| biografie |
| RAFFAELLO SANZIO O SANTI (Urbino, 1483 - Roma, 1520) |
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L'itinerario
dell'artista nell'Italia centrale giustifica la divisione tradizionale
della sua breve carriera, in tre periodi di crescente importanza. Le
Marche e l'Umbria per Raffaello A
Urbino Raffaello si avvicina
all'arte nella
bottega del
padre Giovanni Santi, discreto ed eclettico artista, ma senza
dubbio più decisivo per la sua formazione è il contatto con il centro raffinato
della corte ducale. Poi completa il suo apprendistato a Perugia presso
il Perugino, che sa
comunicargli un senso dell'ampiezza che egli stesso ha preso
da Piero
della Francesca.
Le opere
prodotte da
Raffaello in questo periodo (dal 1500 fino al 1504 circa) riflettono lo
stile del Perugino,
e talvolta
anche quello
del Pinturicchio
(1454-1513), lasciando intravedere un accento più umano e un gusto
della semplicità che non contraddice il raffinamento dell'esecuzione.
Tra i primi lavori, troviamo la Madonna
leggente col Bambino (Staatliche Museen, Berlino), il San
Sebastiano (Accademia Carrara, Bergamo), la Resurrezione
(Museu de arte,
San Paolo),
dove è
più evidente l'influenza del Pinturicchio, e la Crocifissione Mond (National Gallery, Londra). La
pala d'altare
della chiesa
di San Francesco al
Monte di Perugia (1502-03, Pinacoteca vaticana) fa dell'
Incoronazione della Vergine il soggetto
di una composizione a
due piani, dove la varietà degli atteggiamenti e delle
espressioni testimonia una ricerca personale. Dipinto nel 1504 per San
Francesco di Città di Castello, lo Sposalizio della Vergine (Pinacoteca
di Brera, Milano) riprende con più grazia la dimostrazione di geometria
spaziale che il Perugino
aveva raggiunto
nella Consegna delle chiavi per la Cappella Sistina. Firenze
per Raffaello Trasferitosi
a Firenze nel 1504 (dove rimarrà quattro anni, inframmezzando il
soggiorno fiorentino a brevi ritorni a Perugia
e a Urbino), il giovane maestro provinciale scopre nuovi
orizzonti. Egli non può ignorare né la tradizione
del Quattrocento
né la
presenza simultanea di Leonardo da Vinci e Michelangelo. Le
composizioni monumentali di Fra' Bartolomeo (1472-1517) contribuiscono
ad allargare il campo della sua esperienza. La sua produzione dell'epoca
risente di queste correnti diverse, ma l'umanità sempre più profonda
di cui essa è impregnata
si deve già tutta alla sua visione personale. La cultura fiorentina è
alla base di alcuni piccoli quadri dall'aspetto raffinato: San
Michele, San Giorgio
(Museo del Louvre, Parigi); San
Giorgio e il drago
e Madonna col
Bambino
detta «piccola
Madonna Cowper» (National Gallery, Washington); il dittico un
tempo formato dal Sogno del cavaliere (National Gallery, Londra) e le
Tre
Grazie (museo Condé, Chantilly). Ma Raffaello, a Firenze, si
consacra soprattutto a variazioni sul tema della
Madonna, dando
alla figura della
Vergine accenti inimitabili di femminilità e di tenerezza. A volte sola
col Bambino, la Vergine è
spesso accompagnata
da altri personaggi,
anch'essi inseriti in un paesaggio di tradizione umbra, luminoso e
sereno. Le più celebri Madonne fiorentine di Raffaello sono quelle
dette del granduca (Palazzo
Pitti, Firenze) e d'Orlèans
(museo Condè, Chantilly), la Madonna
del Prato (Kunsthistorisches Museum, Vienna), dove il
gruppo a
piramide si
ispira alla
Sant'Anna di Leonardo,
come nella Madonna del cardellino
(galleria degli Uffizi, Firenze) o nella Belle
Jardiniére (Louvre);
ricordiamo ancora
la Madonna Bridgewater (National Gallery, Edimburgo), la Madonna
Esterházy (museo di Belle Arti, Budapest) e la celebre
Madonna
Tempi (Alte Pinakothek, Monaco), in cui l'artista raggiunge
