| biografie |
| MICHELANGELO (Caprese, Arezzo, 1475 - Roma, 1564) |
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«Michelagniolo»,
come si firmava, «Michelagnolo», come fu annotato dal padre nelle sue Ricordanze,
nacque, secondo di cinque fratelli,
nel castello di Caprese nel Casentino da Lodovico Buonarroti
Simoni, podestà di Caprese e Chiusi.
Da parecchi
scrittori, fra
i quali Ascanio Condivi scolaro e amico dell'artista, che
scrisse una sua biografia, Vita di
Michelagnolo Buonarroti
(1553), è
stato asserito che
la famiglia discendesse dai conti di Canossa, ma lo studio dei documenti
antichi non conferma la notizia. Quando
il padre
tornò a Firenze,
Michelangelo fu messo a balia dalla moglie di uno scalpellino di
Settignano, tanto che Giorgio
Vasari nelle sue Vite
(1568) ricorda che scherzando con lui un giorno gli disse: «Giorgio,
s'i'ho nulla di
buono nell'ingegno,
egli è
venuto dal nascere
nella sottilità dell'aria del vostro paese d'Arezzo, così come anche
tirai dal latte della mia balia gli scarpegli e 'l mazzuolo con che io
fo le figure». Dato
il suo amore per il disegno fu messo dal padre nella
bottega di Domenico
e Davide Ghirlandaio
per impararne l'arte. Lasciato il Ghirlandaio in seguito a contrasti,
molto probabilmente
dovuti a invidie e
gelosie del maestro nei confronti dei rapidi progressi del discepolo,
nel 1490 andò nel Giardino dei Medici sulla piazza
di San Marco a
studiare scultura sotto la guida di Bertoldo di Giovanni, allievo di
Donatello. Esordio
fiorentino di Michelangelo Il
Giardino di San Marco era stato ornato di statue antiche da Lorenzo de'
Medici perché voleva fondarvi una scuola di pittori e scultori;
e in questo ambiente Michelangelo scolpì una copia in marmo
della testa di un fauno, «di sua fantasia supplendo tutto quello
che nell'antico
mancava», scrive il Condivi. Da questo momento Lorenzo il Magnifico si
interessò di lui: invitato a palazzo Michelangelo fu ammesso ad
ammirare le gioie, corniole, medaglie e oggetti pregevoli del principe,
tanto da acquisire ampia competenza in gemme e monete antiche ed essere
quindi in grado anche di acquistarle
per conto
di Piero de' Medici, figlio di Lorenzo. Fu accolto nella cerchia
degli eruditi neoplatonici: Marsilio Ficino, Angelo Poliziano, che lo
portarono allo studio dell'antico e alla fede nella bellezza umana. I
due mondi apparentemente contrastanti della cristianità e del
paganesimo si fusero nella bellezza visibile e in quella ideale. Scolpì
il bassorilievo della Centauromachia (1490-92, casa Buonarroti, Firenze), il cui soggetto
mitologico gli fu suggerito
da Poliziano; mentre
con la Madonna della scala
(1490-92, casa Buonarroti, Firenze), si riferì in modo evidente a
Donatello nell'uso dello «stiacciato». La
lezione dell'antico
Lo
studio delle «anticaglie» gli aveva fatto acquisire una conoscenza
tale dell'arte classica che quando Michelangelo
ventenne scolpì
a Firenze la statua di un Cupido
dormiente (1496), questa fu venduta per antica a Roma. Ma quando
l'acquirente, il cardinale Raffaele Riario, dubitando della sua antichità,
non volle acquistarla e
volle invece
conoscerne l'autore, Michelangelo si recò per la prima volta a Roma
dove si diffuse la fama della sua abilità. Gli fu commissionata subito
un'opera, il Bacco
(1496-97 Bargello),
per il
quale è
difficile ricercare un modello fra gli antichi; mentre il Condivi
