S. Benedetto Giuseppe Labre

VITA

DI

S. BENEDETTO GIUSEPPE LABRE

PARTE QUINTA



torna alla pagina principale


CAP.XIX XX XXI XXII XXIII XXIV
XXV XXVI XXVII XXVIII







Top
CAP. XIX. Della sua ferma speranza in Dio e della sua fiducia, come per quel che spetta all'anima e per ciò che riguarda il corpo

Charitas omnia sperat. Chi ama spera tutto da Dio, spera l'eterna beatitudine ch'è l'oggetto principale della speranza, spera gli aiuti necessari della grazia all'anima, la provvidenza opportuna al corpo.
Nell'uno e nell'altro fu segnalatissima la speranza di Benedetto. La brama ardente che avea di godere l'amato suo Dio nella gloria eterna, lo spinse a rinunziare sin dai primi anni di sua adolescenza, quanto avea e quanto sperar potea di beni in terra, lo spinse ad intraprendere un tenor di vita abbiettissimo, povero in estremo e sopra ogni altro rigoroso, né vi era cosa che gli sembrasse malagevole per venirne a capo. Questa brama lo facea prorompere spesso nelle seguenti giaculatorie, scoperte per ubbidienza al confessore: tu es, Domine, spes mea, in te posui certissimum refugium meum. Tu es, Domine, tota spes mea in terra viventium. Mihi adhaerere Deo, bonum est: et ponere in Deo meo totam spem meam. Signore, Voi siete la mia speranza, in Voi, come in sicuro rifugio, me ne stò riposato. In Voi solo, mio Dio, ho collocata tutta la mia speranza nella terra dei viventi. Ell'è cosa oh quanto giovevole star con Voi e collocar tutta in Voi la mia speranza! La parola totam, tutta che non è nella Sacra Scrittura, l'aggiungeva da sé per isfogo maggiore. Nel recitare l'atto di speranza esprimevasi al confessore in una maniera così fervorosa, che gli si leggeva in volto la speranza che avea nel cuore.
Per iscoprire viemaggiormente la fermezza della sua speranza in Dio esporremo la risposta, che diede a due dubbi propostigli dal suo confessore. Il primo fu che l'uomo, ch'è un vil vermicciuolo, aspirar possa ad un bene così grande qual'è il paradiso, e sperarlo da Dio? Rispose, ma tutto infuocato d'amore: esser Dio tanto buono, tanto amorevole, che per ottenerlo basta dimandargli di cuore ciò che spetta alla salute dell'anima e al bene del corpo, confacente ad essa. Il secondo, cosa farebbe o direbbe ad un angelo, che gli desse l'annunzio funestissimo di non trovarsi egli scritto nel libro della vita o d'essere già cancellato? Rispose: non lascerei per questo di operar del bene, anzi ne farei di più. Direi, che non temerei giammai, né mi confonderei in eterno, sperando immobilmente che non sarà negata la salvezza dell'anima mia dal figlio di Dio, che tanto fece e tanto soffrì per salvarla.
Le risposte parimente che dava ad altri in varie circostanze sono argomento chiarissimo della sua viva speranza in Dio. Chiesto dal tesoriere Zitli, altrove citato, come farebbe a tirar avanti nel bollore di sua gioventù, l'intrapreso tenor di vita così austero? Rispose: che sperava in Dio, e che quantunque fosse stato costretto senza suo volere ad uscir dal convento di Sette Fonti, pure confidava in Dio che gli darebbe aiuto opportuno per ischiacciar la testa del demonio anche in mezzo al mondo.
Avvertito dalla sua genitrice, mentr'era giovinetto in casa, che non potrebbe reggere a quel tenor di vita austerissimo a cui aspirava ed a cui cercava addestrarsi con particolari mortificazioni rispondea intrepidamente: che coll'aiuto di Dio tutto si può, purché si voglia davvero, e che come ad altri avea data grazia bastante per la vita anacoretica, così era potente per darla ancora ad esso. Somiglianti risposte dar solea al zio in Erin e ad altre ragguardevoli persone in Amettes, che mettendogli davanti le austerità della vita solitaria nella Trappa, si lusingavano di frastornarlo; risposte ridondanti tutte d'una vivisima speranza.
Basti per una evidente dimostrazione della sua fermissima e viva speranza in Dio ciò che scrisse ai genitori nell'ultime due lettere altrove esposte: che non istessero inquieti, né si affliggessero per sua cagione perché mi conduce l'onnipotente. L'onnipotente mi assisterà, e mi condurrà nell'impresa ch'egli stesso mi ha ispirata.
Pieno il suo cuore di speranza in Dio, cercava a tutt'ora d'insinuarla ad altri, qualora gli si presentasse l'occasione; ragionando con tale energia, con fervor tale della bontà infinita di Dio, che dileguava tutte l'ombre di diffidenza e di timore, che potessero indebolire l'animo altrui. Non solo alcuni testimoni della città di Fabriano attestano d'esser rimasti pienamente consolati nei loro guai da' sentimenti di speranza, suggeriti loro fervidamente da Benedetto, ma molti altri ancora. Lagnandosi un giorno il confessore penitenziere p. Temple, prima che capitasse da lui Benedetto Labre o che lo conoscesse, con alcuni pellegrini francesi, perchè non trovava se non in pochi una soda bontà ed un vero spirito di pellegrino, gli fu ingenuamente risposto; esser ciò purtroppo vero e ch'essi altresì un giovane aveano conosciuto, che a preferenza di pochi meritava il vanto d'essere insignemente dabbene e possedere il vero spirito di pellegrinaggio, impiegandosi negl'incontri, nelle opere di misericordia e SPECIALMENTE D'ISPIRARE IN ALTRI LA CONFIDENZA IN DIO. Descrivendolo poi, gli dissero: ch'è di Boulogne sul mare, e che cinge ai fianchi una corda sopra un abito cenerino; contrassegni che ravvisò poi in Benedetto, quando l'ebbe penitente a' suoi piedi.
Per quanto però fosse viva la speranza in Benedetto, non andò mai divisa da quel timore che non la bontà di Dio, ma la meschinità ispira nell'uomo, da sé troppo labile, e che può far uso cattivo della libertà in cui lascialo Iddio: Reliquit eum in manu consilii sui. Timore, che punto non si oppone a quello. Il Ven. Cardinal Bellarmino spiegando le parole del Salmo XXXII, vers. 18. ecce oculi Domini super metuentes eum; et in eis, qui sperant super misericordia ejus, dice: che il timore senza la speranza è un timore servile, la speranza senza il timore è presunzione; il timore però unito alla speranza è un vero amor di Dio: timor sine spe, servilis est; spes sine timore, praesumptio; timor cum spe charitatem veram declarat.
Tale fu la speranza di Benedetto. Tutto sperava dalla bontà di Dio; temeva però molto di sé, per qualche sorpresa della miserabile natura, che corre da sé più precipitosa al male, che non un fiume al mare. Avendogli una volta detto persona divota, che temeva molto di salvarsi, perché non poteva far penitenza, né patir cosa veruna, rispose che anch'esso temeva. Voi dubitate; disse, ed io no? Io ancora ho paura. Per questo timore teneva sempre a freno i sensi suoi, privandoli di qualunque cosa potesse servire alla natura d'incentivo al male, o d'armi al demonio per combatterlo. Egli stesso fu costretto svelar ciò al confessore, quando saper volle per ubbidienza il vero motivo, che lo spingeva a privarsi del vino. Questo timore gli fè abbracciar di buon grado quel rigidissimo tenore di vita, che poi tenne costantemente sin che spirò. Questo inculcava ancora ad altri dicendo: che quando dovesse dannarsi che una sola persona, dovrebbe ognun temere di essere quella. Scrivendo ai suoi genitori uscito dalla Certosa, dice loro tra gli altri sentimenti così: meditate le pene terribili dell'inferno, che si soffrono tutta intera l'eternità per un solo peccato mortale, il quale si commette così facilmente. Sforzatevi d'essere del numero così piccolo degli eletti. Così pure replica nella seconda ed ultima lettera loro scritta, uscito dal convento di Sette Fonti; pensate all'eterne fiamme dell'inferno ed al piccolo numero degli eletti. Sentimenti, che mostrano chiaro la bell'armonia che facevano nel suo cuore la speranza ed il timore.
Non era men viva la sua speranza in Dio per la provvidenza opportuna al corpo, di quel che la fosse per gli aiuti della grazia all'anima. I tanti casi narrati in tutto il corso di questa istoria ne sono una prova chiarissima. Avendo egli gettate tutte in Dio le sollecitudini per il provvedimento del corpo, non si dava pensiero d'altro per sostenerlo, che sol del giorno corrente, rammentandosi dell'avvertimento del Redentore: nolite solliciti esse in crastinum; sicurissimo, che quel Dio, cui son tutte note le nostre indigenze, scit Pater vester, quia his omnibus indigetis, e che con la sua onnipotente benevolenza, dat omnibus affluenter, lo avrebbe ancor provveduto nel dì susseguente. Quindi era il ricusar le limosine spontaneamente offertegli, quand'era già provveduto per il dì corrente, o darle ad altri poveri, o metterle nella cassettina delle limosine presso la porta della chiesa, quand'era costretto a riceverle dalla caritatevole importunità altrui. Offertosi certo pio sacerdote a Benedetto di provvederlo, qualora non fosse stato provveduto da benefattore veruno in qualche giorno, rispose: non essergli mai mancata la provvidenza divina.
Un dei confessori in Roma il consigliò una volta, secondo le leggi dell'umana prudenza, ad accettar limosine, e riserbarle per altri giorni, e per il bisogno delle vesti, che gli s'infracidavano addosso col lungo ed incolto uso. Benedetto gli allegò e gli pose in campo molti passi dell'Evangelio, ove il Signore vieta il pensiero del futuro, con tal prontezza, con tale risoluzione, che il confessore conobbe chiaramente, volerlo Dio su quella condotta; e giudicò bene non importunarlo, né comandargli altrimenti. Né a questo si oppone l'esserglisi trovate dopo morte poche monete in tasca, come l'istesso confessore riflette, poiché avea egli con espressa licenza dell'ultimo suo direttore Marconi ammassato qualche scudo, non per il vitto, sì bene per la compra d'un nuovo breviario, essendo egli solito recitar quotidianamente l'offizio divino, chè più non potea nell'antico, oramai lacero e consumato dall'uso frequente di tanti anni, e dagli strapazzi sofferti ne' lunghi e disastrosi suoi pellegrinaggi.
Riducevasi talora nel caso estremo di non aver affatto di che sostentarsi. In questo neppur chiedeva limosina; soltanto presentavasi a qualche benefattore, d'innanzi al quale troppo chiaramente parlava in muto linguaggio la meschinità degli abiti, la macilenza del volto e la fiacchezza del corpo. Che se nulla gli fosse allora somministrato partiva in pace, e con volto sereno replicava la usata sua giaculatoria, in Te, Domine speravi, non confundar in aeternum.
Accortosi un giorno l'abate Mancini, che Benedetto non avea indosso camicia, glie ne provvide una, senza sua richiesta; suggerendogli nel tempo stesso, che in tale stato era lecito il domandare dai benefattori ciò ch'è necessario: poiché questi talora non provvedono, perché o non sanno il bisogno, o non ne sono richiesti. Ma ripigliò Benedetto, che appunto quegli abiti cenciosi, che allora il coprivano, l'avea ricevuti da un benefattore, senza ch'egli l'avesse dimandati: e che però, quando Dio vorrà che me li diano, me li daranno da sé.
Quanto da noi si è scritto nei primi tre capi della terza parte intorno alla sua estrema povertà, tutto spira l'eroicità della sua speranza e fiducia in Dio. A questo ancora collima quanto si narra in tutti i capi della seconda parte intorno ai suoi pellegrinaggi, fatti sempre senza provvisione alcuna, affidato tutto nella Divina provvidenza, che in alcun tempo mai non gli mancò. Per la qual cosa fu creduta la sua confidenza in Dio a guisa di quella di un s. Gaetano, e le sue espressioni colle quali dichiaravala, simili a quelle del Salmista, e d'un san Lorenzo Giustiniani.


Top

CAP. XX.

Dei suoi doni soprannaturali.

I doni soprannaturali, altri spettano alla perfezion del soggetto, cui Dio si degna darli; e diconsi, gratiae gratum facientes: sono, la locuzione interna, la contemplazione, l'unione stretta e continua con Dio, gli slanci di amore, lo sguardo fisso, le estasi ecc.. Di questi tutti fu a gran dovizia favorito Benedetto, come potrà da tutto il corso di questa istoria conoscersi tanto sol che in leggendola per poco vi si adoperi attenzione. Altri poi si concedon da Dio, quando gli è in grado, ad alcuni dei suoi servi per ben del prossimo e per autenticare la loro santità. Queste diconsi, gratiae gratis datae; e sono i miracoli, il guarimento dei morbi, le visioni celesti, le profezie, gli splendori in volto e simili. Dissi, quando a Dio è in grado poiché non a tutti i santi suol Dio concedere tali doni. E ciò con alto consiglio della sua sapienza, dice s. Agostino, per disingannar coloro che tutto il pregio ripongono della santità nei fregi esterni che l'adornano, come appunto sono tali doni, e non nella sostanza della santità stessa, che son le opere virtuose, alle quali solamente e non a quei doni corrisponderà la gloria in cielo. Reddet unicuique secundum opera ejus, non secundum dona. Basti per tutti in prova di ciò quel gran santo, di cui non surrexit major, che, come costa dall'Evangelio, signum nullum fecit.
Or di questi doni volle ancora il Signore fregiar Benedetto, come accenna uno dei suoi confessori.
Convien qui prima rammentare, che Benedetto ebbe sempre un risoluto impegno di vivere affatto sconosciuto al mondo, e di nascondere a chiunque, quanto tra sé e Dio passava. Taluno che in certi tempi trattavalo alla dimestica, si duole di non aver mai potuto strappargli di bocca cosa veruna delle sue interne azioni. Ai confessori soltanto, quando venivane comandato per ubbidienza, scopriva candidamente ciò, di che l'interrogavano: ma nel farlo era tanta la pena che mostrava in superare la sua santa ripugnanza, che gli stessi confessori, come altrove si è narrato, per non affliggerlo di vantaggio, desistevano dal più inoltrarsi. A cotale suo impegno io mi do a credere che abbia Iddio voluto almeno in parte condiscendere. Qualche volta però malgrado la sua umiltà, autenticò il Signore l'occulta sua santità, or con mostrarlo circondato di celesti splendori, or con far delle grazie particolari a sue preghiere, talora colla replicazione della persona, più volte collo spirito di profezia. Ma di visioni reali di personaggi celesti, nessuna io ne ho trovata nei processi, poiché nessuno mai dei confessori io trovo avernelo interrogato; taluno solamente assicura di visioni intellettuali: qualche cosa senza dubbio sarebbe giunta a nostra notizia, se richiesto per ubbidienza ne l'avessero. Ma non giudicarono prudente il farlo, o perché non volessero mettere come a tortura la di lui profonda umiltà, o perché fossero del parere di molti, che di tali visioni non fanno punto gran caso per esser molto soggette ad allucinamenti ed inganni.
Quanto alle grazie da Dio fatte a preghiera di Benedetto, io trovo nei processi deposto da due, la guarigione inaspettata del lor genitore in Moulins da lunghi e penosissimi mali. Era stato questi oppresso per quattro lustri da frequenti dolori di colica, e per due anni da ritenzion di orina, con tale spasimo, che era costretto a mandare spaventose grida. Accolto in loro casa Benedetto in un dei primi suoi pellegrinaggi, gli si appressò al letto, interrogandolo dei suoi mali. Uditili appena e fatte a Dio delle segrete preghiere: non sarà niente, gli disse, incoraggiandolo, non sarà niente. Niente di fatti fu. Proferite queste parole, svanì tosto ogni male; ed il giorno dopo levossi di letto in ottimo stato: né mai più fu molestato dai sopraddetti mali per altri dieci anni, che seguì a vivere felicemente, dopo i quali morì per colpo di apoplessia.
In Fabriano nel gran terremoto accaduto (vivendo ancor Benedetto) molti anni addietro, che mandò per terra gran parte della città, restarono ferme e niente offese in mezzo all'altre rovinate, quelle poche case alle quali avea egli promessa l'esenzione dal castigo dei terremoti e fulmini purché recitassero l'orazione che lasciò ivi scritta sul partirne, riportata nel Capo III della parte Seconda, e pubblicata indi da per tutto colle stampe. Tale grazia fu allora da tutti attribuita all'intercessione del servo di Dio come vien deposto nei processi.
Era quel piissimo suo albergatore di Loreto, signor Gaudenzio Sori, sommamente angustiato a cagion d'un debito di scudi quattrocento a un di presso cui si vedeva inabile a soddisfare e per la gran difficoltà di riscuotere i suoi crediti e per la scarsezza degli avventori nella sua bottega, fece però una volta con Benedetto sfogo delle sue tristezze; ma il servo di Dio, senza far parole, udivalo, alzando di tratto in tratto gli occhi al cielo in atto di pregare. Presto ne vide il Sori coll'esito felice l'effetto delle di lui preghiere. Nel giro di quei tre anni in cui alloggiò per pochi giorni Benedetto, si sgravò pienamente di tutti i suoi debiti; vide accresciuto notabilmente il concorso dei compratori e lo spaccio delle sue merci; tutto ascrivendo alle preghiere del servo di Dio, che così il rimunerava della carità dell'alloggio. La sua divota consorte parimente animata dal concetto in cui tenevalo di santo, e dall'aumento dell'entrate in sua casa per le sue preghiere; si fece coraggio una sera pria che da Loreto partisse per Roma, di pregarlo che avendo ella sempre penato molto in tutti li parti antecedenti, la raccomandasse a Dio per la felicità dell'imminente parto. Si pose allora egli in atteggiamento di pregar Dio, senza dirle parola; intanto troncato quel discorso, Benedetto partì. Giunto il tempo di partorire si sgravò ella felicemente, senza alcuno dei soliti suoi incomodi. Per la qual cosa tenevano per certo que' due caritatevoli consorti, e il dicevano ancor ad altri, che era entrata nella lor casa la protezione e la provvidenza di Dio, dopo che avevano ricettato il servo di Dio.
La replicazion della persona, che si legge d'un S. Francesco Saverio e di pochi altri santi, più volte fu notata in Benedetto senza dubbio veruno, nel mentre abitava nell'ospizio dei poveri in Roma. In tal tempo, che durò presso due anni fino alla sua morte, attesta il custode, e con lui l'amministratore e i poveri tutti coabitanti, che ogni sera all'ora prefissa delle ventiquattro e mezzo in circa trovavasi Benedetto in un cogl'altri nell'ospizio, ed ivi trattenevasi tutta intera la notte, né mai uscir poteva, se non la mattina all'aprirsi della porta dopo l'orazione comune; né il custode fidò mai le chiavi ad altri, né mai chiese egli licenza di uscire, licenza, che si nega affatto a chiunque di loro. E pure per attestato di molti, avvalorato col solito giuramento, fu egli veduto orare immobilmente in alcune chiese non solo per tutto intiero il giorno, ma persino al di là della mezzanotte nel solito suo atteggiamento estatico d'innanzi al Santissimo Sagramento, esposto per le Quarant'ore la notte. Fu veduto ben quattro volte nel colmo della notte orare nella forma suddetta. Primo avanti il Santissimo Sagramento, esposto nella chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini. Secondo nella chiesa del monistero di Sant'Ambrogio orare d'innanzi il Santissimo esposto per Quarant'ore della mattina per tutto quanto il giorno sino alle ore tre della notte, con ammirazione somma ed edificazione dei ministri della chiesa, ed in ispecie del sagrestano sacerdote, che sul principio non sapendo chi si fosse, entrò in sospetto che fosse qualche furbo, il quale aspettasse l'ora solitaria ed opportuna per rubare qualche pezzo di argento dei molti esposti: e però dovendo far la sua ora dell'orazione in tal tempo d'innanzi al Santissimo, incaricò uno dei chierici assistenti in chiesa, che badasse su quel povero; ma in ciò per soddisfare al dovere del suo impiego, era egli perplesso, inchinando più a crederlo un santo che un ladro. Finita la sua ora, riseppe dal chierico, che il povero sempre fermo e divoto era già partito dopo l'ore tre della notte. Terzo, fu veduto nel modo stesso d'innanzi al Santissimo esposto per le Quarant'ore nella chiesa di Santa Anna dei Palafrenieri in Borgo, da un'ora prima del mezzo giorno sino a più in là delle ore ventiquattro, non essendosi notata la sua partenza, da chi n'osservò con ammirazione la divota dimora: solo depone, averlo lasciato in contemplazione dopo le ore ventiquattro, quando partì egli dalla chiesa. Quarto, si depone ancora nei processi che la notte del Santo Natale del 1782, fu veduto assistere nella chiesa di santa Maria dei Monti alla recita del mattutino, alla messa solenne, a tutta la funzione sino all'ultimo ossequioso atto di baciare i piedi al Santo Bambino.
Resta dal fin qui detto chiaramente mostrato, che Benedetto ebbe da Dio il dono della replicazione della sua persona. Imperciocché viene con giuramento attestata la permanenza di Benedetto ogni notte nell'ospizio, senza escluderne pur una: giuramento prestato da molti ben degni. Con giuramento vien pure attestata da molte riguardevoli persone la sua permanenza nelle suddette chiese alcune notti, e ciò nell'istesso tempo, Fa d'uopo adunque conchiudere, che veramente Dio Signore onorar volle con tal favore questo suo servo, e rimeritare e dimostrare il grande affetto che egli ebbe verso il santissimo sagramento dell'Eucaristia: altrimenti dovranno fuor di ragione condannarsi come spergiuri, non donnicciuole, non contadini; ma persone ben riguardevoli per sacerdozio, per esemplarità di costumi, e per dottrina.
Volle ancor Dio onorarlo qualche volta col dono dato a S. Benedetto, a S. Luciano, a qualche altro santo, dell'efficacia negli sguardi. Benedetto non mirò mai donna alcuna in viso: pure una volta spinto da Dio, mirò con due occhiate fisse una donna, come avvisandola di ciò che passava nella sua coscienza. Attesta ella, che que' due sguardi furon di tal giovamento all'anima sua, e tal salutevole impressione vi cagionarono, qual mai provata non avea né con prediche altrui, né colle istesse missioni; siccome poi tutta commossa conferì al confessore.
Intorno allo spirito di profezia, che consiste nello scoprire le cose interne o lontane di tempo avvenire, molte cose trovo nei processi da lui scoperte. Una donna, per altro ignota affatto al servo di Dio, fermatolo per la strada si accingeva a dirgli, che voleva provvederlo di certi abiti; ma senza ch'ella più oltre si spiegasse, Benedetto la prevenne, dicendole: saper bene il suo caritatevol pensiero: ma che non poteva ricevere i preparati abiti. Parole, che la istupidirono, giudicando, che non d'altronde, se non da lume soprannaturale potea egli aver conosciuto l'interno suo pensiero, non palesato ad altri.
Due occulti pensieri scoprì all'ultimo suo confessore il Marconi: il primo, che pensava fargli dono d'un librettino da sé composto, spettante alla maniera più acconcia di ben confessarsi e comunicarsi sull'esempio di S. Luigi Gonzaga; ma che poi per motivi ragionevoli ne avea deposto il pensiero. Il secondo, che alla vista di quei cenci che lo coprivano, pensò da principio fargli qualche limosina; molto più sapendo ch'egli non la chiedeva a nessuno, fidando solo nella provvidenza divina: ma che poi per giusti motivi, propri di un savio e pratico confessore, avea risoluto di non fargliela. Benedetto gli scoprì questi suoi occulti pensieri non manifestati ad alcuno: ringraziandolo ed insieme protestando, che non avrebbe mai accettata la limosina. Restò sorpreso il confessore, conoscendo in lui non solo lo spirito profetico ma sibbene il retto fine nel portarsi al confessionale, che non era per la limosina corporale, ma per la spirituale soltanto: il che tutto poi depose nei processi.
Ad una ragazza d'anni dieci in Fabriano predisse chiaramente, che sarebbe col tempo religiosa cappucina; e tal fu poi in Città di Castello.
Altre profezie pur fatte in vita, si attestano nei processi: ed anche miracoli, che ivi si accennano. Il R.mo Capitolo della Cattedrale di Tolentino nel chiedere a grande istanza dalla santa mem. del Pontefice Pio VI la beatificazione di Benedetto al più presto che si potesse, oltre i motivi dell'innocenza grande, unita ad una gran penitenza, e ad altre virtù eroiche praticate in Tolentino, a tutti note, adduce la benevolenza speciale del servo di Dio verso la loro città, per averle mandata una medaglia in dono, che ha operati, e tuttora opera sol col tatto cose moltissime miracolose ed ammirabili: cujus potenti contactu permulta mira, et sane miranda gesta sunt; et adhuc geruntur. Il miracolo però maggior d'ogni altro, è la conversione di alcuni peccatori, per via del dono della penetrazione dei cuori, che altrove occorrerà narrarsi. Ma bastino soltanto gli accennati, per conoscerlo dotato da Dio del dono di profezia.
Non posso però omettere la chiara predizione che per impulso divino manifestò al confessore Marconi intorno a ciò, che sarebbe accaduto dopo la sua morte nella Chiesa di S. Maria de' Monti rapporto al suo cadavere. Questa sola è da sé bastante a riconoscere in lui lo spirito di profezia per le cose future, ed a congetturare le tante altre cose, che la sua profondissima umiltà non dié campo di scoprirsi nel corso di sua vita.
Un giorno nel mese di settembre dell'anno 1782 precedente all'anno della sua morte che fu nel 1783, riferì al confessore Marconi, ma pien di rossore, di rincrescimento, e con somma ripugnanza, avergli mostrato il Signore: che al suo corpo dopo morte (di cui non gli predisse il giorno e l'anno) sarebbero prestati degli ossequi e venerazione in modo straordinario da un'immensità di persone, anche venute da paesi remoti, con tale calca che per evitare l'irriverenze popolari, si sarebbe trasportato dall'altare altrove il Divin Sagramento e che succederebbero ancora in chiesa delle impudicità. Così egli si espresse. Il confessore fece prudentemente mostra di non farne alcun caso: anzi per tenerlo fermo in quella umiltà profondissima, che gli fu sempre a cuore, il trattò da miserabile creatura non meritevole di tanto. Così gli riuscì di temperare la sua amarezza nata da tre capi; primo dall'orrore che ebbe sempre agli onori; secondo, dalle offese di Dio, che sarebbero accadute in chiesa; terzo, per dover manifestare questa sua chiara intelligenza al confessore, spinto da impulso interno di Dio.
Ebbe però l'accortezza il confessore di consultar tutto segretamente con tre esemplarissimi sacerdoti, vivendo Benedetto, e tutti e tre restarono sorpresi dalla maraviglia, quando dopo la sua morte videro cogli occhi loro avverata parte per parte appuntino la predizione, che poi si sparse per tutta Roma. Più di loro restò sorpreso il confessore stesso, quando nel confessare ebbe ai suoi piedi tra gli altri un giovane, che umiliato e pentito svelogli i peccati da sé commessi in chiesa nel genere predetto tra l'affollamento della gran gente accorsa; e in segno del vero pentimento diegli ancora licenza di parlarne e nominarlo reo; quantunque saviamente non giudicasse valersene.
Come poi siasi avverata minutamente tal profetica rivelazione, già mi accingo a mostrarlo nei tre capi seguenti, che tutti si raggirano intorno a ciò che precedette la morte di Benedetto, a ciò che accompagnolla, a ciò che la seguì.


