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Nell’Ottocento la Casa di Hessen e la Casa Romanov erano gia’ unite da matrimoni dinastici. Nel 1884 la principessa Ella fu data in sposa al granduca Serghei Alexandrovic; dieci anni dopo la sorela minore di Ella, Alice, avrebbe sposato l’erede al trono russo e sarebbe diventata l’ultima zarina russa. Negli anni 1884-1891 S. Elisabetta visse con suo marito a San Pietroburgo, e dal 1891, quando Serghei Alexandrovic fu nominato Governatore generale in Mosca, si sistemo’ nell’antica capitale. Convertitasi all’Ortodossia nel 1891, la granduchessa ricevette il nome Elisabetta, in onore della madre di S. Giovanni Battista. Gia’ a San Pietroburgo Elisabetta aveva cominciato a svolgere le sue attivita’ di beneficenza; dopo il trasferimento a Mosca le opere di beneficenza diventarono presto la caratteristica principale della sua vita. La Santa univa all’amore dei poveri una calda devozione; dopo la conversione all’Ortodossia prese ad amare la Chiesa di tutto cuore. Molti monasteri e tante chiese serbano un ricordo degli innumerevoli pellegrinaggi della granduchessa. Durante la guerra russo-giapponese del 1904-1905 S. Elisabetta trasformo’ il Palazzo del cremlino in una fabbrica vera e propria che produceva per il fronte vestiti caldi e tutto cio’ che serviva ai soldati. Si allestivano chiese da campo. Nel Palazzo del Cremlino, sotto la guida della granduchessa, lavorarono donne di tutte le condizioni. In ambito generale, uno dei piu’ grandi meriti di Elisabetta nei confronti di Mosca fu l’organizzazione del lavoro femminile. Nel 1905 un membro del partito socialista uccise il Governatore generale di Mosca (cioe’ suo marito). Elisabetta subi’ la disgrazia con un coraggio senza precedenti. Poco dopo la tragedia, Vangelo in mano, visito’, nella cella del carcere, l’assasino del marito... Sfortunatamente, non riusci’ a toccare il cuore del terrorista e piegarlo al pentimento. Comunque, la catastrofe, inaspettatamente, diede a S. Elisabetta liberta’ d’azione. Dopo il periodo di lutto, nel corso del quale Elisabetta stette in profonda meditazione, fece un passo coraggioso che provoco’ chiacchiere e anche beffe. La Santa sciolse la sua corte, abbandono la societa’ mondana e divise in alcune parti i propri gioielli: una parte venne restituita al tesoro di Stato, qualcosa fu lasciato ai parenti, ma la parte maggiore fu destinata alla beneficenza. In quest’ultima parte Elisabetta incluse persino il suo anello nuziale. Infine, nel 1909 si sistemo’ nelle stanze modeste di una casa situata in una tranquilla zona mercantile di Mosca, dove, con i mezzi offerti dalla Santa, si fondo’ la comunita’ di Maria e Marta. Elisabetta sperava di unire "il servizio di Maria" e "il servizio di Marta", una compassione attiva e la vita mistica in Cristo. Il suo progetto riusci’. Con sostegno del metropolita di Mosca Vladimir, la comunita’ delle crocerossine di Marta e Maria svolse presto a Mosca attivita’ vastissime. Le sorelle, che non si consacravano monache formalmente ma pronunciavano dei voti, vivevano continuamente nella comunita’, il cui centro divento’ la chiesa dell’Intercessione della Madre di Dio, uno splendido monumento architettonico del Novecento. Padre spirituale della comunita’ e parocco della chiesa fu l’arciprete Mitrofan Srebrianskij, un uomo di vita giusta e di ampia saggezza spirituale. (Dopo tanti anni passati nei lager sovietici, P. Mitrofan mori’ negli anni quaranta nella regione di Tver, dove finora e’ venerato come un santo non canonizzato). Segretamente Elisabetta si fece monaca: questo fatto venne risaputo solo dopo la sua morte da martire.
