Tosto che fu sepolto il servo di Dio, cominciò il concorso del popolo la sera stessa della Domenica di Pasqua, concorso che i testimoni nei processi non trovano termini propri da esprimerlo. Chi lo dice
. Potrebbe paragonarsi ad un fiume, che rotto ogni argine scorre precipitoso al mare, venendo incalzate l'acque precedenti dalle posteriori. La fama di sua santità fu quasi come la luce, che in un momento si stende da un polo all'altro; si stese ella in poco tempo, non solo per tutta Roma, ma per tutto lo Stato Pontificio, per li Regni d'Italia, per tutta ancor l'Europa. Oltrepassò anche questa giungendo perfino nella Cina. Da Pechino, capitale di quel regno, fu spedita un'elemosina con lettera diretta al P. Postulatore. Fece l'altissimo Dio avverare in questo suo servo la promessa fatta già dal Redentore:
. Alla fama si aggiunse la voce concorde, che Benedetto sia un intercessore potente presso l'Altissimo per ottener delle grazie a pro di chi a lui ricorra; e in fatti molte si spargevano aver già Dio accordate a quelli che l'invocavano.
Il gran concorso nelle chiese va d'ordinario accompagnato da disordini ed irriverenze. Così avvenne nella chiesa di santa Maria dei Monti, per visitare il sepolcro di Benedetto; convenne adoperare molti ripari straordinari e strani per impedirle. Soldati alle porte della chiesa, steccato di legno attorno al sepolcro con guardie all'ingresso, che moderassero l'affollamento, soldati qua e là per la chiesa. Ciò non bastò: le irriverenze, il tumulto giunse a segno che fu giudicato spediente togliersi dal Tabernacolo il divin Sagramento e trasportarlo nella cappella domestica. Era stato ciò predetto dal Signore al suo servo alcuni mesi prima, senza però che gli svelasse il dì preciso, e da lui manifestato al confessore Marconi con estrema sua ripugnanza e rossore, come altrove si è detto. I1 Signore il fe' avverare, ed anziché offendersene, immagino che ne restasse compiaciuto e glorificato nell'onore del suo servo, come in altra circostanza il dichiarò alla sua diletta santa Geltrude, che entrata in iscrupolo ed amarezza, poiché un giorno stette tutta intesa a venerar l'immagine di Maria Vergine, non prestando alcun ossequio all'immagine di Gesù che le stava a lato, il Signore dileguò l'amarezza e lo scrupolo, dicendole che l'onor della madre ridondava tutto in onor suo, come pur disse San Girolamo:
: anzi le inculcò, che in appresso riverisse più divotamente l'immagine di Maria, nulla curando della sua:
. Giunse a tal segno la folla, che non si poterono in quei giorni celebrar messe, né farsi le consuete funzioni in chiesa.
Pur questo è poco. Dovea esporsi in chiesa alli 25 d'aprile il divin Sagramento in forma di quarant'ore, a tenor della cartella che prescrive ad ogni chiesa i suoi giorni Si sperava che cessasse il concorso, per farsi quietamente l'Esposizione solenne. Ma che? invece di scemare, si accrebbe in guisa, che si dove sostituire per l'Esposizione la chiesa dei santi Quirico e Giulitta per quei giorni. Bisognò serrare ancor la chiesa e mettervi in guardia della porta soldati per timore che il popolo affollato e tumultuante non la sforzasse gittandola a terra, come minacciava, per trasporto di devozione.
Riaperta la chiesa dopo alcuni giorni e collocate le guardie dei soldati dentro e fuori, si videro alquanto calmate le irriverenze ed il rumore, non già il concorso che proseguì, benché con miglior ordine e moderazione, regolato dai soldati. Per ben due mesi continui fu adoperata la milizia; indi sul fine di giugno fu congedata e tolto ancora lo steccato d'intorno al sepolcro. Fu cosa di gran maraviglia che i soldati, ai quali sogliono riuscir di pena e di molestia somiglianti disinteressate guardie, vegliarono per tutto quel tempo, non solo senza lagnanza alcuna, ma con gran piacere eziandio, come conobbe ed assicurò il loro comandante.
Calmate già le cose, ebbe agio ognuno di sfogare con vari esterni ossequi la divozion concepita verso il servo di Dio. Era un bel vedere e recava una gran tenerezza, mirare alcuni genuflessi divotamente fargli corona gloriosa d'attorno al sepolcro; altri stendersi boccone, molti versar lagrime copiose, questi chiedergli grazie, quelli ringraziarlo delle ricevute, tutti raccomandarsi alla sua intercessione. E non eran già solo le persone del volgo o idiote facili a dare in trasporti ed in fanatismo: v'eran de' sacerdoti, de' religiosi e d'ogni ceto: persone riguardevolissime per dignità e per dottrina. Quindi la loro riverenza e divozione presso al sepolcro accresceva negli altri affetto e tenerezza.
Un vescovo dopo d'aver celebrata la messa all'altare della Santissima Vergine, portossi rivestito delle insegne prelatizie al sepolcro, e dopo d'avere ivi orato, scopertosi il capo, prostrossi riverente e divoto colla faccia sul pavimento imprimendovi affettuosi baci. Una dama di alto rango pria d'entrare in chiesa, lascia fuor di essa a' servidori le scarpe e va scalzata in atteggiamento divoto al sepolcro; vi si ferma riverente buon tratto, torna a piè scalzi, né fa rimettersi le scarpe, se non fuor della chiesa. Altra eccellentissima principessa seguì l'esempio in altro giorno. Un'altra entrata in chiesa, fece il tratto dalla porta al sepolcro, tutto in ginocchio.
Venivan molti frattanto da' paesi stranieri e lontani in abito da pellegrini, tirati dalla fama della sua santità e dalle grazie che diceansi da Dio operate a sua intercessione. Molti ancor venuti apposta dalle parti orientali, si presentavano ossequiosi al sepolcro di Benedetto, divenuto già quasi un nuovo santuario. Anche si vide qualche confraternita forastiera venuta in corpo a venerarlo in tal numero, che occupava gran parte della chiesa.
Coll'andar poi del tempo, benché non vi sia più quel gran concorso, pure non mancan mai in tutti i giorni dei veneratori al sepolcro del servo di Dio, in atto di pregarlo o di ringraziarlo. Molte persone che frequentano quella chiesa, lo attestano. Ma il p. Palma Rettore della medesima, e che dal primo momento con somma sollecitudine ne intraprese come postulalore tutta la cura per secondare le divine disposizioni, afferma che nel decorso oramai di anni venticinque non sia giorno in cui sopra il sepolcro non siansi vedute persone d'ogni sesso, d'ogni età e d'ogni condizione a venerarlo.
Non terminarono qui gli onori, onde Dio ha voluto distinto il suo umilissimo servo in terra. Oltre la fama di sua santità sparsa in poco tempo da per tutto, oltre il gran concorso al suo sepolcro, che non può essere d'altronde se non dall'interna mozione e disposizione di Dio; volle ancora il Signore onorati quei miseri cenci che lo coprivano e che in vita lo rendevano oggetto di orrore a chi non lo conoscea; ed operando prodigi per mezzo di essi, gli ha posti in tale stima, che fortunato si è reputato, chi poté averne una porzioncella, quasi avesse un tesoro, adoperando pressanti mezzi per ottenerlo. Il signor avvocato d. Gio. Battista Alegiani destinato a patrocinare la causa di sua beatificazione, nel ristretto pregevolissimo della vita del servo di Dio, che per far sul principio in qualche modo paghe le brame comuni di tante città e regni, pubblicò in istampa nell'anno stesso della morte di Benedetto, asserisce, che nel corso di quattro mesi scorsi dal dì della sua morte, se n'eran dispensati sopra ottantamila. Confermò ancor ciò il p. Palma, costituito postulatore, per far le dovute istanze della beatificazione, a cui spetta unicamente la distribuzione delle reliquie del servo di Dio. A queste vi si aggiungano altre innumerevoli, date ad istanza di eminentissimi cardinali, prelati, principi, ambasciatori, sacerdoti, religiosi e secolari di ogni ceto e sesso, come vien deposto nei processi. Né mai fino ai giorni nostri sono cessate le continuate richieste venute da diversi stati e regni dell'Europa, dell'Asia e dell'America, come lo contesta il postulatore stesso.
Onorata parimente volle Dio la immagine di Benedetto, ed in modo ed in numero di esse straordinario. Centotrentacinque mila in pochi mesi ne furono impresse e sparse in più regni ancor lontani. La città di Capua non contenta delle ricevute da Roma, ne impresse trentamila. Quindi è che da per tutto incontrasi figurato in vari atteggiamenti divoti. Ei si vede dipinto su le tele, scolpito nei rami, nei cedri, nei marmi, impresso nelle cere, nelle carte, nei gessi. I rami soli che furono incisi nell'anno stesso della sua morte, furono ottantacinque, moltiplicandosi sempre più di anno in anno. Le dette immagini richieste a grande istanza sono sparse a migliaia per lo Stato Pontificio, per molte città e regni, per l'Europa tutta, e per altre parti dell'universo cattolico. Or se, giusta l'asserzione di Severo Sulpizio e di altri bravissimi autori, è un chiaro indizio di singolare santità l'affollamento di un intero popolo a venerare il cadavere di un servo di Dio; dobbiam noi conchiudere, doversi ritrovare in Benedetto una santità ammirabile; riflettendo, che non la popolazione soltanto di Roma, non delle provincie unicamente circondarie, ma quanti mai adorni di cattolica religione da qualunque stato e regno del mondo qui giunsero, si sono affollatamente portati a venerare il suo cadavere nel sepolcro. Che non devesi dedurre ancora della venerazione universalmente prestata alle sue reliquie ed immagini da' popoli tutti del mondo, come abbiamo veduto?