Top

CAP. XXI.

Morte preziosa del Servo di Dio. Ciò che la precedette.

Fu opinione ben fondata di tutti i confessori di Benedetto, che perseverando egli nell'intrapreso tenor di vita, morrebbe da santo, non potendo fallire le promesse divine. Da santo morì Benedetto, qual'era costantemente vissuto; come lo dimostrerò nella narrazione de' tre seguenti capi, nel primo de' quali ci restringeremo a narrar solamente ciò che precedette la sua morte. Precedettero profezie della vicina sua morte, brame sue più vive del paradiso, virtù più fervorosamente da lui praticate.
Le profezie furon da Dio poste in bocca sì a Benedetto medesimo, che ad altri. Egli nell'ultimo viaggio fatto nel 1782 alla santa Casa di Loreto, fu ivi osservato da' suoi albergatori sig. Gaudenzio e Barbara Sori fuor dell'usato pensieroso ed astratto, ma sereno ad un tempo e lieto come uno che ha qualche grande idea di suo piacere in mente. Scorsi appena pochi giorni, dichiarossi voler partire per Roma. Maravigliati i piissimi consorti di tal sollecita partenza, e bramosi di goderlo più lungamente, lo pregarono che si fermasse pure per altri giorni. No, basta fin qui, rispose Benedetto, voi non sapete: ho bisogno di partire, convien ch'io vada. Almeno, replicarono, non manchi di venire per l'anno futuro. Benedetto sorridendo rispose: se non verrò, ci rivedremo in paradiso. Il che replicò pure al sig. Gaudenzio sull'atto stesso del partire. Richiesto ivi medesimo dal sacerdote D. Gaspare Valeri suo affezionato, se tornerebbe in Loreto l'anno seguente: se non mi vedrete, rispose, ci rivedremo in paradiso.
Il Verdelli chierico lampadaro della santa casa di Loreto (a cui Benedetto avea chiaramente profetizzato, che non sarebbe religioso dell'osservanza di S. Francesco in Osimo, benché tutto avesse già in ordine per eseguirlo, cosa che ebbe ad avverarsi fuor d'ogni aspettazione) nell'anno stesso 1782 in dargli alcune cartine della polvere della santa Casa, con altre divozioncelle, mentre stava sul partire, gli disse: a rivederci un altr'anno. Il servo di Dio rispose; non credo. Come? ripiglia l'altro, non tornerete? Non ci rivedremo? Se vuole Dio, disse Benedetto, ci rivedrerno in Paradiso, che vide poi avverato, quando nel 1783 giunse in Loreto l'annuncio della sua morte.
Richiesto dal suo confessore P. Almerici nell'anno medesimo 1782, se fosse stato altre volte in Loreto, rispose; che più d'una volta, ma che credeva questa dover esser l'ultima, perché in appresso non avrebbe potuto far più questo viaggio attesa la lontananza del luogo dove andar dovea. Non apprese l'Almerici per tale luogo il paradiso; credette che come francese far dovesse ritorno in Francia. Questi suoi profetici detti posson valere d'argomento, non mal fondato, che Benedetto avesse avuto dalla santissima Vergine l'avviso della sua morte per l'anno 1783. Autenticano presso me tal rivelazione, l'amore scambievole che passava tra la Vergine santissima e Benedetto, i tanti penosi pellegrinaggi da lui fatti con sommo amore per venerarla; il cuor dolcissimo di Maria, che a certi suoi speciali servi suol guiderdonare gli ossequi con somigliante avviso della morte, la cautela gelosissima di Benedetto nel tenere occulti i favori celesti.
Fu pur predetta la sua morte in Loreto da un fanciulletto di nome Giuseppino, figlio degli albergatori del servo di Dio, Gaudenzio e Barbara Sori, che non oltrepassava gli anni cinque d'età e pochi mesi; ma fu predetta con tal distinzione, con fermezza tale, che ben si conobbe da tutti, essersi Dio servito della sua lingua, come suole, ex ore infantium, per palesarla. Il che più acconciamente riserberemo a parlarne, quando dovrà esporsi ciò che avvenne dopo la morte.
Una religiosa parimente di gran perfezione, quindici giorni prima che morisse Benedetto, avvisò per lettera l'amministratore dell'ospizio dei poveri in Roma, con cui si carteggiava; che fra breve lo sposo celeste coglierebbe dal suo giardino (dall'ospizio) un fiore; che però stesse a vedere, chi mai fosse tal fortunato. Non ebbe a durar molto l'Amministratore per indovinarlo; il veder Benedetto già nell'estrema emaciazione e debolezza, ed il sentire l'odore di sua gran virtù gli fe' pensar subito di lui e l'indovinò veramente: come poi riseppe per nuova lettera dell'istessa.
Oltre le profezie, precedettero alla morte le brame più vive dell'unione con Dio perfetta in paradiso. Egli è proprio dell'amore bramar l'unione coll'oggetto amato; unio est opus amoris, dice S. Agostino. Nelle lunghe sue contemplazioni era stato egli da Dio favorito di vive illustrazioni intorno alla grandezza di Dio: quindi ne sospirava ognora il godimento perfetto nella patria celeste. Vedendosi però negli ultimi tempi giá d'appresso all'adempimento de' suoi desideri, sospirava il suo Dio, più che sitibondo cervo il fonte per dissetarsi: bramava che gli si sciogliesser presto le catene del corpo onde veniva come imprigionato lo spirito; sembrava nel suo fare e nel suo dire che dicesse con s. Paolo: cupio disolvi et esse cum Christo? Quis me liberabit de corpore mortis hujus? Quindi era il non curar punto del suo corpo, né de' suoi mali, che da per tutto lo circondavano. Quindi il rispondere a chi l'avvertì di curarsi per non cader morto qualche giorno in pubblica via: che importa a me? Quasi dicesse, perisca il corpo che ho sempre tenuto in conto di nemico, purché l'anima se ne voli al cielo, a Dio. Replicava con più d'ardore l'usata sua giaculatoria; voca me, et videam te.
Finalmente precedette un nuovo aumento di fervore e di opere virtuose in apparecchio alla morte. Moltissimi sono i testimoni, che confessano aver osservato in Benedetto negli ultimi tempi un fervore ed un operare il bene, più vivo e più copioso; e che sembrava pari alla luce, che va sempre più rischiarandosi sino alla perfezion del giorno: quae procedit et crescit usque ad perfectam diem. Oltre a costoro, lo attestano tutti i suoi confessori nel corso di sua vita, e l'ultimo in ispecie che fu il sig. d. Giuseppe Loreto Marconi. Fu questi scelto da Benedetto poco men che un anno precedente alla sua morte, cioè nel giugno del 1782, quando l'altro suo confessore p. Gabrini, non giudicandosi per sua umiltà adatto a dirigere un'anima di perfezione sublimissima, conosciuta nelle conferenze tenute con lui, gli comandò di cercar altro direttore, che non avesse come egli, il carico delle cure parrocchiali, per poter così più speditamente badare alla sua direzione. Or di tal'ultimo tempo, depone il Marconi con sua ammirazione, non men che godimento essere li progressi mirabili che facea sempre nella via della perfezione.
Ma quando ancor mancassero tali comuni attestati, lo dimostrano chiaramente le sue opere virtuosissime. Tornato egli colla premura già detta da Loreto a Roma, dopo la quaresima del 1782, ebbe la mira a prepararsi meglio che prima alla morte, già da sé profetizzata. Accettato poco dopo per penitente stabile dal Marconi, dié principio all'apparecchio con voler lavare da ogni colpa l'anima sua per via d'una confession generale. La fece infatti col suddetto. Ma qual macchia di colpa lavar potea, se per testimonianza del confessore medesimo, non si trovò in lui materia neppur sufficiente per l'assoluzione? E pure genuflesso ai suoi piedi, discioglievasi in pianto copioso, quasi fosse reo di gravi peccati. Egli è proprio di un'anima veramente buona, conoscer colpa dove non è. Trovò anzi in lui una gran tranquillità di spirito ed una calma perfetta da quelle tentazioni che un tempo l'aveano messo in fiera tempesta. Conoscendo Benedetto, esser giunta all'estremo la sua fiacchezza, lasciò in quell'anno 1782 di fare l'usato suo pellegrinaggio alla santa Casa di Loreto; avverandosi ciò, che avea detto l'anno precedente a quanti l'aveano richiesto in Loreto, se ritornerebbe l'anno appresso: ci rivedremo in paradiso: questa è l'ultima volta. Ma non lasciò frattanto le sue consuete orazioni, né rallentò punto il suo fervore: fece anzi la quaresima corrente con più rigore: cosicché giudicarono alcuni, che le penitenze maggiori del solito praticate in essa, lo avessero ridotto all'estrema debolezza di forze. Ma difficilmente potea egli aggiunger penitenza maggiore alle precedenti; essendo sì scarso e misero il suo pranzo ordinario; non assaggiando la sera neppure un pezzettino di pane e un sorso d'acqua; portando di continuo l'animato molestissimo cilizio degli innumerabili insetti, ed esercitandosi quasi tutto il giorno in orazione, che qualora è frequente, è detta dallo Spirito Santo penitenza afflittiva del corpo: Frequens meditatio carnis afflictio est.
Con frequenza maggiore accostossi ai sagramenti della penitenza e della comunione. Trovo di essersi confessato presso il Marconi più volte, in ispecie nel venerdì di passione, e di essersi parimente comunicato nella chiesa di s. Ignazio.
Trovo d'aver chiesta dal p. Gabrini la benedizione e la licenza di comunicarsi (essendo in quel tempo impedito il Marconi dalle sue apostoliche fatiche) due giorni prima che morisse, cioè nel lunedì santo; come in effetto comunicossi in quel giorno nella Chiesa di s. Ignazio all'altare di s. Luigi, ma con tal modestia, divozione e fervore, che il celebrante confessa, di aver provata gran compunzione e commozione di affetti al sol mirare di passo una cert'aria di santità, che trasparivagli nel volto; a tale che (così egli) non si ricorda di avere posteriormente celebrata una messa con tanto raccoglimento, come fu in quella mattina del lunedì santo, e di aver provata consolazione indicibile nel comunicare quel povero che credeva un santo, e che nell'atto di ricevere il Corpo di Nostro Signore Gesù Cristo, mostrò chiaramente nella divozione singolare, e singolar fervore, la viva fede e l'amore ardentissimo che avea nel cuore.
Comunicatosi all'altare di s. Luigi, fermossi in detta chiesa, ascoltando altra messa in ringraziamento. Indi passò alla sua diletta chiesa di s. Maria dei Monti, ove fu veduto nell'istesso lunedì santo la mattina orare divotamente a lungo ed ascoltar messe. Nel dopo pranzo fu pur veduto nella chiesa dei ss. Apostoli star tutto assorto in Dio, in una maniera particolare. Nel martedì santo passò gran parte del giorno nella chiesa di santa Prassede d'innanzi al Divin Sagramento esposto per le quarant'ore, assorto in una dolce contemplazione; se non che non potendo più reggere in ginocchio, dopo una lunga dimora, a cagion dello sfinimento di forze, stavasene per brev'ora in piedi, come costumava in quest'ultimi tempi. Chi lo vide passare, uscito che fu da detta chiesa, depone averlo veduto così estenuato di forze, che appena reggevasi in piedi, faticando molto a camminare. Fa certo gran maraviglia, come i mali del corpo e la debolezza delle forze, che soglion d'ordinario snervare in altri il vigor dello spirito, in Benedetto il rendessero più robusto: ond'è, che tutti attestano con loro stupore, aver egli non solo perseverato costantemente nella lunghezza e nel fervore delle sue orazioni, nel rigor dell'aspra e penitente sua vita, nell'esercizio delle sue virtù: ma averlo sempre più e più accresciuto sino all'ultimo giorno in cui spirò.
È viemaggiormente da stupire, che la mattina dell'istesso Mercoledì santo in cui morì, portossi alla chiesa di santa Maria dei Monti, come strascinando a viva forza il suo corpo, coll'appoggio soltanto d'un bastone, ed ivi fermossi orando nella sua usata devotissima maniera per gran tratto di tempo.


Top

CAP. XXII.

Ciò che accompagnò la sua preziosa morte.

