentito tanto fetore: perduta quasi totalmente la voce, enfiate le gambe, si aggiunse la diarrea colliquativa, il freddo sudor notturno e la cancrena al decubito da esser impedito a giacere nel letto, e la macilenza era tale che appariva uno scheletro. Giunte a tale stato le cose, il medico dichiarando esser quella
tabe polmonare e affatto disperato il caso, non volle più visitarlo, non reggendogli il cuore a veder perire un amico qual gli era il Richino, senza potergli in modo alcuno giovare. Intanto l'infermo che vedeva crescere il furore del male, volgeva continue preghiere al suo zio canonico De Rossi la cui immagine teneva appesa alla parete di contro al letto, raccomandandogli la sua salute, quando fosse stato di gloria a Dio e vantaggio alla sua anima, e pieno di confidenza
caro zio, dicevagli,
credeva di fare il panegirico alla vostra Beatificazione, ma pazienza!
Così era giunto fino al giorno 6 di settembre in cui ricevé per la seconda volta il Viatico, e si aspettava di momento in momento che spirasse, anzi s'era già sparsa notizia della sua morte che pervenne alle orecchie della fel. me. del cardinal Lambruschini allora arcivescovo di Genova, il quale trovavasi in que' dintorni in occasione di sagra visita, e si affrettò a suffragarne l'anima. Ma quello era il giorno in cui Dio voleva esaltare il nostro Beato, e premiare la fiducia del buon sacerdote che a lui tanto raccomandavasi. Ricevuto il Viatico, sentissi alquanto megliorato, e la tosse che tanto avealo tormentato per l'addietro dié posa. Per trovar sollievo dalla cancrena si volse sul fianco sinistro, e benché credesse di non potervi durare, com'era per lo addietro, pure s'addormentò placidamente. Destatosi dopo quattr'ore si avvide con maraviglia d'aver dormito sul fianco sinistro. Si volse all'altro lato e seguitò a dormire senza incomodo di sorta, sinché risvegliatosi conobbe d'essere perfettamente guarito, essendo disparso ogni sintomo di male, financo la cancrena. Pieno di riconoscenza allora esclamò:
Ah! caro zio, da cui ripeteva il miracolo di sua guarigione che levandosi di letto conobbe sempre più perfetta. Tale avvenimento mosse un senso di meraviglioso stupore, e molto più nel chirurgo, il quale recatosi in quella mattina all'infermo certo di trovarne il cadavere, vide invece il Richino in perfetto stato di salute, e giudicò quella sanazione esser avvenuta per miracolo che tutti attribuirono alla intercessione del De Rossi, ringraziandone di cuore Dio che si manifestava cotanto ammirabile nel suo gran servo.
Assai più lunga e dolorosa fu l'infermità da cui per intercessione del Beato fu istantaneamente liberata Marianna Montanari donzella romana, quando appunto si credeva che di pochi istanti avesse ancora a tardarne la morte. Era costei nel decimosettimo anno di sua età e già di malferma salute per una forte paura che la prese nel mese di giugno 1827. Sul finir di dicembre dello stesso anno mentre era per ascender l'erta che conduce a s. Pietro in Montorio, il soffiar gagliardo d'un vento freddo le cagionò una stretta nel petto da non poter più proseguire il cammino, per cui dové tornarsene sorretta da una donna al monistero di s. Rufina dove dimorava. Tosto le si sviluppò forte dolore al destro lato e al petto, grave difficoltà di respiro, tosse con escreati sanguigni che emetteva ancora senza tosse, e febbre. In breve si ridusse in pericolo di vita e fu munita dei sagramenti. Per la forza dei rimedi apprestati sembrò diminuisse il male, e nell'undecimo giorno si trovò senza febbre. Ma che? Ben tosto rícomparve, e proseguiva pure la tosse secca, l'escreato sanguigno, il dolore al petto che impediva la respirazione, in guisa che l'inferma non poteva stare in letto se non alquanto sollevata.
Era il marzo del 1828, e durando nello stesso stato la malattia, il medico che la giudicò ormai insanabile, suggerì la mutazione d'aria. Si recò dunque Marianna in Genzano, e per quindici giorni parve si fosse dileguato ogni sintomo di male. Dopo questo tempo nuovamente tutti tornarono, ed essendosi aggiunta una quotidiana e lenta febbre che aumentavasi alla sera e divenendo Marianna di giorno in giorno più emaciata, due medici ch'erano colà giudicaronla affetta da tisi. Scorsero quaranta giorni, e Marianna tornò in Roma nella casa paterna con aumento di male; imperocché era divenuto più forte il dolore al petto e al lato destro, più difficile la respirazione, languida la voce: di quando in quando era presa da parosismi asmatici e le cominciò un dolor di capo che le fu poi sempre compagno. Nel giungere della state apparvero ulceri nella bocca, sopravvennero frequenti deliqui, e tale era la prostrazione di forze che non poteva affatto star fuori di letto; in letto poi costretta era a starsi sollevata su' guanciali.