Sembra ancora, che con fama cotale di santità universalmente stesa e in poco tempo, sino alle parti estreme del mondo e dell'Oriente e dell'Occidente, Dio smentir voglia quei moderni increduli male affetti alla santità stessa, se non pure miscredenti, che cercano far credere un fanatismo la fama onorevole di Benedetto. Ma oltre il consenso comune di tanti popoli, oltre la venerazione di tante persone pie e dotte, non può Iddio, Verità infallibile, autenticar per vera con prodigi una santità falsa. Questa è verità incontrastabile in sacra teologia: molto più che invece di scemarsi l'onorevol fama col tempo, si è andata piuttosto accrescendo di mano in mano, e si è andata da Dio sempre più autenticando con nuovi prodigi che si narreranno nel penultimo capo, e colle istanze premurose e replicate che di tempo in tempo si sono avanzate in Roma da quasi tutto il mondo alla santa Sede, per vederlo presto ascritto nel ruolo dei beati. Cinquanta vescovi, tosto che divulgossi colla morte la fama della sua santità indubitata e dei miracoli, chiesero ardentemente supplichevoli dalla san. mem. di Pio VI sommo Pontefice la sua beatificazione: e con essi la chiesero tredici arcivescovi, sette Cardinali vescovi, alcuni capitoli delle cattedrali colle lor dignità, trentanove conventi interi di religiosi, magistrati in gran numero. E molti degli accennati d'un grado, d'una dignità così rispettabile, non contenti della prima efficacissima supplica, la replicarono chi due, chi tre volte ancora. Tutti adducono tre motivi delle loro premurose istanze; il primo la santità eroica del servo di Dio, ad alcuni nota di presenza, quando l'ebbero tra le loro mura, come sono quei di Amettes, di Boulogne, di Erin, di Fabriano, di Loreto, di Roma; ed altri per fama sicura. Il secondo, i miracoli strepitosi operati da Dio per sua intercessione dopo la morte. Il terzo, la necessità di promoversi la sua beatificazione per opporre al libertinaggio che corre in questi tempi corrotti, gli esempi delle virtù praticate da Benedetto, e per avere presso Dio un intercessore potente che ottenga col dileguamento degli errori, il freno alla libertà pregiudiziale all'anima e alla santa chiesa; e per impetrar le grazie di cui ognuno ha bisogno. Le innumerevoli suppliche o siano lettere postulatorie spedite a dimandare la beatificazione di Benedetto sono come un compendio delle sue virtù, un elogio della sua santità, tanto più sublime, quanto più occulta.
Sarà poi di somma consolazione, ed ammirazione insieme dei divoti nel leggere per compimento di questo capitolo la sorprendente istanza fatta all'allora regnante sommo Pontefice Pio VII dal zelantissimo vescovo di Arras, sotto la di cui giurisdizione si trova la patria del nostro servo di Dio. Egli dopo aver esposto al S. Padre, che i popoli alla sua cura commessi recandosi a gloria aver avuta origine fra loro Benedetto Giuseppe, il venerano come potente intercessore presso l'Altissimo:
, aggiunge che tanta è la fama, e stima di sua santità, che il tempio stesso parrocchiale, dove ricevette il santo battesimo, e dove passò a venerar Dio i primi suoi anni,
. Quindi passa a rappresentare, che tutti gli abitanti della sua vastissima diocesi e tutti coloro, alla cognizione dei quali è pervenuto il nome di Benedetto Giuseppe,
. Finalmente il medesimo pastore rivolto al sommo Pontefice domanda, che fintantoché colla sua suprema autorità non abbia dichiarato, essere tra il ruolo de' santi Benedetto Giuseppe, si compiaccia d'inviargli qualche porzione delle sue reliquie per tenerla all'ordine e collocarla nella cappella da dedicarsi a Dio sotto la sua invocazione:
. Dal fin qui narrato il lettore ammirerà sempre più la beneficenza divina verso il suo amato servo Benedetto Giuseppe, in mantenergli ferma, non mai interrotta ed universale la divozione e venerazione de' popoli.
Narrar tutti i miracoli da Dio operati pei meriti di questo suo servo, non è possibile: vi bisognerebbe un tomo a parte, oltrecché riuscirebbe noioso a' leggitori. Ne sceglierò dunque alcuni dei più strepitosi, accennando poi gli altri. Mi si permetta però prima di esporli, l'avvertire due cose per quei che non voglion dar fede ai miracoli, neppur degnandoli d'un guardo nelle vite de' santi. La prima è, che il non prestar credenza ai miracoli e rivelazioni che non son di fede, vien detto dal Vasquez e con lui da molti altri teologi, sentimento empio e scandaloso:
impium, et scandalosum est non credere, quae de Sanctis et eorum miraculis historiae narrant. Il dire, non doversi loro credere, fu una delle proposizioni dello scellerato Erasmo: proposizione censurata e condannata. Censura e condanna molto lodata dal suddetto teologo. Alle verità che son di fede prestar si deve credenza indubitata, cieca, ferma, per l'autorità infallibile di quel Dio che l'ha rivelate. Alle cose però che non son di fede, perché negarsi credenza, quando sono state esaminate, crivellate, provate giuridicamente, e confermate ancor con giuramento, non di uno, ma di molti? È forse da savio il credere spergiuri tanti e tanti, che ben sanno il peso del giuramento? È da savio il credere sciocchi, ignoranti, fanatici, quei personaggi autorevoli ecclesiastici, forniti di dottrina, di pietà, di discernimento, che l'hanno esaminati con rigor sommo? A tali cose adunque che non sono di fede, vuolsi prestare fede non già divina, ma bensì umana. Gioverà ciò per esaltare, per ammirare l'onnipotenza di Dio in somiglianti opere superiori alle forze della natura, gioverà per conoscere il gran merito che hanno i Santi presso Dio. e per destare in noi la confidenza nel valevole loro patrocinio. Vantaggi sono questi pregevolissimi, dei quali punto non curano i seguaci di Erasmo.
La seconda è, che i veri miracoli si fan da Dio per autenticare, o le verità che si predicano, o la vera santità de' Servi suoi. Così asserisce s. Tommaso:
miraculum quandoque in testimonium veritatis praedicatae: quandoque in testimonium personae facientis. Sono i miracoli:
vera loquutio Dei, come li dice la sana teologia. Quindi, come si oppone alla santità e veracità di Dio, l'autorizzar con miracoli dottrina falsa, così con pari ragione gli si oppone, autorizzar con miracoli santità mentita. Avendo dunque operati Dio per mezzo di Benedetto, dopo la sua morte, molti miracoli, miracoli veri, provati giuridicamente, autorizzati, giurati non sarebbe da savio e prudente il negarli. Io narrerò qui soltanto quei che trovo già esaminati e giuridicamente provati con autentici documenti ed anche con processetti diretti al ridetto P. Postulatore Palma, trasandando que' moltissimi, che corrono per le bocche del popolo senza la giuridica ed autentica prova.
In primo luogo vengo ad esporne uno dei più strepitosi, anche per le particolarissime circostanze che l'accompagnarono, avvenuto in Sicilia nell'anno 1785 alli 6 di luglio, due anni dopo che morì il servo di Dio in Roma. Stava già sul confine di sua vita, disperata dai medici, una piissima religiosa Benedettina, di nome suor Maria Melchiorra Crocifissa Testasecca, nel monistero di s. Paolo della Città di Bivona, diocesi di Girgenti. Un complesso di gravi mali l'avea ridotta vicino a morte. Dolori di petto, ostruzione costante, tosse continua, vomiti di sangue, difficoltà somma di respiro, gonfiamento di gambe, inappetenza totale, vigilie notturne. Parea già la sua guarigione omai fuori di ogni speranza: eransi resi vani i rimedi dell'arte, adoperati per sei mesi da tre peritissimi medici, i quali per ultimo rimedio le proposero di lasciarsi trasportare alla casa paterna. Ma vedendola ferma nella risoluzione di non voler abbandonare il chiostro e la clausura, le dissero:
o andare o morire. Ho più caro, rispose religiosamente suor Melchiorra,
perder la vita nella casa di Dio, che aver salute nella casa paterna. In uno stato così deplorabile, visitata per l'ultima volta da' medici, fu data già per ispedita. Intanto altra monaca suor Maria Giacinta Reitano, afflittissima per l'imminente perdita d'una sua cara compagna, ch'era il principal sostegno del canto in coro, portossi sollecita in chiesa, e piena di fiducia rivolta al Cuor Santissimo di Gesù, pregollo caldamente, che per li meriti di Benedetto Giuseppe restituisse la salute e la voce a suor Melchiorra, troppo necessaria al coro. Dio l'ascoltò: spedì dal cielo Benedetto Giuseppe a guarirla. Sorpresa suor Melchiorra la notte seguente da un leggero sopore, le parve di vedere, come da lungi nel dormitorio, un pellegrino così bello, così risplendente, che coi suoi raggi illustravalo tutto, simile ad un sole. Venendo questi alla sua volta, le disse in aria festosa, ed amabile:
conosci, chi son'io? son Benedetto Giuseppe Labre morto in Roma: sappi, che io son mandato dall'altissimo Dio, per darti la salute. Dio te la dà per l'atto generoso, a Dio gradito, che tu facesti, di voler piuttosto morire in sua casa, che guarire nella casa paterna. In premio ti concede Dio per mio mezzo la sanità, per assistere al coro e per cantare le lodi di Dio. Indi intinse il dito in un vasetto che portava in mano, pien di liquore odorosissimo, segnolla col segno della santa croce, dicendo frattanto:
nel nome del Signore Dio e della Santissima Trinità, levati, sei sana. Dimani intervieni coll'altre a cantar nel coro l'Uffizio Divino, all'esposizione del Divin Sagramento, a cantar colle altre religiose l'inno Eucaristico: TE DEUM LAUDAMUS; in ringraziamento del favore a te fatto. Mentr'egli ciò diceva, rapita suor Melchiorra della bellezza dell'oggetto, dalla dolcezza delle sue parole, mirava come estatica, un'insegna risplendentissima, che ornavagli il petto, come una gran gioia preziosa avente nel mezzo il marchio della Santissima Trinità, e non avendo coraggio da dir parola, come fuori di sé, sommersa in vivi affetti di stupore, di allegrezza, di gratitudine, intese dirsi dall'istesso:
questa insegna, che tu ammiri nel mio petto, mi si è data in premio della divozione ch'io ebbi alla Santissima Trinità, adorandola, riverendola profondamente e facendola salutare e ringraziare dai ragazzi nelle strade di Roma. Ciò detto, le s'involò dagli occhi, e con lui le disparve istantaneamente ogni male; cosicché sola da sé, perfettamente guarita, si vestì, portossi al coro, prevenendo le altre, grondandole dagli occhi copiose lagrime di giubilo e di tenerezza. Venendo indi a poco a poco di mano in mano le religiose, e vedendola in coro già sana, non può esprimersi da quale alta meraviglia restassero tutte sorprese, dubitando, se fosse dessa suor Melchiorra, se un'ombra, oppur fantasma. Mirar sana perfettamente in coro quella che aspettavano dolenti vedere estinta sulla bara! Ma dileguossi la dubbiosa maraviglia, quando udiron raccontarsi da lei tra lagrime di tenerezza quant'erale occorso col servo di Dio Benedetto Giuseppe dopo la mezza notte. Quindi intonando tutte a voce concorde e liete il
Te Deum, seguirono festose con lei gli altri consueti esercizi di pieta. Sparsasi immediatamente col suono giulivo delle campane la prodigiosa istantanea guarigione, accorse a gara ogni ceto di Bovinesi al monistero, ed ascoltando il fatto prodigiosissimo, faceano risuonar da per tutto le lodi di Dio mirabile nei santi suoi: il nome, ed il potere del povero di Roma, Benedetto Giuseppe, passato già dai cenci alle grandezze eterne, dalla terra al cielo, e dall'oscurità in cui viver volle, a divenire un dei più cari alla Santissima Trinità, uno dei grandi della reggia celeste. Il guarimento prodigioso fu esaminato ed autenticato dalla curia del Cardinal Branciforti, allora Vescovo di Girgenti, da piu teologi, dal giuramento dell'abbadessa colle sue monache, dei tre medici e della fortunata suor Melchiorra, così perfettamente guarita, che non le è rimasto affatto segno o vestigio alcuno dei gravissimi mali che l'opprimevano.