Sul principio della Quaresima del 1783 avea contratto il servo di Dio un gran catarro con tosse fiera, cagionato da' continui strapazzi, onde avea malmenato il suo corpo, anche in quest'ultimi tempi, nulla curando dei venti, del freddo, dell'acque, trattenendosi per gran parte del giorno ad orar genuflesso nelle chiese, talvolta anche grondante d'acqua e coi piedi bagnati per l'acqua entrata nelle sue aperte scarpacce. Tosse e catarro che lo tenevano in continua veglia la notte. Si era perciò ridotto a segno tale, che facea pietà il solo vederlo; cadaverico il volto, languidissime le forze, infossati gli occhi, vacillante il passo, sembrava un moribondo in piedi. Stimolato dalla carità sopraffina del sig. abate Mancini, amministratore dell'ospizio in cui risiedeva la notte, e del custode, che si portasse all'ospedale, o che se ne restasse nell'ospizio, indossandosi il carico di provvederlo del bisognevole e servirlo; gradì l'offerta, ma non volle accettarla. Gli stava sempre fisso nella mente e nel cuore l'esempio di Gesù Crocifisso, cui ebbe l'impegno d'imitare sino alla morte, per le vive illustrazioni ricevute intorno alla sua passione nelle sue contemplazioni. Quindi seguiva costante l'usato suo rigidissimo tenor di vita, quasi nulla avesse d'incomodo o di male; né volle valersi della licenza spontanea datagli dal custode di ritirarsi prima dell'orazione comune o di starsene a sedere mentre quella durava: continuò a farla cogli altri e sempre genuflesso, colla solita sua divozione fervorosa sino all'ultimo giorno della sua vita.
La mattina del Mercoledì santo uscito dalla sua stanza, comparve alla vista degli altri così sfinito, che non poteva reggersi in piedi, sembrando pari ad un agonizzante. Alle replicate premure del custode che non andasse fuori, se pur non volea cader morto in qualche strada, rispose: nulla curar del corpo; solo bramare un bastone d'appoggio. Persuaso il custode del desiderio ch'egli avea di sempre più patire per amor del Crocifisso e di andar presto alla patria beata, il compiacque. Trascinandosi col sollievo del bastone a passo lento e vacillante avviossi per la sua diletta chiesa di s. Maria dei Monti. Di là uscito poco prima il Mancini ed incontratolo quasi spirante per via gli rinnovò le sue amorevoli esibizioni. Pur Benedetto grato a tal carità, tirò avanti il cammino, entrò in chiesa. Eccolo genuflesso a' piedi del suo Gesù sagramentato e dell'amata sua santissima madre, che parea lo attendesse ivi per l'ultima volta, per ivi condursi in quel dì stesso al Paradiso questo suo servo, che tanto venerata l'avea in quella devotissima e miracolosissima sant'immagine.
Attesta il p. Piccilli, averlo veduto genuflesso sull'ore mattutine in chiesa nel sito suo consueto e coll'usata sua divozione, in altri capi da esso attestata; aver assistito alla messa da sé celebrata di buon'ora: aver pure udito da molti che si trattenne genuflesso ed orante per lungo tempo dopo la sua messa. Il macellaro Zaccarelli depone, che quando entrò egli in detta chiesa, vi trovò Benedetto; e che dopo due ore uscendone, per adempire il precetto Pasquale nella parrocchia vicina, lasciollo ivi genuflesso ed orante, come trovato l'avea. Ma lo attesta con sua gran maraviglia, perché nei dì precedenti l'avea veduto in figura non di uomo, ma di scheletro: né capiva, come regger potesse in un sito sì disagiato e per sì lungo tempo. Lo avvalorava però sicuramente la grazia Divina, senza la quale non era ciò possibile.
Mentre il Zaccarelli trattenevasi nella sua parrocchia, Benedetto presso le ore 14, sentendosi mancar troppo le forze, né potendo più reggere, si pose a sedere, fuor dell'usato per poco. Ma un nuovo assalto di deliqui e sconvolgimenti costrinselo ad uscir di chiesa. I circostanti a vederlo uscire, vacillante il passo, smunto e pallido il volto, diceano per compassione: poveretto! sta molto male veramente. Uscito appena di chiesa, si adagiò così sfinito e languente sugli scalini esteriori di essa. Molta gente allora gli fu subito d'attorno, mirandolo con occhio compassionevole; offerendogli con bella gara di carità le loro case. L'abate Mancini, che trovossi di passaggio, gli offerì il suo ospizio. Benedetto con fievol voce ringraziando tutti, disse, non aver bisogno di cosa alcuna; e colle sue mani fe' cenno di non voler essere di là rimosso.
Intanto avendo terminate il Zaccarelli le divozioni nella sua parrocchia, ed incamminatosi per la via della Madonna dei Monti, al veder gran gente affollata sugli scalini, entrò in curiosità ed appressandosi, vide Benedetto in quel deplorabile stato. Mossone a gran pietà, il chiamò di nome dicendogli, che la sua casa era pronta a riceverlo, si lasciasse pur condurre. Alla voce non ignota, aprì Benedetto gli occhi ed accettò l'invito. Forse il Signore volle rimeritare al Zaccarelli le molte carità che prima usate gli avea, col dargli l'onore che il caro servo morisse in sua casa. Contento ed intenerito il Zaccarelli, coll'aiuto d'altra persona lo sollevò, e sulle braccia sue e di altri lo andò a passo lento portando. Convenne però dopo pochi passi farlo sedere, non reggendogli le forze, neppure a muovere il piede. Stentatamente in fine giunse alla soglia della casa poco discosta. Ivi dié saggio di quella delicatezza, onde avea sempre amata la modestia e la purità: perocché avendo accennato che i cenciosi calzoni gli cadevano a terra, non permise che altri lo toccassero, come già si accingevano; ma li ritirò da sé poco a poco. Salita a grave stento la scala con l'appoggio di molti ed introdotto in una camera, gli vacillava talmente l'indebolito capo, che né pur conosceva dove si fosse: quindi chiese, dove il conducessero? Sentendo che sul letto, ne mostrò rincrescimento; pregò anzi, che lo stendessero sulla nuda terra; ma in ciò non si volle esaudire: fu quindi di peso levato dalle braccia dei conducenti, e collocato supino sul letto, vestito com'era de' cenci suoi, soprapponendogli una coperta indosso.
L'attenta carità del fortunato albergatore Zaccarelli pensò subito alla provvidenza del corpo e dell'anima. Pel corpo, credendo che tutto il male derivasse da debolezza di stomaco, gli apprestò un confortante ristorativo. Per l'anima, giudicando molto pericoloso il male, fe' chiamare dal collegio vicino di santa Maria dei Monti il p. don Biagio Piccilli. Accorso questi subito alle ore sedici col suo zelo, ed entrato in camera dissegli: Benedetto mio, volete niente? Vi volete confessare? Vi occorre niente? Benedetto, cui niente mai, né pur di colpa lieve era occorso in tutta la vita sua, per testimonianza autentica di tutti i suoi confessori altrove ben replicatamente da me esposta, chiamando sulle morte labbra, quanto potè di languenti spiriti, rispose; niente, niente. Tastatogli il polso, trovollo tanto debole che disse: questo se ne muore senz'altro. Quanto tempo è, seguì il Piccilli, che non vi siete comunicato? Poco, poco, rispose a grande stento; né poté più proferir parola. Erasi comunicato nel lunedì santo ed altra volta nel venerdì di passione, come in addietro si è già narrato. Credendo il detto padre che il deliquio di Benedetto derivasse dalle sue penitenze ben note e volendo risvegliare in lui gli spiriti oppressi, per abituarlo a prendere il santo viatico, si argomentò di farlo con un altro ristorativo, dopo il quale egli stesso gli porse un biscottino intinto nel vino, che soltanto assaggiò scarsamente. Indi gli appressò una pallottina di bambagia inzuppata di acqua di melissa dicendo: Benedetto mio, odorate; ma invece di odorare aprì la bocca. Conobbe da ciò il Piccilli, che nulla più intendeva: e molto più crebbesi il timore della vicina morte, poiché avendogli applicata alle narici quella pallottina, vide che non aveva forza sufficiente per odorarla, anzi voltò dalla parte sinistra il capo, che prima teneva supino. Quindi persuasissimo che non era capace di ricevere il santo viatico, disse subito agli astanti: non c'è tempo da perdere, fategli dare l'estrema unzione; ed andò via, né fu più ricercato. Incapace ancora il disse non solo di viatico, ma né pur di rimedio alcuno corporale il medico e il chirurgo; il primo capitato alle ore venti, il secondo alle ventuna, per averlo trovato col polso irregolare, vacillante. appena sensibile, chiusa tenacemente la bocca, stretti i denti, fissi, conclusi, immobili gli occhi, scoperti solo dalle palpebre alzategli con forza, insensibile alle voci, alle chiamate, al tatto, anche ai senapismi applicatigli; cosicché il credettero e lo diedero già per ispedito. Giudicarono ciò non ostante lasciar l'ordine di munirlo dei sagramenti, qualora fosse tornato in sentimenti dal suo letargo.
Ma ciò a Dio non piacque; volle anzi rimunerarne presto in cielo i tanti meriti ammassati col rigidissimo, e straordinario tenor di vita, costantemente osservato sino all'ultimo de' suoi giorni. Gli fu perciò amministrato dal vice parroco il sagramento dell'estrema unzione, avendolo giudicato anch'egli incapace del santo viatico; ma senza che Benedetto desse alcun segno di capire ciò che allor si facesse intorno al suo' corpo. Frattanto l'assisterono successivamente due padri chiamati Scalzetti della congregazione della penitenza di Gesù Nazareno, che stanno nel convento di Sant'Agata de' Tessitori, durando nello stato di prima il moribondo sino all'ora di notte: accorsavi intanto in quella casa molta gente per vederlo. Era cosa di tanta edificazione l'atteggiamento, in cui egli seguì a stare sino all'estremo: composto, colle mani incrociate sul petto, come sempre costumato avea, anche per le strade, più quieto, più tranquillo del solito.
Il medico attesta: che quantunque le sincopi soglion produrre placidezza, pure quella che riconobbe in Benedetto nelle due visite fattegli in quel giorno, avea un non so che di straordinario, che gli recò dell'ammirazione. Esser dovea senza dubbio effetto della pace interiore da Dio promessa ai giusti sul loro morire: visi sunt oculis insipientium mori, illi autem sunt in pace; e forse ancora era l'effetto della presenza amorevole promessa da Gesù in persona degli apostoli ai suoi servi fedeli in morte: ego veniam et accipiam vos ad me ipsum; in morte vestra, come spiega s. Tommaso: nec solum ad apostolos hoc dictum est; sed ad omnes fideles. Ma non potendo egli darne alcun segno, per lo stato di abbandonamento dei sensi in cui allora trovavasi; non possiam noi asserire con certezza ciò, che con fondamento ci fa congetturare la tranquillità straordinaria riconosciuta dal medico e la promessa infallibile del Redentore avverata in tant'altri suoi servi. In tale stato si recitarono da un dei detti padri in union degli astanti le preci proprie pei moribondi. Pochi momenti prima dell'ora una di notte si cominciarono le litanie della Santissima Vergine, stando tutti in ginocchio. Nell'atto, che suonò l'ora di notte e che il padre assistente disse: Sancta Maria e la gente rispose Ora pro eo, finì placidamente di vivere, non dando altro segno che la cessazion di quel tenue respiro che gli era rimasto. Avvenne morte sì preziosa alli 16 aprile giorno del mercoledì santo dell'anno 1783, nella età di anni 35, giorni 21 ed in quel punto stesso in cui cominciarono tutte le campane di Roma a dare il segno di recitarsi la Salve Regina, ed altre brevi preci, ordinate dal sommo Pontefice Pio VI di santa memoria per muovere la Santissima Vergine ad interporsi presso Dio, perché si degnasse mettere in calma la nave di s. Pietro ondeggiante nelle presenti tempeste.


Top

CAP. XXIII.

Ciò che seguì la morte di Benedetto. Profezie della sua andata al paradiso. Onori straordinari prestati al suo corpo. Sepoltura gloriosa.

