Nacque Benedetto Giuseppe Labre a' 26 di Marzo 1748 in Amettes nella parrocchia di S. Sulpizio, Diocesi di Boulogne in Francia. Fu il primo de' quindici figli, ch'ebbero i suoi genitori. Suo Padre si appellava Gio. Battista Labre, fratello del parroco d'Erin. Sua madre Anna Barbara Grandsir, sorella anch'ella del parroco de le Pesse: ambedue di ben nota pieta, e come veri cattolici, abborrenti al sommo dalle ree massime del Giansenismo. Viveano decorosamente del mestiero di mercadante; provveduti più che a sufficienza pel mantenimento della loro numerosa famiglia. Quindi potrà ben conoscersi sin d'adesso, che lo stato di povertà estrema, a cui appigliossi, e tenne costantemente sino alla morte Benedetto Giuseppe, non fu stato di necessità, ma di pura elezione: fu tutto amore verso Dio, il quale per ispecial'impulso, che in ciò diede al suo Servo, volle una copia formare del divin suo Figliuolo:
Quum dives esset, factus est egenus propter nos. Ei fu un esecutor perfetto non sol de' comandi, ma de' consigli Evangelici; un generoso disprezzatore delle tre cose, che formano tutto il mondo:
concupiscentia carnis, concupiscentia oculorum, et superbia vitae, dietro alle quali van miseramente perduti i seguaci di esso.
Battezzato nella Chiesa parrocchiale di Amettes a' 27 Marzo, il dì seguente al suo nascimento, gli fu imposto il nome di Benedetto Giuseppe.
Non ebbero a penar molto a donargli una buona educazione i suoi genitori: poichè spoppato appena, trovarono in lui disposizioni così felici, che di continuo ne lodavan Dio, dator d'ogni bene. Spirito vivace, ma pieghevole; intelletto perspicacissimo; memoria ben tenace; inclinazione somma alla virtù; docilità perfetta, e amore così vivo alla pietà, che parve sin d'allora prevenuta avesse l'età della ragione. Quindi sin dall'infanzia fu giudicato per opinion comune,
come un figlio prevenuto dalle grazie del Signore.
Quanto gli s'insinuava da' genitori piissimi, tutto facilmente apprendeva: i loro documenti intorno al santo timor di Dio, alle massime della Religion cattolica, alla divozione verso la santissima Vergine Maria, furon come un seme purissimo sparso in un terreno ben fertile, che poi produsse nobilissimi germogli, fatti da Dio palesi, ed autenticati ancor con miracoli, ormai per tutto il mondo. Giunto all'età di anni cinque, invogliossi con singolar ardore a saper ben presto leggere, e scrivere, onde potesse gli elementi della santa Religione, e gli obblighi di un cattolico, che con piacere sentiva proporsi, sempre più profondamente imprimere nel suo animo.
Di anni cinque è mandato alla Scuola.
Suo virtuosissimo contegno in Iscuola e in casa.
Secondando i piissimi genitori le brame dell'amabil fanciullo, mandaronlo nell'età di anni cinque alla scuola d'un ottimo sacerdote per nome Don Francesco Giuseppe Forgeois, deputato allora del vicario d'Amettes; e dopo due anni e mezzo a quella del Sig. Bartolomeo Francesco de le Rue. Sotto tal disciplina fece presto dei gran progressi in rapporto alle lettere non meno, che alla pietà.
Quanto alle lettere dopo avere con grande agevolezza appreso il ben leggere, e scrivere; ebbe ancora qualche lezione proporzionata all'età, e tra queste l'aritmetica. Mostravasi così bramoso di profittare, e così geloso del tempo, che ne stupiva il maestro; il quale talora come per giuoco intertenevalo con ambo le mani: ma l'innocente fanciullo cercava a tutta possa di sbrigarsene, e tornare al suo posto, dicendo graziosamente:
Mi lasci andare, perché altrimenti non arriverò ad imparar presto la mia lezione.
Avveniva talvolta in iscuola, che qualche impertinente ragazzo davagli alcuna botta di nascosto. Ogni altro si sarebbe risentito, e dato in pianto, in lagnanze, in accuse. Benedetto dissimulava, e tacea. Chiesto anzi dal maestro chi fosse il reo, e se fosse stato offeso, rispondeva in placido sembiante, essere stato colpo d'inavvertenza, cercando cosi scusare il reo, per risparmiargliene il gastigo.
Ammirata il maestro la sua pazienza, e dolcezza, cercò anche farne da se qualche prova. Gl'imputò un giorno certa lieve colpa, di cui sapea di certamente non esserne reo. Egli rispose candidamente, e con volto sereno, indice dell'innocenza, non averla commessa. Ma tacciato perciò ad arte, e di colpevole, e di bugiardo:
Voi meritate gastigo, sentì dirsi in aria brusca,
andate a prender la frusta. Andò nel punto stesso, presentogliela pronto al gastigo, senza discolparsi, senza dir parole: ma n'ebbe invece amorevole accoglienza.
Avendo sul principio dell'imparare a leggere, commesso qualche errore, il maestro in aria grave riprendendolo:
Voi meritate penitenza, gli disse, e mettendogli in mano una teen grossa corona:
andate, soggiunse,
a recitarla adesso adesso. I1 ragazzetto senza frappor dimora, e senza far motto, ritirato in un angolo, recitolla in una maniera così divota, che destogli ammirazione, e gli accrebbe la stima, e l'affetto.
Era costume di Benedetto, terminate la scuola, uscir l'ultimo. Su di ciò riflettendo il maestro, il richiese del perché?
Io, rispose,
amo di aspettare, che gli altri siano usciti; e benché io resti l'ultimo, arriverò in casa prima degli altri. Ciò combinar non sapendo il maestro, voile spiarne attentamente, e trovò, che in verità arrivava il primo, benché per altro la sue casa fosse più discosta; perché non trattenevasi a giuocare, a trastullarsi, come gli altri, in istrada: e addirittura e con gravità solo soletto ritiravasi, sebbene fosse nell'età d'anni sei in sette; età, che ama scherzi, e trastulli: massime dopo la noia della permanenza in iscuola.
Quindi la stima inspirata nel maestro dalle qualità distinte di questo fanciullo, glielo rese così caro, che mai non seppe dimenticarsene; ed attestò nei processi, che fra due mila fanciulli in circa, a' quali avea insegnato per molti anni, non aveane mai conosciuto alcuno, in cui trovate avesse qualità così amabili.
Era egli in quella tenera età d'un sembiante sereno, dolce, affabile, misto d'una gravità propria dell'età matura. I1 suo ridere, qualora il portassero le circostanze, era quale vuole lo Spirito Santo, senza strepito, senza sconvolgimenti irregolari, senza innalzar la voce briosa.
Fatuus in risu exaltat vocem suam. Vir autem sapiens vix tacite ridebit. Il suo parlare, raro; e quando la necessità il chiedea, poche eran le sue parole, ma pesate ed a proposito: argomento di gran prudenza nell'uom maturo; molto più in un ragazzetto.
Qui moderatur sermones suos, doctus et prudens est. Mai non si udì dalla sua bocca parola inutile: amava più volentieri di ascoltare, e trattar con persone di pietà, che di parlare; giusta l'avvertimento dell'apostolo S. Giacomo:
Sit omnis homo velox ad audiendum, tardus ad loquendum.