Sorpreso da un mal violento nell'occhio destro nel 1778, Giuseppe Bonamano marinaro in Civitavecchia, avea provati tutti inutili affatto i molti rimedi ordinati dai professori. Finalmente già perduta in quell'occhio la vista, erasi inoltre in esso formata una fistola dichiarata incurabile, per cui non potea più esercitare il suo mestiere, sperimentando di continuo dolori acerbissimi. All'udire nel 1783, le guarigioni prodigiose, onde Dio onorava Benedetto Giuseppe morto in quell'anno in Roma, concepì tanta fiducia, che risolse di portarsi al suo sepolcro, per impetrare il risanamento dell'occhio. Intraprese dunque il viaggio a piedi, avvolto con una fascia il capo, per cautela dell'occhio. Ma ravvivossi al sommo la sua fiducia per la strada, poiché incontratosi con Giuseppe Castardi, da lui ben conosciuto in Civitavecchia tutto storpio ed inetto al moto; lo vede ora con molta sua maraviglia già raddrizzato tornarsene in Civitavecchia con passo spedito e libero, mercé la grazia ricevuta al sepolcro di Benedetto Giuseppe; aggiunse allora lena e alla fiducia e a' suoi passi, per proseguire più velocemente il cammino. Giunge al sepolcro, ivi prostrato prega caldamente, che gli desse qualche segno della grazia che sperava. L'ebbe tantosto: gli cadon da sé le fascie dal capo, e nel punto stesso si trova guarito perfettamente dell'occhio, svanito il tumore e la fistola. Per la qual cosa esultando di giubilo, gli diè vivissime grazie e ritorno allegro e sano in Civitavecchia, dando gloria a Dio e promulgando il potere ed il credito che ha presso Dio Benedetto Giuseppe.
Merita d'essere distintamente narrata l'apparizione del servo di Dio ad una divota Vergine, che può valer di documento a quei, che non lascian regolarsi dal confessore. Avvenne questa in Roma ad una pia donna di nome Angela Regali. Oppressa lungo tempo da morbi cronici, n'ebbe addosso una calca maggiore nel giorno appunto in cui morì Benedetto, 16 d'aprile 1783. Fu assalita da dolori fierissimi di fianco, difficoltà di respiro, palpitazione di cuore, totale perdita di sonno, costretta a passar le notti intere in penosissima veglia, e sintomi frequenti di altri mali. Sentendo i prodigi, che operava Dio per intercessione di Benedetto e piena di fiducia, a lui con calde preghiere si rivolse. Benedetto le apparve, dicendole chiaramente, che il rimedio de' suoi mali dipendeva da lei stessa, non lo cercasse altrove. La riprese dolcemente delle disubbidienze al suo confessore: (era questi il dottor D. Giuseppe del Pino Missionario Urbano pieno di zelo apostolico ) e se volesse guarire, gli prestasse prontamente la dovuta ubbidienza (documento praticato prima in ogni tempo di sua vita da Benedetto, ed ora inculcato ancor dal cielo). Così disse e disparve. Corretta e risoluta di obbedire, provò subito il guarimento promesso, cominciò a dormire profondamente la notte e svaniron tutti gli altri mali che di continuo la travagliavano.
Ma che? Ricaduta due volte in qualche disubbidienza, si vide riassalita da altri mali troppo peggiori, che nel 1786, la ridussero presso a morire. Incapace di ricevere il santo viatico per li continui svenimenti, fu munita dell'estrema unzione. In tale stato ricorse internamente ravveduta all'intercessione di Benedetto, il quale di nuovo apparsole, dopo averla ripresa, torno ad inculcarle con più veemenza l'ubbidire prontamente al confessore, il che da lei eseguito, subito le si dileguarono tutti i suoi mali costantemente.
Prodigiosa fu la guarigione istantanea della signora Palma Sagripanti, d'anni 21, nella città di Fermo. Un gruppo di pertinaci orridi mali pel corso d'anni cinque l'avea talmente assalita, che si vedeva già sicuramente al termine di sua vita: mal di canchero in petto, tumori perniciosi nel corpo, convulsioni orribili, profluvio di sangue, nausea di ogni cibo, vomito così frequente ed impetuoso, che tre giorni prima del guarimento non poté ricevere un pezzettino di pane o un sorso d'acqua. Tutti i rimedi adoperati le recavano detrimento maggiore anziché giovarle. Finalmente alli 6 di maggio del 1783, vedendosi già destituita d'ogni rimedio e prossima a morire pel nuovo ringagliardire di tanti mali, raccomandandosi fervidamente a Benedetto Giuseppe, applicandosi al petto la sua immagine stampata in carta, ricevuta dal proprio confessore, addormentossi placidamente, e vide in sogno Benedetto, che le disse:
Alzati e mangia. Destatasi chiede da cibarsi. Stupiti e contenti i domestici gliene apprestarono; mangia in fatti con piacere e si addormenta di nuovo. Ma di nuovo presentandolesi Benedetto;
alzati, le dice,
osservati, sei guarita. E guarita perfettainente trovossi, con maraviglia de' suoi e di Roma stessa, allorchè venuta apposta da Fermo, la videro molti prostrata al sepolcro del servo di Dio a rendere le dovute grazie al suo liberatore, ché divulgato già era il prodigioso guarimento.
Tormentata fieramente per nove anni Angela Pipino d'anni 40 da uno scirro enorme, in Arce, diocesi di Aquino, e costretta a starsene ferma in letto, senza potere né pur muovere un dito, invocò Benedetto, di cui l'era giunta la notizia della santità e de' miracoli: e le fu posta sotto il capo la sua immagine in carta. Addormentatasi placidamente, ecco apparirle in sogno Benedetto, e dirle:
alzati, che sei già guarita. Si sveglia, e trovasi perfettamente guarita, sgombrato affatto l'indurito tumore, ch'era per fede del chirurgo pari ad una pagnotta casareccia, del peso di libre a un di presso quattro. L'eccesso della gioia la fece uscire come fuor di sé e dare in lagrime di tenerezza: e quella che per sì lungo corso d'anni era stata priva d'ogni moto, va da sé tutta lieta sull'alba a dar grazie all'Altissimo in chiesa per un favore così insigne e straordinario, accordatole per li meriti del suo servo Benedetto. Era ben noto in città il suo lungo ed ostinato male: quindi fu grande nel popolo tutto lo stupore, al vederla già sana e libera; ma in udirsi l'apparizione ed il segnalato favore di Benedetto, risuonò festosamente il suo nome e il suo potere presso Dio per le case tutte e per le pubbliche strade.
Graziosissima, ed ammirabile fu la risanazione istantanea di due sposi, Gaetano e Maria Micheli in Borgo S. Pietro, diocesi di Rieti. Sorpresi entrambi in un tempo da putrida e forte febbre, da frequenti sintomi mortali, erasi già data da' medici per irreparabile la vicina lor morte. Stando presso al letto di essi un lor figliuolino innocente di anni tre e quattro mesi, proruppe d'improvviso balbettando in queste parole:
Benedetto Giuseppe fa passar la bua a tata e mamma. La grazia, l'innocenza del fanciullino tirò l'attenzione dei circostanti. Quando il sentono replicatamente dire dopo le suddette parole:
sì, sì. Interrogato da loro, chi mai dicesse sì, sì, accennò colla manina l'immagine di Benedetto Giuseppe attaccata al muro; replicando
sì, sì. In quel momento svanì affatto la febbre, cessarono i mortali sintomi; e ritornati in sé, si ritrovarono perfettamente sani, con istupore dei circostanti, che non saziavansi di lodarne Dio ed il suo fedelissimo servo. Più ne stupirono i medici di lì a poco, quando sopraggiunti, trovaronli passati da morte a vita; attestando concordi tal cambiamento superiore alle forze della natura. I due sposi fecero subito voto di portarsi al sepolcro del servo di Dio in Roma, per dargli le dovute grazie, che poi esattamente adempirono.
Molestata già per quattro interi anni la vedova Cecilia Girardi di Mondolfo da gravissimi dolori nefritici, da ritenzione d'orina, con vomiti frequenti e fiere convulsioni, avea adoperati molti rimedi ordinati dai medici, ma tutti invano. Un giorno finalmente oppressa e tormentata più del solito, spinta dalla fama dei miracoli di Benedetto, ne applicò una reliquia al fianco sinistro. Nell'atto dello spasimare, sente dirsi con chiara voce interna:
tu sei guarita. Replica ella le stesse parole, in modo che i circostanti credettero delirasse; ma si avvidero tosto della miracolosa guarigione, poiché Cecilia nel punto stesso mandò fuori de' calcoli e della copiosa orina; restando libera affatto da ogni male.
Domenica di Pietro, giovinetta di anni 12, avendo perduto interamente il vitale moto del braccio destro per fiera attrazione senza poterne far uso veruno per quattro mesi, fu condotta dal genitore in Roma al tumulo di Benedetto, dalla terra detta
le Sante Marie, della diocesi di Marsi e Piscina, per ottenerne la liberazione, come udiva della intercessione potentissima presso Dio di Benedetto, sperimentata già da altri molti. Pertanto essendosi a lui caldamente raccomandato, attaccò al perduto braccio di sua figlia, nel porla in letto l'immagine del servo di Dio. Com'ella addormentossi, parvele di veder chiaramente Benedetto, che toccandole con sua mano il braccio, vi restituisse d'improvviso e il senso e il moto; indi disparve. Destata il muove, l'agita, e si conosce perfettamente sana con estremo giubilo non men suo, che del genitore, con cui portossi lieta in Roma a dargliene le grazie dovute.
Un esercito pernicioso di locuste danneggiava orribilmente nel 1783 i campi tutti di Montefiascone e di Viterbo, divorando da per tutto il grano felicemente germogliato: intimorito un tal Pompeo Renzi di Montefiascone per 1'imminente inevitabile strage, che temea del suo grano, trovò l'armi opportune contro tal'esercito divoratore. Pien di fiducia attaccò ad una canna l'immagine di Benedetto; e collocatala in mezzo al suo campo, lo pregò con tanto fervore, quanto glie ne ispirò il bisogno della sua famiglia, che resterebbe per quell'anno priva del necessario sostentamento con la temuta distruzione del grano. Mirabil cosa! Visitando per un mese e mezzo in vari giorni il suo grano, lo trovò sempre libero e verdeggiante, senza che alcuna dell'innumerabili locuste entrata fosse nel suo campo, e da tre prodigi riconobbe il favore di Benedetto. Il primo fu, avere trovato nei confini ammontonate ed affatto estinte le bestie divoratrici. Il secondo, vedere rovinati e desolati i campi, che stavan d'attorno al suo. Il terzo, essersi conservata intatta, illesa, asciutta l'immagine di Benedetto in carta, ad onta delle pioggie copiose e degli impetuosi venti, che in sì lungo tempo avrebbero dovuto prestamente disfarla.