Benedetto in tutto il corso di sua vita curò tanto poco il suo corpo, quanto voi non fareste di un sacconaccio sdrucito; tutta la sua mira fu solo e sempre a Dio ed all'anima. Ma spirato appena, Dio prese a suo carico e l'anima e il corpo. Menò l'anima al cielo, onorò in terra il corpo, ch'è quasi un sacco dentro cui sta riposta l'anima; ond'egli dir poteva col Salmista: conscidisti saccum meum, ch'è il corpo: circumdedisti me laetitia, dando all'anima mia quel gaudio eterno, che dar solete in cielo ai vostri diletti e fedeli servi.
Quanto all'anima, si valse Dio della lingua di un ragazzetto per far palese la sua salita al cielo nel giorno stesso in cui separossi dal corpo. Ciò tanto maggior meraviglia recar deve, quanto era più tenera la sua età, quanto fu poi distinta ed assoluta, più replicata la predizione; quanto è più lontano da Roma la città, dov'egli abitava che fu Loreto. Il fatto andò così. Gli albergatori di Benedetto in Loreto, Gaudenzio e Barbara Sori discorrendo tra loro nel mercoledì santo dell'anno 1783 della venuta di Benedetto, che far solea ogni anno, per lo più in Loreto nel giovedì santo; e bramando di rigoderlo, si lusingavano che fosse già per capitare. Giuseppino lor figlio, d'anni non più che cinque e pochi mesi presente al discorso disse assolutamente e replicò: Benedetto non viene più, Benedetto se ne muore. Quantunque da principio non si fosse dato retta alle parole d'un ragazzetto semplice, pure ripensando poi la madre fra sé, mostrò di dubitare di qualche malattia in Roma, o che se ne stesse in qualche ospedale per la strada. Udilla Giuseppino e con più di fermezza replicò: Benedetto non ha male, ma non viene più; Benedetto se ne muore. Neppur questa volta si fe' caso dai genitori d'un tal suo detto; cosicchè nel dopo pranzo del giovedì santo accingendosi a rassettar lo stanzino per Benedetto, dicevano essere già tempo di dover presto capitare. Ecco di nuovo Giuseppino dire chiaramente; Benedetto è già morto, ed è andato in paradiso. Ammirata la madre, l'interrogò; come il sapesse? Me lo dice il cuore, rispose; e lo ripeté più volte da quel dì sino al sabbato precedente alla domenica in Albis, prima che fosse là giunto l'avviso della morte. Attoniti i genitori cominciarono ad entrare in timore, e come per sorprenderlo, se stesse pur saldo nel suo detto, tornando egli da scuola, alla presenza d'altri gli dissero: Peppe, Benedetto sen viene? Subito con risoIuzione superiore all'età rispose, niente esitando: non v'ho detto, che Benedetto è morto, e ch'è andato in paradiso? allora veramente prestaron fede ai suoi detti, giudicandoli posti in bocca da Dio all'innocente ragazzo, che videro in fatti avverati con maraviglia pochi giorni dopo al sentir la notizia giunta da Roma della morte accaduta nel mercoledì santo.
Si valse pure della religiosa, che come si disse nel capo precedente, avea scritto all'Amministratore dell'Ospizio quindici giorni prima della morte, dover essere colto dallo sposo celeste nel suo giardino un fiore. Ella dunque dopo la morte riscrisse, come afferma l'amministratore: Benedetto Labre essere stato il fiore già colto, e trapiantato nel giardino celeste.
Quanto al corpo, immediatamente Dio gli fe' prestare onori tali, quali mai non si son veduti in Roma da San Filippo Neri in qua: né leggonsi i simili nell'istorie dei secoli trascorsi. Morto appena, molti innocenti ragazzi, andando qua è là gridavano, spinti non d'altronde che da Dio: è morto il Santo: è morto il Santo. La voce dei fanciulli destò la curiosità di sapere chi mai fosse, e sentendo essere il povero Benedetto, chiunque il conosceva non si maravigliava punto di tale acclamazione essendo sempre comparso Santo agli occhi loro in vita: chi non lo conosceva bramava ansioso notizie del morto e delle virtù, che sentivan pubblicarsi da per tutto, entrati perciò in una gran voglia di vederlo. Ecco sull'alba inquietata la porta del Zaccarelli da molti, che bramosi di vedere il Santo, chiedevan l'ingresso. Compiaciuti i primi, ecco altri: indi un continuo affollamento di popolo sino all'ore 23, quando era tempo da trasportarlo in chiesa. Tutti ad una voce il diceano Santo: chiamavan fortunata la famiglia Zaccarelli, perchè era stata degna d'aver in casa un tal tesoro, un vero Santo; e per mostra di loro divozione s'inginocchiavano d'innanzi al cadavere, e chi toccavalo colla corona, chi gli baciava riverente i piedi, chi le mani, taluni piangevano per tenerezza, nessuno saziavasi di vederlo, e rivederlo. Non eran poi persone della plebe soltanto, che andar suole alla cieca colla corrente; erano la maggior parte persone oneste, civili, nobili, sacerdoti, dame ancor titolate. Vi furono alcuni, che con tutta l'accortezza del Zaccarelli per impedire qualche furto divoto, ebbero la maniera di portar via qualche pezzetto della coperta, sotto cui era stato Benedetto, e della lana nel suo cuscino.
Gli abiti, che avean coperto miseramente il suo corpo, e coi quali indosso ancora morì; erano stati già tolti dal Zaccarelli, ripuliti diligentemente dagl'innumerabili insetti e gelosamente custoditi, come reliquie, per sottrarli dall'avida divozione altrui: avendolo rivestito con altri decenti abiti per la sepoltura.
Il concorso della gente, sparsa subito la voce per tutta Roma, giunse a tal segno, che i domestici non potevan più reggere alla calca; ed il Zaccarelli fu costretto, dopo il mezzo giorno, mettere alcuni soldati alla porta di casa sua, ed altri alla porta della camera, se non per impedire, almen per moderare la calca della gran gente divota, che affollavasi per entrarvi.
In mezzo a sì gloriosa confusione, risolvette il Zaccarelli di far condurre il cadavere alla Chiesa di Santa Maria de' Monti, al quale oggetto portossi dal Parroco del SSmo Salvatore a' Monti per averne il permesso, che per altro gli venne apertamente negato, lo che sommamente rincrebbe al pio Zaccarelli. Venne però consolato nell'udire dal P. Palma Rettore della detta Chiesa di Santa Maria de' Monti, che il defonto spettava alla parrocchia di S. Martino ai Monti, sotto cui si trovava l'Ospizio dell'Abate Mancini. A tal notizia di volo andò a pregarne quel parroco, il quale volentierissimo condiscese alle sue replicate istanze e premure, ponendo anche in iscritto con biglietto diretto al detto Padre Gaetano Palma: lo che con tutta ragione e con tutto il fondamento può considerarsi un tratto della divina Provvidenza ed un compiacimento della SSma Vergine, volendo a sé vicino sepolto il corpo di questo amante suo servo, che per tanti anni ossequioso in vita con tanto fervore e con tanta edificazione ivi l'avea giornalmente onorata e venerata.
Alle ore 23 del Giovedì Santo, tolto dalla casa Zaccarelli, ove sino a quell'ora stato era il corpo, fu posto sulla bara: ma in ciò s'ebbe a penar molto e bisognò nuovo rinforzo di soldati a romper la calca della gente, per collocarvelo.
Fu associato dalla compagnia della Madonna Santissima della Neve, che volle decorato il suo bianco sacco, col vestirne il cadavere: (altra disposizione Divina per aver sì bene conservata la bianca stola dell'innocenza battesimale, in tutto il corso di sua vita, come altrove si è detto,) da' Religiosi di san Martino, da' sacerdoti e da un popolo immenso. Era anzi vedere un trionfo, che un funerale. Dovunque passava, risuonavan gli applausi di Santo, gli encomi delle sue virtù. Chi ricordava la sua continua orazione nelle chiese; chi l'estrema sua povertà: altri la vita nascosta in mezzo a Roma: molti il suo amore e la divozione verso il Divin Sagramento e verso Maria Santissima. Tutti replicavano a gara beato lui. Fra costoro si alzano di tratto in tratto le voci degl'innocenti fanciulli: è morto il Santo, è morto il Santo.
In mezzo a tanti applausi ed onori giunse finalmente a grave stento in chiesa; ma per le sacre funzioni di quei giorni non potè stare in essa esposto: però convenne portarlo nella Sagrestia. Entratovi appena, fu bisogno chiuder le porte per impedire l'affollamento della gran gente. Ivi a porte chiuse prestaronsi al cadavere i funebri consueti uffici: i quali come furon terminati, ecco un inondamento di gente si straordinario, che dovette accorrervi di bel nuovo la soldatesca per impedire i disordini e i divoti furti. Ad onta però di questa, vi fu chi fatto audace dalla divozione, ebbe l'intrepidezza di recider prestamente con un taglio di forbici piccola porzion della barba. Alcuni attestano che nell'appressarsi taluno al cadavere per baciargli la mano, o il piede, o toccarlo colla corona, gli riuscì tra la gran calca di tagliargli piccola porzione del sacco bianco, che lo copriva: e però convenne raddoppiare i soldati, costretti a vegliar di continuo, finché fu sepolto.
Ma l'inondamento del popolo non permise, che fosse allor seppellito. Bisognò tenerlo insepolto sino alla sera della domenica. In tutti i quattro giorni peraltro fu straodinario, indicibile e continuo il concorso della gente. Più l'aumentò Dio Signore colle grazie prodigiose, che operò al contatto del corpo del suo fedel servo. Era uno spettacolo di tenerezza, vedere piena di gente la chiesa, i corridori, la sagrestia; piena la piazza della chiesa, e piene tutte le strade, che mettono a quella. Il numero delle carrozze eccessivo, le persone d'ogni ceto, ecclesiastici, secolari, nobili, prelati, principesse, ambasciadori, cardinali aspettare e stentare! sol per vedere chi mai? Non un grande del mondo, non un gran letterato, non un ricco mercatante; per veder sì bene e venerare colui, che pochi giorni addietro andava per le vie in figura di un povero, di un pezzente, d'un cencioso, abborrito, non degnato di uno sguardo da chi nol conoscea per la sua sordidezza e mendicità. Oh Dio! Quanto è vero, che: nimis honorati sunt amici tui, Deus. Amici tui sì veramente. Mi si permetta qui un passeggiero sfogo in onor della virtù, in obbrobrio del fasto umano. Che rileva l'esser uno favorito di talenti, di nobiltà, di ricchezze, e delle più brillanti qualità, che mettono l'uomo in gran figura nel mondo, che rileva se non è vostro amico, Dio mio, se non è in vostra grazia? Finisce colla sua vita la sua figura e se n'estingue poco dopo la rimembranza: memoriam superborum perdidit Deus. Il vederlo sulla bara estinto, mette orrore e finanche ciò che ha servito in suo uso. Per l'opposto il morto Benedetto sfornito dei pregi suddetti, morì santo, amico di Dio. Basta sol questo: tutto vien supplito con vantaggio della santità. Il suo corpo estinto, anziché fare orrore consola; come di lui fu attestato; destala brama di vederlo più e più volte; mai non si crede sazio chi gode sempre mirarlo: i suoi cenci sono un oggetto prezioso, fortunato stimasi chi può averne una particella; o altro delle misere cose di cui servivasi. Personaggi ancor sublimi adoperavano mezzi, e fecero premure grandi per averne. La stanza in cui morì, invece di recare spavento, ispirava una cert'aria di venerazione e di gioia.
Il Zaccarelli depone, che per sette o otto giorni, morto già Benedetto, era piena di gente mattina e giorno la sua casa di persone distinte e di alto rango, bramose di vedere la stanza il letto ed i cenci stessi in cui morì. Era tale il concorso anche dopo quei giorni alla sua casa, che non potendo più reggere al disturbo degli affari domestici, gli convenne affatto chiuderla a chi che fosse. Si avvera in Benedetto l'altra parte del testo citato dell'ecclesiastico, che come Dio memoriam superborum perdidit, così reliquit memoriam humilium sensu; e se la memoria d'un peccatore qualunque sia terrnina presto, finito che sia lo strepito d'un funerale pomposo: periit memoria eorum cum sonitu; la memoria di un servo di Dio durerà costante in eterno; in memoria aeterna erit justus.
Ma è ora tempo di rimetterci sul cammino della narrazione di quanto occorse in quei quattro giorni. Terminata la funebre funzione in sagrestia e tolto il cadavere dalla bara ed involto in un lenzuolo, fu portato nell'oratorio contiguo, che per la strettezza dell'ingresso era incapace della bara. Chi l'involse s'avvide nel maneggiarlo d'un copioso sudor e nella fronte e nel viso, anche i capelli e la barba eran così bagnati, che convenne asciugarli quasi fosse ancor vivo; né solo egli, ma altri ancora se ne avvidero con loro stupore. La mattina del venerdì santo, tosto che fu aperta la chiesa, entrò gran gente bramosa di vederlo; e fu così numeroso il concorso, così vive le brame, che fu giudicato rimetterlo in bara, e dopo le funzioni della chiesa esporlo in essa. Ciò fatto appena, crebbe il concorso così smisuratamente, che fu d'uopo circondare di banchi la bara, ne ciò bastando, bisognovvi l'aiuto dei soldati corsi a reprimere il gran tumulto ed impedire l'assedio al corpo. Si avanzò poi tanto, che non fu possibile dopo il mezzo giorno serrar la chiesa. La gente non sapea distaccarsi dal rimirarlo, né udiva punto o temeva le minaccie di chi cacciar la volea. Quindi ordinò il detto padre rettore, che tolto dalla bara fosse portato in una piccola stanza dietro l'altar maggiore. Nel trasportarlo si recarono a gloria molti di sostenere con bella gara, chi le gambe, chi le mani, chi il capo, orpellando così la loro divozione coll'aiutare il trasportamento; il che eseguito fu serrata a grave stento la chiesa. Dopo l'ore ventiquattro ecco un principe con altro riguardevole prelato, chiedere in grazia di vedere il santo in quella stanza. Furono immediatamente appagati. In questa occasione osservaronsi nelle ginocchia del servo di Dio due natte pari ad una pagnottella. Chi toccar le volle, le attesta morbidissime; e quanti eran con lui argomentarono quindi qual pena recar gli doveano in vita, nelle giornaliere e lunghe orazioni che far solea genuflesso, e qual santità esser dovea la sua nel tollerare quel continuo ed insoffribile tormento.
La mattina del sabato Santo, esposto in chiesa, ebbe un concorso senza paragone più folto che prima. Il soggetto dei discorsi in Roma, nelle conversazioni, nelle botteghe, da per tutto eran le virtù eroiche, la santità di Benedetto. Quindi non v'era, chi non s'invogliasse di vederlo, credendolo tutti un rinnovatore degli esempi di Sant'Alessio. Un officiale ben degno della Segreteria della sacra Consulta, che appressar si volle al feretro, attesta d'aver sentito con altri una fragranza soave, che tramandava il corpo del servo di Dio, senza che vi fosse nel feretro fiore di sorta alcuna; benché durò per brev'ora.
Per ovviare alla confusione, ed al tumulto del gran concorso nel sabato Santo, bisognò levarlo dalla chiesa, e porlo con guardia accresciuta di soldati nel corridore contiguo. Ma che? Gli andava dietro gran numero di persone anche ragguardevoli dovunque fosse; e tutti a gara cercavano baciargli i piedi, toccarlo con corone, e recider furtivamente qualche parte degli abiti. Neppure in tutto il giorno poté serrarsi la chiesa piena di gente se non la sera in ora avanzata con sommo stento e coll'aiuto dei soldati.
Finalmente la mattina di Pasqua il concorso fu così eccedente, che non vi fu chi potesse raffrenare l'indiscreta divozione di tanti e tanti, anche a costo delle bastonate, a cui la soldatesca videsi obbligata di ricorrere per il buon'ordine. Il sapersi esser questo 1' ultimo giorno, metteva in tutti gran premura di rivederlo. Infatti vi giunsero per visitarlo due eminentissimi cardinali, molti prelati, sacerdoti, religiosi di molti ordini e cavalieri. Fu talmente ripiena la chiesa, e con tale tumulto, che non fu possibile cantarsi in quella mattina la messa, né il vespero al dopo pranzo: persistendo costantemente la calca in quelle ore ancora solitarie dopo il mezzodì.
Perché poi un pittore ne formasse il ritratto, fu trasportato il cadavere in sagrestia. Terminato appena, dovendosi rimettere nel corridore, alzossi una voce universale dalla chiesa, gridando tutti: ecco il santo: eccolo vogliam vederlo. Bisognò contentarli; non era possibile far argine a un torrente sì impetuoso neppur da' soldati. Fu dunque lasciato in mezzo alla chiesa per qualche intervallo di tempo, per riportarsi di nuovo in sagrestia per far la giuridica ricognizion del cadavere. In questo può figurarsi ognuno ciò che far poté la divozione comune d'attorno al servo di Dio; lagrime di tenerezza, elogi delle virtù, gara nel toccarlo con corone, con fazzoletti, baci alle mani e piedi, dicendolo tutti un Sant'Alessio.