Gli si accrebbe vieppiù la stima per li saggi di gran pietà che diede in età sì tenera. Avendo appresi con ardor grande i rudimenti di S. Fede, mostrossi come penetrato dalle verità Cattoliche, ed illuminato da quel Dio, che
Sapientiam dat parvulis, e che sin dall'infanzia scelto lo aveva per se. Alienissimo da quei puerili trastulli, che tengono per lo più occupati con gran piacere i fanciulli, ebbe in orrore quelle piccole colpe di bugiole, di furti, di altercazioncelle, di disubbidienze, che sono tanto comuni, e come naturali a quella età. I domestici stessi, e quanti l'ebbero sotto l'occhio, e il trattarono famigliarmente, tutti attestano nei processi la sua costante innocenza, candidezza, modestia, e maturità troppo superiore all'età. Quel che reca meraviglia maggiore, si è che gl'istessi suoi condiscepoli, per quanto impegnati si fossero a spiarne gli andamenti, non trovaron mai cosa riprensibile in lui: anzi sel proponevano come modello ne' loro piccoli esercizi di divozione, e cercavano conformare il far loro con quello di Benedetto, dicendo:
Non è questa la maniera da farsi; non faceva così Benedetto. Quindi la di lui presenza era di freno ai trasporti degli altri.
Ubbidientissimo a' genitori, ed a' maestri, correva pronto ad eseguirne i cenni: amato perciò da loro con tenerezza maggior d'ogni altro. Pacifico, e rispettoso coi domestici cedeva tosto all'altrui volere: parlava poco, ed a proposito, ma sempre da savio e con parole pesate.
Era amantissimo delle penitenze, e mortificazioni, e benché s'ingegnasse di farle occultamente, pure non potea far sì, che alcune non venissero scoperte. Scarsissimo il suo vitto: il sonno disagiato, stendendosi or su le nude tavole, ora sul pavimento: poggiava il capo sopra pezzi di duro legno, lasciando il morbido letto ammannitogli dalla madre: amante del ritiro, e della solitudine, facea suo divertimento starsene a casa ne' tempi liberi da scuola, impiegandosi nel leggere libri divoti; come preludendo a quel ritiro, e solitudine, che gli fu tanto a cuore in tutto il corso di sua vita. Nel suo contegno, e nelle sue parole si scopriva chiaramente da' genitori una gran propensione alla vita austera, e solitaria; quindi cercavan moderarlo.
Voi, diceagli talora la madre,
caro mio figlio, se lungi dalla casa paterna vivereste in qualche solitudine come spesso accennate, penereste molto a trovare di che sostentarvi. Mi basteranno, rispondeva egli con santa intrepidezza,
l'erbe, e le radiche de' campi, come bastavano agli antichi eremiti. Ma questi, ripigliava la madre,
erano per quei tempi d'un temperamento assai più forte, di quel che sia adesso. Ma il buon Dio, replicava egli pien di fiducia,
non è men potente adesso, di quel che allora e se allora adoperava dei miracoli per sostentarli, come voi credete, non può forse adoperarli adesso? Ah madre mia! tutto si può, se si vuol davvero.
Aveasi eretto in casa un oratorio con un altarino: in questo, quand'era di non più che di anni otto, diceva a suo modo la messa, adoperando da servente uno de' suoi fratellini, prima ben istruito: cantava dei Salmi; facea delle Processioni; e rappresentava le cerimonie, che avea notate in Chiesa, non alla maniera puerile, ma con gravità, e con esattezza troppo superiore all'età.
Qualora potea, portavasi in Chiesa, fosse di mattina, o di giorno. La mattina impiegavasi nel servir messe con tal compostezza, e divozione, che ne restavano commossi quanti l'osservavano. Vedevan Benedetto servir all'altare colle manine giunte divotamente dinanzi al petto, bassi gli occhi, fermo il capo, senza mai rivoltarlo altrove. Nelle funzioni ecclesiastiche notava attentamente i sacri riti; fissavaseli in mente. Si confessava ancora spesso nell'età di anni cinque, o poco più: di giorno assisteva a' Catechismi, a' divini Offizi; né mai lasciò d'intervenirvi: preveniva anzi ogni altro con grande brio. Stava però in Chiesa colla divozione, e raccoglimento maggiore, che figurar si possa; tanto più ammirato, quanto era più tenera l'età sua.
Tal fu il contegno di Benedetto Giuseppe dall'anno quinto sino all'anno duodecimo dell'età sua.
D'anni dodici va in Erin sotto la disciplina
del suo zio paterno ivi parroco.
Conoscendolo i genitori già ben istruito nel leggere, e scrivere speditamente, giudicaron bene mandarlo in Erin sotto la cura del suo zio paterno parroco, D. Francesco Giuseppe Labre; sicurissimi, che col suo affetto e col santo suo zelo, onde edificava tutta la sua parrocchia, avrebbe l'impegno d'istruire il nepote nello studio della lingua latina, nelle scienze superiori, e nei doveri di un cattolico. Né s'ingannarono. Trovò egli nel nepote come una pianta gentile molto disposta a produrre copiosi, e sinceri frutti, così per li talenti, onde Dio il dotò, come per la savia coltura, ch'ebbe in patria sin dai primi baleni dell'uso di ragione. Per la lingua latina mandollo a scuola da un sacerdote ottimo maestro, che ne fece stima più che d'ogni altro discepolo.
Per li doveri di un cattolico oltre le istruzioni, che ricevea nella scuola, si prese a carico il zio stesso di spiegarglieli distintamente in casa. Benedetto Giuseppe sotto tal disciplina corrispose colla pratica a maraviglia in tutto il corso d'anni poco più che sei, dimorando in Erin. Lo studio, e gli esercizj di pietà occuparon tutto il suo tempo. Nel capo seguente esporrò, ciò, che appartiene alle lettere, e come Iddio l'andasse guidando per quel sistema di vita, che osservò costantemente sino alla morte. In altri capi narrerò la maniera esemplarissima, con cui cominciò a praticare gli esercizj di pietà.
Come praticò lo studio della lingua latina.
Ciò ch'ebbe a soffrire. Prima dichiarazione di volere
ritirarsi nel Convento rigidissimo della Trappa.
Cominciando lo studio della lingua latina, ci si applicò con gran piacere per ubbidire a' genitori, che a tal fine mandato lo aveano in Erin, ed allo zio, che vegliava sollecito sul suo profitto. Quindi dava in casa allo studio tutto il tempo prescritto, mostrando però sempre di far più conto della scienza de' Santi, che dell'uman sapere. Nella scuola attentissimo agl'insegnamenti del maestro, stava sempre con quell'attenzione, e gravità, che è propria dell'età matura: così alieno dagli scherzi, dalle ciarle, e ragazzate, che non dié mai al maestro occasione alcuna di riprenderlo; cosicché questi costretto talora ad intermettere per qualche giorno il suo impiego per malattia, o per che si fosse, sostituiva in sua vece Benedetto. Ell'è cosa di maraviglia, che non usi per lo più i ragazzi a temer punto somiglianti sostituti, d'età lor pari, e condiscepoli, anzi allora piucché mai irmbaldanzire; pure rispettavan sommamente Benedetto: bastava solo la sua presenza per metter freno allo spirito lor vivace, ed inquieto, piucché fatto non avrebbe la presenza del maestro medesimo. Con taluno poi, per natura più impertinente, non faceva rimostranza alcuna, se non quando prevedea, che sarebbe ben accolta: argomento di sua gran prudenza.