Portossi a piè nudi da Tolentino al sepolcro di Benedetto in Roma il vetturale Giovanni Pezzini, atteso il prodigioso istantaneo guarimento ricevuto per mezzo dell'immagine di Benedetto. Era stato egli tre anni languente in letto per acerbi dolori nel fianco destro e per febbre continua. Erasi aggiunto a questa un vomito così orribile, che lo avea reso incapace di ogni cibo: cosicché dichiarato incurabile il male, gli fu amministrato il santo viatico e l'estrema unzione. In uno stato così lagrimevole l'afflittissima consorte ricorse all'intercessione di Benedetto con applicargliene sul petto l'immagine. Vide tosto l'effetto di sue preghiere ed il valore del merito del servo di Dio. Perocché al tocco dell'immagine il moribondo quasi ritornato a vita chiese cibarsi: ristorandosi con piacere ed avidità, si alza da letto sano e libero da ogni male nel giorno stesso. Prodigio, che recò gran maraviglia in tutta Tolentino, ove il servo di Dio era stato qualche volta di passaggio e vi era ben noto.
In Tolentino pure si narrano nei processi accadute ventitré prodigiose guarigioni, operate dal servo di Dio al tocco solo della medaglia che ivi lasciò ad una donna di nome Caterina Gentili: medaglia, da lei prima ricusata; ma dopo la morte di Benedetto nel mese di Maggio del 1783, recatale da un ignoto pellegrino, valse come d'un rimedio universale contro ogni genere di morbi, anche mortali, anche ostinati pel corso di molti anni. Guarimenti così prodigiosi, che il R.mo Capitolo, le dignità e i canonici di Tolentino, nell'avanzare l'istanza della beatificazione al Sommo Pontefìce Pio VI. di fel. mem. li adduce per un dei principali motivi della petizione.
La zitella signora Clementina Cicconetti di anni 25 era stata per otto anni interi confinata immobilmente nel letto da un cumulo di diversi complicati e tormentosi mali, che l'avevano resa inabile ad ogni moto, e la mostravano divenuta come un vero scheletro. Allo strepito dei miracoli operati da Benedetto Giuseppe, fu pensato di condurla al suo sepolcro. Difatti staccata dal letto con grandissima difficoltà e pena coll'aiuto delle braccia altrui, fu posta in una sedia per collocarla in carrozza, colla quale anche a stento fu trasportata al sepolcro del servo di Dio, ove dopo breve preghiera all'istante disparvero tutti i suoi mali; sentì rincorarsi da straordinario vigore in guisa che immediatamente si alzò da sé stessa in piedi, e con passo veloce da sana ricusò qualunque appoggio e sostegno, pronta anche a tornare in casa senza il comodo della carrozza: ivi giunta da sé speditamente salì le scale, mangiò con appetito delle vivande che gustò la stessa sera, e proseguì a stare perfettamente libera da tutti li sofferti mali. Chiamata di poi dal Signore allo stato religioso, fu ammessa nel venerabile monastero del Bambin Gesù di Roma, e per memoria e gratitudine al suo liberatore, nel vestire quel sacro abito, assunse il nome di Maria Benedetta. Ivi disimpegnò senza incommodo alcuno tutti gli uffici assegnateli anche i più laboriosi. Continuò per molto tempo a trovarsi sana e robusta esercitando l'officio di superiora in quella rispettabilissima comunità.
Somigliante a questa portentosa guarigione è quella, che fece Benedetto alla vedova Angela Zanchi, della parrocchia di s. Marco colpita per ben due volte da fiero colpo di apoplessia, fissata lungo tempo in letto, e finalmente condotta in sedia da più persone al suo sepolcro, ove posta, appena ebbe ivi pregato. riacquistò senso, moto, forze; onde lasciata ivi in memoria del ricevuto favore e per gratitudine la sedia stessa, con passo spedito tornò da sé alla propria casa, accompagnata da gran moltitudine di popolo stupito e giubilante, che videla e trovossi presente.
Una giovinetta muta dei dintorni di Fabriano, fu soprappresa da idropisia, che gonfiatala a guisa di un otre la ridusse ben presto agli estremi. E così già le si voleva apprestare il Ss. Viatico ed il sacerdote che l'assisteva erasi recato in una vicina cappella per celebrare la messa e consagrare la particola che doveva amministrare alla moribonda. Questa intanto invocava i soccorsi dal cielo raccomandandosi al poverello Benedetto Giuseppe. Fu l'opera di pochi minuti; improvvisamente sentì ridonarlesi la vita, saltò di letto e vestitasi dei propri panni, corse alla chiesa dove con sorpresa e maraviglia di tutti ricevette la comunione che le si era preparata per viatico.
Un processo nelle forme legali eseguito in Loreto sulla fede giurata di 12 testimoni attesta l'autenticità del fatto.
Altri prodigi si narrano nei processi ugualmente portentosi; ma per non andar troppo in lungo, bastar possono gli esposti per argomento della santità di Benedetto Giuseppe, autorizzata da Dio con li medesimi. Moltissimi poi trovansi di minor conto dei quali la narrazione sarebbe egualmente superflua e noiosa. Chi entra in un vago giardino fregiato di gentilissime piante, non guarda se non con occhio passeggiero quelle di minor pregio. Farò dunque di tutti come un fascio: basterà così mirarli di passaggio, per conoscere l'impegno, onde ha voluto Dio onorar Benedetto Giuseppe.
Leggonsi parimenti guarigioni istantanee da febbri ostinate e maligne, anche etiche, da apoplessie, da parto infelice, postème, ulceri, cancheri, fistole, ernie, scirri, coliche, natte, spine ventose, calcoli, sciatiche, cecità, epilessie, scorbuti, rotture d'ossa, mal di pietra, d'idropisia, d'occhi, d'orecchie, di gola, di tigna, di scrofole; e tant'altri mali anche inveterati per molti anni: taluno per anni 18, qualch'altro per anni 30. Pare che il Signore abbia formata in questo suo servo come una nuova Probatica Piscina, pari a quella di Gerusalemme, ove trovava il rimedio l'infermo: a
quacumque detinebatur infirmitate. Se non che in quella un solo infermo veniva guarito, quando l'angelo destava il moto nell'acqua; e bisognava aspettare tal moto, ed entrarvi il primo. In Benedetto non vi è restrizion di tempo, di persone, di luogo. In ogni tempo, qualunque persona e molte insieme, in ogni luogo Dio fa dei guarimenti prodigiosi per li meriti di Benedetto.
Li fa col solo appressarsi gli infermi al suo sepolcro; coll'usar la corona che toccò la bara ove giaceva il suo corpo; collo stendersi sul letto ove morì; coll'adoperar la sua immagine, toccarla, baciarla; col mettersi sul petto il libro della sua vita; col solo invocarlo; coll'inghiottire qualche particella di sua reliquia; col bere qualche sorso d'acqua, tenuta nella ciotola, di cui valevasi Benedetto, provata anche prodigiosa dalle partorienti nei pericoli del parto; ed ancora colla sola fiducia. Per dimostrare poi Iddio, quanto gli sia caro Benedetto, ha fatto dei miracoli, e tuttora siegue a farne, non in Roma soltanto; ma in molte città e terre, non d'un solo regno, ma di molti, anche lontanissimi da Roma, e tra sé distanti. Dei più recenti ne accenneremo soltanto alcuno in aggiunta a quelli superiormente dall'autore accennati.
Rosa Maria Gregori Oblata nel R. conservatorio di s. Carlo in Pienza soffriva da 16 anni tale malattia alla spina, che i medici l'avevano affatto ritenuta insanabile e finalmente verso l'anno 1863 l'avevano totalmente abbandonata. La spinite erasi protratta a tal segno, che la malata doveva rimanersi immobile sopra una sedia per i dolori acutissimi a cui andava soggetta nel muoversi, per il deperimento generale e per la paralisi che l'aveva colpita. In questo compassionevole stato e quasi sfinita, ricorse a Benedetto del quale le avevano recata un'immagine ed una reliquia. Al vedere la figura del santo si accese in lei una viva fiducia nella sua protezione, ed incominciò una novena chiedendo la grazia della sua guarigione che i mezzi umani non valevano ad apprestarle. Non fu invano che ella ebbe ricorso a Benedetto e che in lui ripose la sua fiducia. Non era neppure finita la novena, quando un giorno che con maggior devozione implorava la sua protezione quella inferma la quale per tanti anni aveva dovuto giacersi immobile come si è detto, sopra una sedia, si alza repentinamente con maraviglia di quanti furono presenti al fatto, e vestitasi corse a ringraziare il santo della prodigiosa guarigione che avea ottenuto.
Una giovane della città di Veroli, parimenti nell'anno 1863 colpita da una febbre putrida, in pochi giorni fu ridotta agli estremi, presentando tutti i sintomi di una prossima dissoluzione. Ribellatosi il morbo a tutti i rimedi dell'arte e riuscendo impossibile coi mezzi umani non che la guarigione, il sollievo dell'inferma; le si apprestarono i ss. Sagramenti che la medesima ricevette apparecchiata e rassegnata alla morte. Intanto si era cominciato un triduo al Santo e si era suggerito alla moribonda di raccomandargli il suo stato, il che ella fece colla maggior fede e devozione che seppe. Terminato il triduo, scomparvero non solo tutti i sintomi mortali, ma la inferma ricuperate le forze andò a ringraziare il suo celeste benefattore della grazia prodigiosa che si era degnato di farle.
Annunziata Bordoni di Limoges trovavasi rinchiusa nella casa di penitenza alle terme Diocleziane nell'anno 1863. Forti patemi d'animo aggravati dalle ultime circostanze della sua prigionia, furon causa perché il suo stato di salute debole ed infermiccio ricevesse una scossa mortale. Le si manifestarono con più violenza le convulsioni epilettiche, alle quali andava soggetta e queste degenerarono in apoplessia sanguigna che la ridusse agli estremi. Riavutasi alquanto, ma assicurata dai medici della impossibilità della sua guarigione, fu consigliata a ricorrere all'intercessione di un santo della sua stessa patria, Benedetto Giuseppe Labre. Con fiducia e devozione grandissima la malata si rivolse infatti al suo potente patrocinio ed invocò il suo soccorso. Aggravatosi il male e ricevuti i sacramenti, mentre lo stato deplorevole dell'inferma pareva annunziare la prossima sua fine, immantinente e senz'altro aiuto perfettamente risanata poté scendere di letto con ammirazione di quanti furono presenti al fatto, essendo scomparsa colla paralisi ogni altra traccia del pernicioso morbo che l'aveva ridotta in fin di vita. I medici Azzocchi e Melata che ebbero cura dell'inferma, attestano con giuramento in una dichiarazione che ne rilasciarono, che
l'istantanea guarigione è avvenuta per miracolo di Maria santissima per intercessione del B. Giuseppe Labre.