Riportato in sagrestia per la detta ricognizione, non poté questa comodamente eseguirsi per la molta gente entratavi con divota importuna violenza: convenne riportarlo nell'Oratorio, ed appostar molti soldati alla porta per impedir 1'ingresso a tutti. In esso fu fatta la giuridica ricognizione alla presenza del promotor fiscale del vicariato di Roma, del notaro e di alcuni testimoni. Intervenne ancora il chirurgo per fare alcuni esperimenti sopra il cadavere. Questi dopo averlo minutamente esaminato, l'attestò incorrotto, senza alcun segno di putrefazione, benché fosse il quarto giorno da ch'era morto, le membra tutte flessibili, due natte ancor morbide sulle ginocchia. Indi toltogli il primo sacco e le vesti risecate in varie parti dalla divozione popolare; fu rivestito di altre, coperto d'altro sacco ed involto in un lenzuolo fu collocato entro una cassa di legno già preparata, con dentro un cannoncino di piombo, contenente un'iscrizione latina in carta pecora, che consiste in un ben' inteso elogio, ove fu descritto il nome, cognome, patria del servo di Dio; in compendio il tenor di vita, che menò rigidissimo, l'eroiche virtù costantemente praticate, la morte preziosa, il concorso universale d'ogni genere di persone, le guardie militari per la custodia del corpo.
Stava già per chiudersi dal falegname la cassa, quando la voce concorde di molti, saliti sulle ferrate esteriori corrispondenti all'Oratorio, chiese a grande istanza di rivederlo pria d'incassarsi. Convenne condiscendervi: e rimbombarono gloriosamente di fuori le voci di gioia, gli elogi di Benedetto e le raccomandazioni che ognun facea dell'anima propria alla sua intercessione presso Dio, credendolo e dicendo a voce concorde: beato, beato lui! Soddisfatta così per l'ultima volta la brama loro e riposto in cassa; fu questa ben coperta, legata in varie parti con fettucce, sigillata in più luoghi col sigillo dell'Eminentissimo Cardinal Vicario, Marco Antonio Colonna: indi questa riposta dentro altra di legno similmente rinchiusa, fu sepolto a parte nel dì 20 d'aprile giorno di Pasqua con licenza dello stesso Eminentissimo Cardinale in un sito segregato, già prima preparato, ch'è alla parte dell'Epistola dell'Altar Maggiore a piè dell'immagine della Beatissima Vergine, che cotanto in vita era stata da lui venerata.


Top

CAP. XXIV.

Del continuo, e sorprendente concorso al suo sepolcro, che obbliga a togliere il Divin Sagramento dalla Chiesa. Della fama di santità sparsa in poco tempo per tutto l'Universo.

Tosto che fu sepolto il servo di Dio, cominciò il concorso del popolo la sera stessa della Domenica di Pasqua, concorso che i testimoni nei processi non trovano termini propri da esprimerlo. Chi lo dice sorprendente, chi eccessivo, alcuni mirabile, altri incredibile. Potrebbe paragonarsi ad un fiume, che rotto ogni argine scorre precipitoso al mare, venendo incalzate l'acque precedenti dalle posteriori. La fama di sua santità fu quasi come la luce, che in un momento si stende da un polo all'altro; si stese ella in poco tempo, non solo per tutta Roma, ma per tutto lo Stato Pontificio, per li Regni d'Italia, per tutta ancor l'Europa. Oltrepassò anche questa giungendo perfino nella Cina. Da Pechino, capitale di quel regno, fu spedita un'elemosina con lettera diretta al P. Postulatore. Fece l'altissimo Dio avverare in questo suo servo la promessa fatta già dal Redentore: si quis mjhi ministraverit, honorificabit eum Pater meus. Alla fama si aggiunse la voce concorde, che Benedetto sia un intercessore potente presso l'Altissimo per ottener delle grazie a pro di chi a lui ricorra; e in fatti molte si spargevano aver già Dio accordate a quelli che l'invocavano.
Il gran concorso nelle chiese va d'ordinario accompagnato da disordini ed irriverenze. Così avvenne nella chiesa di santa Maria dei Monti, per visitare il sepolcro di Benedetto; convenne adoperare molti ripari straordinari e strani per impedirle. Soldati alle porte della chiesa, steccato di legno attorno al sepolcro con guardie all'ingresso, che moderassero l'affollamento, soldati qua e là per la chiesa. Ciò non bastò: le irriverenze, il tumulto giunse a segno che fu giudicato spediente togliersi dal Tabernacolo il divin Sagramento e trasportarlo nella cappella domestica. Era stato ciò predetto dal Signore al suo servo alcuni mesi prima, senza però che gli svelasse il dì preciso, e da lui manifestato al confessore Marconi con estrema sua ripugnanza e rossore, come altrove si è detto. I1 Signore il fe' avverare, ed anziché offendersene, immagino che ne restasse compiaciuto e glorificato nell'onore del suo servo, come in altra circostanza il dichiarò alla sua diletta santa Geltrude, che entrata in iscrupolo ed amarezza, poiché un giorno stette tutta intesa a venerar l'immagine di Maria Vergine, non prestando alcun ossequio all'immagine di Gesù che le stava a lato, il Signore dileguò l'amarezza e lo scrupolo, dicendole che l'onor della madre ridondava tutto in onor suo, come pur disse San Girolamo: omnis honor impensus Matri, redundat in filium: anzi le inculcò, che in appresso riverisse più divotamente l'immagine di Maria, nulla curando della sua: de caetero studeas imaginem matris meae devotius salutare, imaginem meam insalutatam praetermittendo. Giunse a tal segno la folla, che non si poterono in quei giorni celebrar messe, né farsi le consuete funzioni in chiesa.
Pur questo è poco. Dovea esporsi in chiesa alli 25 d'aprile il divin Sagramento in forma di quarant'ore, a tenor della cartella che prescrive ad ogni chiesa i suoi giorni Si sperava che cessasse il concorso, per farsi quietamente l'Esposizione solenne. Ma che? invece di scemare, si accrebbe in guisa, che si dove sostituire per l'Esposizione la chiesa dei santi Quirico e Giulitta per quei giorni. Bisognò serrare ancor la chiesa e mettervi in guardia della porta soldati per timore che il popolo affollato e tumultuante non la sforzasse gittandola a terra, come minacciava, per trasporto di devozione.
Riaperta la chiesa dopo alcuni giorni e collocate le guardie dei soldati dentro e fuori, si videro alquanto calmate le irriverenze ed il rumore, non già il concorso che proseguì, benché con miglior ordine e moderazione, regolato dai soldati. Per ben due mesi continui fu adoperata la milizia; indi sul fine di giugno fu congedata e tolto ancora lo steccato d'intorno al sepolcro. Fu cosa di gran maraviglia che i soldati, ai quali sogliono riuscir di pena e di molestia somiglianti disinteressate guardie, vegliarono per tutto quel tempo, non solo senza lagnanza alcuna, ma con gran piacere eziandio, come conobbe ed assicurò il loro comandante.
Calmate già le cose, ebbe agio ognuno di sfogare con vari esterni ossequi la divozion concepita verso il servo di Dio. Era un bel vedere e recava una gran tenerezza, mirare alcuni genuflessi divotamente fargli corona gloriosa d'attorno al sepolcro; altri stendersi boccone, molti versar lagrime copiose, questi chiedergli grazie, quelli ringraziarlo delle ricevute, tutti raccomandarsi alla sua intercessione. E non eran già solo le persone del volgo o idiote facili a dare in trasporti ed in fanatismo: v'eran de' sacerdoti, de' religiosi e d'ogni ceto: persone riguardevolissime per dignità e per dottrina. Quindi la loro riverenza e divozione presso al sepolcro accresceva negli altri affetto e tenerezza.
Un vescovo dopo d'aver celebrata la messa all'altare della Santissima Vergine, portossi rivestito delle insegne prelatizie al sepolcro, e dopo d'avere ivi orato, scopertosi il capo, prostrossi riverente e divoto colla faccia sul pavimento imprimendovi affettuosi baci. Una dama di alto rango pria d'entrare in chiesa, lascia fuor di essa a' servidori le scarpe e va scalzata in atteggiamento divoto al sepolcro; vi si ferma riverente buon tratto, torna a piè scalzi, né fa rimettersi le scarpe, se non fuor della chiesa. Altra eccellentissima principessa seguì l'esempio in altro giorno. Un'altra entrata in chiesa, fece il tratto dalla porta al sepolcro, tutto in ginocchio.
Venivan molti frattanto da' paesi stranieri e lontani in abito da pellegrini, tirati dalla fama della sua santità e dalle grazie che diceansi da Dio operate a sua intercessione. Molti ancor venuti apposta dalle parti orientali, si presentavano ossequiosi al sepolcro di Benedetto, divenuto già quasi un nuovo santuario. Anche si vide qualche confraternita forastiera venuta in corpo a venerarlo in tal numero, che occupava gran parte della chiesa.
Coll'andar poi del tempo, benché non vi sia più quel gran concorso, pure non mancan mai in tutti i giorni dei veneratori al sepolcro del servo di Dio, in atto di pregarlo o di ringraziarlo. Molte persone che frequentano quella chiesa, lo attestano. Ma il p. Palma Rettore della medesima, e che dal primo momento con somma sollecitudine ne intraprese come postulalore tutta la cura per secondare le divine disposizioni, afferma che nel decorso oramai di anni venticinque non sia giorno in cui sopra il sepolcro non siansi vedute persone d'ogni sesso, d'ogni età e d'ogni condizione a venerarlo.
Non terminarono qui gli onori, onde Dio ha voluto distinto il suo umilissimo servo in terra. Oltre la fama di sua santità sparsa in poco tempo da per tutto, oltre il gran concorso al suo sepolcro, che non può essere d'altronde se non dall'interna mozione e disposizione di Dio; volle ancora il Signore onorati quei miseri cenci che lo coprivano e che in vita lo rendevano oggetto di orrore a chi non lo conoscea; ed operando prodigi per mezzo di essi, gli ha posti in tale stima, che fortunato si è reputato, chi poté averne una porzioncella, quasi avesse un tesoro, adoperando pressanti mezzi per ottenerlo. Il signor avvocato d. Gio. Battista Alegiani destinato a patrocinare la causa di sua beatificazione, nel ristretto pregevolissimo della vita del servo di Dio, che per far sul principio in qualche modo paghe le brame comuni di tante città e regni, pubblicò in istampa nell'anno stesso della morte di Benedetto, asserisce, che nel corso di quattro mesi scorsi dal dì della sua morte, se n'eran dispensati sopra ottantamila. Confermò ancor ciò il p. Palma, costituito postulatore, per far le dovute istanze della beatificazione, a cui spetta unicamente la distribuzione delle reliquie del servo di Dio. A queste vi si aggiungano altre innumerevoli, date ad istanza di eminentissimi cardinali, prelati, principi, ambasciatori, sacerdoti, religiosi e secolari di ogni ceto e sesso, come vien deposto nei processi. Né mai fino ai giorni nostri sono cessate le continuate richieste venute da diversi stati e regni dell'Europa, dell'Asia e dell'America, come lo contesta il postulatore stesso.
Onorata parimente volle Dio la immagine di Benedetto, ed in modo ed in numero di esse straordinario. Centotrentacinque mila in pochi mesi ne furono impresse e sparse in più regni ancor lontani. La città di Capua non contenta delle ricevute da Roma, ne impresse trentamila. Quindi è che da per tutto incontrasi figurato in vari atteggiamenti divoti. Ei si vede dipinto su le tele, scolpito nei rami, nei cedri, nei marmi, impresso nelle cere, nelle carte, nei gessi. I rami soli che furono incisi nell'anno stesso della sua morte, furono ottantacinque, moltiplicandosi sempre più di anno in anno. Le dette immagini richieste a grande istanza sono sparse a migliaia per lo Stato Pontificio, per molte città e regni, per l'Europa tutta, e per altre parti dell'universo cattolico. Or se, giusta l'asserzione di Severo Sulpizio e di altri bravissimi autori, è un chiaro indizio di singolare santità l'affollamento di un intero popolo a venerare il cadavere di un servo di Dio; dobbiam noi conchiudere, doversi ritrovare in Benedetto una santità ammirabile; riflettendo, che non la popolazione soltanto di Roma, non delle provincie unicamente circondarie, ma quanti mai adorni di cattolica religione da qualunque stato e regno del mondo qui giunsero, si sono affollatamente portati a venerare il suo cadavere nel sepolcro. Che non devesi dedurre ancora della venerazione universalmente prestata alle sue reliquie ed immagini da' popoli tutti del mondo, come abbiamo veduto?
Sembra ancora, che con fama cotale di santità universalmente stesa e in poco tempo, sino alle parti estreme del mondo e dell'Oriente e dell'Occidente, Dio smentir voglia quei moderni increduli male affetti alla santità stessa, se non pure miscredenti, che cercano far credere un fanatismo la fama onorevole di Benedetto. Ma oltre il consenso comune di tanti popoli, oltre la venerazione di tante persone pie e dotte, non può Iddio, Verità infallibile, autenticar per vera con prodigi una santità falsa. Questa è verità incontrastabile in sacra teologia: molto più che invece di scemarsi l'onorevol fama col tempo, si è andata piuttosto accrescendo di mano in mano, e si è andata da Dio sempre più autenticando con nuovi prodigi che si narreranno nel penultimo capo, e colle istanze premurose e replicate che di tempo in tempo si sono avanzate in Roma da quasi tutto il mondo alla santa Sede, per vederlo presto ascritto nel ruolo dei beati. Cinquanta vescovi, tosto che divulgossi colla morte la fama della sua santità indubitata e dei miracoli, chiesero ardentemente supplichevoli dalla san. mem. di Pio VI sommo Pontefice la sua beatificazione: e con essi la chiesero tredici arcivescovi, sette Cardinali vescovi, alcuni capitoli delle cattedrali colle lor dignità, trentanove conventi interi di religiosi, magistrati in gran numero. E molti degli accennati d'un grado, d'una dignità così rispettabile, non contenti della prima efficacissima supplica, la replicarono chi due, chi tre volte ancora. Tutti adducono tre motivi delle loro premurose istanze; il primo la santità eroica del servo di Dio, ad alcuni nota di presenza, quando l'ebbero tra le loro mura, come sono quei di Amettes, di Boulogne, di Erin, di Fabriano, di Loreto, di Roma; ed altri per fama sicura. Il secondo, i miracoli strepitosi operati da Dio per sua intercessione dopo la morte. Il terzo, la necessità di promoversi la sua beatificazione per opporre al libertinaggio che corre in questi tempi corrotti, gli esempi delle virtù praticate da Benedetto, e per avere presso Dio un intercessore potente che ottenga col dileguamento degli errori, il freno alla libertà pregiudiziale all'anima e alla santa chiesa; e per impetrar le grazie di cui ognuno ha bisogno. Le innumerevoli suppliche o siano lettere postulatorie spedite a dimandare la beatificazione di Benedetto sono come un compendio delle sue virtù, un elogio della sua santità, tanto più sublime, quanto più occulta.
Sarà poi di somma consolazione, ed ammirazione insieme dei divoti nel leggere per compimento di questo capitolo la sorprendente istanza fatta all'allora regnante sommo Pontefice Pio VII dal zelantissimo vescovo di Arras, sotto la di cui giurisdizione si trova la patria del nostro servo di Dio. Egli dopo aver esposto al S. Padre, che i popoli alla sua cura commessi recandosi a gloria aver avuta origine fra loro Benedetto Giuseppe, il venerano come potente intercessore presso l'Altissimo: Benedictum Josephum Labre apud se natum gloriantes jam potentem intercessorem apud Deum adprecantur, aggiunge che tanta è la fama, e stima di sua santità, che il tempio stesso parrocchiale, dove ricevette il santo battesimo, e dove passò a venerar Dio i primi suoi anni, è frequentato in giorno fisso di ciascuna settimana da numeroso popolo ivi concorrente con pietà e divozione: Quamvis Ven. Dei Servus nondum sit a sancta Sede in albo sanctorum adscriptus, tanta est fama atque existimatio pietatis, cujus per totam vitam ingens exhibuit exemplar, ut parochialis ecclesia pagi in quo natus est atque adolevit, singulis hebdomadis statuto die fidelium concursu pie devoteque frequentetur. Quindi passa a rappresentare, che tutti gli abitanti della sua vastissima diocesi e tutti coloro, alla cognizione dei quali è pervenuto il nome di Benedetto Giuseppe, bramano ardentemente, che dalla santa Sede sia fra breve tempo annoverato tra il ruolo dei Santi: Totis votis universi regionis hujus incolae, et alii quicumque nomen .. Benedicti Josephi audivere exoptant... Sanctitatis vestrae, atque sanctae Sedis judicium, et eum inter sanctos brevi adnumerandum confidunt. Finalmente il medesimo pastore rivolto al sommo Pontefice domanda, che fintantoché colla sua suprema autorità non abbia dichiarato, essere tra il ruolo de' santi Benedetto Giuseppe, si compiaccia d'inviargli qualche porzione delle sue reliquie per tenerla all'ordine e collocarla nella cappella da dedicarsi a Dio sotto la sua invocazione: Sanctitatem vestram humiliter supplico, quatenus quum de suprema sua sapientia, et auctoritate... Benedictum Josephum inter sanctos rescribere judicaverit, partem aliquam Venerabilium ejus reliquiarum ad me mittere dignetur, in cappella Deo sub ejusdem invocatione dicanda asservandam. Dal fin qui narrato il lettore ammirerà sempre più la beneficenza divina verso il suo amato servo Benedetto Giuseppe, in mantenergli ferma, non mai interrotta ed universale la divozione e venerazione de' popoli.