lo descriveva corrispondente in ogni sua parte all'intenzione degli
scrittori classici. La Pietà
(1498-99) commissionatagli dal cardinale francese Jean Bilhéres de
Lagraulas per una cappella
della basilica
di San Pietro a Roma
è l'unica opera firmata da Michelangelo, che si qualifica con
l'aggettivo «florentinus». Vasari giustifica
questa firma raccontando che la statua, molto ammirata da alcuni
visitatori lombardi, era stata poi loro indicata come opera di un altro
artista; per cui l'autore, di notte, vi incise il suo nome. Ma fu
con la scultura del David
(1501-04, Galleria
dell'Accademia, Firenze)
che Michelangelo eccelse al di sopra di tutte le statue moderne e
antiche sia greche sia latine. Firenze
stava vivendo in quegli anni il periodo repubblicano dopo la morte di
Lorenzo il Magnifico, la cacciata
dei Medici e la breve ma incisiva predicazione catastrofica del
Savonarola - di cui Michelangelo era assiduo lettore -, retta dal
gonfaloniere Pier Soderini che cercava di richiamare in patria gli
artisti che
se n'erano allontanati. Michelangelo, rientrato nel 1501,
ricevette la commissione della statua che avrebbe dovuto ricavare da
un pezzo
di marmo già sbozzato. In quattro anni egli lavorò a questa
figura alta m 4, 10 che rappresenta David prima dello scontro con il
gigante Golia, nel momento della massima concentrazione e tensione. Il giovane
che nella Bibbia aveva difeso il suo popolo e lo aveva governato
con giustizia, diventava simbolo di chi reggeva la città e si proponeva
lo stesso intento. La
perfezione del nudo era stata raggiunta da Michelangelo attraverso lo
studio assiduo dell'anatomia, non solo indiretto, ma anche sezionando
cadaveri di
uomini e animali,
come riferisce Vasari. Condivi sottolinea inoltre la ricerca del
bello che fu una sua costante fino al 1530: « [...] egli non solamente
ha amata la bellezza umana, ma universalmente ogni cosa
bella... il
bello della
natura scegliendo, come l'api raccolgono il mel da' fiori,
servendosene poi nelle loro opere». Negli
stessi anni Leonardo,
rientrato a
Firenze, fu
incaricato di
affrescare il salone di Palazzo Vecchio con la Battaglia di Anghiari
(1503) che gli studiosi si affannano invano fino ai nostri
giorni di ricercare.
L'anno successivo a Michelangelo fu commissionata la Battaglia
di Càscina di cui eseguì solo il
cartone, andato perduto,
riempiendolo di nudi virili che diventarono oggetto di studio per
artisti italiani e stranieri. Nel 1504 giunse a Firenze Raffaello
e le loro ricerche posero le basi del Rinascimento maturo. In questo clima di attività intensa e di reciproca comunicazione
furono scolpiti (1502-04) il Tondo
Taddei (Royal Academy, Londra)
e il
Tondo Pitti (Bargello,
Firenze) che raffigurano nel marmo la Madonna con il Bambino e san
Giovannino. Soprattutto nel primo pare quasi di assistere alla nascita
dell'opera d'arte che per Michelangelo consiste nella liberazione
dell'idea contenuta nel blocco di marmo da parte dello scultore che la
rivela. Infatti Michelangelo lavorava direttamente sul blocco marmoreo
senza modellare preventivamente dei bozzetti in creta, come fecero altri
scultori, il Canova per esempio. In una lettera a Varchi egli spiega il
suo metodo di lavoro: «Io intendo scultura, quella che si fa per forza
di levare: quella che si fa per via di porre, è simile
alla pittura».