un sommo equilibrio tra reale e ideale. Lo stesso tema è anche al
centro di
composizioni più ambiziose, ma chiaramente articolate, che si
amplificano in «conversazione sacra»: la pala «Colonna»
(Metropolitan Museum, New York), la pala Ansidei
(National Gallery, Londra), la Madonna
del baldacchino (Palazzo Pitti). Il Trasporto
di Cristo morto (galleria
Borghese, Roma) è il soggetto principale della pala «Baglioni»,
dipinta nel 1507 per San Francesco di Perugia; vi si trova
eccezionalmente uno stile teso, con una ricerca
plastica ispirata
a Michelangelo. L'affresco con la Trinità
e santi, dipinto a San Severo di Perugia, mostra in compenso
un'ampiezza tranquilla che annuncia il Trionfo
dell'Eucarestia. Al periodo
fiorentino appartengono
infine alcuni bei ritratti nei quali è manifesta l'influenza di
Leonardo: Donna gravida , Agnolo Doni e
Maddalena Doni (Palazzo Pitti), sullo sfondo di un paesaggio
come la
Dama con
il liocorno
(galleria Borghese). Del 1508 circa è la Muta
(Galleria nazionale, Urbino), capolavoro della ritrattistica di
Raffaello, anch'esso caratterizzato
dall'adesione a motivi leonardeschi. Roma:
le commissioni
pontificie Arrivato
a Roma nel 1508, Raffaello vi trova il terreno favorevole al fiorire del
suo genio. Esaltato e maturato dalla rivelazione dell'antichità, oltre
che dall'esempio di Bramante
e di Michelangelo,
egli appare ben presto come l'artista più abile nel tradurre
in un linguaggio di
portata universale i grandi disegni dei papi umanisti del Rinascimento,
e in
particolare di
Giulio II,
che sogna
di resuscitare la Roma imperiale sotto la dominazione spirituale,
temporale e culturale della Chiesa. Nei Palazzi Vaticani, una
squadra di pittori senesi e umbri aveva appena iniziato la
decorazione dell'appartamento situato sopra quello di Alessandro
VI Borgia. Dal
1508, Giulio II decide di sostituirli con Raffaello, che Bramante aveva
introdotto alla corte pontificia. Nascono così le Stanze vaticane, il più celebre
ciclo di
affreschi dovuti all'artista e, in gran parte, alla sua bottega.
La stanza detta «della
Segnatura» viene dipinta dal 1509 al 1511, quasi completamente dalla
mano di Raffaello. Questo insieme, dove la sua arte raggiunge il punto
d'equilibrio e obbedisce a un'ispirazione particolarmente elevata, dà
forma a un grande progetto dell'umanesimo, la riconciliazione della
cultura pagana con l'ideale cristiano. Tra le figure grottesche già eseguite dal
Sodoma (1477-1549),
i quattro medaglioni
della volta rappresentano le allegorie della Teologia,
della Filosofia, della Poesia e della
Giustizia,
alle quali
si riferiscono i soggetti dei cassettoni vicini (Adamo
ed Eva, Astronomia, Apollo e Marsia,
Giudizio
di Salomone). Il
tema quadripartito è sviluppato nei grandi affreschi delle
pareti, dove l'allegoria lascia spazio a figure viventi. Illustrando
la teologia, il Trionfo
dell' Eucarestia (celebre con il nome di Disputa
del Sacramento) sovrappone magistralmente
una zona
terrestre, quella
della Chiesa militante (dottori, papi e fedeli), e una zona celeste,
quella della Chiesa trionfante (profeti, apostoli
e santi), in
uno spazio curvo dove tutto converge verso l'ostensorio centrale.
La filosofia è celebrata nella Scuola
di Atene ,
le cui
figure di filosofi e
sapienti popolano la prospettiva maestosa di un tempio ispirato a
Bramante. Per la poesia, vi è
la composizione
non meno chiara del
Parnaso, dove i poeti antichi e moderni accompagnano Apollo e le Muse;
per la giustizia, infine, due scene, Gregorio IX che promulga le decretali e Triboniano che consegna le
pandette a Giustiniano , separate da una finestra e sormontate da
una rappresentazione allegorica delle Virtù.