Top

CAP. XXV.

Miracoli strepitosi operati da Dio per intercessione di Benedetto dopo la morte. Apparizioni dal cielo.

Narrar tutti i miracoli da Dio operati pei meriti di questo suo servo, non è possibile: vi bisognerebbe un tomo a parte, oltrecché riuscirebbe noioso a' leggitori. Ne sceglierò dunque alcuni dei più strepitosi, accennando poi gli altri. Mi si permetta però prima di esporli, l'avvertire due cose per quei che non voglion dar fede ai miracoli, neppur degnandoli d'un guardo nelle vite de' santi. La prima è, che il non prestar credenza ai miracoli e rivelazioni che non son di fede, vien detto dal Vasquez e con lui da molti altri teologi, sentimento empio e scandaloso: impium, et scandalosum est non credere, quae de Sanctis et eorum miraculis historiae narrant. Il dire, non doversi loro credere, fu una delle proposizioni dello scellerato Erasmo: proposizione censurata e condannata. Censura e condanna molto lodata dal suddetto teologo. Alle verità che son di fede prestar si deve credenza indubitata, cieca, ferma, per l'autorità infallibile di quel Dio che l'ha rivelate. Alle cose però che non son di fede, perché negarsi credenza, quando sono state esaminate, crivellate, provate giuridicamente, e confermate ancor con giuramento, non di uno, ma di molti? È forse da savio il credere spergiuri tanti e tanti, che ben sanno il peso del giuramento? È da savio il credere sciocchi, ignoranti, fanatici, quei personaggi autorevoli ecclesiastici, forniti di dottrina, di pietà, di discernimento, che l'hanno esaminati con rigor sommo? A tali cose adunque che non sono di fede, vuolsi prestare fede non già divina, ma bensì umana. Gioverà ciò per esaltare, per ammirare l'onnipotenza di Dio in somiglianti opere superiori alle forze della natura, gioverà per conoscere il gran merito che hanno i Santi presso Dio. e per destare in noi la confidenza nel valevole loro patrocinio. Vantaggi sono questi pregevolissimi, dei quali punto non curano i seguaci di Erasmo.
La seconda è, che i veri miracoli si fan da Dio per autenticare, o le verità che si predicano, o la vera santità de' Servi suoi. Così asserisce s. Tommaso: miraculum quandoque in testimonium veritatis praedicatae: quandoque in testimonium personae facientis. Sono i miracoli: vera loquutio Dei, come li dice la sana teologia. Quindi, come si oppone alla santità e veracità di Dio, l'autorizzar con miracoli dottrina falsa, così con pari ragione gli si oppone, autorizzar con miracoli santità mentita. Avendo dunque operati Dio per mezzo di Benedetto, dopo la sua morte, molti miracoli, miracoli veri, provati giuridicamente, autorizzati, giurati non sarebbe da savio e prudente il negarli. Io narrerò qui soltanto quei che trovo già esaminati e giuridicamente provati con autentici documenti ed anche con processetti diretti al ridetto P. Postulatore Palma, trasandando que' moltissimi, che corrono per le bocche del popolo senza la giuridica ed autentica prova.
In primo luogo vengo ad esporne uno dei più strepitosi, anche per le particolarissime circostanze che l'accompagnarono, avvenuto in Sicilia nell'anno 1785 alli 6 di luglio, due anni dopo che morì il servo di Dio in Roma. Stava già sul confine di sua vita, disperata dai medici, una piissima religiosa Benedettina, di nome suor Maria Melchiorra Crocifissa Testasecca, nel monistero di s. Paolo della Città di Bivona, diocesi di Girgenti. Un complesso di gravi mali l'avea ridotta vicino a morte. Dolori di petto, ostruzione costante, tosse continua, vomiti di sangue, difficoltà somma di respiro, gonfiamento di gambe, inappetenza totale, vigilie notturne. Parea già la sua guarigione omai fuori di ogni speranza: eransi resi vani i rimedi dell'arte, adoperati per sei mesi da tre peritissimi medici, i quali per ultimo rimedio le proposero di lasciarsi trasportare alla casa paterna. Ma vedendola ferma nella risoluzione di non voler abbandonare il chiostro e la clausura, le dissero: o andare o morire. Ho più caro, rispose religiosamente suor Melchiorra, perder la vita nella casa di Dio, che aver salute nella casa paterna. In uno stato così deplorabile, visitata per l'ultima volta da' medici, fu data già per ispedita. Intanto altra monaca suor Maria Giacinta Reitano, afflittissima per l'imminente perdita d'una sua cara compagna, ch'era il principal sostegno del canto in coro, portossi sollecita in chiesa, e piena di fiducia rivolta al Cuor Santissimo di Gesù, pregollo caldamente, che per li meriti di Benedetto Giuseppe restituisse la salute e la voce a suor Melchiorra, troppo necessaria al coro. Dio l'ascoltò: spedì dal cielo Benedetto Giuseppe a guarirla. Sorpresa suor Melchiorra la notte seguente da un leggero sopore, le parve di vedere, come da lungi nel dormitorio, un pellegrino così bello, così risplendente, che coi suoi raggi illustravalo tutto, simile ad un sole. Venendo questi alla sua volta, le disse in aria festosa, ed amabile: conosci, chi son'io? son Benedetto Giuseppe Labre morto in Roma: sappi, che io son mandato dall'altissimo Dio, per darti la salute. Dio te la dà per l'atto generoso, a Dio gradito, che tu facesti, di voler piuttosto morire in sua casa, che guarire nella casa paterna. In premio ti concede Dio per mio mezzo la sanità, per assistere al coro e per cantare le lodi di Dio. Indi intinse il dito in un vasetto che portava in mano, pien di liquore odorosissimo, segnolla col segno della santa croce, dicendo frattanto: nel nome del Signore Dio e della Santissima Trinità, levati, sei sana. Dimani intervieni coll'altre a cantar nel coro l'Uffizio Divino, all'esposizione del Divin Sagramento, a cantar colle altre religiose l'inno Eucaristico: TE DEUM LAUDAMUS; in ringraziamento del favore a te fatto. Mentr'egli ciò diceva, rapita suor Melchiorra della bellezza dell'oggetto, dalla dolcezza delle sue parole, mirava come estatica, un'insegna risplendentissima, che ornavagli il petto, come una gran gioia preziosa avente nel mezzo il marchio della Santissima Trinità, e non avendo coraggio da dir parola, come fuori di sé, sommersa in vivi affetti di stupore, di allegrezza, di gratitudine, intese dirsi dall'istesso: questa insegna, che tu ammiri nel mio petto, mi si è data in premio della divozione ch'io ebbi alla Santissima Trinità, adorandola, riverendola profondamente e facendola salutare e ringraziare dai ragazzi nelle strade di Roma. Ciò detto, le s'involò dagli occhi, e con lui le disparve istantaneamente ogni male; cosicché sola da sé, perfettamente guarita, si vestì, portossi al coro, prevenendo le altre, grondandole dagli occhi copiose lagrime di giubilo e di tenerezza. Venendo indi a poco a poco di mano in mano le religiose, e vedendola in coro già sana, non può esprimersi da quale alta meraviglia restassero tutte sorprese, dubitando, se fosse dessa suor Melchiorra, se un'ombra, oppur fantasma. Mirar sana perfettamente in coro quella che aspettavano dolenti vedere estinta sulla bara! Ma dileguossi la dubbiosa maraviglia, quando udiron raccontarsi da lei tra lagrime di tenerezza quant'erale occorso col servo di Dio Benedetto Giuseppe dopo la mezza notte. Quindi intonando tutte a voce concorde e liete il Te Deum, seguirono festose con lei gli altri consueti esercizi di pieta. Sparsasi immediatamente col suono giulivo delle campane la prodigiosa istantanea guarigione, accorse a gara ogni ceto di Bovinesi al monistero, ed ascoltando il fatto prodigiosissimo, faceano risuonar da per tutto le lodi di Dio mirabile nei santi suoi: il nome, ed il potere del povero di Roma, Benedetto Giuseppe, passato già dai cenci alle grandezze eterne, dalla terra al cielo, e dall'oscurità in cui viver volle, a divenire un dei più cari alla Santissima Trinità, uno dei grandi della reggia celeste. Il guarimento prodigioso fu esaminato ed autenticato dalla curia del Cardinal Branciforti, allora Vescovo di Girgenti, da piu teologi, dal giuramento dell'abbadessa colle sue monache, dei tre medici e della fortunata suor Melchiorra, così perfettamente guarita, che non le è rimasto affatto segno o vestigio alcuno dei gravissimi mali che l'opprimevano.
Sorpreso da un mal violento nell'occhio destro nel 1778, Giuseppe Bonamano marinaro in Civitavecchia, avea provati tutti inutili affatto i molti rimedi ordinati dai professori. Finalmente già perduta in quell'occhio la vista, erasi inoltre in esso formata una fistola dichiarata incurabile, per cui non potea più esercitare il suo mestiere, sperimentando di continuo dolori acerbissimi. All'udire nel 1783, le guarigioni prodigiose, onde Dio onorava Benedetto Giuseppe morto in quell'anno in Roma, concepì tanta fiducia, che risolse di portarsi al suo sepolcro, per impetrare il risanamento dell'occhio. Intraprese dunque il viaggio a piedi, avvolto con una fascia il capo, per cautela dell'occhio. Ma ravvivossi al sommo la sua fiducia per la strada, poiché incontratosi con Giuseppe Castardi, da lui ben conosciuto in Civitavecchia tutto storpio ed inetto al moto; lo vede ora con molta sua maraviglia già raddrizzato tornarsene in Civitavecchia con passo spedito e libero, mercé la grazia ricevuta al sepolcro di Benedetto Giuseppe; aggiunse allora lena e alla fiducia e a' suoi passi, per proseguire più velocemente il cammino. Giunge al sepolcro, ivi prostrato prega caldamente, che gli desse qualche segno della grazia che sperava. L'ebbe tantosto: gli cadon da sé le fascie dal capo, e nel punto stesso si trova guarito perfettamente dell'occhio, svanito il tumore e la fistola. Per la qual cosa esultando di giubilo, gli diè vivissime grazie e ritorno allegro e sano in Civitavecchia, dando gloria a Dio e promulgando il potere ed il credito che ha presso Dio Benedetto Giuseppe.
Merita d'essere distintamente narrata l'apparizione del servo di Dio ad una divota Vergine, che può valer di documento a quei, che non lascian regolarsi dal confessore. Avvenne questa in Roma ad una pia donna di nome Angela Regali. Oppressa lungo tempo da morbi cronici, n'ebbe addosso una calca maggiore nel giorno appunto in cui morì Benedetto, 16 d'aprile 1783. Fu assalita da dolori fierissimi di fianco, difficoltà di respiro, palpitazione di cuore, totale perdita di sonno, costretta a passar le notti intere in penosissima veglia, e sintomi frequenti di altri mali. Sentendo i prodigi, che operava Dio per intercessione di Benedetto e piena di fiducia, a lui con calde preghiere si rivolse. Benedetto le apparve, dicendole chiaramente, che il rimedio de' suoi mali dipendeva da lei stessa, non lo cercasse altrove. La riprese dolcemente delle disubbidienze al suo confessore: (era questi il dottor D. Giuseppe del Pino Missionario Urbano pieno di zelo apostolico ) e se volesse guarire, gli prestasse prontamente la dovuta ubbidienza (documento praticato prima in ogni tempo di sua vita da Benedetto, ed ora inculcato ancor dal cielo). Così disse e disparve. Corretta e risoluta di obbedire, provò subito il guarimento promesso, cominciò a dormire profondamente la notte e svaniron tutti gli altri mali che di continuo la travagliavano.
Ma che? Ricaduta due volte in qualche disubbidienza, si vide riassalita da altri mali troppo peggiori, che nel 1786, la ridussero presso a morire. Incapace di ricevere il santo viatico per li continui svenimenti, fu munita dell'estrema unzione. In tale stato ricorse internamente ravveduta all'intercessione di Benedetto, il quale di nuovo apparsole, dopo averla ripresa, torno ad inculcarle con più veemenza l'ubbidire prontamente al confessore, il che da lei eseguito, subito le si dileguarono tutti i suoi mali costantemente.
Prodigiosa fu la guarigione istantanea della signora Palma Sagripanti, d'anni 21, nella città di Fermo. Un gruppo di pertinaci orridi mali pel corso d'anni cinque l'avea talmente assalita, che si vedeva già sicuramente al termine di sua vita: mal di canchero in petto, tumori perniciosi nel corpo, convulsioni orribili, profluvio di sangue, nausea di ogni cibo, vomito così frequente ed impetuoso, che tre giorni prima del guarimento non poté ricevere un pezzettino di pane o un sorso d'acqua. Tutti i rimedi adoperati le recavano detrimento maggiore anziché giovarle. Finalmente alli 6 di maggio del 1783, vedendosi già destituita d'ogni rimedio e prossima a morire pel nuovo ringagliardire di tanti mali, raccomandandosi fervidamente a Benedetto Giuseppe, applicandosi al petto la sua immagine stampata in carta, ricevuta dal proprio confessore, addormentossi placidamente, e vide in sogno Benedetto, che le disse: Alzati e mangia. Destatasi chiede da cibarsi. Stupiti e contenti i domestici gliene apprestarono; mangia in fatti con piacere e si addormenta di nuovo. Ma di nuovo presentandolesi Benedetto; alzati, le dice, osservati, sei guarita. E guarita perfettainente trovossi, con maraviglia de' suoi e di Roma stessa, allorchè venuta apposta da Fermo, la videro molti prostrata al sepolcro del servo di Dio a rendere le dovute grazie al suo liberatore, ché divulgato già era il prodigioso guarimento.
Tormentata fieramente per nove anni Angela Pipino d'anni 40 da uno scirro enorme, in Arce, diocesi di Aquino, e costretta a starsene ferma in letto, senza potere né pur muovere un dito, invocò Benedetto, di cui l'era giunta la notizia della santità e de' miracoli: e le fu posta sotto il capo la sua immagine in carta. Addormentatasi placidamente, ecco apparirle in sogno Benedetto, e dirle: alzati, che sei già guarita. Si sveglia, e trovasi perfettamente guarita, sgombrato affatto l'indurito tumore, ch'era per fede del chirurgo pari ad una pagnotta casareccia, del peso di libre a un di presso quattro. L'eccesso della gioia la fece uscire come fuor di sé e dare in lagrime di tenerezza: e quella che per sì lungo corso d'anni era stata priva d'ogni moto, va da sé tutta lieta sull'alba a dar grazie all'Altissimo in chiesa per un favore così insigne e straordinario, accordatole per li meriti del suo servo Benedetto. Era ben noto in città il suo lungo ed ostinato male: quindi fu grande nel popolo tutto lo stupore, al vederla già sana e libera; ma in udirsi l'apparizione ed il segnalato favore di Benedetto, risuonò festosamente il suo nome e il suo potere presso Dio per le case tutte e per le pubbliche strade.
Graziosissima, ed ammirabile fu la risanazione istantanea di due sposi, Gaetano e Maria Micheli in Borgo S. Pietro, diocesi di Rieti. Sorpresi entrambi in un tempo da putrida e forte febbre, da frequenti sintomi mortali, erasi già data da' medici per irreparabile la vicina lor morte. Stando presso al letto di essi un lor figliuolino innocente di anni tre e quattro mesi, proruppe d'improvviso balbettando in queste parole: Benedetto Giuseppe fa passar la bua a tata e mamma. La grazia, l'innocenza del fanciullino tirò l'attenzione dei circostanti. Quando il sentono replicatamente dire dopo le suddette parole: sì, sì. Interrogato da loro, chi mai dicesse sì, sì, accennò colla manina l'immagine di Benedetto Giuseppe attaccata al muro; replicando sì, sì. In quel momento svanì affatto la febbre, cessarono i mortali sintomi; e ritornati in sé, si ritrovarono perfettamente sani, con istupore dei circostanti, che non saziavansi di lodarne Dio ed il suo fedelissimo servo. Più ne stupirono i medici di lì a poco, quando sopraggiunti, trovaronli passati da morte a vita; attestando concordi tal cambiamento superiore alle forze della natura. I due sposi fecero subito voto di portarsi al sepolcro del servo di Dio in Roma, per dargli le dovute grazie, che poi esattamente adempirono.
Molestata già per quattro interi anni la vedova Cecilia Girardi di Mondolfo da gravissimi dolori nefritici, da ritenzione d'orina, con vomiti frequenti e fiere convulsioni, avea adoperati molti rimedi ordinati dai medici, ma tutti invano. Un giorno finalmente oppressa e tormentata più del solito, spinta dalla fama dei miracoli di Benedetto, ne applicò una reliquia al fianco sinistro. Nell'atto dello spasimare, sente dirsi con chiara voce interna: tu sei guarita. Replica ella le stesse parole, in modo che i circostanti credettero delirasse; ma si avvidero tosto della miracolosa guarigione, poiché Cecilia nel punto stesso mandò fuori de' calcoli e della copiosa orina; restando libera affatto da ogni male.
Domenica di Pietro, giovinetta di anni 12, avendo perduto interamente il vitale moto del braccio destro per fiera attrazione senza poterne far uso veruno per quattro mesi, fu condotta dal genitore in Roma al tumulo di Benedetto, dalla terra detta le Sante Marie, della diocesi di Marsi e Piscina, per ottenerne la liberazione, come udiva della intercessione potentissima presso Dio di Benedetto, sperimentata già da altri molti. Pertanto essendosi a lui caldamente raccomandato, attaccò al perduto braccio di sua figlia, nel porla in letto l'immagine del servo di Dio. Com'ella addormentossi, parvele di veder chiaramente Benedetto, che toccandole con sua mano il braccio, vi restituisse d'improvviso e il senso e il moto; indi disparve. Destata il muove, l'agita, e si conosce perfettamente sana con estremo giubilo non men suo, che del genitore, con cui portossi lieta in Roma a dargliene le grazie dovute.
Un esercito pernicioso di locuste danneggiava orribilmente nel 1783 i campi tutti di Montefiascone e di Viterbo, divorando da per tutto il grano felicemente germogliato: intimorito un tal Pompeo Renzi di Montefiascone per 1'imminente inevitabile strage, che temea del suo grano, trovò l'armi opportune contro tal'esercito divoratore. Pien di fiducia attaccò ad una canna l'immagine di Benedetto; e collocatala in mezzo al suo campo, lo pregò con tanto fervore, quanto glie ne ispirò il bisogno della sua famiglia, che resterebbe per quell'anno priva del necessario sostentamento con la temuta distruzione del grano. Mirabil cosa! Visitando per un mese e mezzo in vari giorni il suo grano, lo trovò sempre libero e verdeggiante, senza che alcuna dell'innumerabili locuste entrata fosse nel suo campo, e da tre prodigi riconobbe il favore di Benedetto. Il primo fu, avere trovato nei confini ammontonate ed affatto estinte le bestie divoratrici. Il secondo, vedere rovinati e desolati i campi, che stavan d'attorno al suo. Il terzo, essersi conservata intatta, illesa, asciutta l'immagine di Benedetto in carta, ad onta delle pioggie copiose e degli impetuosi venti, che in sì lungo tempo avrebbero dovuto prestamente disfarla.
Portossi a piè nudi da Tolentino al sepolcro di Benedetto in Roma il vetturale Giovanni Pezzini, atteso il prodigioso istantaneo guarimento ricevuto per mezzo dell'immagine di Benedetto. Era stato egli tre anni languente in letto per acerbi dolori nel fianco destro e per febbre continua. Erasi aggiunto a questa un vomito così orribile, che lo avea reso incapace di ogni cibo: cosicché dichiarato incurabile il male, gli fu amministrato il santo viatico e l'estrema unzione. In uno stato così lagrimevole l'afflittissima consorte ricorse all'intercessione di Benedetto con applicargliene sul petto l'immagine. Vide tosto l'effetto di sue preghiere ed il valore del merito del servo di Dio. Perocché al tocco dell'immagine il moribondo quasi ritornato a vita chiese cibarsi: ristorandosi con piacere ed avidità, si alza da letto sano e libero da ogni male nel giorno stesso. Prodigio, che recò gran maraviglia in tutta Tolentino, ove il servo di Dio era stato qualche volta di passaggio e vi era ben noto.
In Tolentino pure si narrano nei processi accadute ventitré prodigiose guarigioni, operate dal servo di Dio al tocco solo della medaglia che ivi lasciò ad una donna di nome Caterina Gentili: medaglia, da lei prima ricusata; ma dopo la morte di Benedetto nel mese di Maggio del 1783, recatale da un ignoto pellegrino, valse come d'un rimedio universale contro ogni genere di morbi, anche mortali, anche ostinati pel corso di molti anni. Guarimenti così prodigiosi, che il R.mo Capitolo, le dignità e i canonici di Tolentino, nell'avanzare l'istanza della beatificazione al Sommo Pontefìce Pio VI. di fel. mem. li adduce per un dei principali motivi della petizione.
La zitella signora Clementina Cicconetti di anni 25 era stata per otto anni interi confinata immobilmente nel letto da un cumulo di diversi complicati e tormentosi mali, che l'avevano resa inabile ad ogni moto, e la mostravano divenuta come un vero scheletro. Allo strepito dei miracoli operati da Benedetto Giuseppe, fu pensato di condurla al suo sepolcro. Difatti staccata dal letto con grandissima difficoltà e pena coll'aiuto delle braccia altrui, fu posta in una sedia per collocarla in carrozza, colla quale anche a stento fu trasportata al sepolcro del servo di Dio, ove dopo breve preghiera all'istante disparvero tutti i suoi mali; sentì rincorarsi da straordinario vigore in guisa che immediatamente si alzò da sé stessa in piedi, e con passo veloce da sana ricusò qualunque appoggio e sostegno, pronta anche a tornare in casa senza il comodo della carrozza: ivi giunta da sé speditamente salì le scale, mangiò con appetito delle vivande che gustò la stessa sera, e proseguì a stare perfettamente libera da tutti li sofferti mali. Chiamata di poi dal Signore allo stato religioso, fu ammessa nel venerabile monastero del Bambin Gesù di Roma, e per memoria e gratitudine al suo liberatore, nel vestire quel sacro abito, assunse il nome di Maria Benedetta. Ivi disimpegnò senza incommodo alcuno tutti gli uffici assegnateli anche i più laboriosi. Continuò per molto tempo a trovarsi sana e robusta esercitando l'officio di superiora in quella rispettabilissima comunità.
Somigliante a questa portentosa guarigione è quella, che fece Benedetto alla vedova Angela Zanchi, della parrocchia di s. Marco colpita per ben due volte da fiero colpo di apoplessia, fissata lungo tempo in letto, e finalmente condotta in sedia da più persone al suo sepolcro, ove posta, appena ebbe ivi pregato. riacquistò senso, moto, forze; onde lasciata ivi in memoria del ricevuto favore e per gratitudine la sedia stessa, con passo spedito tornò da sé alla propria casa, accompagnata da gran moltitudine di popolo stupito e giubilante, che videla e trovossi presente.
Una giovinetta muta dei dintorni di Fabriano, fu soprappresa da idropisia, che gonfiatala a guisa di un otre la ridusse ben presto agli estremi. E così già le si voleva apprestare il Ss. Viatico ed il sacerdote che l'assisteva erasi recato in una vicina cappella per celebrare la messa e consagrare la particola che doveva amministrare alla moribonda. Questa intanto invocava i soccorsi dal cielo raccomandandosi al poverello Benedetto Giuseppe. Fu l'opera di pochi minuti; improvvisamente sentì ridonarlesi la vita, saltò di letto e vestitasi dei propri panni, corse alla chiesa dove con sorpresa e maraviglia di tutti ricevette la comunione che le si era preparata per viatico.
Un processo nelle forme legali eseguito in Loreto sulla fede giurata di 12 testimoni attesta l'autenticità del fatto.
Altri prodigi si narrano nei processi ugualmente portentosi; ma per non andar troppo in lungo, bastar possono gli esposti per argomento della santità di Benedetto Giuseppe, autorizzata da Dio con li medesimi. Moltissimi poi trovansi di minor conto dei quali la narrazione sarebbe egualmente superflua e noiosa. Chi entra in un vago giardino fregiato di gentilissime piante, non guarda se non con occhio passeggiero quelle di minor pregio. Farò dunque di tutti come un fascio: basterà così mirarli di passaggio, per conoscere l'impegno, onde ha voluto Dio onorar Benedetto Giuseppe.
Leggonsi parimenti guarigioni istantanee da febbri ostinate e maligne, anche etiche, da apoplessie, da parto infelice, postème, ulceri, cancheri, fistole, ernie, scirri, coliche, natte, spine ventose, calcoli, sciatiche, cecità, epilessie, scorbuti, rotture d'ossa, mal di pietra, d'idropisia, d'occhi, d'orecchie, di gola, di tigna, di scrofole; e tant'altri mali anche inveterati per molti anni: taluno per anni 18, qualch'altro per anni 30. Pare che il Signore abbia formata in questo suo servo come una nuova Probatica Piscina, pari a quella di Gerusalemme, ove trovava il rimedio l'infermo: a quacumque detinebatur infirmitate. Se non che in quella un solo infermo veniva guarito, quando l'angelo destava il moto nell'acqua; e bisognava aspettare tal moto, ed entrarvi il primo. In Benedetto non vi è restrizion di tempo, di persone, di luogo. In ogni tempo, qualunque persona e molte insieme, in ogni luogo Dio fa dei guarimenti prodigiosi per li meriti di Benedetto.
Li fa col solo appressarsi gli infermi al suo sepolcro; coll'usar la corona che toccò la bara ove giaceva il suo corpo; collo stendersi sul letto ove morì; coll'adoperar la sua immagine, toccarla, baciarla; col mettersi sul petto il libro della sua vita; col solo invocarlo; coll'inghiottire qualche particella di sua reliquia; col bere qualche sorso d'acqua, tenuta nella ciotola, di cui valevasi Benedetto, provata anche prodigiosa dalle partorienti nei pericoli del parto; ed ancora colla sola fiducia. Per dimostrare poi Iddio, quanto gli sia caro Benedetto, ha fatto dei miracoli, e tuttora siegue a farne, non in Roma soltanto; ma in molte città e terre, non d'un solo regno, ma di molti, anche lontanissimi da Roma, e tra sé distanti. Dei più recenti ne accenneremo soltanto alcuno in aggiunta a quelli superiormente dall'autore accennati.
Rosa Maria Gregori Oblata nel R. conservatorio di s. Carlo in Pienza soffriva da 16 anni tale malattia alla spina, che i medici l'avevano affatto ritenuta insanabile e finalmente verso l'anno 1863 l'avevano totalmente abbandonata. La spinite erasi protratta a tal segno, che la malata doveva rimanersi immobile sopra una sedia per i dolori acutissimi a cui andava soggetta nel muoversi, per il deperimento generale e per la paralisi che l'aveva colpita. In questo compassionevole stato e quasi sfinita, ricorse a Benedetto del quale le avevano recata un'immagine ed una reliquia. Al vedere la figura del santo si accese in lei una viva fiducia nella sua protezione, ed incominciò una novena chiedendo la grazia della sua guarigione che i mezzi umani non valevano ad apprestarle. Non fu invano che ella ebbe ricorso a Benedetto e che in lui ripose la sua fiducia. Non era neppure finita la novena, quando un giorno che con maggior devozione implorava la sua protezione quella inferma la quale per tanti anni aveva dovuto giacersi immobile come si è detto, sopra una sedia, si alza repentinamente con maraviglia di quanti furono presenti al fatto, e vestitasi corse a ringraziare il santo della prodigiosa guarigione che avea ottenuto.
Una giovane della città di Veroli, parimenti nell'anno 1863 colpita da una febbre putrida, in pochi giorni fu ridotta agli estremi, presentando tutti i sintomi di una prossima dissoluzione. Ribellatosi il morbo a tutti i rimedi dell'arte e riuscendo impossibile coi mezzi umani non che la guarigione, il sollievo dell'inferma; le si apprestarono i ss. Sagramenti che la medesima ricevette apparecchiata e rassegnata alla morte. Intanto si era cominciato un triduo al Santo e si era suggerito alla moribonda di raccomandargli il suo stato, il che ella fece colla maggior fede e devozione che seppe. Terminato il triduo, scomparvero non solo tutti i sintomi mortali, ma la inferma ricuperate le forze andò a ringraziare il suo celeste benefattore della grazia prodigiosa che si era degnato di farle.
Annunziata Bordoni di Limoges trovavasi rinchiusa nella casa di penitenza alle terme Diocleziane nell'anno 1863. Forti patemi d'animo aggravati dalle ultime circostanze della sua prigionia, furon causa perché il suo stato di salute debole ed infermiccio ricevesse una scossa mortale. Le si manifestarono con più violenza le convulsioni epilettiche, alle quali andava soggetta e queste degenerarono in apoplessia sanguigna che la ridusse agli estremi. Riavutasi alquanto, ma assicurata dai medici della impossibilità della sua guarigione, fu consigliata a ricorrere all'intercessione di un santo della sua stessa patria, Benedetto Giuseppe Labre. Con fiducia e devozione grandissima la malata si rivolse infatti al suo potente patrocinio ed invocò il suo soccorso. Aggravatosi il male e ricevuti i sacramenti, mentre lo stato deplorevole dell'inferma pareva annunziare la prossima sua fine, immantinente e senz'altro aiuto perfettamente risanata poté scendere di letto con ammirazione di quanti furono presenti al fatto, essendo scomparsa colla paralisi ogni altra traccia del pernicioso morbo che l'aveva ridotta in fin di vita. I medici Azzocchi e Melata che ebbero cura dell'inferma, attestano con giuramento in una dichiarazione che ne rilasciarono, che l'istantanea guarigione è avvenuta per miracolo di Maria santissima per intercessione del B. Giuseppe Labre.
Nella città della Mirandola diocesi di Carpi ammalò gravemente nell'anno 1873 per infiammazione intestinale Augusto Adani fratello del parroco - prevosto del luogo. Ogni rimedio umano fu sperimentato inutile e sicura già se ne piangeva la perdita. con grave danno della famiglia che vedeva orbarsi del principale suo capo. Il medico curante andava disponendo alla rassegnazione il fratello, non nascondendo che vicina doveva giungere la crisi mortale. Fu recata all'infermo una reliquia del santo, colla quale fu segnato e benedetto. Quella reliquia valse più d'ogni altro rimedio, perché in pochissimo tempo il malato poté ricuperare la sanità e la vita.
Di questi fatti tutti accertati con autentici documenti e da giurate attestazioni, raccolte anche in appositi processi redatti dalle competenti autorità, ne potremmo riempire un intiero volume. Siamo però costretti a passarcene per non eccedere i confini assegnati al nostro lavoro e per non tediare colle soverchie narrazioni i lettori. Ripetiamo che prodigi avverati per intercessione di Benedetto se ne contano in gran numero in ogni parte della terra, e non soltanto di guarigioni ottenute, ma di ogni specie di grazie di favori e di straordinarie conversioni.
Per S. Tommaso la conversion de' peccatori, justificare impium, opus majus est, quam creare coelum et terram; e per S. Gregorio: majus est miraculum, peccatorem convertere, quam, mortuum suscitare. Ebbene, di prodigiose conversioni molte se ne accennano nei processi, e molte altre potrebbero registrarsene avvenute in seguito, di persone che lasciato il sentier lubrico dei vizi, si son rimesse nella via retta di Dio e del cielo, al sol vedere gli esempi di Benedetto, allo star d'accanto alla sua bara, quand'era esposto, all'adoperar qualche particella delle sue reliquie, all'invocare la sua intercessione, al far qualche buona opera per ottenere il suo patrocinio.
Quanto si è scritto fin qui, basterà certamente per una chiara riprova del compiacimento divino nella grand'anima di Benedetto Giuseppe, e per un forte stimolo da ricorrere alla sua valevole protezione, da procacciarsela sopratutto coll'imitare ciascuno le gloriose sue gesta, a proporzion dello stato in cui si trova, e della grazia da Dio conferita.


Top

CAP. XXVI.

Appendice allo scritto del Coltraro. Cinque miracoli approvati dalla S. Congregazione dei Riti per la beatificazione e canonizzazione di S. Benedetto.