L'arte è
un dono divino, così
si esprime nelle sue Rime ,
che accompagnano e riflettono il suo travaglio di uomo e di artista dal
1503 al 1560 in uno stile che è stato definito «scalpellato» e «sfaccettato». Michelangelo
a Roma
Giulio
II della Rovere (1503-13) a Roma era rivolto a ricostituire
la grandezza della Chiesa. Riprendendo il programma di papa Sisto
IV con sicurezza e audacia egli rinnovò
e ampliò
la città
chiamandovi i
migliori artisti del momento. Ideò progetti grandiosi come quello della
basilica di San Pietro e la sua tomba. A realizzarla fu chiamato nel
1505 Michelangelo, che si recò nella cave di Carrara per scegliere i
marmi adatti. Fu in questi luoghi che all'artista
venne l'idea
di scolpire un colosso in uno di quei monti; e certo l'avrebbe
fatto, scrive Condivi, tanto che da vecchio ancora si rammaricava che
quella «pazzia venutami per l'età non fosse stata realizzata».
Il
primo progetto (1505) del sepolcro, che superava «ogni antica sepoltura»,
concepito come una grandiosa scultura sepolcrale,
non fu compiuto. Mentre
attendeva i marmi per la sua realizzazione Michelangelo e Giovan
Cristoforo Romano in
qualità di
«primi scultori
di Roma» andarono a
prendere visione della statua greca di Laocoonte
appena ritrovata: si presentava un'ulteriore occasione per studiare e
ricordare la statuaria classica, accresciuta dalle nuove scoperte
archeologiche che furono rivelatrici di quella bellezza
cui aspirava sempre
e si manifestava più chiaramente nella figura umana: una figura
irruente di forza giovanile. Il
progetto accantonato del monumento sepolcrale riempì la fantasia di
Michelangelo anche quando accettò
di nuovo di lavorare per Giulio II dopo ampi contrasti che
l'avevano indotto ad abbandonare per breve tempo Roma. Non
solo questi erano stati i motivi della sua improvvisa partenza; in una
lettera a Giuliano di Sangallo Michelangelo afferma di
temere di essere
assassinato: «Basta che la mi fé pensare, s'i' stavo a Roma, che fussi
fatta prima la sepoltura mia che quella del Papa». Pare
che Bramante cercasse in ogni modo di ostacolare il lavoro di
Michelangelo e di farlo allontanare dalla città. Comunque sia, Giulio
II incaricò l'artista di affrescare la Cappella Sistina, con una
tecnica certo
a lui desueta ma non sconosciuta, come si è creduto fino agli
ultimi restauri che termineranno
nel 1990.
Nonostante l'artista
in una lettera al
padre nel 1509 scrivesse: «E questa è la difficultà del lavoro, e
anchora el non esser la
mia professione»,
la padronanza
michelangiolesca del colore, emersa a seguito della pulitura degli
affreschi, non poté certo essere stata improvvisata in pochi mesi,
ma può esser fatta risalire al periodo di tirocinio nella
bottega del Ghirlandaio. Era fatale che Michelangelo dovesse lavorare
sempre solo: congedò in modo brutale i pittori fiorentini che erano
stati chiamati per aiutarlo
in quanto esperti dell'affresco, dopo aver tolto l'impalcatura fissa,
predisposta dal Bramante,
che però
non rendeva
possibile lo svolgimento delle cerimonie liturgiche, e progettato al suo
posto una struttura pensile con gradini laterali in modo
tale da non lasciare
buchi a lavoro ultimato. Tra il 1508 e il 1510 Michelangelo eseguì la
decorazione della prima parte della
volta che si
interruppe per l'assenza di Giulio II e la mancanza di soldi; fu ripresa
tra il 1511 e il 1512. In quattro anni di duro lavoro
in una posizione che
gli provocò anche seri disturbi alla vista, dipinse la volta con le Storie
della Genesi, gli Ignudi,
i Profeti , le Sibille , le Miracolose
salvazioni d'Israele e i Re
biblici da bambini nelle
vele e nelle lunette. Il papa, impaziente di vedere il lavoro, un giorno
minacciò di buttarlo giù dall'impalcatura e quando gli affreschi
furono scoperti tutti ammutolirono per la sorpresa e l'ammirazione.
Vasari scrisse: «Questa opera è stata ed è veramente la lucerna
dell'arte nostra,
che ha
fatto tanto
giovamento e
lume all'arte della pittura, che ha bastato a illuminare il mondo».