Molti furono i medici chiamati a curarla, e tutti s'accordavano in dire che la giovane era attaccata da tisi polmonare. Ella intanto se alcun alleviamento talvolta provava in forza dei molti rimedi che le si apprestavano, ben tosto ricadeva, ché tutti tornavano ad aggravarsi i sintomi, e le strette di petto talvolta erano tali che riducevanla a termine di morte.
Venne il giugno del 1829, e a tutti que' mali s'aggiunse una fortissima diarrea, per cui Marianna dimagravasi sempre più e maggiormente s'indebolivano le forze: le si gonfiarono il volto e le mani: nauseava il cibo, era cruciata da sete ardente, e non l'era concesso di dormire anche per poco. Si proseguiva co' rimedi e specialmente con frequenti sottrazioni di sangue, ma senza pro: il male persisteva, e nel luglio del 1830 i parosismi che l'assalivano in ogni bimestre, divennero più forti, e qualora era presa dall'asma molestavala un singhiozzo tale che udivasi sin fuor della casa. Intanto essendo continuamente forzata al vomito, accadde un giorno che per vomitare sporgendosi subitamente dal letto, si sentì come rompere nelle viscere e provò un forte dolore in mezzo al petto quasi fosse ferita con una spada. Immediatamente venne la palpitazione, maggior debolezza di forze, si rese più frequente la tosse, più spesse le strette di petto, la cui durata alcuna volta la fé credere estinta. Da tutto ciò conobbe il medico essere sopraggiunto un aneurisma. Oppressa da tanti mali che ora rimettevano alquanto, ora incrudivano passò Marianna infelicemente più anni, sino a che nell'anno 1835 tutto si volse in peggio, aumentandosi i sintomi, vomitando talora sangue, e per due mesi si sostenne solo con acqua e zucchero; e alcune volte non potendo affatto inghiottire, le bagnavan le labbra con acqua o vino. Si gonfiò nella regione dello stomaco, nel sinistro lato del petto, nei piedi, il singhiozzo era continuo: per la palpitazione ad ogni picciol moto le si chiudeva il respiro; un freddo mortale aveva invaso tutte le membra. Temendosi vicina la morte le furono somministrati i sagramenti, ma la inferma si riebbe alquanto per ricadere indi a poco in tutta l'acerbità de' suoi malori. La difficoltà del respiro era tale che conveniva tenere aperte le fenestre a introdurre maggior quantità d'aria: la febbre continua; essa gonfiata quasi in tutto il corpo, cadeva frequentemente in mortali deliqui. Si dovè pur desistere dalle sottrazioni di sangue venendo ormai non più sangue ma siero.
Era intanto il febbraio del 1837, e la povera Marianna cominciò a sentire un forte dolore alle reni e al ventre, che in breve divenne intollerabile. Osservatala il medico trovò nella regione addominale un tumore duro, che non ostante i medicamenti andò sempre crescendo nella sua durezza da rassembrare quella del legno. Per tal durezza si aumentò la difficoltà del respiro, e divennero più frequenti ancora i deliqui nei quali cadeva sol che per poco si muovesse. La debolezza era estrema, né avea pur forza da presentare il braccio al medico perché n'esplorasse il polso. Allora fu creduto che non avrebbe tardato a morire, e di nuovo ricevé i sagramenti. Se non che proseguì in questo infelicissimo stato soffrendo dolori acerbissimi fino al giorno 6 aprile. Il parroco che l'assisteva ebbe in quel dì occasione di parlare col Postulatore delle causa di Beatificazione del De Rossi, e saputo che ad ottenere il felice compimento della causa stessa mancava ancora un miracolo, entrò in speranza che Dio volesse operarlo a favore di quella sventurata che da dieci anni ritrovavasi immersa ne' più acerbi mali. Si recò il dì seguente a visitarla, e l'esortò ad invocare l'intercessione del De Rossi. Fecelo l'inferma col cuore più che colle labbra, ché stava moribonda, e solo pregò le fosse alleviato lo spasimo insopportabile che sentiva nel ventre. Recitati appena a tal fine tre Gloria Patri provò un sensibile alleviamento. Entrata allora in speranza di ottenere la grazia totale, chiese d'una reliquia del De Rossi, e non avendo potuto averla si fé dare dalla sorella una immagine del medesimo. Piena di fiducia si segnò con quella le parti addolorate, e in un momento dallo stato di gravissima malattia in cui trovavasi, tornò in perfetta salute, scomparsa la tisi, svanito ogni dolore, ogni gonfiore, tornata la voce, la libertà di respiro, cessata la tosse e ogni altro incomodo, ricuperate le forze. Di che oltremodo contenta si portò a visitare il sepolcro del suo benefattore per ringraziarlo d'un favore sì segnalato.
FINE
(Leone XIII lo innalzò alla gloria dei Santi l'8 Dicembre 1881)
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