Proseguì con fervore lo studio per anni quattro. Giunto agli anni sedici di sua età, perdette affatto quel gusto, che sino a quel tempo avea provato nell'apprender bene la lingua latina: gli venne anzi questa a tal noia, che non ci si applicava se non con rilassatezza, rivolgendo all'opposto il suo fervore alla scienza de' Santi. Datosi quasi tutto alla lezione de' libri ascetici, in essi provava gran piacere, gran fomento al suo spirito di divozione; e sentiva riaccendersi talmente nel cuore le sante fiamme, che parea aver già deposto quasi tutto l'impegno della lingua latina. Aprire un libro divoto, e sentirsi subito sollevare a Dio, era l'istesso. Sopra ogni altro gli era carissima la sacra scrittura, che ben intendea: in essa trovava il più bel pascolo alla sua divozione; onde fu poi che nel resto degli anni suoi portavala sempre addosso nel suo fagottino: citarne a proposito i passi; correggere chi ne alterasse parola; esibirsi anche pronto a cavar dal suo fagotto la sacra scrittura per mostrar la verità dal testo da sé citato, a chi ne stava in dubbio, e financo negar francamente, che si trovasse nella sacra scrittura qualche testo citato per errore da altri.
Accortosi lo zio di tal sua rilassatezza in apprendere la lingua latina, giudicò suo dovere riprenderlo, ed inculcargli applicazion più profonda. Udiva Benedetto le riprensioni con modesto rossore, e con umiltà senza dir parola. Per ubbidirlo cercava applicarsi di proposito. Ma che? Non gli riusciva, per quanto ci si adoprasse: appena aperto il libro di Cicerone, di Quinto Curzio, sentivasi come un gran peso, e un gran fastidio nel cuore; e tutto a un tratto da interno impulso trasportar soavemente alla lezione dei suoi libri divoti: qualunque di questi che aprisse, era per lui come una scintilla di fuoco, che fa tutta andar in fiamme la polvere; così in sante fiamme di divotissimi affetti avvampava il suo cuore.
Non sapea l'ottimo zio, come si accordasse nel nepote tale svogliataggine, che avea sembiante di disubbidienza, colla pronta ubbidienza, che sempre, e in tutto prestavagli, prevenendone talora i cenni; col guardarsi sollecito da qualunque colpa, per minima che fosse; coll'integrità de' suoi costumi, e colla sua edificante divozione da tutti commendata. Quindi ne fece una volta lagnanza amichevole con un parroco suo confidente. Questi un giorno valendosi d'un destro opportuno, insistè su gli avvisi dello zio, ed avvalorandoli, lo spronava allo studio, dicendogli, che
bisognava applicarsi bene, onde giunto al Sacerdozio, sollevar potesse il zio nelle sue fatiche, quando nell'età senile avrebbe bisogno di sollievo. A questo rispose francamente Benedetto:
Io non dimorerò nel mondo: il mio gusto è solo di ritirarmi in un deserto.
Ciò risaputosi dallo zio, sgridollo un giorno con più ardore. Qui Benedetto giudicò opportuno dichiarargli apertamente, ma in volto sereno, e con verecondo rispetto:
Sentirsi stimolato da Dio ad altri disegni che di star nel mondo: essergli venuto a rincrescimento sommo lo studio del latino, e d'ogni altra scienza umana a paragone della divina, che c'insegna il conoscere Dio e la materia più adatta per accertare il gran negozio dell'eterna salute comune a tutti: gli manifestò le dolci violenze, onde sentiva da Dio soavemente tirarsi ad un totale abbandono del mondo, per attender solamente a Dio e all'eterna salute in un chiostro, che fosse il più austero d'ogni altro, qual credeva essere quel della Trappa.
Ebbe a stupire lo zio a tale inaspettata risposta. È vero, che il sistema rigoroso di vivere, intrapreso da Benedetto, gli facea prima ben sospettare i di lui interni disegni di abbandonare il mondo; pure non potea mai darsi a credere, ch'egli pensasse alla Trappa. Quindi a lui rivolto:
Ah, dissegli,
caro nepote, non è da prudente il vostro disegno. Sapete voi, che vuol dire, il vivere tra' solitarj religiosi della Trappa? Se voi sapeste, quanto è rigido il tenor di vita, che ivi si mena, mutereste pensiero. Io so dirvi, che altri più robusti di coi non han potuto reggervi: entrati appena, l'han tosto dovuto abbandonare. E che fareste voi? Voi siete d'età verde; gracile di complessione; debole di forze. Come regger potreste? Così il zio. Cosa gli avesse risposto specificatamente, io nol trovo nei processi ove narrasi tal fatto: né voglio specolarlo da me; non volendo narrar altro, se non soltanto ciò che trovasi registrato in quelli. Nel rimanente, io non dubito punto, che quanto diceva con grande energia lo zio per distorlo dal pensier della Trappa, serviva ad invogliarlo vieppiù, anzichè a distornelo; avendo egli fissata la risoluzione costante di seguire non qualunque istituto austero ma quello, che il più di tutti lo fosse; come dichiarò di sua bocca ad altri, e specialmente alla Madre in altre circostanze. Chiunque leggerà questa prima parte della sua vita, farà certamente ragione a quel ch'io dico. Senzacchè l'istesso zio collo stupore, onde si mostrò sorpreso dalla risposta generalmente descritta nei processi, fa ragione più che ogni altro a' detti miei. E se il Signore avesse conceduta vita più lunga allo zio, sino almeno a qualche anno dopo la morte del nepote, si sarebbe ricreduto, e non avrebbe chiamata svogliataggine di Benedetto la poca applicazione, che metteva al latino; l'avrebbe anzi creduta una mozion particolare di Dio, che in Benedetto non voleva un letterato, un dottore, un teologo: ma un perfetto anacoreta in mezzo al mondo, che coi rari suoi esempi, e non colle dottrine, insegnasse ai mondani il disprezzo di tutto ciò che il mondo apprezza. Del resto, caderà in acconcio nel Cap. X. di questa prima Parte una digressioncina, per esimer Benedetto da somigliante taccia di svogliataggine intorno allo studio della dialettica, appostagli fuor di ragione da un maestro di filosofia: e però rimetto a quella il lettore.
Suo contegno, dimorando presso lo zio, intorno
agli esercizii di pietà; e prima intorno a quei,
che spettano al culto di Dio.
Sin da che gli balenò alla mente l'uso di ragione, diede egli chiari segni d'esser come penetrato dai divini lumi dell'eterne verità, e dalla cognizione dell'esser supremo del Creator del mondo: quindi era, che dovunque fosse, in chiesa, in casa, e per le strade compariva sempre composto, grave, modesto, ancorchè ragazzetto, ammirato perciò sempre da tutti.