Tre
mesi e mezzo dopo l'inaugurazione della
Cappella Sistina
Giulio II morì e
Michelangelo riprese il progetto della tomba con gli eredi del papa,
destinata ora alla chiesa di San Pietro in Vincoli, realizzandola in
forma ridotta, con sette statue soltanto. Per essa scolpì due figure di
schiavi i Prigioni (1513-36,
Louvre, Parigi) e il Mosè
(1515-16, San Pietro in Vincoli, Roma) che fu collocato al centro della
tomba nella versione finale. Su questa scultura si sono soffermati
studiosi e scrittori. Anche Sigmund Freud, affascinato dallo sguardo del
profeta che sta indugiando prima di
esprimere con
violenza il suo disappunto nei confronti del popolo ebreo che ha
rinnegato Dio mentre egli stava sul monte Sinai per ricevere le tavole
della legge, in un suo saggio, Il Mosè
di Michelangelo
(1914), ha ricercato
l'origine del messaggio oscuro e ambiguo eppure così penetrante di
quest'opera. Dopo un'attenta analisi della statua conclude dicendo che
Michelangelo ha creato un altro Mosè che va al di là del Mosè
storico, e tutta la prestanza fisica è il mezzo per esprimere qualcosa
di nuovo: la volontà
di «soggiogare
la propria passione
a vantaggio e in nome di una causa alla quale ci si è votati». Michelangelo
e i Medici
Nel
1515 il nuovo papa Leone X (1513-21)
bandì un
concorso per
la facciata della chiesa di San Lorenzo, la chiesa dei Medici a
Firenze, dove nel frattempo avevano
ripreso il
potere (1512).
Fra i
vari progetti prevalse quello di Michelangelo al quale fu
commissionato il lavoro nel 1516. Dapprima
restio ad accettare perché legato
alla realizzazione
della tomba di Giulio II, in seguito sempre più infervorato e
trascinato da questo progetto, ne realizzò solo il modello
ligneo che
insieme ai disegni
documentano la volontà dell'artista di realizzare una robusta facciata
architettonica integrata da numerose statue. Volle
sovrintendere egli stesso all'estrazione dei blocchi di marmo ma anche
questa volta sorsero difficoltà perché i Medici volevano utilizzare le
cave di Pietrasanta invece di quelle di Carrara. Michelangelo
si schierò dalla parte dei Carraresi e si vide sospettato di essersi
fatto comprare. Obbedì
quindi al papa e fu perseguitato dai Carraresi. La fatica e le
preoccupazioni lo prostrarono ed egli
si ammalò
a Serravezza.
Il contratto fu scisso nel 1520 con grande tristezza di
Michelangelo che aveva già scritto in una lettera. «Perché io muoio
di passione per non poter fare quello che io vorrei, per la mia mala
sorte... Io muoio di
dolore, e parmi essere diventato uno ciurmatore contro a mia voglia». La
delusione, lo sconforto di tre anni perduti di cui egli accusa il papa,
ebbero riflesso nelle opere successive. Leone X e
il cardinale Giulio
de' Medici, salito poi al soglio pontificio con il nome di Clemente VII,
gli affidarono la realizzazione di una Cappella
funeraria Medicea (1520-34) che avrebbe dovuto accogliere le tombe
di Lorenzo il Magnifico, del fratello Giuliano e dei discendenti,
Lorenzo duca di Urbino e Giuliano duca di Nemours. Posta simmetricamente
alla Sagrestia Vecchia nella chiesa di San Lorenzo rispetta
l'impianto architettonico della costruzione brunelleschiana:
a pianta
quadrata coperta dalla cupola, con elementi in pietra serena su
fondo bianco, accentua l'aspetto monumentale che ben si confaceva alla
casa medicea e al suo
potere che era giunto fino a Roma. Mentre
era intento a questo lavoro Michelangelo era angustiato dalla
preoccupazione di non aver
portato a termine la tomba di Giulio II e di essere debitore agli eredi,