Nella città della Mirandola diocesi di Carpi ammalò gravemente nell'anno 1873 per infiammazione intestinale Augusto Adani fratello del parroco - prevosto del luogo. Ogni rimedio umano fu sperimentato inutile e sicura già se ne piangeva la perdita. con grave danno della famiglia che vedeva orbarsi del principale suo capo. Il medico curante andava disponendo alla rassegnazione il fratello, non nascondendo che vicina doveva giungere la crisi mortale. Fu recata all'infermo una reliquia del santo, colla quale fu segnato e benedetto. Quella reliquia valse più d'ogni altro rimedio, perché in pochissimo tempo il malato poté ricuperare la sanità e la vita.
Di questi fatti tutti accertati con autentici documenti e da giurate attestazioni, raccolte anche in appositi processi redatti dalle competenti autorità, ne potremmo riempire un intiero volume. Siamo però costretti a passarcene per non eccedere i confini assegnati al nostro lavoro e per non tediare colle soverchie narrazioni i lettori. Ripetiamo che prodigi avverati per intercessione di Benedetto se ne contano in gran numero in ogni parte della terra, e non soltanto di guarigioni ottenute, ma di ogni specie di grazie di favori e di straordinarie conversioni.
Per S. Tommaso la conversion de' peccatori,
justificare impium, opus majus est, quam creare coelum et terram; e per S. Gregorio:
majus est miraculum, peccatorem convertere, quam, mortuum suscitare. Ebbene, di prodigiose conversioni molte se ne accennano nei processi, e molte altre potrebbero registrarsene avvenute in seguito, di persone che lasciato il sentier lubrico dei vizi, si son rimesse nella via retta di Dio e del cielo, al sol vedere gli esempi di Benedetto, allo star d'accanto alla sua bara, quand'era esposto, all'adoperar qualche particella delle sue reliquie, all'invocare la sua intercessione, al far qualche buona opera per ottenere il suo patrocinio.
Quanto si è scritto fin qui, basterà certamente per una chiara riprova del compiacimento divino nella grand'anima di Benedetto Giuseppe, e per un forte stimolo da ricorrere alla sua valevole protezione, da procacciarsela sopratutto coll'imitare ciascuno le gloriose sue gesta, a proporzion dello stato in cui si trova, e della grazia da Dio conferita.
Appendice allo scritto del Coltraro. Cinque miracoli approvati dalla S. Congregazione dei Riti per la beatificazione e canonizzazione di S. Benedetto. A compimento dell'opera compilata dal P. Coltraro, circa la narrazione dei grandi e segnalati prodigi da Dio operati ad intercessione del Labre, oltre quelli già accennati ed inserti nel capitolo precedente sulle traccie dell'autore, non possiamo fare a meno di registrare ed esporre in questa prima parte della presente appendice altri cinque miracoli, sui quali in modo speciale si è portato l'esame ed il giudizio della Chiesa. Sono questi i miracoli che vennero formalmente discussi ed approvati i primi tre per la Beatificazione, gli altri due per la Canonizzazione del santo. E sono i seguenti.
Nel marzo 1782 Maria Rosa De Luca di Mazzano, paesello della diocesi di Nepi, essendo sui 15 anni fu colta dalla rosolìa; il cui maligno umore non potutosi sfogare all'esterno quanto sarebbe stato mestieri, si rovesciò internamente sui polmoni, e v'accese sì violenta infiammazione, da aprirvi un'apostema marciosa, che dicono
accesso vomico. La povera inferma smagriva a occhio, e in poco più d'un mese si ridusse all'estremo della tisichezza. Il medico del comune adoperatole inutilmente attorno quanto l'arte gli poté suggerire, si diè per vinto, giudicò la tisi affatto irrimediabile e presagendone indubitata vicinissima morte, si stava contento a prescriverle de' lenitivi. Era il principio di maggio dell'anno seguente e per Mazzano si sparse fama di grandi prodigi che seguivano in Roma sulla tomba di Benedetto, le cui immagini erano portate attorno con grandissima divozione. Ne fu recata una anche a Maria, e tosto s'accese di gran fiducia d'essere pur ella pei meriti di Benedetto prodigiosamente guarita. La madre sua infiammavala assai in questa speranza, sicché divenuta più che mai animosa, si pose in cuore di esser portata a Roma, ad implorar la vita sul sepolcro del santo. Tutti giudicarono dissennato un tal disegno, e più i medici che sentenziarono reciso, Maria dover morire per via. Ma nulla valse e fu forza il contentarla. Non si può dire quel che le convenisse soffrire durante il viaggio, e parve già un miracolo che viva giungesse a Roma. Condotta a braccia a venerare la tomba del santo, il primo e il secondo giorno dal suo arrivo, ne fu riportata sempre in peggior condizione. La terza notte fu sorpresa da una violenta puntura al fianco, indizio di prossima fine in siffatta malattia. Ella gridava, piangeva, chiamava in soccorso Benedetto sì disperatamente, che la madre di lei sentendosi straziare il cuore fe' come un estremo sforzo di fede, e pregando con indicibile fervore pigliò l'immagine del santo e l'applicò al petto della morente figliuola aspettandosene pronto soccorso. E così fu; al medesimo istante le si calma la doglia e comincia ad addormentarsi. Dorme profondamente tutta la notte e la dimane destatasi tutta lieta, s'alza, si veste da sé, e guarita e vigorosa meglio di quanti la custodivano. Va a ringraziare il suo celeste benefattore alla Madonna dei Monti e poi torna al suo villaggio a ripigliarvi le fatiche della campagna, senza dar più indizio del sofferto malore.
Altresì nel maggio 1783 seguì il secondo prodigio a Civitanova della diocesi di Fermo.
Una certa Teresa Tartufoli nell'età di 13 anni aveva contratto un tumore al collo, che andandole sempre più crescendo anche internamente le rendea difficile e dolorosa la deglutinazione. Per un anno vi si adoperò inutilmente ogni sorta di rimedio per dissiparlo, e finalmente si dove venire al taglio. Ma la ferita non rimarginò, anzi fece seno ed infistolì. Ferro e fuoco fu di bel nuovo adoprato parecchie volte per ottenerne la guarigione, ma sempre indarno. Il medico dava la fistola per insanabile, e l'inferma non ne volle più sapere di medicature che non le avevano fatto altro che moltiplicare i dolori. Si volse piuttosto a cercare i soccorsi celesti, e fece anche il pellegrinaggio di Loreto per ottenere la guarigione: ma non fu esaudita, e da più anni durava nella medesima condizione la dolorosa sua infermità. Alla perfine nel maggio 1783 Giuseppe Natinguerra capitano delle milizie a cavallo di Civitanova, presso del quale stava Teresa per fantesca, avendo inteso parlare delle grazie che otteneva Benedetto di fresco morto, s'affrettò di averne un'immagine, e datala alla povera inferma, l'esortò vivamente a ricorrere al nuovo celeste patrono. Tosto Teresa fu piena di quella fede che è pegno della grazia da conseguire, e coricandosi la sera si applica l'immagine alla fistola, e tranquilla s'addormenta. La dimane trovò sparita ogni traccia del sì lungo e doloroso morbo, con estremo giubilo e meraviglia non solo di lei e della famiglia a' cui servigi stava, ma del chirurgo che altresì avea giudicato la piaga affatto insanabile.
Questi due miracoli sarebbero bastati al prescritto dai decreti pontifici per la beatificazione dei servi di Dio; ma il postulatore della causa a maggior cautela stimò bene proporre ad esame ancora un terzo, pieno di particolarità mirabilissime; e ancor questo fu solennemente dalla s. Congregazione discusso ed approvato.
Teresa Marini nata in S. Leo di Montefeltro l'anno 1771, avendo 8 o 9 anni di età avea avuto la sorte di conoscere Benedetto, mentre era di passaggio pellegrinando per quella città, e di dargli ancora un pane per limosina. A 15 anni si monacò fra le domenicane di Pennabilli, e prese il nome di Angela Giuseppa. Qui sui principi del 1792 cominciò a patire alla milza di ostruzione pietrosa: di che in breve seguì un generale disordine in tutte le funzioni della vita, con vomiti di sangue, mali d'emicrania, e altri simiglianti sconcerti, sicchè fu forza dispensarla da ogni osservanza della regola. Si rimase in tal condizione ben 18 anni, mentre l'ostruzione sempre più indurendosi andava occupando i prossimi visceri. Sopravvenuta la sacrilega invasione dei Francesi nel 1810, e scacciate a viva forza le domenicane di Pennabilli dal loro convento, suor Angela si ritrasse in casa d'un suo fratello a S. Leo, senza che scemassero giammai i suoi malori. Nel 1815 liberati gli Stati papali dalla dominazione francese, tentò la buona religiosa di ritornare al suo convento, ma non essendole venuto fatto, poté ricoverarsi fra le Clarisse di Macerata Feltria ove peggiorò più che mai; e in vari più violenti attacchi le si dovettero amministrare più volte gli ultimi sagramenti. In breve, dopo 26 anni di malattia, sotto la cura di ben 11 medici, senza tener conto de' chirurgi, viveva alla giornata, che la milza enormemente cresciuta minacciava d'ora in ora di scoppiare, cagionandole certa ed atroce morte. Quando sulla metà di aprile del 1818 in un giorno della settimana santa si vide entrare in camera alla famigliare una conversa da lei non più vista, che fattasele presso la richiese
come stesse? - Malissimo, rispose l'inferma. -
Abbiate fede e confidenza. -
La fede è rara ripigliò suor Angela,
ho molto pregato e niente ottenuto. Allora la sconosciuta visitatrice trasse fuori un'immagine e la porse all'inferma; la quale ravvisandovi tosto quel poverello da lei visto e beneficato nella sua infanzia, a cui non aveva più pensato, animata da insolita fiducia, prese quella devota effigie, baciolla affettuosamente e proruppe in questa preghiera:
O venerabile servo di Dio in compenso del pane che vi diedi, ottenetemi una di queste tre grazie, o la sanità, o la morte, o la pazienza. Richiese per tre volte la sconosciuta di lasciarle quell'immagine, ma questa negò farlo e se ne partì. Dopo ciò addormentatasi dolcemente, non s'avvide che la dimane della perfetta sua guarigione. La m. Badessa mandò tosto pel medico e pel chirurgo, i quali fatte tutte le più minute osservazioni e ricerche sulla malata, non poterono rinvenire alcuna traccia della sì lunga e sì fiera malattia da lei patita; onde uno d'essi ebbe a protestare altamente che era pronto ad asseverare il miracolo con mille giuramenti. Ora diverse altre circostanze s'aggiunsero a rendere più mirabile siffatta guarigione. La prima è che fatta diligente indagine della religiosa che aveva offerta la divota immagine all'inferma, si trovò che nessuna di quante erano in casa era andata in quell'ora alla stanza della malata; la seconda che in tutto il convento non si rinvenne ombra dell'immagine, istrumento mirabile di tanta guarigione: la terza che essendosi divulgato il prodigio, e presovi parte l'autorità ecclesiastica, atterrita l'inferma di dover essere chiamata in giudizio a deporre con giuramento sulla verità del fatto, e però esitando di ciò fare, un bel dì mentr'era in coro, si sentì subitamente assalita da tutti i sintomi della passata infermità. Di che entrata in grande spavento, e giustamente pensando d'esser così punita della sua esitanza, ne chiese tosto perdono al servo di Dio, promettendo che avrebbe prestato ogni giuramento per attestare quel che rammentava del beneficio ricevuto: e nell'istante medesimo si sentì libera da ogni scrupolo, e di nuovo interamente sana. E durò così tanto bene, che differitosi il processo fino al 1847, poté vegeta di corpo e di mente nell'anno 76 dell'età sua rendere la dovuta testimonianza e sopravvivere ancora altri 11 anni appresso.