In casa poi dello zio in Erin era suo costume alzarsi la mattina di buon'ora, anche pria che nascesse il sole, ed impiegarsi ritirato in sante meditazioni. Indi appena sentito il primo segno della campana, correva tosto in chiesa, si d'inverno, che di estate, in giorno di lavoro o di Festa. Serviva d'ordinario ben due messe, offerendosi con somma prontezza a' Sacerdoti, che il riguardavano con ammirazione. Se taluno il preveniva, egli benché cedesse, pure mostravasi così afflitto come sarebbe un avaro, qualora perdesse l'opportunità di qualche lucro. Avveniva talora, che qualche audace lo scostava dall'altare per servire al sacerdote: era allora ammirabile la pazienza, e l'umiltà di Benedetto in tal dispiacevole ributtamento: quieto, pacifico se ne appartava tacendo; ed in vece di servire assisteva divotissirno al gran sacrifizio. Prestava a Dio quest'atto di religione di servire, o di assistere alla Messa, non alla maniera de' ragazzi svagati, ma con vero interiore raccoglimento, palesato dalla compostezza, e riverenza, che tralucevagli in volto, con edificazione somma di chiunque il mirasse.
Toglievasi spesso alla presenza dei domestici per portarsi in chiesa: l'assiduità, la riverente immobilità, tanto opposta alla natura inquieta, e vivace dei ragazzi, il rendevano oggetto dell'altrui ammirazione: ed era come un presagio di quello, che praticò poi sempre sino all'ultimo giorno di sua vita.
Risoluto di non isprecar mai inutilmente il tempo, in certi intervalli ritiratosi in camera s'impiegava in leggere libri divoti, non con occhio corrente, ma con posatezza propria da meditare sfogando in santi affetti.
Si confessava più volte al mese: replicò più volte la confession generale, non mai pienamente contento dell'ordinarie sue confessioni; sempre credendosi reo, e gran peccatore. Pria di ricevere il Sagramento della cresima in Erin dal Vescovo di Boulogne, si confessò con disposizione più fervorosa. Dall'istesso ricevé parimente la prima comunione nel giorno medesimo; ma con affetto, divozione, e compostezza ammirabile. Dopo que1 tempo non comunicavasi che una volta al mese: benchè poi comandatone dai confessori, era frequentissimo nel comunicarsi; giudicando dar più piacere a Dio col comunicarsi per ubbidire, che coll'astenersene per umiltà.
Era così amante del culto divino, e di tutto ciò, che a questo appartenesse, che quantunque bene istruito, in età di anni sopra tre lustri, portavasi di buon grado in chiesa alla rinfusa coi ragazzetti per ascoltare il catechismo, quasi fosse al par degli altri bisognoso d'istruzione. Visitava spesso in chiesa il Divin Sagramento, e trattenevasi gran tempo in atteggiamento divotissimo col suo Signore, struggendosi in santi affetti. Un giorno portatosi a visitarlo nella chiesa detta di S. Pol, ove stava esposto per le quarant'ore del carnevale; vi si fermò dalla mattina sino a sera, immobile, genuflesso, digiuno, con tal piacere, che ricusò l'invito del pranzo, fattogli tre ore dopo il mezzo giorno da persona divota impietosita di lui.
Quanto qui ho narrato intorno il suo culto verso Dio, non è che un'ombra a paragon di quello, che a Dio prestò, già pellegrino, e poi fermo in Roma.
Pratica altri esercizii di pietà spettanti
all'austero tenor di vita.
Gli esercizii di pietà praticati da Benedetto ancor giovane dimorando presso lo zio, altri furono intorno all'austerità sopra se stesso; altri intorno alla carità verso il prossimo. Qui solamente ragioneremo de' primi; riserbando a parlar dei secondi nel capo seguente.
Ciò che praticò di austerità sopra se stesso in questa sua prima età, non è che un saggio di ciò, che fece poi costantemente sino alla morte: pure un cotal saggio è invero ammirabile in fresca età, propensa di per se stessa a' piaceri e passatempi.
Si privò egli di tutti quegli onesti divertimenti, che in certi tempi si concedevano a' giovanetti suoi condiscepoli: il gran piacere che provava nello starsene ritirato in camera, nel nutrir lo spirito col pascolo dell'orazione e della lettura di libri divoti, gli avea posto in noia ogni altro terreno divertimento. Oh! quanto si vede in lui avverato, ciò che scrisse S. Gregorio: che assaporate una volta le delizie interiori dello spirito, cadon tutte dal cuore le fallaci delizie del mondo:
gustato spiritu, desipit omnis caro. Stimolato dagli stessi suoi compagni ad intervenirvi motteggiandolo di rustico e bacchettone, non dava loro retta veruna; che anzi rispondeva intrepidamente con vittoria degli umani rispetti:
goder sue delizie in camera.
Un giorno, che ivi dicono di Ducasse, cioè di divertimenti delle Parrocchie di campagna; il parroco suo zio lo spinse ad andar via per divertirsi coi suoi compagni. Andò; ma ben sapendo lo zio, che tali divertimenti non aveano per Benedetto allettamento alcuno, disse alla brigata:
Io scommetto, che mio nepote se ne sarà andato in qualche angolo ad orare. Curioso volle spiarne il vero, e cercatolo tra condiscepoli, e spiandone ogni angolo, non gli venne fatto alla fine di rinvenirlo, che nascosto in un'aja coperta, ove in atteggiamento divoto adorava un Crocifisso pendente da un legno, attaccatovi dalle sue mani; e in ciò era così profondamente raccolto, che nè pure si riscosse al calpestìo: cosicché edificato, e consolato serrogli dietro bel bello l'uscio per non disturbarlo, lasciandolo così immerso nelle amate sue delizie di spirito.
Non accordava al suo corpo cosa veruna di quante possono lusingare i sensi. Invitato nell'inverno più rigido a riscaldarsi al fuoco, non volle appressarvisi; contento bastantemente del calore spirituale, che ricavava dal commercio con Dio, e co' suoi libri spirituali nell'amato ritiro. Più volte fu osservato dormir la notte sul pavimento, nulla curando del letto, malgrado il rigore della stagion rigidissima.
Intorno al vitto era sì parco, che bisognava spronarlo per prendere il necessario sostentamento. Sceglieva per se il più comune, e grossolano; dando a' domestici ciò, che v'era di delicato, e delizioso, e più volte fu osservato di nascosto dare a' poveri segretamente parte del suo. Benché fosse giovinetto, in età che ha bisogno di nutrimento maggiore, pure osservava digiunando, e con grande rigore, non ancora obbligato, tutta intiera la quaresima; diceva poi nella Pasqua:
Ecco la quaresima felicemente terminata per coloro, che hanno ben digiunato, mal terminata però per li trasgressori. Spesso passava or due, or tre giorni senza mangiar cosa veruna.
Era suo costume, anche nell'età d'anni poco più che dodici, alzarsi da mensa prima d'ogni altro, il più presto che potesse. Di ciò ammirato una volta un canonico commensale, chiese al parroco, perché sl presto? Perché, risposegli, ama starsene ritirato, e solo in camera per legger libri divoti; questo è suo costume.
Avea lo zio un giardino domestico, ricolmo di mature fragole e frutti di ogni maniera dolci, che sebbene stuzzicassero colla sola fragranza l'appetito altrui, massime de' giovinetti, i quali secondo loro natura, non sapendo frenarsi a simili allettamenti, soglion ben anche furtivamente prenderne; pure non avvenne, che Benedetto si lasciasse mai trasportare a coglierne un solo: che anzi neppure a raccoglierne qualcuno, che o per vento, o per troppa maturità cadesse al suolo, presumere a ragione potendo tacita licenza dello zio, anzi piacere, che ben gli si mostrava affettuoso e liberale. Oltrechè glie'l confessò schiettamente l'istesso Benedetto, quando avendogli portate alcune frutta mature colte di sua mano per ordin di lui, e dimandato se ne avesse assaggiato alcuno:
No, rispose con franchezza sincera,
nessuno affatto, e so bene, che senza sua licenza non potrei.