ai quali avrebbe dovuto restituire quanto aveva già ricevuto. Il
papa continuava a dimostrargli la sua simpatia, come emerge nella
Vita di Michelangelo di Roman Rolland (1905), basata soprattutto
sull’epistolario dell'artista. Il complesso
della Cappella
Medicea ebbe quindi
una realizzazione travagliata, interrotta anche da eventi storici
drammatici per la politica dell'Italia. I
sarcofagi dei
due duchi, Lorenzo e Giuliano, sono adorni di figure allegoriche:
la Notte e il Giorno, l' Aurora e il Crepuscolo;
mentre nelle nicchie sovrastanti sono poste le loro statue, figure
ideali che esprimono la
virtù del signore. Incompiuto
è rimasto il sepolcro di Lorenzo e del fratello Giuliano su cui è
stata posta la statua della Madonna con il Bambino, che riprende per
l'ultima volta il tema iconografico della maternità divina e umana di
Maria. Oscuro rimane il significato delle parole che accompagnano i
disegni per le tombe: «La fama tiene gli epitaffi a giacere; non va né
inanzi né indietro, perché son morti, e el loro operare è fermo». Ma
ne emerge una meditazione sulla morte che forse
può essere
superata solo dall'arte, che fissa per sempre la fama. E allora
il Giorno e la Notte possono pure affermare in un'altra breve prosa che con la
morte di Giuliano sulla terra non hanno più alcuna luce: la
forza della scultura di Michelangelo con
tutta la
sua tensione spirituale
ed emotiva rimarrà però a testimoniare il suo breve passaggio
sulla terra. Nel
1523 gli fu affidato anche il
progetto di
una libreria capace
di contenere la raccolta dei testi posseduti dai Medici. Gli assegnarono
il terreno del convento di San
Lorenzo, adiacente
alla chiesa, e su di esso Michelangelo realizzò la Biblioteca laurenziana, ideata come una grande sala con le pareti
ritmate da lesene in pietra
serena che incorniciano un doppio ordine di finestre. Il vestibolo
d'accesso presenta una scala che si
allontana dalla
consuete forme
lineari per anticipare in qualche modo il capriccio e l'anomalo. Il
sacco di Roma Anthony
Blunt nel suo saggio su Michelangelo (1940), riscoperto attraverso la
sua produzione poetica, distingue nella vita dell'artista un primo
periodo, espresso dalla volta della Cappella Sistina e dalla Pietà,
caratterizzato da
una continua
ricerca del bello,
influenzato dalla filosofia neoplatonica e conclusosi verso il 1530.
Disordini religiosi, economici e fallimenti politici segnano
la crisi che culmina nel 1527 con il saccheggio di Roma. I
conflitti, le aspirazioni a un rinnovamento anche all'interno della
Chiesa accusata di
preoccuparsi troppo del potere temporale e di dedicarsi troppo poco al
messaggio evangelico, travagliarono le coscienze degli intellettuali,
tanto più degli artisti, sensibili alle speranze e alle delusioni.
Michelangelo quindi non stupisce se nel 1527,
alla caduta dei
Medici e alla instaurazione della Repubblica, parteggiò per essa
mettendosi due anni dopo, nel 1529, al suo servizio come membro
del Collegio dei Nove della Milizia e come esperto di
fortificazioni. Implicato
in tresche di potere e in denunce, Michelangelo si credette perduto e
fuggì a Venezia da dove ritornò perdonato per riprendere
il suo posto. Quando nel 1530 papa Clemente e gli Spagnoli
assediarono Firenze egli fortificò
la collina
di san
Miniato, inventò
nuovi ordigni e, come narra il suo biografo Francisco de Hollanda
(Dialoghi romani con Michelangelo,
1548), salvò il campanile fasciandolo con balle di lana e materassi.