Questi tre miracoli solennemente discussi ed approvati determinarono la S. M. di Pio IX a decretare la beatificazione di Benedetto Giuseppe; gli altri due che soggiungerò valsero al Beato il supremo onore della canonizzazione.
Teresa Massetti romana nata nel 1816, di complessione debole e linfatica era giunta all'età di quarant'anni patendo diverse malattie, alcune delle quali mostrarono chiaramente viziato il sangue. Sui quaranta anni cominciò a sentirsi le mammelle addolorate e gonfie, e il dolore andava crescendo e diveniva più acuto e si stendeva alla schiena. Ne prese la cura il chirurgo Giovanni Baruffi, e aggravandosi il male fu poi chiamato il dott. Angclo Mascetti; veniva ancora assistita dal medico Felice Scalzaferri: ma ogni cura riuscì vana a mitigare il male che si manifestò evidentemente per uno scirro. Conoscendo i professori che il male era giunto al termine di cancro occulto e parendo che vi fosse pericolo imminente per cagione della mammella destra, prima di venire alla estirpazione del cancro, chiamarono anche a consulto il Prof. Gaetano Tancioni, e di comune accordo al principio del Maggio 1859 si fece l'operazione che riuscì soddisfacente: non vennero alla incisione dell'altra mammella per timore che l'inferma non soccombesse al secondo taglio. Fu però diligentemente analizzata la parte recisa e si ritrovò lo scirro degenerante della durezza quasi di pietra, di figura irregolare e scabrosa, e che verificava in tutto il giudizio proferitone dai professori.
Ma il cancro occulto della mammella sinistra durante il corso dell'anno si andò totalmente aggravando da mostrarsi di indole più maligna del primo già reciso. Il nucleo indurato era assai più grosso del primo, scabroso anche esso, irregolare e duro, le fitte assai più acute e spasmodiche. I medicamenti erano affatto inutili: la parte ammorbata dolorava ad ogni leggero tocco anche di bambagia.
Il Dott. Mascetti propendeva a tentare un secondo taglio, ma il medico Scalzaferri lo riguardava come uno strazio inutile, e il Tancioni chiamato a consulta pronunziò la cosa esser giunta ad uno stato quasi disperato; la seconda operazione non sarebbe mai stata proficua, anzi avrebbe accelerata la morte. Né questa sembrava doversi fare aspettare a lungo: la povera inferma era rifinita di forze, di colore cadaverico, non poteva prendere cibo né riposo che scarsissimo, aveva dolori e fitte acute al petto che rispondevano alle spalle, il braccio sinistro era reso quasi immobile, camminava a stento e curva. Tutto questo agglomeramento di mali andava crescendo ogni dì, e verso il 20 maggio 1860 era divenuto insopportabile.
Non veggendo l'inferma più speranza nei mezzi umani si rivolse con ogni fiducia ad implorare l'intercessione di Benedetto Giuseppe Labre, del quale stava per celebrarsi la solenne beatificazione, e tanto più fervorosamente gli si raccomandava, quanto più aborriva dal sottoporsi ad un nuovo taglio. Con gran fiducia adunque nei meriti del servo di Dio, il 20 Maggio si fa menare in carrozza insieme colla sua nipote e altri congiunti a S. Pietro, e durante la sacra funzione con tutto il cuore si raccomandava al Beato Labre, suo celeste patrono.
Sentiamo ora come essa stessa narra l'avvenuto:
In quel giorno io era quasi fuor di me, per cui neppure mi avvidi quando fu scoperta l'immagine del Beato. La mia nipote Anna M. Pitorri me ne fece accorgere, ed allora principiai a rimirarla, né sapeva tor gli occhi da lui. In quell'atto non sentiva più dolore alla mammella sinistra, benché fin allora ci avessi molto sofferto, per cui premei colla mano la parte inferma e neppure ne sentiva dolore, però non dissi niente ad alcuno riserbandomi di osservare la parte dopo il ritorno in casa. Intanto però mi sentiva bene; dopo le funzioni pranzammo in casa di D. Giovenale Pelami, e dopo il pranzo ritornammo in S. Pietro. Uscita da S. Pietro dopo l'Ave Maria andava diritta ed anche correva. Io non manifestava niente ad alcuno, ma internamente ringraziavo il Beato essendo quasi certa di avere ottenuta la guarigione. Giunta in casa osservai subito la parte inferma e la trovai sanissima essendo affatto scomparso il male, per cui cominciai a gridare ed a zompare.
Esaminata poi accuratamente dai tre lodati professori la trovarono perfettamente guarita, ed essi concordemente attestarono tal guarigione non potersi ascrivere a veruna cagione naturale, ma doversi ritenere miracolosa.
Il secondo dei miracoli approvati per la Canonizzazione è il seguente.
Maria Luisa dell'Immacolata Concezione, nata di genitori malsani, e sempre soggetta fin dalla prima età a parecchie malattie, a mal di stomaco e a spessi vomiti, fu posta di sette anni, cioè circa il 1845 nel monastero del Divino Amore a S. Eusebio in Roma come educanda. Dopo quattro anni ne uscì e tornò alla casa paterna.
Nella sua dimora nel conservatorio, e dopo in casa sua seguitò sempre a soffrire i medesimi incomodi e smania.e anorressia, e stimoli al vomito, né poté liberarsene mai né colle bevande refrigeranti né colle sanguigne più volte replicate. A ciò si aggiunge che la giovanetta si bevve mezza bottiglia di rhum per golosità: questo fallo le doveva costare la vita. Ai sintomi anteriori si aggiunse allora dolore al ventricolo e vomito di sangue, e a mala pena scampò la morte coi rimedi della medicina. Fu tentato il farle godere aria migliore e l'uso dei bagni marini, ma non migliorò per questo di molto. Così andò innanzi fino al 1852 quando nel marzo fu presa dalla rosolìa, dalla quale pure riebbesi, ma le restò sempre il dolore di stomaco e il vomito quotidiano.Questo era lo stato di Maria Luisa quando nel settembre del 1857 in età di diciannove anni entrò nel monastero del Divino Amore in Montefiascone, e nel luglio dell'anno seguente vestì l'abito. Il nuovo stato di vita le riuscì anzi nocivo che salutevole; il male sempre più si aggravava, il dolore di stomaco si inaspriva, il vomito diveniva più spesso, e coll'andare del tempo incominciò a patire anche svenimenti, e verso la pasqua del 1860 le cominciò a mostrarsi sulla regione dello stomaco una esteriore lividura, indizio del morbo interno.
Per quanto essa si studiasse di nascondere alle sue consorelle i suoi patimenti, per timore di non essere ammessa alla professione religiosa, pure non poté celarsi tanto che non si avvedessero le altre che essa era malata, e chiamarono subito il medico Dott. Bernardino Mancinetti che le ordinò di porsi in letto. Ma non poteva il medico accertare la cura, poiché l'inferma per quel suo timore gli celò quasi tutto il suo male passato e presente. Fu tuttavia sottoposta a rigorosa cura, usati vescicanti, rinfrescanti e sanguigne generali e parziali. Intanto però appariva gonfio il ventre, si accresceva la smania, l'insonnia, la difficoltà di respiro, l'indebolimento delle forze, il vomito di materie sordide, la diarrea, e gli spessi deliqui. Dopo quaranta giorni di letto si levò parendo che la malattia non fosse più tanto violenta: ma il dolore di stomaco rincrudiva, e vi si aggiungeva eziandio come un peso e gonfiore, che faceva dolere anche il femore e il braccio destro, e la lividura sulla regione dello stomaco si dilatava e prendeva colore più carico, finché nel mese di luglio sentendosi sempre peggio vomitò in copia del sangue, parte aggrumato e parte liquido, e con ciò parvele sentirsi assai sollevata.
Fu pertanto il 26 Agosto 1866 ammessa alla professione, durandole però sempre il mal di stomaco e i vomiti. Nei due mesi seguenti andò sempre peggiorando, e tutti i sintomi già descritti rincrudivano ogni giorno più, e vi si aggiunse una sete ardente ed una febbretta etica, che fece pronunziare al medico essere inutile ogni rimedio dell'arte, dovervi essere o uno scirro o certo qualche gran lesione di stomaco che non ammetteva rimedio. E si ridusse infatti a tale, che dopo la metà di ottobre non poteva più ritenere né cibo né bevanda di sorta e cominciò ad essere tormentata da fieri dolori colici. Il 24 ottobre uscita affatto senza sollievo da un bagno, fu esortata dalla infermiera a ricorrere per ottenere la grazia di guarire al B. Benedetto Giuseppe, del quale pendeva dalla parete un'immagine sormontata da una croce. La povera malata scoraggiata rispose:
Non voglio far altro: tanto non me la fa, poi guardando l'immagine proruppe in queste parole
o fammela o do fuoco a te con tutta la croce che ti sta sopra. Ma pentita subito di aver così poco rispettosamente trattato il B. Labre, gli chiese perdono e raccomandossi alla sua intercessione umilmente, e fatti chiudere gli sportelli della fenestra, si pose a riposare.