Esercita la carità verso il prossimo.
Si narrano atti eroici. Morte g1oriosa del suo zio parroco.
Quant'era Benedetto verso di se stesso austero, altrettanto benigno, ed amorevole verso il prossimo. Egli è proprio della vera carità sprezzar se stesso, mentre si è tutto inteso di giovare altrui. I poveri e gli infermi erano principalmente oggetto di compassione al cuor di questo giovinetto, per tal modo sensibile alle miserie loro, che si privava volentieri del suo nutrimento, dividendolo con essi; e per tenere occulta agli occhi altrui la sua carità, buttavalo talvolta loro dalla finestra di sua camera. Quindi era, che parecchi poveri partendo provveduti dalla casa del parroco andavan contenti dicendo per via:
Abbiam oggi avuta abbondante limosina in casa del parroco, per mano del nepote Sig. Benedetto. Per l'opposto dicevan qualche volta:
Siam oggi rimasti privi di limosina, perché non era in casa il parroco, né suo nepote.
Avvenne un giorno, che tre poveri d'altra parrocchia chiedendo limosina alla porta del parroco, furon cacciati via colle brusche dal servidore, dicendo;
Andate pure a lavorare gente oziosa, e sfaccendata. Appena l'udì Benedetto, che mal soffrendo di vederli andare sprovvisti e mortificati, richiamolli, e fatto sollecito dalla carità;
Venite, disse, venite pure; vi darò io la carità; e facendo loro buon viso, provvideli tutti e tre di pane.
Campo però più vasto aprì alla carità di Benedetto l'epidemico mal contagioso, che nel 1766 fece grande strage in Erin. Andava egli tutto avvampante di carità in un collo zio parroco per le case degl'infermi, non mai sazio di servirli: mancando nelle case chi servisse, per essere attaccati per lo più i domestici tutti dal male medesimo. Egli nulla curava il pericolo di restarne ancora attaccato: recavasi anzi a gloria il dar sua vita per altri: carattere il più distinto dell'eroica carità: cosicché fu obbligato lo zio di moderare il suo ardore, e vietargli espressamente l'ingresso in alcune case più pericolose. Così si fosse trovato alcuno, che avesse frenato il grande zelo del parroco stesso, pastor allor necessario al suo gregge, non sarebbe restato ancor esso involto nella tempesta. Egli sprezzando ogni pericolo, nulla di sé curando, la faceva da vero pastore in quell'orribile frangente, servendo infermi, amministrando sagramenti, aiutando moribondi senza riguardo alcuno; con tal fervore, che restò ancor esso sorpreso dal mal contagioso. Amareggiatissimo il nepote Benedetto, ma conformato al divino volere, assistevalo indefessamente, vegliando sollecito su l'esecuzione degli ordini del medico: non lasciava però in qualche tregua di accorrere solo qua, e là per servire questi, e quelli. Vinto finalmente per divin volere lo zio dalla forza del male, morì nel settembre del 1766, vittima di carità; esemplare dei veri parrochi; degno di eterna memoria: e se ogni giusto vuol Dio, che resti sempre onorato dalla memoria dei posteri:
In memoria aeterna erit justus, qual onore non dovrassi a un tal parroco, che oltre d'essere stato giusto ed esemplare delle sue pecorelle, giunse ancor per esse a dar la propria vita?
Se il nostro Benedetto non incorse tal male al par dello zio, fu tutto per alta disposizione di Dio, che riserbavalo ad esempio del disprezzo del mondo, in questi tempi principalmente, nei quali il mondo colla pompa lusinghiera che fa di sé, si tira dietro moltissimi, che lasciando affascinarsi lo sguardo, il sieguono ciecamente a gara con eterno lor danno. Oltre a questo preservollo altresì per proseguire gli uffizi di carità nel corso di quel male, che morto il parroco, seguiva tuttavia ad incrudelire. Difatti Benedetto reso dalla carità tutt'occhi per notare i bisognosi, tutto braccia per servirli, tutto cuore per prestar loro ogni aiuto di carità, per abbietto, che fosse; soccorreva di limosine alcuni per vivere: portavasi al campo vicino in certi frattempi per affasciar dell'erbe, onde si nutrissero i bestiami degli infermi; che altrimenti sarebbero restati anch'essi vittima non del male, ma della fame e dell'inedia; non trovandosi chi somministrasse ad essi il necessario nutrimento. Spiccò soprattutto la sua carità nel soccorrere ad una intiera famiglia, abbandonata da tutti nel tempo critico dell'epidemia. Come ciò venne a sua notizia, corse sollecito a sollevarla coi suoi servizi; a somministrargli quant'era necessario: ed accorreva giornalmente con fervore di carità tanto maggiore, quanto maggiore vide l'abbandonamento, e il bisogno.
Morto lo zio, torna Benedetto alla casa paterna.
Adopera de' mezzi per ottenere dai genitori
la licenza per ritirarsi nella Trappa. Ciò
che fan questi. Ciò che fa Benedetto.
Afflittissimo Benedetto, ma rassegnato pienamente al divin volere per la perdita d'un tal suo zio, fece ritorno alla casa paterna, ricorrendo l'anno diciotto di sua età. In questa seguitò costante l'intrapresa carriera di una vita rigida aliena affatto da tutto ciò, che avesse sentor di mondo, o di proprio comodo. Ritirato in sua camera stava di continuo impiegato in sante orazioni, lezioni divote ed in altri esercizi di pietà. Scarsissimo era il suo vitto: rigorosi e frequenti i digiuni: assidua sopra ogni altro la sua dimora in Chiesa, ov'era da tutti ammirato per la riverenza, e compostezza, onde venerava Dio; assisteva ai sacri misteri; frequentava i sagramenti. Cresceva in lui il fervore al par dell'età.
Il suo piacere era tutto nelle mortificazioni, avvalorandole vieppiù coll'impegno di occultarle all'occhio altrui. Quindi pregò sul principio i genitori, che gli preparassero un letto ben alto: ma servì a lui per potersi la notte giacer sotto di esso, scomponendolo ad arte di buon'ora la mattina, per occultare il suo disagiato riposo.
Le sue mire intanto eran tutte rivolte a piegare i genitori restii per accordargli licenza di abbandonare affatto il mondo; e ritirarsi nella Trappa, ove credevasi da Dio chiamato. Avea egli su tale sua risoluzione consultate persone savie, ed illuminate; e tutte d'accordo approvata l'aveano. E però con sopraffina prudenza prendeva il destro dalle circostanze, per dichiararsi risoluto, e strapparne dai genitori la sospirata permissione.
Sgridato una volta dalla madre, perché l'avea colto una notte sul pavimento:
Madre mia, le disse,
non si turbi. Dio mi chiama ad una vita austerissima, quale credo quella della Trappa: per corrispondere a dovere, convien che mi ci addestri bene pria d'intraprenderla. Così pure chiaramente dichiaravasi in altre circostanze, or col padre, or colla madre, ed or con entrambi insieme.