Dipinta dal 1511 al 1514, la
stanza detta «di Eliodoro» denota un'evoluzione rispetto alla
precedente. Meno ideale, più storico, contenente anche allusioni
alla politica pontificia, il tema delle pareti (i medaglioni
della volta offrono quattro episodi dell'Antico Testamento) è quello
dell'intervento divino a favore della Chiesa. D'altra parte, il registro
dei mezzi pittorici si è esteso: con la scena della
Cacciata di Eliodoro dal
Tempio (da notare la presenza significativa di Giulio II), è il
movimento a entrare in gioco; con
la Liberazione di
san Pietro dal carcere , il chiaroscuro in una versione
notturna; con la Messa di Bolsena,
il realismo,
come testimoniano
i ritratti dei dignitari della corte pontificia, e il colore, trattato più
generosamente, senza dubbio sotto l'influenza veneziana; con Attila
e Leone Magno (sotto i tratti di Leone X, successore di
Giulio II), infine, una nuova formula di composizione,
per masse
ineguali. Già sensibile nella stanza di Eliodoro, il contributo
dei collaboratori di Raffaello diviene più consistente nella camera
detta «dell'Incendio di Borgo», dipinta per Leone X dal 1514 al 1517 e
incentrata su un tema che privilegia la storia e l'attualità. Le
quattro scene
principali hanno come protagonisti i papi di nome Leone. Roma:
altri lavori
I
cantieri del Vaticano non assorbono completamente la prodigiosa attività
di Raffaello, che decora
con affreschi
numerosi edifici
romani. Quello che rappresenta Isaia
tra due putti, nella chiesa di Sant'Agostino (1511), ricorda molto da
vicino i profeti di Michelangelo. Le commissioni di Agostino Chigi
meritano un'attenzione particolare. Al piano terra della sua villa,
chiamata più
tardi «la Farnesina»,
Raffaello dipinge nel 1511 il Trionfo di Galatea, composizione agile e impregnata
di delicata
umanità. È
ancora il sentimento
plastico di Michelangelo che ispira le quattro Sibille,
gli angeli e i putti che sormontano un arco di Santa Maria della
Pace (1514). A Santa Maria del Popolo, la cappella Chigi, la cui
architettura è di Raffaello, presenta alcuni mosaici eseguiti
su suo disegno (1516). Il maestro viene infine incaricato, nel
1517, di decorare ad affresco la loggia di villa Chigi. A discapito
dell'esecuzione, l'invenzione, molto originale, gli appartiene, come
testimoniano alcuni bei disegni. Il
salone imita
un pergolato
con festoni di fiori e di frutti; la favola di Psiche occupa il
centro della volta e le sue dieci linee di imposta. La
serie delle
Madonne romane continua quella del periodo fiorentino, in uno
stile più maturo e spesso più serio. La Madonna d'Alba (National Gallery, Washington) è in tondo, come la
celebre Madonna della seggiola
(Palazzo Pitti). La Madonna del
diadema (Louvre) è di piccolo
formato, mentre
un'ampia composizione contraddistingue la
Madonna di Foligno (Pinacoteca vaticana), la Madonna
del pesce (museo del Prado, Madrid) e la Madonna
Sistina (Gemäldegalerie, Dresda); quest'ultima, che
proviene da
San Sisto di Piacenza, è la più mistica nella sua sobrietà.
Altri quadri religiosi risalgono al periodo romano: la Visione
d'Ezechiele (Palazzo Pitti), di effetto monumentale
malgrado il
piccolo formato;
Santa Cecilia (pinacoteca di Bologna), con la sua natura morta di
strumenti musicali; infine la celebre Trasfigurazione
(Pinacoteca vaticana),
a due ordini, la cui parte inferiore tradisce l'intervento degli
allievi. L'intensa attività di Raffaello non gli impedisce di
dipingere, a Roma, ritratti la cui raffinatezza eguaglia la semplicità:
un Ritratto di cardinale (Prado),
Baldessar
Castiglione (Louvre), Fedra
Inghirami (Palazzo Pitti), la Donna
velata (Palazzo Pitti), il presunto Bindo Altoviti (National
Gallery, Washington),
Leone X tra due cardinali (Uffizi). L'universo
di Raffaello
Ciò
che rivela prima di tutto l'opera del maestro in questi tre periodi, e
ciò che spiega
più facilmente
il suo successo, è
la prodigiosa facoltà che egli ebbe di tradurre concetti elevati
in un linguaggio naturale e accessibile
a tutti,
in un
mondo di
forme percorso da un soffio profondamente umano. L'esempio delle
Madonne è significativo. L'accento può essere posto sulla maternità
felice ( Belle Jardiniére, Madonna della seggiola
), o sulla gravità della sua missione ( Madonna
Sistina); in ogni caso, ci si trova di fronte all'immagine
vivente di
una femminilità che
unisce grazia e nobiltà. Ma i grandi cicli romani permettono a
Raffaello di dimostrare in modo più
completo la
sua originalità
e inventiva. Non si può, certo, attribuire all'artista tutto il
merito di un programma
come quello
della stanza
della Segnatura,
dove l'umanesimo acquista una risonanza neoplatonica. Il pensiero
pontificio ha avuto qui la sua parte, ma l'interpretazione di Raffaello
lo traduce in modo comprensibile. La vocazione dell'artista non era
quella di tracciare figure allegoriche (presenti tuttavia
per fissare il tema), ma piuttosto di svilupparne il significato
in scene diverse, ciascuna delle quali
racconta un'avventura
dello spirito umano.