Ascoltiamo qui l'inferma medesima che guarita poi narrò la visione. «Partita l'infermiera venivo facendo atti di pentimento per quell'espressione che avevo detto, e rinnovavo con più calore atti di raccomandazione e di fiducia verso il B. Benedetto, e così mi sopii. Mentre stava tra il sonno e la veglia giacente sul lato destro e poggiata colla guancia sulla mano destra cogli occhi chiusi, vidi un uomo giovane, di giusta statura con veste lunga un poco aperta sul petto, donde tramandava una bella luce, avente una figura ilare ed una faccia di paradiso. Egli appressatosi al mio letto con volto ridente, levando la mano destra dal basso all'alto mi disse:
alzati su via, che sei guarita. Mi riscossi aprii gli occhi e non vedendo niente supposi che fosse un'illusione diabolica, e con questa idea volgendomi dall'altro lato dissi fra me,
ci mancherebbe anche questo. Stavo così giacente dal lato sinistro cogli occhi semiaperti e pienamente svegliata in modo che sentivo le monache recitare l'ultima ora in coro, quando la mia cella si empì di luce vivissima. Allora aperti gli occhi mi rizzai seduta sul letto e vidi quell'uomo stesso, che tramandava luce viva da tutte le parti, e quella del petto era così lucente, che non potevo fissarci l'occhio. Egli era colla persona rivolta ed inclinata verso di me: teneva le braccia alquanto aperte sollevate all'altezza del petto, colle palme delle mani rivolte in avanti; era circondato da una lucida nube dalla quale appariva una quantità immensa di angeli ed anche questi risplendenti, vi erano tre angeletti in tutta persona, ma di statura diversa, dei quali il più grande e il più piccolo gli stavano alla mano destra, e l'altro mezzano alla sinistra: il più grande teneva un giglio, il mezzano una corona di fiori, ed il più piccolo un bastoncino con un piccolo bordone. Tutti e tre stavano rivolti verso il Beato. Avrei voluto lanciarmi verso di Lui e parlargli, ma non potevo. Egli invece staccandosi da quella nube con i tre angeletti mi si appressò al letto, mi segnò col dito grosso, facendo sensibilmente il segno della croce, prima sullo stomaco, poi sul corpo e quindi sulla fronte. Dopo che mi ebbe segnato mi disse:
Io sono Benedetto Giuseppe. Commossa da quella voce caddi colla testa sul cuscino, ed egli continuò dicendo:
ti ho ottenuto la grazia di guarirti dalle quattro fistole nello stomaco. Sii grata al Signore della grazia ricevuta. Va dalla superiora, racconta il fatto e dille che faccia l'istanza. Sii osservante della regola. Sii obbediente alla superiora; ed il Signore ti aiuterà in tutto e per tutto. Mi disse anche altre cose che riguardavano la direzione del mio spirito, e sollevandosi quella nube a poco a poco disparve. Io rimasi tutta stupefatta, convulsa e piangente per la consolazione, mi guardai subito sullo stomaco e non ci trovai più quella lividura, che fino a quella mattina ci avevo veduto. Il mio corpo che poco prima era gonfio e durissimo era tornato allo stato naturale, i dolori erano totalmente cessati, non provavo più alcun incomodo, e mi sentiva pienamente guarita. Mi alzai seduta sul letto e nell'atto stesso in cui mi disponeva a vestirmi, tornò l'infermiera, la quale trovandomi tutta agitata insisteva per sapere che cosa fosse accaduto, domandandomi se mi sentiva male; al che risposi:
no, non mi sento male; chiamatemi la superiora; ed essa uscita dalla mia cella chiamò ad alta voce la superiora, quindi rientrata disse:
Se non ti senti male, ci è stato forse Peppetto?... dunque alzati». Allora e per ordine della superiora andò in refettorio dove tra lo stupore delle consorelle raccontò il prodigio, e si pose a mangiare come se mai non fosse stata inferma. Anzi temendo le compagne e ammonendola che non avesse tutto quel cibo a farle male, la superiora replicò che se era vero miracolo aveva a mangiar tutto; e così fece, e domandò anche altro cibo e mangiò di ogni cosa, e da quel momento si riordinarono tutte le funzioni organiche, e il medico stesso riconobbe sparita ogni forma morbosa senza alcuna crisi o trasporto del male e senza vestigio alcuno di convalescenza.
Atti per la beatificazione e santificazione di Benedetto. Sue memorie. Il p. Gaetano Palma de' pii operai Rettore della casa e chiesa di s. Maria dei Monti, di que' tempi affidata alla cura de' detti religiosissimi padri, fu il primo a promuovere l'incominciamento de' processi di beatificazione e canonizzazione di Benedetto, passato appena un mese dalla sua morte. Marcantonio Colonna Cardinal Vicario allora di Roma, ricevette benignamente la supplica portatagli dal p. Palma, per metter mano al primo processo detto
informativo, nominando a Postulatore il medesimo p. Palma, a difensore l'avvocato Giambattista Alegiani, e a procuratore il Sig. Luigi Alegiani. Tenne dietro un decreto del maggio 1783 col quale era delegato a giudice Mons. Girolarno Volpi Arciv. di Neocesarea, e stabiliti gli altri officiali consueti. In due anni e più si fecero quattrocentodue sessioni, e vi presero parte come testimoni quattro direttori dello spirito di Benedetto. Appresso il processo romano vennero quelli del Vescovo di Boulogne diocesano del santo, del Vescovo di Loreto, ove Benedetto si tratteneva sovente pe' suoi pellegrinaggi, e del vescovo di Autun, nella cui diocesi è la Badia di Sette Fonti che alcun tempo l'accolse come postulante del sacro abito. Ma prima di quest'ultimo fu procurata in Roma la formazione del processo
de non cultu. Dalla S. M. di Pio VI il 31 Marzo 1793 fu segnata l'introduzione della causa con facoltà di costruire il processo apostolico, ed ebbe il servo di Dio titolo di Venerabile. Quindi vennero dietro altri decreti per l'approvazione l'uno del processo
de non cultu del 30 gen. 1793, l'altro del processo apostolico della fama di santità in genere il 18 febbraio 1794, e nel medesimo anno furono proseguiti i processi apostolici in ispecie delle virtù e dei miracoli, e due anni appresso si fece la ricognizione del corpo del Ven. servo di Dio. Si andava innanzi con grande alacrità in questa causa, ma l'irruzione delle masnade repubblicane francesi in Roma, l'11 giugno 1798, interruppe ogni cosa. Si rimise mano all'opera dalla S. M. di Pio VII il 10 luglio 1800, colla nomina del Card. della Somaglia a ponente della causa; ma per le vicende de' malaugurati tempi non si procedeva che lentamente. Due altri postulatori D. Francesco Pacini e D. Filippo Colonna succedettero l'un dopo l'altro al p. Palma, e finalmente il 10 nov. 1828 fu tenuta la congregazione antepreparatoria sull'eroicità delle virtù. Se non che la morte di due Pontefici, Leone XII e Pio VIII, e del postulatore D. Filippo Colonna, surrogato dal Missionario apostolico D. Giuseppe Righetti, e di due Cardinali Ponenti seguita a brevi intervalli, frappose indugi alla Congregazione preparatoria, che non fu tenuta se non il 22 marzo 1834. Seguì la morte del postulatore Righetti, e fu nominato in sua vece D. Girolamo Marucchi. Il Sommo Pontefice Gregorio XVI, dopo aver tenuta la terza generale Congregazione il 3 agosto 1841, volle da sé stesso rivedere con sommo studio gli atti della causa, e finalmente il 22 maggio del 1842 festa della SS. Trinità, nel palazzo Vaticano emanò il solenne decreto dell'approvazione delle virtù in grado eroico.
Restavano i processi de' miracoli, necessari secondo le apostoliche costituzioni per decretare la Beatificazione prima, e poi la Canonizzazione de' servi di Dio. Morto il Marucchi nel 1844 e sostituitogli a postulatore il R. P. D. Francesco Virili della Congr. del Prezioso Sangue, si addivenne per la beatificazione alla legale discussione dei tre prodigi sopra narrati; e nel 2 giugno 1859 se ne ottenne dalla S. M. di Pio IX solenne approvazione. Seguì il 15 agosto dello stesso anno nella basilica di S. Maria Maggiore la promulgazione del decreto del potersi sicuramente procedere alla Beatificazione, la cui solennità con immenso concorso de' fedeli e plauso di tutta la cristianità, fu celebrata il 20 maggio 1860 .
Il dì 11 aprile dell'anno seguente fu emanato il decreto per riassumere il proseguimento della causa per la santificazione del Beato, e il 5 sett. 1867 furono riconosciuti validi i processi formati sui due nuovi miracoli presentati, i quali esaminati e discussi furono approvati con decreto del 29 Decembre 1872. Nel dì 9 febbraio 1873 venne poi pubblicato l'ultimo decreto, col quale il Sommo Pont. Pio IX pronunziò:
Tuto procedi posse ad solemnem B. Benedicti Josephi Labre canonizationem.
Si temeva, che per l'iniquità de' tempi avrebbero dovuto trascorrere molti anni prima che si potesse celebrare in effetto la solenne canonizzazione del Beato, ma piacque al Signore consolare i pii voti dei buoni col glorificare il suo servo fedele, e secondando il zelo indefesso de' suoi devoti e l'opera instancabile di Mons. Vescovo di Arras, al quale per i suoi aiuti è dovuto in gran parte l'essersi potuto procedere alla canonizzazione, ha nella sua singolare provvidenza ispirato all'attuale augusto Sommo Pontefice Leone XIII di celebrare tale solennità in quest'anno 1881 nel dì festivo dell'Immacolata Concezione di Maria, nell'atrio superiore della Basilica Vaticana, quasi come a sigillo dell'universale Giubileo concesso quest'anno a tutto il mondo cattolico.
Ora è a dire brevemente delle memorie spettanti al nostro santo. E innanzi tratto quelle che per iscritto ci tramandarono e sparsero ovunque, le gloriose sue gesta, furono moltissime. Prima a comparire in pubblico fu la stampa dell'elogio rinchiuso nel sepolcro del santo, e in breve se ne spacciarono ben 16000 esemplari. Mons. Vicegerente di Roma Fr. Ant. Marcucci avea con raro esempio, due mesi appena dopo la morte di Benedetto, dato incarico all'abate Marconi confessore e direttore di lui, di compilarne la vita, e questi si mise tosto all'opera, aiutato dall'avv. Alegiani, che mise fuori un compendio dell'opera che si stava compilando nell'agosto 1783, testo che fu tradotto in francese ed in fiammingo. Nello stesso tempo fu divulgata in Francia una breve notizia dell'infanzia e gioventù di Benedetto, e nell'ottobre dello stesso anno 1783 vide la luce il lavoro del Marconi, e fu in breve tradotto tre volte in francese con lievi modificazioni, e due in tedesco. Non terremo conto della moltitudine di lettere, relazioni, pratiche divote spettanti al santo, raccolte di miracoli e simili in opuscoli od articoli di giornali in quei primi tempi in Francia ed altrove, sicché tutta l'Europa fu presto piena della fama di lui. Tutte le storie ecclesiastiche universali e i dizionari storici, venuti a luce da quel tempo in poi, hanno narrazioni più o meno distese della vita del Labre. Al principio del presente secolo oltre la prima edizione della vita del Coltraro e le traduzioni delle quali dicemmo, furono pubblicati lavori in gran copia foggiati tutti sulle opere antecedenti, che massime in Francia, furono sotto diversi titoli messi a stampa; fra i quali merita special menzione la
vita di Benedetto Giuseppe Labre scritta dall'ab. Decroix curato d'Amettes, ove si trovano parecchie aggiunte, frutto di novelle indagini sulle gesta del santo. La Beatificazione seguìta il 20 maggio die' occasione alla compilazione d'una novella vita scritta da mons. Sillani e di molti altri lavoretti di pregio.