Per il tradimento di
Malatesta Baglioni,
previsto da Michelangelo che aveva inutilmente confidato i suoi timori
alla Signoria, Firenze capitolò e dalla metà d'agosto fino all'ottobre
del 1530 Michelangelo si tenne nascosto nel piccolo vano sotto l'abside
della Cappella Medicea dopo essere sfuggito ai sicari mandatigli da
Baccio Valori per conto dei Medici che ritornati di nuovo in città
perseguitarono i repubblicani che avevano gioito della loro cacciata. Michelangelo trascorse due mesi nel
bugigattolo in cui l'artista tracciò sulle pareti numerosi disegni a
carbone che realizzerà in seguito. Aperti al pubblico nel 1979, essi
erano stati sepolti quando Giorgio Vasari trenta e più anni dopo, concludendo il
complesso della Cappella, murò la botola d'accesso. Ma ormai i fatti
storici e quelli personali avevano compromesso il senso
di sicurezza
dell'artista: «Oihmé, oihmé» , scrive in una poesia, «ch'i' son
tradito da' giorni mie fugaci... si trova come me 'n un giorno vecchio».
Egli che
tanto aveva amato la figura umana, la bellezza vivente, il
fascino che emana dall'uomo, come annota Thomas Mann in L'eros
di Michelangelo (1950), si accorse che la bellezza fisica è un
inganno e solo il vero
amore, quello per la bellezza spirituale, poteva soddisfarlo
perché non si affievolisce con il tempo e innalza la mente alla contemplazione
di Dio. Nel
giugno del 1531 si ammalò e qualche mese dopo un breve papale proibì a
Michelangelo, sotto pena di scomunica, di lavorare ad altro che alla
tomba di Giulio II e alle tombe medicee. Più
volte il
papa prese le sue difese con gli eredi di Giulio II che nel
frattempo stipularono un quarto contratto.
Neppure le
tombe medicee
ebbero migliore fortuna, poiché, morendo Clemente VII,
Michelangelo si trovò fuori Firenze dove non poté più ritornare per
timore di essere ucciso. Dal 23 settembre 1534 Roma fu la
sede definitiva dell'artista
fino alla morte; d'altra parte nulla lo tratteneva più nella sua
terra natale: durante la peste del 1528 aveva
perso il
fratello cui
era molto affezionato e il padre nel giugno del 1534. «L'amor
di quel ch'i' parlo in alto aspira» La
sensazione che il mondo gli stesse crollando attorno fu superata
dall'amore per Tommaso dei Cavalieri, gentiluomo romano, di
incomparabile bellezza fisica ma anche di costumi gentili e di
eccellente ingegno, che gli fu devoto fino alla fine e dopo la morte fu
esecutore delle ultime volontà. Inoltre nel 1535 conobbe Vittoria
Colonna: i suoi sonetti, composti
nella solitudine
e nel
ricordo dell'amore per il marito morto, l'avevano fatta
apprezzare in tutta Italia e i grandi scrittori del tempo erano in
relazione con lei.