A compimento dell'opera compilata dal P. Coltraro, circa la narrazione dei grandi e segnalati prodigi da Dio operati ad intercessione del Labre, oltre quelli già accennati ed inserti nel capitolo precedente sulle traccie dell'autore, non possiamo fare a meno di registrare ed esporre in questa prima parte della presente appendice altri cinque miracoli, sui quali in modo speciale si è portato l'esame ed il giudizio della Chiesa. Sono questi i miracoli che vennero formalmente discussi ed approvati i primi tre per la Beatificazione, gli altri due per la Canonizzazione del santo. E sono i seguenti.
Nel marzo 1782 Maria Rosa De Luca di Mazzano, paesello della diocesi di Nepi, essendo sui 15 anni fu colta dalla rosolìa; il cui maligno umore non potutosi sfogare all'esterno quanto sarebbe stato mestieri, si rovesciò internamente sui polmoni, e v'accese sì violenta infiammazione, da aprirvi un'apostema marciosa, che dicono accesso vomico. La povera inferma smagriva a occhio, e in poco più d'un mese si ridusse all'estremo della tisichezza. Il medico del comune adoperatole inutilmente attorno quanto l'arte gli poté suggerire, si diè per vinto, giudicò la tisi affatto irrimediabile e presagendone indubitata vicinissima morte, si stava contento a prescriverle de' lenitivi. Era il principio di maggio dell'anno seguente e per Mazzano si sparse fama di grandi prodigi che seguivano in Roma sulla tomba di Benedetto, le cui immagini erano portate attorno con grandissima divozione. Ne fu recata una anche a Maria, e tosto s'accese di gran fiducia d'essere pur ella pei meriti di Benedetto prodigiosamente guarita. La madre sua infiammavala assai in questa speranza, sicché divenuta più che mai animosa, si pose in cuore di esser portata a Roma, ad implorar la vita sul sepolcro del santo. Tutti giudicarono dissennato un tal disegno, e più i medici che sentenziarono reciso, Maria dover morire per via. Ma nulla valse e fu forza il contentarla. Non si può dire quel che le convenisse soffrire durante il viaggio, e parve già un miracolo che viva giungesse a Roma. Condotta a braccia a venerare la tomba del santo, il primo e il secondo giorno dal suo arrivo, ne fu riportata sempre in peggior condizione. La terza notte fu sorpresa da una violenta puntura al fianco, indizio di prossima fine in siffatta malattia. Ella gridava, piangeva, chiamava in soccorso Benedetto sì disperatamente, che la madre di lei sentendosi straziare il cuore fe' come un estremo sforzo di fede, e pregando con indicibile fervore pigliò l'immagine del santo e l'applicò al petto della morente figliuola aspettandosene pronto soccorso. E così fu; al medesimo istante le si calma la doglia e comincia ad addormentarsi. Dorme profondamente tutta la notte e la dimane destatasi tutta lieta, s'alza, si veste da sé, e guarita e vigorosa meglio di quanti la custodivano. Va a ringraziare il suo celeste benefattore alla Madonna dei Monti e poi torna al suo villaggio a ripigliarvi le fatiche della campagna, senza dar più indizio del sofferto malore.
Altresì nel maggio 1783 seguì il secondo prodigio a Civitanova della diocesi di Fermo.
Una certa Teresa Tartufoli nell'età di 13 anni aveva contratto un tumore al collo, che andandole sempre più crescendo anche internamente le rendea difficile e dolorosa la deglutinazione. Per un anno vi si adoperò inutilmente ogni sorta di rimedio per dissiparlo, e finalmente si dove venire al taglio. Ma la ferita non rimarginò, anzi fece seno ed infistolì. Ferro e fuoco fu di bel nuovo adoprato parecchie volte per ottenerne la guarigione, ma sempre indarno. Il medico dava la fistola per insanabile, e l'inferma non ne volle più sapere di medicature che non le avevano fatto altro che moltiplicare i dolori. Si volse piuttosto a cercare i soccorsi celesti, e fece anche il pellegrinaggio di Loreto per ottenere la guarigione: ma non fu esaudita, e da più anni durava nella medesima condizione la dolorosa sua infermità. Alla perfine nel maggio 1783 Giuseppe Natinguerra capitano delle milizie a cavallo di Civitanova, presso del quale stava Teresa per fantesca, avendo inteso parlare delle grazie che otteneva Benedetto di fresco morto, s'affrettò di averne un'immagine, e datala alla povera inferma, l'esortò vivamente a ricorrere al nuovo celeste patrono. Tosto Teresa fu piena di quella fede che è pegno della grazia da conseguire, e coricandosi la sera si applica l'immagine alla fistola, e tranquilla s'addormenta. La dimane trovò sparita ogni traccia del sì lungo e doloroso morbo, con estremo giubilo e meraviglia non solo di lei e della famiglia a' cui servigi stava, ma del chirurgo che altresì avea giudicato la piaga affatto insanabile.
Questi due miracoli sarebbero bastati al prescritto dai decreti pontifici per la beatificazione dei servi di Dio; ma il postulatore della causa a maggior cautela stimò bene proporre ad esame ancora un terzo, pieno di particolarità mirabilissime; e ancor questo fu solennemente dalla s. Congregazione discusso ed approvato.
Teresa Marini nata in S. Leo di Montefeltro l'anno 1771, avendo 8 o 9 anni di età avea avuto la sorte di conoscere Benedetto, mentre era di passaggio pellegrinando per quella città, e di dargli ancora un pane per limosina. A 15 anni si monacò fra le domenicane di Pennabilli, e prese il nome di Angela Giuseppa. Qui sui principi del 1792 cominciò a patire alla milza di ostruzione pietrosa: di che in breve seguì un generale disordine in tutte le funzioni della vita, con vomiti di sangue, mali d'emicrania, e altri simiglianti sconcerti, sicchè fu forza dispensarla da ogni osservanza della regola. Si rimase in tal condizione ben 18 anni, mentre l'ostruzione sempre più indurendosi andava occupando i prossimi visceri. Sopravvenuta la sacrilega invasione dei Francesi nel 1810, e scacciate a viva forza le domenicane di Pennabilli dal loro convento, suor Angela si ritrasse in casa d'un suo fratello a S. Leo, senza che scemassero giammai i suoi malori. Nel 1815 liberati gli Stati papali dalla dominazione francese, tentò la buona religiosa di ritornare al suo convento, ma non essendole venuto fatto, poté ricoverarsi fra le Clarisse di Macerata Feltria ove peggiorò più che mai; e in vari più violenti attacchi le si dovettero amministrare più volte gli ultimi sagramenti. In breve, dopo 26 anni di malattia, sotto la cura di ben 11 medici, senza tener conto de' chirurgi, viveva alla giornata, che la milza enormemente cresciuta minacciava d'ora in ora di scoppiare, cagionandole certa ed atroce morte. Quando sulla metà di aprile del 1818 in un giorno della settimana santa si vide entrare in camera alla famigliare una conversa da lei non più vista, che fattasele presso la richiese come stesse? - Malissimo, rispose l'inferma. - Abbiate fede e confidenza. - La fede è rara ripigliò suor Angela, ho molto pregato e niente ottenuto. Allora la sconosciuta visitatrice trasse fuori un'immagine e la porse all'inferma; la quale ravvisandovi tosto quel poverello da lei visto e beneficato nella sua infanzia, a cui non aveva più pensato, animata da insolita fiducia, prese quella devota effigie, baciolla affettuosamente e proruppe in questa preghiera: O venerabile servo di Dio in compenso del pane che vi diedi, ottenetemi una di queste tre grazie, o la sanità, o la morte, o la pazienza. Richiese per tre volte la sconosciuta di lasciarle quell'immagine, ma questa negò farlo e se ne partì. Dopo ciò addormentatasi dolcemente, non s'avvide che la dimane della perfetta sua guarigione. La m. Badessa mandò tosto pel medico e pel chirurgo, i quali fatte tutte le più minute osservazioni e ricerche sulla malata, non poterono rinvenire alcuna traccia della sì lunga e sì fiera malattia da lei patita; onde uno d'essi ebbe a protestare altamente che era pronto ad asseverare il miracolo con mille giuramenti. Ora diverse altre circostanze s'aggiunsero a rendere più mirabile siffatta guarigione. La prima è che fatta diligente indagine della religiosa che aveva offerta la divota immagine all'inferma, si trovò che nessuna di quante erano in casa era andata in quell'ora alla stanza della malata; la seconda che in tutto il convento non si rinvenne ombra dell'immagine, istrumento mirabile di tanta guarigione: la terza che essendosi divulgato il prodigio, e presovi parte l'autorità ecclesiastica, atterrita l'inferma di dover essere chiamata in giudizio a deporre con giuramento sulla verità del fatto, e però esitando di ciò fare, un bel dì mentr'era in coro, si sentì subitamente assalita da tutti i sintomi della passata infermità. Di che entrata in grande spavento, e giustamente pensando d'esser così punita della sua esitanza, ne chiese tosto perdono al servo di Dio, promettendo che avrebbe prestato ogni giuramento per attestare quel che rammentava del beneficio ricevuto: e nell'istante medesimo si sentì libera da ogni scrupolo, e di nuovo interamente sana. E durò così tanto bene, che differitosi il processo fino al 1847, poté vegeta di corpo e di mente nell'anno 76 dell'età sua rendere la dovuta testimonianza e sopravvivere ancora altri 11 anni appresso.
Questi tre miracoli solennemente discussi ed approvati determinarono la S. M. di Pio IX a decretare la beatificazione di Benedetto Giuseppe; gli altri due che soggiungerò valsero al Beato il supremo onore della canonizzazione.
Teresa Massetti romana nata nel 1816, di complessione debole e linfatica era giunta all'età di quarant'anni patendo diverse malattie, alcune delle quali mostrarono chiaramente viziato il sangue. Sui quaranta anni cominciò a sentirsi le mammelle addolorate e gonfie, e il dolore andava crescendo e diveniva più acuto e si stendeva alla schiena. Ne prese la cura il chirurgo Giovanni Baruffi, e aggravandosi il male fu poi chiamato il dott. Angclo Mascetti; veniva ancora assistita dal medico Felice Scalzaferri: ma ogni cura riuscì vana a mitigare il male che si manifestò evidentemente per uno scirro. Conoscendo i professori che il male era giunto al termine di cancro occulto e parendo che vi fosse pericolo imminente per cagione della mammella destra, prima di venire alla estirpazione del cancro, chiamarono anche a consulto il Prof. Gaetano Tancioni, e di comune accordo al principio del Maggio 1859 si fece l'operazione che riuscì soddisfacente: non vennero alla incisione dell'altra mammella per timore che l'inferma non soccombesse al secondo taglio. Fu però diligentemente analizzata la parte recisa e si ritrovò lo scirro degenerante della durezza quasi di pietra, di figura irregolare e scabrosa, e che verificava in tutto il giudizio proferitone dai professori.
Ma il cancro occulto della mammella sinistra durante il corso dell'anno si andò totalmente aggravando da mostrarsi di indole più maligna del primo già reciso. Il nucleo indurato era assai più grosso del primo, scabroso anche esso, irregolare e duro, le fitte assai più acute e spasmodiche. I medicamenti erano affatto inutili: la parte ammorbata dolorava ad ogni leggero tocco anche di bambagia.
Il Dott. Mascetti propendeva a tentare un secondo taglio, ma il medico Scalzaferri lo riguardava come uno strazio inutile, e il Tancioni chiamato a consulta pronunziò la cosa esser giunta ad uno stato quasi disperato; la seconda operazione non sarebbe mai stata proficua, anzi avrebbe accelerata la morte. Né questa sembrava doversi fare aspettare a lungo: la povera inferma era rifinita di forze, di colore cadaverico, non poteva prendere cibo né riposo che scarsissimo, aveva dolori e fitte acute al petto che rispondevano alle spalle, il braccio sinistro era reso quasi immobile, camminava a stento e curva. Tutto questo agglomeramento di mali andava crescendo ogni dì, e verso il 20 maggio 1860 era divenuto insopportabile.
Non veggendo l'inferma più speranza nei mezzi umani si rivolse con ogni fiducia ad implorare l'intercessione di Benedetto Giuseppe Labre, del quale stava per celebrarsi la solenne beatificazione, e tanto più fervorosamente gli si raccomandava, quanto più aborriva dal sottoporsi ad un nuovo taglio. Con gran fiducia adunque nei meriti del servo di Dio, il 20 Maggio si fa menare in carrozza insieme colla sua nipote e altri congiunti a S. Pietro, e durante la sacra funzione con tutto il cuore si raccomandava al Beato Labre, suo celeste patrono.
Sentiamo ora come essa stessa narra l'avvenuto: In quel giorno io era quasi fuor di me, per cui neppure mi avvidi quando fu scoperta l'immagine del Beato. La mia nipote Anna M. Pitorri me ne fece accorgere, ed allora principiai a rimirarla, né sapeva tor gli occhi da lui. In quell'atto non sentiva più dolore alla mammella sinistra, benché fin allora ci avessi molto sofferto, per cui premei colla mano la parte inferma e neppure ne sentiva dolore, però non dissi niente ad alcuno riserbandomi di osservare la parte dopo il ritorno in casa. Intanto però mi sentiva bene; dopo le funzioni pranzammo in casa di D. Giovenale Pelami, e dopo il pranzo ritornammo in S. Pietro. Uscita da S. Pietro dopo l'Ave Maria andava diritta ed anche correva. Io non manifestava niente ad alcuno, ma internamente ringraziavo il Beato essendo quasi certa di avere ottenuta la guarigione. Giunta in casa osservai subito la parte inferma e la trovai sanissima essendo affatto scomparso il male, per cui cominciai a gridare ed a zompare.
Esaminata poi accuratamente dai tre lodati professori la trovarono perfettamente guarita, ed essi concordemente attestarono tal guarigione non potersi ascrivere a veruna cagione naturale, ma doversi ritenere miracolosa.
Il secondo dei miracoli approvati per la Canonizzazione è il seguente.
Maria Luisa dell'Immacolata Concezione, nata di genitori malsani, e sempre soggetta fin dalla prima età a parecchie malattie, a mal di stomaco e a spessi vomiti, fu posta di sette anni, cioè circa il 1845 nel monastero del Divino Amore a S. Eusebio in Roma come educanda. Dopo quattro anni ne uscì e tornò alla casa paterna.
Nella sua dimora nel conservatorio, e dopo in casa sua seguitò sempre a soffrire i medesimi incomodi e smania.e anorressia, e stimoli al vomito, né poté liberarsene mai né colle bevande refrigeranti né colle sanguigne più volte replicate. A ciò si aggiunge che la giovanetta si bevve mezza bottiglia di rhum per golosità: questo fallo le doveva costare la vita. Ai sintomi anteriori si aggiunse allora dolore al ventricolo e vomito di sangue, e a mala pena scampò la morte coi rimedi della medicina. Fu tentato il farle godere aria migliore e l'uso dei bagni marini, ma non migliorò per questo di molto. Così andò innanzi fino al 1852 quando nel marzo fu presa dalla rosolìa, dalla quale pure riebbesi, ma le restò sempre il dolore di stomaco e il vomito quotidiano.Questo era lo stato di Maria Luisa quando nel settembre del 1857 in età di diciannove anni entrò nel monastero del Divino Amore in Montefiascone, e nel luglio dell'anno seguente vestì l'abito. Il nuovo stato di vita le riuscì anzi nocivo che salutevole; il male sempre più si aggravava, il dolore di stomaco si inaspriva, il vomito diveniva più spesso, e coll'andare del tempo incominciò a patire anche svenimenti, e verso la pasqua del 1860 le cominciò a mostrarsi sulla regione dello stomaco una esteriore lividura, indizio del morbo interno.
Per quanto essa si studiasse di nascondere alle sue consorelle i suoi patimenti, per timore di non essere ammessa alla professione religiosa, pure non poté celarsi tanto che non si avvedessero le altre che essa era malata, e chiamarono subito il medico Dott. Bernardino Mancinetti che le ordinò di porsi in letto. Ma non poteva il medico accertare la cura, poiché l'inferma per quel suo timore gli celò quasi tutto il suo male passato e presente. Fu tuttavia sottoposta a rigorosa cura, usati vescicanti, rinfrescanti e sanguigne generali e parziali. Intanto però appariva gonfio il ventre, si accresceva la smania, l'insonnia, la difficoltà di respiro, l'indebolimento delle forze, il vomito di materie sordide, la diarrea, e gli spessi deliqui. Dopo quaranta giorni di letto si levò parendo che la malattia non fosse più tanto violenta: ma il dolore di stomaco rincrudiva, e vi si aggiungeva eziandio come un peso e gonfiore, che faceva dolere anche il femore e il braccio destro, e la lividura sulla regione dello stomaco si dilatava e prendeva colore più carico, finché nel mese di luglio sentendosi sempre peggio vomitò in copia del sangue, parte aggrumato e parte liquido, e con ciò parvele sentirsi assai sollevata.
Fu pertanto il 26 Agosto 1866 ammessa alla professione, durandole però sempre il mal di stomaco e i vomiti. Nei due mesi seguenti andò sempre peggiorando, e tutti i sintomi già descritti rincrudivano ogni giorno più, e vi si aggiunse una sete ardente ed una febbretta etica, che fece pronunziare al medico essere inutile ogni rimedio dell'arte, dovervi essere o uno scirro o certo qualche gran lesione di stomaco che non ammetteva rimedio. E si ridusse infatti a tale, che dopo la metà di ottobre non poteva più ritenere né cibo né bevanda di sorta e cominciò ad essere tormentata da fieri dolori colici. Il 24 ottobre uscita affatto senza sollievo da un bagno, fu esortata dalla infermiera a ricorrere per ottenere la grazia di guarire al B. Benedetto Giuseppe, del quale pendeva dalla parete un'immagine sormontata da una croce. La povera malata scoraggiata rispose: Non voglio far altro: tanto non me la fa, poi guardando l'immagine proruppe in queste parole o fammela o do fuoco a te con tutta la croce che ti sta sopra. Ma pentita subito di aver così poco rispettosamente trattato il B. Labre, gli chiese perdono e raccomandossi alla sua intercessione umilmente, e fatti chiudere gli sportelli della fenestra, si pose a riposare.
Ascoltiamo qui l'inferma medesima che guarita poi narrò la visione. «Partita l'infermiera venivo facendo atti di pentimento per quell'espressione che avevo detto, e rinnovavo con più calore atti di raccomandazione e di fiducia verso il B. Benedetto, e così mi sopii. Mentre stava tra il sonno e la veglia giacente sul lato destro e poggiata colla guancia sulla mano destra cogli occhi chiusi, vidi un uomo giovane, di giusta statura con veste lunga un poco aperta sul petto, donde tramandava una bella luce, avente una figura ilare ed una faccia di paradiso. Egli appressatosi al mio letto con volto ridente, levando la mano destra dal basso all'alto mi disse: alzati su via, che sei guarita. Mi riscossi aprii gli occhi e non vedendo niente supposi che fosse un'illusione diabolica, e con questa idea volgendomi dall'altro lato dissi fra me, ci mancherebbe anche questo. Stavo così giacente dal lato sinistro cogli occhi semiaperti e pienamente svegliata in modo che sentivo le monache recitare l'ultima ora in coro, quando la mia cella si empì di luce vivissima. Allora aperti gli occhi mi rizzai seduta sul letto e vidi quell'uomo stesso, che tramandava luce viva da tutte le parti, e quella del petto era così lucente, che non potevo fissarci l'occhio. Egli era colla persona rivolta ed inclinata verso di me: teneva le braccia alquanto aperte sollevate all'altezza del petto, colle palme delle mani rivolte in avanti; era circondato da una lucida nube dalla quale appariva una quantità immensa di angeli ed anche questi risplendenti, vi erano tre angeletti in tutta persona, ma di statura diversa, dei quali il più grande e il più piccolo gli stavano alla mano destra, e l'altro mezzano alla sinistra: il più grande teneva un giglio, il mezzano una corona di fiori, ed il più piccolo un bastoncino con un piccolo bordone. Tutti e tre stavano rivolti verso il Beato. Avrei voluto lanciarmi verso di Lui e parlargli, ma non potevo. Egli invece staccandosi da quella nube con i tre angeletti mi si appressò al letto, mi segnò col dito grosso, facendo sensibilmente il segno della croce, prima sullo stomaco, poi sul corpo e quindi sulla fronte. Dopo che mi ebbe segnato mi disse: Io sono Benedetto Giuseppe. Commossa da quella voce caddi colla testa sul cuscino, ed egli continuò dicendo: ti ho ottenuto la grazia di guarirti dalle quattro fistole nello stomaco. Sii grata al Signore della grazia ricevuta. Va dalla superiora, racconta il fatto e dille che faccia l'istanza. Sii osservante della regola. Sii obbediente alla superiora; ed il Signore ti aiuterà in tutto e per tutto. Mi disse anche altre cose che riguardavano la direzione del mio spirito, e sollevandosi quella nube a poco a poco disparve. Io rimasi tutta stupefatta, convulsa e piangente per la consolazione, mi guardai subito sullo stomaco e non ci trovai più quella lividura, che fino a quella mattina ci avevo veduto. Il mio corpo che poco prima era gonfio e durissimo era tornato allo stato naturale, i dolori erano totalmente cessati, non provavo più alcun incomodo, e mi sentiva pienamente guarita. Mi alzai seduta sul letto e nell'atto stesso in cui mi disponeva a vestirmi, tornò l'infermiera, la quale trovandomi tutta agitata insisteva per sapere che cosa fosse accaduto, domandandomi se mi sentiva male; al che risposi: no, non mi sento male; chiamatemi la superiora; ed essa uscita dalla mia cella chiamò ad alta voce la superiora, quindi rientrata disse: Se non ti senti male, ci è stato forse Peppetto?... dunque alzati». Allora e per ordine della superiora andò in refettorio dove tra lo stupore delle consorelle raccontò il prodigio, e si pose a mangiare come se mai non fosse stata inferma. Anzi temendo le compagne e ammonendola che non avesse tutto quel cibo a farle male, la superiora replicò che se era vero miracolo aveva a mangiar tutto; e così fece, e domandò anche altro cibo e mangiò di ogni cosa, e da quel momento si riordinarono tutte le funzioni organiche, e il medico stesso riconobbe sparita ogni forma morbosa senza alcuna crisi o trasporto del male e senza vestigio alcuno di convalescenza.