Pensate però voi, se questi condiscender volessero: l'affetto paterno, le qualità pregievolissime d'un tal figlio, i rigori della Trappa, da per tutto ben noti, li fecero star sempre fermi su la negativa: anzi v'interposer delle persone autorevoli per frastornarlo. Stava però Benedetto fortissimo a tutte le dissuasioni di chi che fosse, più che scoglio agli assalti delle onde impetuose: forte così, che giunse un giorno a dichiararsi francamente in faccia a' genitori stessi e a tutta la famiglia, che,
quando anche il padre si attraversasse su la porta per impedirlo di andare alla Trappa, ove da Dio chiamato credevasi, non avrebbe avuta difficoltà di passare sopra lui per ubbidire a Dio. Non poterono i frapposti mediatori ottener altro da Benedetto, così risolutamente fermo, se non qualche dilazione a richiesta dei genitori.
Intanto questi vollero onninamente, ch'egli si portasse dall'altro zio materno di nome Don Bonaventura Giuseppe Vincent, per quei tempi vicario di Conteville, poi parroco de le Pesse, sacerdote esemplarissimo, e da tutti molto amato, per tirare avanti la carriera dei suoi studi, gia intermessi. Andò Benedetto volentieri sol per ubbidire: ma colla mira diretta all'amata sua Trappa, aspettando dai genitori la bramata licenza, e porgendo a Dio fervorose preghiere, perché si degnasse píegarli.
E' cosa certamente da stupire, vedere un giovinetto nel fior dell'età più brillante, far tanto, tanto soffrire, soggettarsi a tanti disagi, quanto non fa, né soffre il più amante appassionato del mondo per venire a capo delle sue brame: quasi fosse la Trappa un giardino di delizie; quando non è, che un deserto di somma austerità, atto a spaventar chiunque. Ma non fia maraviglia. Benedetto non ama che Dio, le cose eterne e celesti, e la salute della sua anima: quindi non gli pesava cosa alcuna, per grave che fosse. Non pesano a' cacciatori gli affanni e gli stenti della lor caccia, dice S. Agostino, anzi dan loro gran piacere, perché l'amano: così avviene a chi ama Dio. Quant'egli amasse il ritiro della Trappa, il manifestò più volte non solo coll'opere, ma colle lettere scritte ai genitori, nelle quali chiama la Trappa:
luogo, ch'io tanto desidero, e da sì gran tempo.
In casa dunque di questo suo zio, accrebbe di molto, anziché scemare il rigido tenor di vita, altrove tenuto. Non lasciava di proseguire il suo studio; ma come uno, che ha la mira ad altro, stava per lo più o in chiesa assorto in Dio, o in casa intento nella lettura di libri ascetici. Da questo suo sistema comprese bene lo zio, esser Benedetto un fiore, non da star nel campo aperto, ma da trapiantarsi in un giardino siepato: conobbe ancor dai suoi sentimenti i disegni che avea. Più ne restò persuaso, quando vide il suo divoto impegno nel seguire spontaneamente alcuni fervorosi missionarii, che andavan predicando nelle tre parrocchie, distanti qualche lega dal suo Conteville, in Boyaval, in Brias, in Rvillecourt. Seguivali a piedi, non isbigottendosi punto né per li rigori della stagione, né per li disagi del cammino: senza mangiar altro, se non quanto bastasse al nutrimento necessario del corpo. Da questi ebbe il piacere Benedetto di vedersi approvata la sua risoluzione loro comunicata, intorno al ritiro della Trappa. Non più che pochi mesi trattennesi Benedetto presso questo suo zio. Le lettere, che questi scriveva alla sorella, madre di Benedetto, le relazioni, che dava del suo vivere austero, e delle sue brame, mi do a credere, che avessero conferito molto a piegare i genitori per accordargli la bramata licenza.
Ottiene dai genitori la licenza per la Trappa.
Non è ammesso. Per qual motivo?
Tornato Benedetto alla casa dei genitori, tanto fece e disse, adoperossi tanto, che finalmente venne a capo di piegarli. Non potendo eglino più resistere né alle premurose istanze e replicate, né alla pena, che recavan loro le angustie del figlio; finalmente condiscesero, facendo a Dio sagrifizio di quel primogenito, che colle sue virtù e coi talenti, onde Dio fregiato l'avea, si era cattivata la lor benevolenza, più che qualunque altro dei figli: gli accordaron alla perfine la sospirata licenza per la Trappa.
Non così prode guerriero gode dopo lunga e perigliosa battaglia riportar trionfo, come della sua vittoria giubilò allora Benedetto. Senza frappor dimora, presentasi lieto ai genitori: li ringrazia: chiede loro perdono delle amarezze cagionate al loro cuore, non da propria sua colpa, ma dall'impegno dovuto di eseguire il santo voler di Dio, da cui chiamato sentivasi a vita austerissima, quale credeva quella, che menasi dai Religiosi della Trappa. Colla benedizione d'entrambi piangenti, ed afflitti partì contento, bramosissimo di toccar presto la meta. L'ardore delle sante sue brame, non gli fece punto considerare le difficoltà che ritardar pure il doveano dall'intraprendere per allora tal viaggio. Correva rigidissima la stagione; continue eran le pioggie; cattive, e pericolose le vie; lungo il carnmino di ben sessanta leghe a un dipresso; le forze non troppo robuste. Nulla di tutto ciò curando, arriva finalmente.
Credeva già in porto la barca; quando una funesta onda ed inaspettata il risospinse fra le tempeste. Quei religiosi considerata maturamente l'età sua giovanile, la gracilità di sua complessione, accettar nol vollero: gli promiser sì bene di riceverlo in altro tempo, ed in età più robusta, più confacentesi coll'austerità dell'Istituto. Amareggiatissimo il Servo di Dio chinò il capo; adorò le divine disposizioni; ci si sottomise pienamente, e riprese il cammino per Amettes. Capitò così malconcio, che mosse in tutti pietà, maggiore nei genitori. Intirizzito dal freddo, smunto dallo scarso vitto, languido dal lungo viaggio rifatto a piedi; e poco men che nudo. La gran pena dei genitori fu in parte alleviata dal vederlo rimesso in propria casa, e in loro compagnia.
Se non che poco durò questo alleggerimento: non andò molto, che Benedetto sentendo sempre vive in se le brame della Trappa, e giudicandole impulso divino, rinnovò ai genitori l'istanza, lusingandosi d'esser già robusto abbastanza per essere ammesso. Quanto tempo lasciò scorrere, io nol trovo nei processi: senza dubbio però mi do a credere, che men d'un anno; come crederà ancor meco chiunque leggerà ciò che segue.
Giunse inaspettato ai genitori il rinnovamento dell'istanza, credendo che ne avesse già deposto il pensiero: quindi adoperaron tutte le vie per frastornarlo: giunsero fino a dichiararsi pronti per la Certosa, purché più non pensasse alla Trappa; ma vedendolo costante nella sue risoluzione, impegnarono finalmente il vicario d'Amettes Sig. Don Girolamo Theret, poi parroco in Burbure, per distorlo dal suo disegno.