La religione e le idee di una riforma cattolica l'avevano
entusiasmata tanto da diventare l'anima di un gruppo di persone che
intendevano la religione
pura da ogni potere mondano. Quando ella morì Michelangelo, che le
aveva già dedicato altre rime,
compose due
sonetti: l'uno,
ispirato all'idea platonica, paragona Vittoria al martello dello
scultore divino che suscita i pensieri più elevati; l'altro, esalta la
vittoria dell'amore sulla morte. In questi anni, sotto papa Paolo
III Farnese (1534-49), Michelangelo eseguì le ultime grandi
opere: il Giudizio Universale nella Cappella Sistina, gli affreschi
della Cappella Paolina e infine la tomba di Giulio II. Per
comprendere l'arte di quest'ultimo
periodo occorre
sottolineare una
forma di misticismo
che allontanava Michelangelo dal contatto diretto con la natura e gli
faceva credere, come riferisce Francisco de Hollanda, che il pittore non
dovesse essere soltanto esperto di
soggetti religiosi
ma «deve tener buona vita e, se possibile, essere santo». Questo
aspetto lo avvicina al pensiero di Savonarola sull'arte religiosa. Dall'aprile
1536 al
novembre 1541
fu occupato
nell'affresco del Giudizio Universale,
che esprime appunto la sua nuova visione dell'arte e della vita. La
bellezza fisica come fine a se stessa
non interessava più Michelangelo; essa diventava invece un mezzo
per significare uno stato spirituale
superiore. Durante
questi lavori,
racconta Vasari, il papa lo andava spesso a visitare accompagnato dal
suo maestro di cerimonie Biagio da Cesena, il quale, richiesto
di un suo parere,
affermò che tutte quelle nudità sarebbero state più adatte a decorare
una sala da bagno o un albergo. Michelangelo
allora dipinse il ritratto di Biagio nel personaggio di Minosse
all'inferno. E quando il cerimoniere
si lamentò,
Paolo III scherzando
rispose di non poter far nulla nell'inferno dove non c'è alcuna
redenzione. Anche l'Aretino
trovò indecenti
i suoi
nudi, vendicandosi di alcune risposte negative avute dal maestro
alle sue offerte di collaborazione. Egli non disse nulla neanche quando
la sua opera fu giudicata
«porcheria luterana» e quando Paolo IV volle distruggerla o Daniele da
Volterra rivestì il Cristo ignudo,
per cui gli fu dato il soprannome di «braghettone». Mentre
affrescava la Cappella Sistina con i temi
della Conversione
di san
Paolo e
il Martirio di san Pietro,
che lo occuparono dal 1542 al 1550, fu inaugurato nel gennaio 1545 il
monumento di Giulio II in San Pietro in Vincoli, cosa che lo liberò
finalmente da un
lungo incubo.
Ma gli affreschi si
interruppero più di una volta perché l'artista fu colpito dal «mal
della pietra». Il linguaggio di Michelangelo evidenziava sempre più
una semplificazione formale che seppure già perseguita
fin dall'inizio della sua attività, ora appariva nella sua
tragica essenzialità: tolta ogni rappresentazione
in profondità,
le figure prendevano
la consistenza di enormi blocchi e una fissità allucinante nel
paesaggio nudo. La religiosità dell'artista
si fece
sempre più
solitaria per il rifiuto di ogni condizionamento esterno che lo avrebbe
condotto a esprimere la sua idea di
fede cristiana
in modo personale e
mistico attraverso la Pietà
Rondanini (Castello Sforzesco, Milano). Il
1º gennaio del 1547 era stato nominato da Paolo III prefetto e
architetto di San Pietro
con il
conferimento di
pieni poteri nella costruzione del nuovo edificio. L'attività
architettonica fu l'impegno predominante degli ultimi anni; per San
Pietro riprese lo schema a pianta centrale progettato dal Bramante
ampliandolo e concludendolo con la grande cupola che
avrebbe dovuto coprire con la sua ampia ombra tutti i popoli
cristiani. Alla morte dell'artista era
terminato il
tamburo. Attese
inoltre alla
ristrutturazione della piazza del Campidoglio per la quale aveva
studiato la collocazione della statua di Marco Aurelio, che
nel 1537 fu
sistemata per ordine del papa in disaccordo con lo stesso Michelangelo,
che tuttavia partì da essa per l'articolazione dell'area capitolina,
centro ideale della città storica, come rileva G.C. Argan, mentre San
Pietro era il centro ideale della città religiosa. Successivamente
studiò il progetto per la ricostruzione
della chiesa di San
Giovanni dei Fiorentini (1559-60), che tuttavia non venne mai
realizzato. Tra
il 1545 e il 1555 lavorò a
una Pietà di
Palestrina (Galleria
dell'Accademia, Firenze). Ma quando l'ebbe terminata, la ruppe e
l'avrebbe completamente distrutta se un suo servitore
non l'avesse
supplicato di donargliela. Un amico di Michelangelo, Tiberio Calcagni,
l'acquistò e chiese il permesso di ripararla. La morte lo colse il
venerdì sera del 18 febbraio 1564. |