Top

CAP. XXVII.

Atti per la beatificazione e santificazione di Benedetto. Sue memorie.

Il p. Gaetano Palma de' pii operai Rettore della casa e chiesa di s. Maria dei Monti, di que' tempi affidata alla cura de' detti religiosissimi padri, fu il primo a promuovere l'incominciamento de' processi di beatificazione e canonizzazione di Benedetto, passato appena un mese dalla sua morte. Marcantonio Colonna Cardinal Vicario allora di Roma, ricevette benignamente la supplica portatagli dal p. Palma, per metter mano al primo processo detto informativo, nominando a Postulatore il medesimo p. Palma, a difensore l'avvocato Giambattista Alegiani, e a procuratore il Sig. Luigi Alegiani. Tenne dietro un decreto del maggio 1783 col quale era delegato a giudice Mons. Girolarno Volpi Arciv. di Neocesarea, e stabiliti gli altri officiali consueti. In due anni e più si fecero quattrocentodue sessioni, e vi presero parte come testimoni quattro direttori dello spirito di Benedetto. Appresso il processo romano vennero quelli del Vescovo di Boulogne diocesano del santo, del Vescovo di Loreto, ove Benedetto si tratteneva sovente pe' suoi pellegrinaggi, e del vescovo di Autun, nella cui diocesi è la Badia di Sette Fonti che alcun tempo l'accolse come postulante del sacro abito. Ma prima di quest'ultimo fu procurata in Roma la formazione del processo de non cultu. Dalla S. M. di Pio VI il 31 Marzo 1793 fu segnata l'introduzione della causa con facoltà di costruire il processo apostolico, ed ebbe il servo di Dio titolo di Venerabile. Quindi vennero dietro altri decreti per l'approvazione l'uno del processo de non cultu del 30 gen. 1793, l'altro del processo apostolico della fama di santità in genere il 18 febbraio 1794, e nel medesimo anno furono proseguiti i processi apostolici in ispecie delle virtù e dei miracoli, e due anni appresso si fece la ricognizione del corpo del Ven. servo di Dio. Si andava innanzi con grande alacrità in questa causa, ma l'irruzione delle masnade repubblicane francesi in Roma, l'11 giugno 1798, interruppe ogni cosa. Si rimise mano all'opera dalla S. M. di Pio VII il 10 luglio 1800, colla nomina del Card. della Somaglia a ponente della causa; ma per le vicende de' malaugurati tempi non si procedeva che lentamente. Due altri postulatori D. Francesco Pacini e D. Filippo Colonna succedettero l'un dopo l'altro al p. Palma, e finalmente il 10 nov. 1828 fu tenuta la congregazione antepreparatoria sull'eroicità delle virtù. Se non che la morte di due Pontefici, Leone XII e Pio VIII, e del postulatore D. Filippo Colonna, surrogato dal Missionario apostolico D. Giuseppe Righetti, e di due Cardinali Ponenti seguita a brevi intervalli, frappose indugi alla Congregazione preparatoria, che non fu tenuta se non il 22 marzo 1834. Seguì la morte del postulatore Righetti, e fu nominato in sua vece D. Girolamo Marucchi. Il Sommo Pontefice Gregorio XVI, dopo aver tenuta la terza generale Congregazione il 3 agosto 1841, volle da sé stesso rivedere con sommo studio gli atti della causa, e finalmente il 22 maggio del 1842 festa della SS. Trinità, nel palazzo Vaticano emanò il solenne decreto dell'approvazione delle virtù in grado eroico.
Restavano i processi de' miracoli, necessari secondo le apostoliche costituzioni per decretare la Beatificazione prima, e poi la Canonizzazione de' servi di Dio. Morto il Marucchi nel 1844 e sostituitogli a postulatore il R. P. D. Francesco Virili della Congr. del Prezioso Sangue, si addivenne per la beatificazione alla legale discussione dei tre prodigi sopra narrati; e nel 2 giugno 1859 se ne ottenne dalla S. M. di Pio IX solenne approvazione. Seguì il 15 agosto dello stesso anno nella basilica di S. Maria Maggiore la promulgazione del decreto del potersi sicuramente procedere alla Beatificazione, la cui solennità con immenso concorso de' fedeli e plauso di tutta la cristianità, fu celebrata il 20 maggio 1860 .
Il dì 11 aprile dell'anno seguente fu emanato il decreto per riassumere il proseguimento della causa per la santificazione del Beato, e il 5 sett. 1867 furono riconosciuti validi i processi formati sui due nuovi miracoli presentati, i quali esaminati e discussi furono approvati con decreto del 29 Decembre 1872. Nel dì 9 febbraio 1873 venne poi pubblicato l'ultimo decreto, col quale il Sommo Pont. Pio IX pronunziò: Tuto procedi posse ad solemnem B. Benedicti Josephi Labre canonizationem.
Si temeva, che per l'iniquità de' tempi avrebbero dovuto trascorrere molti anni prima che si potesse celebrare in effetto la solenne canonizzazione del Beato, ma piacque al Signore consolare i pii voti dei buoni col glorificare il suo servo fedele, e secondando il zelo indefesso de' suoi devoti e l'opera instancabile di Mons. Vescovo di Arras, al quale per i suoi aiuti è dovuto in gran parte l'essersi potuto procedere alla canonizzazione, ha nella sua singolare provvidenza ispirato all'attuale augusto Sommo Pontefice Leone XIII di celebrare tale solennità in quest'anno 1881 nel dì festivo dell'Immacolata Concezione di Maria, nell'atrio superiore della Basilica Vaticana, quasi come a sigillo dell'universale Giubileo concesso quest'anno a tutto il mondo cattolico.
Ora è a dire brevemente delle memorie spettanti al nostro santo. E innanzi tratto quelle che per iscritto ci tramandarono e sparsero ovunque, le gloriose sue gesta, furono moltissime. Prima a comparire in pubblico fu la stampa dell'elogio rinchiuso nel sepolcro del santo, e in breve se ne spacciarono ben 16000 esemplari. Mons. Vicegerente di Roma Fr. Ant. Marcucci avea con raro esempio, due mesi appena dopo la morte di Benedetto, dato incarico all'abate Marconi confessore e direttore di lui, di compilarne la vita, e questi si mise tosto all'opera, aiutato dall'avv. Alegiani, che mise fuori un compendio dell'opera che si stava compilando nell'agosto 1783, testo che fu tradotto in francese ed in fiammingo. Nello stesso tempo fu divulgata in Francia una breve notizia dell'infanzia e gioventù di Benedetto, e nell'ottobre dello stesso anno 1783 vide la luce il lavoro del Marconi, e fu in breve tradotto tre volte in francese con lievi modificazioni, e due in tedesco. Non terremo conto della moltitudine di lettere, relazioni, pratiche divote spettanti al santo, raccolte di miracoli e simili in opuscoli od articoli di giornali in quei primi tempi in Francia ed altrove, sicché tutta l'Europa fu presto piena della fama di lui. Tutte le storie ecclesiastiche universali e i dizionari storici, venuti a luce da quel tempo in poi, hanno narrazioni più o meno distese della vita del Labre. Al principio del presente secolo oltre la prima edizione della vita del Coltraro e le traduzioni delle quali dicemmo, furono pubblicati lavori in gran copia foggiati tutti sulle opere antecedenti, che massime in Francia, furono sotto diversi titoli messi a stampa; fra i quali merita special menzione la vita di Benedetto Giuseppe Labre scritta dall'ab. Decroix curato d'Amettes, ove si trovano parecchie aggiunte, frutto di novelle indagini sulle gesta del santo. La Beatificazione seguìta il 20 maggio die' occasione alla compilazione d'una novella vita scritta da mons. Sillani e di molti altri lavoretti di pregio.
Fra le pubblicazioni francesi meritano una speciale considerazione l'opera del P. F. M. T. Desnoyers stampata a Lilla nel 1862, nella quale in due grossi volumi l'autore tesse gli elogi del santo. Pregevolissima ancora è la vita ammirabile del b. Pellegrino mendico pubblicata a Parigi nel 1873 dalla dotta penna di Leone Aubineau, come pure l'altra recentissima scritta appositamente in occasione della canonizzazione nell'agosto di quest'anno dal R. P. Colomb, il quale ha riassunto in un ben ideato compendio le gesta più importanti di questo glorioso pellegrino. Altri scritti, altre biografie, altre memorie hanno ancora veduto la luce su questo proposito, ed innumerabili effemeridi si sono occupate della vita e delle virtù di questo santo, il perché può dirsi non vi sia angolo di Europa, che non conosca e non ammiri le sue opere straordinarie.
Ma dei grandi eroi oltre ai fatti illustri, si desidera altresì avere le fattezze, quanto più si può al naturale; e queste pure ci rimangono sufficientemente esatte del nostro santo. Si serbano adunque due ritratti, fatti lui vivente, l'uno l'anno 1771 dal pittore francese Andrea Bley, e l'altro dal Cavallucci nel 1778. Il Bley dovendo dipingere la vocazione di S. Pietro, e andando inutilmente in traccia d'un modello da ideare il Divin Salvatore, s'abbatté nel santo, e parsogli acconcissimo al suo intento, lo richiese di farsi ritrarre. Negò sulle prime Benedetto, ma saputo il pio disegno del pittore, finalmente si arrese dopo essere stato più d'un ora in orazione e ricusata ogni mercede che gli fu offerta. Su tal ritratto Domenico Cunego incise al naturale un rame della grandezza di 50 centimetri per 35, e in esso abbiamo l'effigie del santo dodici anni innanzi alla sua morte. Il Cavallucci poi mentre dipingeva nella chiesa di s. Martino ai Monti, incontratosi più volte in Benedetto, ebbe vaghezza di ritrarne in tela i lineamenti, dai quali tralucea un non so che di celeste, e il fece. Questo ritratto ce lo dà come era cinque anni prima che morisse, e se ne fece rame e litografia.
Finalmente l'immagine che più comunemente è dato d'incontrare e quella che ci offre il ritratto del santo, ricavato dopo la sua morte da una maschera in gesso, colla quale furono potute rilevare le sue fattezze, e che riprodotte prima dal pennello del Gagliardi vennero poi diffuse a migliaia di copie in una varietà innumerevole d'incisioni tra le quali primeggia una molto distinta del Carocci.
Porremo finalmente in nota le sacre memorie dedicate al santo in questa Roma, che ebbe la sorte di essere la sua patria d'elezione. E innanzi tutto è devotissima la cappella eretta in s. Maria dei Monti, chiesa a lui sì cara, sotto l'altare della quale riposano le sue sacre spoglie. Inoltre in via dei Serpenti nella casa stata già del Zaccarelli, e nella stanza d'onde s. Benedetto volò al cielo, è acconciata una devota cappellina coll'altare al luogo stesso del letto ove spirò. Questa cappella però non è completamente dedicata al culto del santo, formando parte dell'abitazione delle persone che vi vanno a stare. Se il zelo e la carità dei devoti sarà per corrispondere ai pii desideri ed alle solerti premure degli attuali promotori della causa, questa cappellina, si spera, formerà il nucleo ed il centro delle memorie del santo; ed il luogo che ricorda il suo felice passaggio, sottratto ai contatti profani, sarà con maggior pompa e decoro esclusivamente consagrato al suo culto.
Perché dei luoghi che aveva santificato della sua presenza, si mantenesse sempre viva e solenne la memoria, il defunto P. D. Francesco Virili suo postulatore indefesso della causa, avea ottenuta dalla s. m. di Pio IX una delle arcate del Colosseo per erigervi un altare, e una statua in marmo memorativa del santo, che ivi avea passate tante notti in contemplazione e in preghiere; ma non potutosi eseguire in tempi migliori sì pio disegno, ora che quella arena illustre di martiri consagrata già come monumento del vero eroismo dalla pietà dell'immortale Benedetto XIV, è stata dai recenti invasori dissagrata, per non servire che di memoria al rimpianto paganesimo e alla sua barbarie, troppo è più lungi dal potersi compiere, se l'intercessione potente del nuovo eroe gloriosissimo di Cristo non c'impetra che la divina stoltezza della croce non torni anche tra noi a trionfare della diabolica saviezza del mondo! Haec est victoria quae vincit mundum fides nostra.


Top

CAP. XXVIII.

Alcune divote massime e sentimenti profittevoli di s. Benedetto.

1. Colla grazia di Dio tutto si può. Si può restare illesi in mezzo al fuoco, come i tre santi giovani nella fornace di Babilonia.
2. Tutto si può coll'aiuto di Dio, purché si voglia davvero.
3. In generale è l'esteriore che colpisce gli uomini: giudicano essi quasi sempre e soltanto dalle apparenze, per loro e più necessaria la maschera della virtù, che la stessa virtù. È ben raro che vi giudichino da ciò che siete, anziché da ciò che parete essere.
4. Il comunicarsi per ubbidire, è cosa troppo migliore e a Dio più grata, che l'astenersene per umiltà.
5. Non è mai lecito far uso o ritenersi cosa alcuna, quando si sa essere stata rubata.
6. Se i Serafini si nascondono il volto colle ali alla presenza di Dio, che deve fare un verme della terra in presenza di tanta maestà?
7. Non è mai lecito dir bugia; deve dirsi la verità a qualunque costo.
8. Si offende Dio, perché non si conosce la sua grandezza.
9. Chi conosce Dio, si guarda dal far peccati.
10. La mancanza d'un buon esame, d'un dolor vero, d'un fermo proposito, è cagione delle confessioni malfatte e della rovina dell'anima.
11. In questo mondo siam tutti in una valle di lagrime. Non è qui la nostra consolazione. L'avremo eterna in Paradiso, se soffriremo le tribolazioni in terra.
12. Dobbiamo attendere con coraggio la morte, richiederla con ardore, riceverla con amore, poiché essa ci libera dalle miserie di questa vita, pone termine alle nostre iniquità e ci apre le porte del regno di Dio, che noi molte volte abbiamo chiesto invano dicendo: adveniat regnum tuum.
13. Dio riguarda tutti quelli che pregano in una chiesa; ma ben distingue tra essi chi è che sorpassa gli altri nella fede, nella carità e nell'amore di Gesù Cristo.
14. Dio ci affligge, perché ci ama, ed ha gran piacere, qualora nelle tribolazioni ci vede abbandonati nel suo paterno seno.
15. Ove si tratta di carità del prossimo, si deve sacrificar tutto.
16. Poveretti ed infelici sono soltanto quelli, che stanno nell'inferno; che han perduto Dio per tutta l'eternità; non quelli, che son poveri in terra.
17. Quanto si soffre per amor di Gesù crocifisso è poco.
18. Quando si pensa che noi abbiam promesso nel battesimo di rinunziare a Satana, alle sue pompe ed alle sue opere per unirci a Gesù Cristo nato in una stalla, senza asilo per riposare il capo e morto sopra una croce per riscattarci, oh allora è cosa anche troppo dolce per noi miserabili peccatori di dormire sulla paglia, di vivere di radici e di morire sopra uno strame.
19. Chi brama la vera umiltà, adoperi due mezzi: l'orazion mentale, meditando la grandezza di Dio, il proprio niente; l'orazion vocale, pregando Dio, per li meriti di Gesù e di Maria.
20. Bisogna umiliarsi, disprezzar sé stessi e pregare tutti ai piedi della Croce di Cristo, aver
confidenza nella bontà di Dio e attendere con pazienza e rassegnazione tutto ciò che accade.
21. Colle ciarle, colle irriverenze in chiesa si perde il rispetto a Dio nella stessa sua casa.
22. La Santissima Vergine è presso Gesù Cristo suo figlio la nostra più potente avvocata. Preghiamola sovente di interceder per noi nell'ora di nostra morte; è il saluto di quelli che pensano ciò che dicono quando recitano: et in hora mortis nostrae e che lo dicono con la disposizione nella quale dovrebbero realmente trovarsi in punto di morte.
23. Io non sono nulla al mondo, non sono che un fardello inutile sulla terra, debbo pensare a rientrare in me stesso e far penitenza, a regolare i miei affari e morir da cristiano. Che Dio mi accordi questa grazia.
24. Le irriverenze in chiesa sono colpe che molto dispiacciono a Dio, fanno orrore agli angeli; recano gran detrimento all'anima.
25. Meditar si devono spesso le pene dell'inferno per abborrire il peccato mortale, che ci mette in esso per tutta l'eternità, e pensare al poco numero degli eletti, per istar con timore.
26. La lingua è per molti un istrumento di dannazione.
27. La gioventù è cattiva, bisogna tenerla a freno.
28. La provvidenza di Dio mai non manca a chi confida come deve in Dio.
29. Per la provvidenza del sostentamento corporale, non dobbiam darci pensiero del giorno futuro, giusta l'avvertimento del Redentore: nolite solliciti esse in crastinum. Dio, che provvede oggi, provvederà dimani.
30. Pregate e fate l'elemosina, perché essa vi purga dai peccati e vi fa ottenere la misericordia e la salute eterna.
31. La confidenza in Dio onora Dio, e fa dolce violenza al suo cuor paterno in nostro vantaggio.
32. Bisogna saper soffrire.
33 Felice quei che sa conoscere la volontà di Dio.
34. Le comodità non sono fatte pei poveri.
35. La sola mortificazione e la sola penitenza può disarmare la collera di Dio.
36. I poveri devon vivere accattando.
37. Pel sostentamento del corpo basta poco: il di più servirà per maggior pascolo dei vermi.
38. Un povero non cerca letto per dormire: si getta dove trova.
39. I comodi non si confanno coi poveri.
40. I poveri non devono far uso di pagnotta sana; sì bene di tozzi.
41. I poveri non portan denaro nei viaggi.
42. I poveri non devono cibarsi di vivande squisite.
43. I poveri non devono vestir bene.
44. I poveri non devono bever vino: non è necessario il vino; basta l'acqua per dissetarsi.
45. I poveri han bisogno come gli altri di mortificare e di domare la carne.


FINE DELLA VITA DI BENEDETTO GIUSEPPE LABRE



Edizione curata da Domenico Sicari
sichem@tiscalinet.it
Top


torna alla pagina principale