Per quanto però questi ci si fosse intorno maneggiato, non gli riuscì di piegarlo. Giunse un giorno a riprenderlo con qualche asprezza; ma vedendo l'aria del suo sembiante tranquilla, ed umile, onde accoglieva le riprensioni, pentissi tosto d'avergliele usate, e giudicò anzi opportuno, mutando aria di volto dolce e amorevole, mettergli in considerazione la grande amarezza, nella quale immergerebbe la madre, già vicina al parto, cagione potendo ciò essere di conseguenze funeste. Piuttosto si appigliasse al consiglio, che davagli, di scrivere all'Abbate della Trappa, per sentire, se volesse riceverlo. Piacque a Benedetto il consiglio, moderò le sue brame, scrisse; ma non ebbe altra risposta, se non che:
Sussistendo tuttavia gl'istessi motivi, onde prima era stato sospeso, non pensasse a far mossa.
Cerca d'entrare fra' Certosini. Non gli riesce. Tenta
di nuovo: viene ammesso, ma è costretto ad uscirne.
Amareggiato per tale risposta Benedetto, pensò valersi della condiscendenza dei genitori per la Certosa di Neoville presso Montreville. Vi si portò nel Maggio 1767, ma di mala voglia, avendo sempre la mira all'amata sua Trappa. Intese da quei padri esser necessario, che apprendesse prima il loro canto e qualche tintura di dialettica. Impegnato Benedetto di stare affatto lontano dal mondo nella miglior maniera, che potesse, si pose per voler dei genitori sotto la disciplina del parroco d'Auchi, D. Giacomo Dufour, per tale studio. Presso lui dié Benedetto tal buon'odore di sé, proseguendo il suo rigido tenor di vita, che nei processi fa egli testimonianze di lui, come d'un santo nell'età d'anni diciotto o poco più. Stimolato da esso un giorno festivo di sua parrocchia a divertirsi con alcuni de' suoi parenti ed amici, tra le innocenti loro allegrie, rispose:
Che trovava i suoi divertimenti ritirato in camera e che essendo alla vigilia di lasciare il mondo, andrebbe da' parenti soltanto, per dar loro l'ultimo addio in circostanza di meno strepito.
Sol dispiaceva al Dufour il vederlo poco curante dello studio; tutto per lo più inteso alla lettura di libri divoti e agli esercizi di pietà. Quindi dopo le buone, pose in campo un dì le brusche, riprendendolo con severità. Se non che fu costretto a deporla in vista della serenità ed umiltà, onde egli in silenzio lo ascoltava. Da ciò conobbe non confarsi punto lo studio con Benedetto, ma sì bene la scienza dei Santi: altro sistema voler Dio da lui; e conoscendolo non solo incolpabile in ogni genere di reità, ma fornito d'ogni virtù ancora eroica, non potea tacciar di colpevole la svogliataggine, che mostrava per ogni altro studio.
Qui mi si permetta piccola digressione per difendere Benedetto dalla taccia, che qualche inesperto dar gli potrebbe, di colpevole in questa sua svogliatezza circa lo studio. Essendosi da me narrata nei capi precedenti la rilassatezza di Benedetto nell'apprender le scienze, le riprensioni, onde fu perciò mortificato dallo zio e da altri, alcuno incolpare il potrebbe di disubbidiente. Ma qual disubbidienza ell'è questa, qual colpa, se tutta era disposizion di Dio, che avendo sopra di lui altri disegni, lo avviava, spronandolo colle dolci sue attrattive, a correr quella strada, che conduceva a formarlo un particolar modello di santità? Dio il voleva un perfetto anacoreta nel cuor del mondo, non un letterato; un esemplare, non un predicatore, che, al dir di S. Tommaso, è più efficace a trarsi gli uomini di quel che non fanno le parole:
Homines magis exemplo trahuntur, quam verbis... Volendolo Dio da anacoreta, qual'uopo aver egli potea di studi e di scienza? Come questi avrebber potuto confarsi collo stato negletto, umile, penitente, solitario, in cui Dio il volle? Anche S. Teresa vietò alle sue Religiose Carmelitane lo studio del latino ed ogni altro men conveniente al loro stato, e dìchiarossi bramosa, che
vivendo le sue figlie ritirate affatto dal mondo, avesser la santa ambizione di comparir più tosto semplici ed ignoranti, come molti Santi han fatto, che di voler' essere rettoriche.
Quindi dopo qualche anno, quando già Benedetto sapea tanto di latino, quanto bastasse a capirne i sensi ed a pascere il suo spirito colla lezione frequente della Sagra Scrittura; gli tolse Iddio affatto l'impegno e 'l gusto di passar' oltre nelle scienze; tirandolo tutto alla vera soda scienza dei Santi: gli infuse un gran piacere, una soave unzione di Spirito Santo nella lezione dei libri divoti, e della Sagra Scrittura; e con dolce violenza traevalo così alla cognizione di esso e delle cose eterne, ch'è la scienza dei Santi. Comandato di applicarsi allo studio, facea quanto da sé poteva per ubbidire; ma trasportato, diciam così, da Dio ch'è padrone assoluto delle sue creature, alla contemplazione delle sue grandezze, al conoscimento dell'eterne verità, com'era possibile la comandata applicazione? Di qual colpa può dirsi reo? Se reo vorrà dirlo qualche inesperto, converrà parimenti dirsi tale la diletta sposa di Gesù S. Teresa. Fu a lei proibito da qualche suo Confessore di orare e pure orava lungamente: trasportata da Dio, padrone assoluto indipendente, con entusiasmi superiori, che dolcemente l'immergevano in Dio. Chi potrà mai tacciarla di colpa?
Io, scrive la Santa,
ubbidivo quanto potevo; ma poco o niente potevo in questo: non era in mia mano il divertirmi dall'orazione, per molto che il volessi e procurassi di non pensare a Dio; tanto era maggiore in me l'accrescimento delle grazie e dei favori, quanto era in me maggiore l'impegno di non pensare a Dio. L'istesso è avvenuto ad altri Santi contemplativi; e a' nostri tempi alla Ven. Serva di Dio Suor Maria Geltrude Salandri Fondatrice dell'osservantissimo Monistero di Valentano, proibitole di orare dal Confessore; ma pur tuttavia tirata da Dio con dolce violenza e con modo ineffabile, ch'ella spiegar non sapea.
Per queste sodissime ragioni, che ben poterono avvertirsi dal zio in Erin e da altri altrove: io mi figuro, che dopo le riprensioni, alla perfine quietaronsi; lasciandolo nella sua libertà e dichiarandosi di lui contentissimi e sempre edificati sommamente della sua incolpabilità e delle virtù eroiche, che ne ammiravano.
Dopo d'aver liberato Benedetto della non meritata taccia di colpevole, rimettiamoci in via. Scorsi appena cinque mesi, credendosi egli tanto istruito, quanto bastasse per essere ammesso fra i Certosini, fece prima ritorno a Boulogne, ove per miglior disposizione rinnovò la confessione generale presso il rettor del seminario: indi presentossi al Vescovo per ottenere gli attestati necessari, cui ancora palesò ingenuamente la maggior sua inclinazione all'Istituto della Trappa, come più austero, che non a quello della Certosa; richiedendolo in ciò del suo consiglio. Il Vescovo savissimo interrogollo se i suoi parenti si contentassero. Sentendo, che no, risposegli:
Ubbidite figliuolo ai vostri parenti: andate dai Certosini.