La composizione ha evidentemente un ruolo fondamentale. Essa esprime
attraverso se stessa, per il bilanciarsi delle masse, per l'equilibrio
finale delle forze che mette in gioco, per il posto che assegna a ogni
cosa, ma anche per l'agilità delle sue linee determinanti, l'idea di un
ordine spirituale. Essa respira all'interno di uno spazio che amplifica
la prospettiva, dove le figure contano soprattutto per la loro
disposizione. Tutto
questo è
segno di
un temperamento classico, ma il genio di Raffaello è abbastanza
ricco da ammettere anche tendenze apparentemente contrarie. La stanza
d'Eliodoro ne è la prova, con l'interesse che vi si manifesta per il
movimento, per l'illuminazione notturna,
per l'accidentale,
e per quella verità
individuale che esprimono con tanta penetrazione gli ammirevoli ritratti
dipinti a Roma o a Firenze. La
mano di Raffaello
Bisogna
guardarsi da un errore abbastanza frequente che
consiste nel credere
che il merito di Raffaello risieda nella concezione e forse nella
composizione, ma non nell'esecuzione, e nel
ridurre l'artista, come voleva Bernard Berenson, a un geniale «illustratore».
Raffaello è anche un grandissimo pittore. È vero che una specie di
pudore l'ha spesso spinto a dissimulare i suoi mezzi e la sua
scienza sotto un'apparenza di semplicità, persino di ingenuità.
È vero anche che egli ha avuto il ruolo di maestro di bottega, che
l'ampiezza del suo
compito l'ha spesso obbligato ad affidare, in parte o anche
completamente, l'esecuzione degli incarichi ai suoi allievi o
collaboratori, che non è facile infine determinare il grado esatto
d'importanza dei suoi interventi. Ci si accorda tuttavia
a giudicare
autografe un certo numero di opere la cui qualità è evidente: qualità
del disegno, testimoniata d'altronde dai numerosi studi
preparatori del maestro che le grandi collezioni mondiali
conservano e che fanno gustare tutta la sensibilità dei contorni nati
da un gioco di
curve; qualità del colore, generalmente discreto e in funzione
della forma, qualche volta più ricco come dimostra la Messa
di Bolsena;
qualità del tocco, leggero e vibrante nei migliori casi, ma di
un virtuosismo che non si manifesta volentieri. Il
pittore e la posterità Le
incisioni di Marcantonio Raimondi (1480-1534), contemporaneo di
Raffaello, hanno contribuito alla
popolarità della
sua opera.
La diffusione dello stile si è attuata grazie ai suoi numerosi
aiutanti e discepoli, tra i quali Giulio Romano appare di gran lunga il
più personale. È pur vero che l'uso fatto da
questi del
linguaggio del
maestro è spesso sfociato nel manierismo. Per
lungo tempo, e non senza abusi, l'opera di Raffaello è stata
considerata come una sorta di manifesto del classicismo. È forse questo il motivo
principale del
disdegno che essa incontra spesso dalla metà del XIX secolo e che si
esprime in particolare nella ribellione dei preraffaelliti. Ancora
ai nostri giorni, le qualità di Raffaello non riescono sempre a
soddisfare un gusto
piuttosto teso
alla ricerca
dell'inatteso e dell'incompiuto. Uno sguardo attento permette d'altra parte
di scoprire sotto la veste della semplicità la freschezza e
l'elevazione del suo messaggio. Le opere architettoniche di
Raffaello contribuiscono a definire lo spirito del Rinascimento
classico. La maggior
parte dei
lavori si trova a
Roma. La chiesa di Sant'Eligio degli Orefici risale al 1513 circa. Nel
1514, Raffaello viene nominato, dopo
Bramante, direttore
dei lavori della basilica vaticana; adotta un progetto che abbandona la
croce greca per quella latina, ma che non verrà mai
eseguito come tale.
In compenso, s'ispira a un progetto di Bramante per San Pietro nel
costruire verso il 1515, a Santa Maria
del Popolo,
la cappella Chigi. La
loggia di Villa Madama, del 1516 circa, è notevole per la sua volta
decorata a stucco. |