Fra le pubblicazioni francesi meritano una speciale considerazione l'opera del P. F. M. T. Desnoyers stampata a Lilla nel 1862, nella quale in due grossi volumi l'autore tesse gli elogi del santo. Pregevolissima ancora è la vita ammirabile del b. Pellegrino mendico pubblicata a Parigi nel 1873 dalla dotta penna di Leone Aubineau, come pure l'altra recentissima scritta appositamente in occasione della canonizzazione nell'agosto di quest'anno dal R. P. Colomb, il quale ha riassunto in un ben ideato compendio le gesta più importanti di questo glorioso pellegrino. Altri scritti, altre biografie, altre memorie hanno ancora veduto la luce su questo proposito, ed innumerabili effemeridi si sono occupate della vita e delle virtù di questo santo, il perché può dirsi non vi sia angolo di Europa, che non conosca e non ammiri le sue opere straordinarie.
Ma dei grandi eroi oltre ai fatti illustri, si desidera altresì avere le fattezze, quanto più si può al naturale; e queste pure ci rimangono sufficientemente esatte del nostro santo. Si serbano adunque due ritratti, fatti lui vivente, l'uno l'anno 1771 dal pittore francese Andrea Bley, e l'altro dal Cavallucci nel 1778. Il Bley dovendo dipingere la vocazione di S. Pietro, e andando inutilmente in traccia d'un modello da ideare il Divin Salvatore, s'abbatté nel santo, e parsogli acconcissimo al suo intento, lo richiese di farsi ritrarre. Negò sulle prime Benedetto, ma saputo il pio disegno del pittore, finalmente si arrese dopo essere stato più d'un ora in orazione e ricusata ogni mercede che gli fu offerta. Su tal ritratto Domenico Cunego incise al naturale un rame della grandezza di 50 centimetri per 35, e in esso abbiamo l'effigie del santo dodici anni innanzi alla sua morte. Il Cavallucci poi mentre dipingeva nella chiesa di s. Martino ai Monti, incontratosi più volte in Benedetto, ebbe vaghezza di ritrarne in tela i lineamenti, dai quali tralucea un non so che di celeste, e il fece. Questo ritratto ce lo dà come era cinque anni prima che morisse, e se ne fece rame e litografia.
Finalmente l'immagine che più comunemente è dato d'incontrare e quella che ci offre il ritratto del santo, ricavato dopo la sua morte da una maschera in gesso, colla quale furono potute rilevare le sue fattezze, e che riprodotte prima dal pennello del Gagliardi vennero poi diffuse a migliaia di copie in una varietà innumerevole d'incisioni tra le quali primeggia una molto distinta del Carocci.
Porremo finalmente in nota le sacre memorie dedicate al santo in questa Roma, che ebbe la sorte di essere la sua patria d'elezione. E innanzi tutto è devotissima la cappella eretta in s. Maria dei Monti, chiesa a lui sì cara, sotto l'altare della quale riposano le sue sacre spoglie. Inoltre in via dei Serpenti nella casa stata già del Zaccarelli, e nella stanza d'onde s. Benedetto volò al cielo, è acconciata una devota cappellina coll'altare al luogo stesso del letto ove spirò. Questa cappella però non è completamente dedicata al culto del santo, formando parte dell'abitazione delle persone che vi vanno a stare. Se il zelo e la carità dei devoti sarà per corrispondere ai pii desideri ed alle solerti premure degli attuali promotori della causa, questa cappellina, si spera, formerà il nucleo ed il centro delle memorie del santo; ed il luogo che ricorda il suo felice passaggio, sottratto ai contatti profani, sarà con maggior pompa e decoro esclusivamente consagrato al suo culto.
Perché dei luoghi che aveva santificato della sua presenza, si mantenesse sempre viva e solenne la memoria, il defunto P. D. Francesco Virili suo postulatore indefesso della causa, avea ottenuta dalla s. m. di Pio IX una delle arcate del Colosseo per erigervi un altare, e una statua in marmo memorativa del santo, che ivi avea passate tante notti in contemplazione e in preghiere; ma non potutosi eseguire in tempi migliori sì pio disegno, ora che quella arena illustre di martiri consagrata già come monumento del vero eroismo dalla pietà dell'immortale Benedetto XIV, è stata dai recenti invasori dissagrata, per non servire che di memoria al rimpianto paganesimo e alla sua barbarie, troppo è più lungi dal potersi compiere, se l'intercessione potente del nuovo eroe gloriosissimo di Cristo non c'impetra che la divina stoltezza della croce non torni anche tra noi a trionfare della diabolica saviezza del mondo!
Haec est victoria quae vincit mundum fides nostra.
Alcune divote massime e sentimenti profittevoli di s. Benedetto. 1. Colla grazia di Dio tutto si può. Si può restare illesi in mezzo al fuoco, come i tre santi giovani nella fornace di Babilonia.
2. Tutto si può coll'aiuto di Dio, purché si voglia davvero.
3. In generale è l'esteriore che colpisce gli uomini: giudicano essi quasi sempre e soltanto dalle apparenze, per loro e più necessaria la maschera della virtù, che la stessa virtù. È ben raro che vi giudichino da ciò che siete, anziché da ciò che parete essere.
4. Il comunicarsi per ubbidire, è cosa troppo migliore e a Dio più grata, che l'astenersene per umiltà.
5. Non è mai lecito far uso o ritenersi cosa alcuna, quando si sa essere stata rubata.
6. Se i Serafini si nascondono il volto colle ali alla presenza di Dio, che deve fare un verme della terra in presenza di tanta maestà?
7. Non è mai lecito dir bugia; deve dirsi la verità a qualunque costo.
8. Si offende Dio, perché non si conosce la sua grandezza.
9. Chi conosce Dio, si guarda dal far peccati.
10. La mancanza d'un buon esame, d'un dolor vero, d'un fermo proposito, è cagione delle confessioni malfatte e della rovina dell'anima.
11. In questo mondo siam tutti in una valle di lagrime. Non è qui la nostra consolazione. L'avremo eterna in Paradiso, se soffriremo le tribolazioni in terra.
12. Dobbiamo attendere con coraggio la morte, richiederla con ardore, riceverla con amore, poiché essa ci libera dalle miserie di questa vita, pone termine alle nostre iniquità e ci apre le porte del regno di Dio, che noi molte volte abbiamo chiesto invano dicendo:
adveniat regnum tuum.13. Dio riguarda tutti quelli che pregano in una chiesa; ma ben distingue tra essi chi è che sorpassa gli altri nella fede, nella carità e nell'amore di Gesù Cristo.
14. Dio ci affligge, perché ci ama, ed ha gran piacere, qualora nelle tribolazioni ci vede abbandonati nel suo paterno seno.
15. Ove si tratta di carità del prossimo, si deve sacrificar tutto.
16. Poveretti ed infelici sono soltanto quelli, che stanno nell'inferno; che han perduto Dio per tutta l'eternità; non quelli, che son poveri in terra.
17. Quanto si soffre per amor di Gesù crocifisso è poco.
18. Quando si pensa che noi abbiam promesso nel battesimo di rinunziare a Satana, alle sue pompe ed alle sue opere per unirci a Gesù Cristo nato in una stalla, senza asilo per riposare il capo e morto sopra una croce per riscattarci, oh allora è cosa anche troppo dolce per noi miserabili peccatori di dormire sulla paglia, di vivere di radici e di morire sopra uno strame.
19. Chi brama la vera umiltà, adoperi due mezzi: l'orazion mentale, meditando la grandezza di Dio, il proprio niente; l'orazion vocale, pregando Dio, per li meriti di Gesù e di Maria.
20. Bisogna umiliarsi, disprezzar sé stessi e pregare tutti ai piedi della Croce di Cristo, aver
confidenza nella bontà di Dio e attendere con pazienza e rassegnazione tutto ciò che accade.
21. Colle ciarle, colle irriverenze in chiesa si perde il rispetto a Dio nella stessa sua casa.
22. La Santissima Vergine è presso Gesù Cristo suo figlio la nostra più potente avvocata. Preghiamola sovente di interceder per noi nell'ora di nostra morte; è il saluto di quelli che pensano ciò che dicono quando recitano:
et in hora mortis nostrae e che lo dicono con la disposizione nella quale dovrebbero realmente trovarsi in punto di morte.
23. Io non sono nulla al mondo, non sono che un fardello inutile sulla terra, debbo pensare a rientrare in me stesso e far penitenza, a regolare i miei affari e morir da cristiano. Che Dio mi accordi questa grazia.
24. Le irriverenze in chiesa sono colpe che molto dispiacciono a Dio, fanno orrore agli angeli; recano gran detrimento all'anima.
25. Meditar si devono spesso le pene dell'inferno per abborrire il peccato mortale, che ci mette in esso per tutta l'eternità, e pensare al poco numero degli eletti, per istar con timore.
26. La lingua è per molti un istrumento di dannazione.
27. La gioventù è cattiva, bisogna tenerla a freno.
28. La provvidenza di Dio mai non manca a chi confida come deve in Dio.
29. Per la provvidenza del sostentamento corporale, non dobbiam darci pensiero del giorno futuro, giusta l'avvertimento del Redentore:
nolite solliciti esse in crastinum. Dio, che provvede oggi, provvederà dimani.
30. Pregate e fate l'elemosina, perché essa vi purga dai peccati e vi fa ottenere la misericordia e la salute eterna.
31. La confidenza in Dio onora Dio, e fa dolce violenza al suo cuor paterno in nostro vantaggio.
32. Bisogna saper soffrire.
33 Felice quei che sa conoscere la volontà di Dio.
34. Le comodità non sono fatte pei poveri.
35. La sola mortificazione e la sola penitenza può disarmare la collera di Dio.
36. I poveri devon vivere accattando.
37. Pel sostentamento del corpo basta poco: il di più servirà per maggior pascolo dei vermi.
38. Un povero non cerca letto per dormire: si getta dove trova.
39. I comodi non si confanno coi poveri.
40. I poveri non devono far uso di pagnotta sana; sì bene di tozzi.
41. I poveri non portan denaro nei viaggi.
42. I poveri non devono cibarsi di vivande squisite.
43. I poveri non devono vestir bene.
44. I poveri non devono bever vino: non è necessario il vino; basta l'acqua per dissetarsi.
45. I poveri han bisogno come gli altri di mortificare e di domare la carne.
FINE DELLA VITA DI BENEDETTO GIUSEPPE LABRE
Edizione curata da Domenico Sicari
sichem@tiscalinet.it
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