Ubbidì pronto Benedetto, benché con vittoria di se stesso per la ripugnanza, che il ritraeva dalla Certosa: e tornato in Amettes sua patria si dispose alla partenza; ma nel congedarsi da taluno, diceva chiaramente, che andava alla Certosa sol per ubbidire al Vescovo ed ai parenti: nel rimanente credeva, che non ci resterebbe, non essendo tal'lstituto secondo la ispirazione, che sentivasi d'un altro più rigido. Così coi genitori dichiarossi apertamente, che più non tornerebbe e che più non si rivedrebbero, se non nella valle di Giosafatte.
Partì di fatti per la Certosa di Neoville presso Montreville. Giuntovi fu bene accolto, ma in qualità di Postulante, come per prova.
Non più che sei settimane durò in quella prova. Ma Iddio, che il voleva in altro stato, diegli in quel tempo tali agitazioni interne, tali pene di spirito, che il P. Priore temendo fondatamente, che una più lunga dimora potesse renderlo affatto inutile, giudicò mandarlo via con dirgli queste parole, che mostran chiaramente il voler di Dio:
Figliuol mio, la provvidenza non vi chiama allo stato nostro: seguite le ispirazioni di Dio.
Conformato Benedetto alle divine disposizioni, si fortificò prima col ricevere il Pane Celeste: indi partì alli 2 ottobre 1769 con attestati di grand'encomio fatti da quei Padri intorno alla sua virtù. Fermatosi per poco nel vicino Montreville, scrisse ai genitori una lettera, in cui fa loro palese la sortita della Certosa, e gli altri suoi disegni. Mi piace trascriverla qui, onde si conosca la condotta divina intorno a lui.
LETTERA Dl BENEDETTO AI SUOI GENITORI.
Mio carissimo padre e mia carissima madre.
Vi fo sapere, che i Certosini non avendomi giudicato a proposito pel loro Istituto, ne sono uscito il secondo giorno di ottobre. Io riguardo ciò come un ordine della divina Provvidenza, la quale mi chiama ad uno stato più perfetto. Loro stessi han detto, che la mano di Dio era quella, che mi ritirava da loro. Io dunque m'incammino verso la Trappa, luogo, che tanto desidero, e da sì gran tempo. Non siate inquieti per riguardo mio. Quand'anche vi avessi voluto rimanere non sarei stato ricevuto. Questo è il motivo per cui molto mi rallegro; poiché mi conduce l'Onnipotente...
(Qui li ringrazia della bontà, che hanno avuto per lui, delli servizi prestatiglí, dell'ottima educazione: indi soggiunge) : Non vi affliggete, perché io sono uscito dai Certosini. Non è a noi permesso di resistere alla volontà di Dio, il quale così ha disposto per mio maggior bene e per la mia salute. Io vi ho costato molto: ma siate sicuri, che mediante la grazia di Dio, profitterò di tutto ciò, che avete fatto per me. Accordatemi le vostre benedizioni ma non vi sarò più di alcuno incomodo. Il buon Dio, che ho ricevuto prima di sortire, mi assisterà e mi condurrà all'impresa, che lui stesso mi ha inspirata... Io spero molto d'essere ricevuto alla Trappa. In ogni caso sono stato assicurato, che nell'Ordine dei sette Fonti non essendovi tanta asprezza, si ricevono i più giovani ecc.
Vostro Umilissimo Servitore
BENEDETTO GIUSEPPE LABRE.
Non ammesso nella Trappa, entra nel monistero
di Sette Fonti. Viene escluso per voler di Dio.
Portatosi senza indugio di nuovo Benedetto alla Trappa e non essendovi stato ammesso pei motivi, che tutt'ora persisteano, addotti a lui già da quel padre Abate, presentossi al monistero di Sette Fonti dell'Ordine Cistercense, celebre in Francia per l'austera regolar disciplina, desideroso sempre di menar sua vita in continua macerazione della propria carne con un tenore, che mai per lui si potesse, il più aspro; sembrandogli, che a ciò lo spirito del Signore il dirigesse. Vi fu subito agli 11 di novembre 1769 ricevuto con sommo giubilo del suo cuore, come confessò poi egli stesso in Fabriano al confessore parroco D. Mario Paggetti nel darli conto di sua coscienza; e vestito dell'abito gli fu posto il nome di Fratello Urbano.
Se non che Dio fece chiaramente conoscere non solo a lui, ma a quei solitari padri ancora non esser questo il suo volere; né questo il tenor di vita, cui destinato avealo; poiché appena entratovi, fu sorpreso da tali e sì penosi morbi, che i superiori e i medici giudicarono non confarsi punto con tal'Istituto la sua debole complessione. Pertanto ai mali del corpo si aggiunsero ancora quei dello spirito: tenebre d'intelletto, desolazione di cuore, angustie d'animo così intense e continue, che lo avean ridotto ad una macilenza da scheletro. Quindi dopo sei mesi, e giorni dodici fu giudicato spediente, così in riguardo alla sua persona, come in riguardo al monistero, con iscambievole rincrescimento licenziarlo. Affliggevasi Benedetto, perché bramava sommamente seguire ivi vita solitaria e penitente: ma sottomise subito le sue brame al santo voler di Dio; ne altre parole gli usciron di bocca, se non queste:
Fiat Dei voluntas, spargendo non pertanto molte lagrime, spremute dall'amarezza del suo cuore. Niente minore fu la pena di quei religiosi nel restar privi di un soggetto così esemplare e cotanto per le virtù notate in esso amato da tutti; del qual santo portamento ne fanno nei processi lodevolissima testimonianza.
La carità sopraffina del P. Abate e di tutti quei santi religiosi, non permise, che andasse via prima di ricuperar la salute ormai rovinata: e però datogli posto nell'ospedale della casa, fuvvi trattato con distinzione. Ammiravasi da tutti il grande affetto, che mostrava, comecché convalescente, all'orazione ed alla lezione dei libri divoti, per quanto glie lo permettevano le forze; la carità verso il prossimo, servendo spontaneamente gli altri lnfermi; la solitudine, e il silenzio, praticati in quell'ospedale da lui con tale esattezza, che tutti credevano, starsene egli sempre unito con Dio, avendolo perciò in concetto di Santo: onde era, che ambivano di conoscerlo, dicendo scambievolmente:
Pius Juvenis Labre sanctus est: eum ergo adeamus visuri. Andiamo a veder Labre ch'è un Giovane santo.
Uscito dal convento di Sette Fonti dopo la dimora di sei mesi in circa, e dall'ospedale suddetto dopo due, scrisse sì bene ai genitori alli 31 agosto 1770 da Quiers nel Piemonte, ragguagliandoli di tutto con lettera edificante e rispettosissima, che fu l'ultima; non volle però far più ritorno alla casa paterna, credendo sicuramente, non essere voler di Dio, come narrò egli stesso al detto parroco di S. Venanzio in Fabriano, Don Mario Paggetti, che fu ivi suo confessore. Intanto sentivasi sempre più spinto da nuovi interiori impulsi ad intraprendere un sistema costante di vita austerissima, tutto opposto a1 sistema del mondo. Ne pregava fervidamente Dio, che glie lo scoprisse, esibendosi pronto ad abbracciarlo, che che gliene costasse.
Dio finalmente si degnò esaudirlo. Vedremo nella seconda parte, qual fosse un tale stato con quanta perfezione da lui fervorosamente abbracciato e costantemente praticato fino alla morte.
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