SS Elisabetta e Varvara
Presso la comunita’ di Marta e Maria si trovavano inoltre un ospedale e un ambulatorio per i poveri, una farmacia, dove ai poveri si rilasciavano gratuitamente le medicine, nonche i corsi per le crocerossine. Una mensa gratuita sfamava quotidianamente trecento persone. Nella scuola domenicale studiavano le donne che lavoravano nelle fabbriche di Mosca; nella chiesa della comunita’ si tenevano conversazioni morali e religiose con il popolo; funzionava anche una biblioteca gratuita. Le sorelle della comunita’ raccoglievano, nei bassifondi di Mosca, bambini abbandonati e orfani che venivano affidati ad uno dei due orfanotrofi (maschile e femminile) che esistevano presso la congregazione. Le sorelle della comunita’ impegnavano anche nell’educazione dei bambini. Per gli allievi si organizzavano appositamente i posti di lavoro. Per le giovani lavoratrici venne istituita da S. Elisabetta una casa di abitazione che salvava le ragazze, nei casi in cui fossero licenziate, dalla perdizione sul marciapiede. Infine, la Santa apri’ un ospizio per le donne provenienti dai ceti sociali piu’ bassi, che erano inguaribilmente malate di tuberculosi; due volte alla settimana Elisabetta le visitava mettendo in quest’iniziativa un particolare imegno e attenzione. Nel 1914 scoppio’ la guerra. Da allora S. Elisabetta mise tutte le sue energie al servizio dei feriti che visitava sia negli ospedali di Mosca sia al fronte. La Santa non faceva nessuna distinzione fra feriti russi e tedeschi e veniva, per questo, rimproverata da parecchi... La rivoluzione del 1917 non fece perdere alla Santa l’abituale aytocontrollo. Le perquisizioni della comunita’, le imprecazioni umilianti non turbarono la sua profonda pace interiore. L’ambasciatore tedesco due volte invitava la Santa ad emigrare ed ambedue le volte ricevette un rifiuto categorico e la risposta che Santa voleva condividere la sorte del Paese che le era diventato cosi’ caro. La Pasqua del 1918 divento’ per Elisabetta l’inizio della sua via crucis: dopo la famiglia dello zar la portarono agli Urali, a Ekaterinburg, mettendola agli arresti domiciliari. Nell’esilio la Santa fu accompagnata dalla sua fedele servitrice, suor Varvara. I soldati che facevano la guardia alle prigioniere, le trattavano malissimo; tuttavia, ad Elisabetta e a Varvara fu permesso di partecipare alle funzioni religiose. Poco dopo a Ekaterinburg furono portati alcuni altri prigionieri provenienti dalla casa Romanov che in seguito, insieme a Elisabetta e Varvara, furono trasferiti ad Alapaievsk, una piccola citta’ vicino ad Ekaterinoburg. In Russia infuriava la guerra civile; in un certo momento i bolscevichi furono costretti a ritirarsi dagli Urali. Affinche’ l’imperatore, l’erede e i membri della famiglia ex regnante non fossero liberati, i capi della rivoluzione diedero l’ordine di giustiziarli... Un giorno dopo la fucilazione della famiglia dello zar, il 18 luglio 1918, Elisabetta, Varvara ed alcuni altri prigionieri furono portati via dalla citta’ e buttati in una miniera abbandonata. Quando l’esercito bolscevico si era ritirato, i corpi dei giustiziati furono riportati al suolo e sepolti cristianamente. Secondo le indagini, S. Elisabetta, anche dopo aver subito, cedendo, delle ferite mortali, avrebbe cercato di fasciare con un fazzoletto la testa del principe Ivan Konstantinovic... Prima del ritorno dei bolscevichi i corpi dei martiri furono trasportati nel lontano Sud-Est, a Pechino, mentre, a cavallo fra il 1920 e il 1921, una sorella della Santa, principessa Vittoria provvide a far arrivare i corpi di Elisabetta e Varvara a Gerusalemme, dove la processione funebre fu accolta dal Patriarca di Gerusalemme Damian. Le martiri furono seppolte nella chiesa russa di Maria di Magdala, ai piedi del monte degli Ulivi. La venerazione di S. Elisabetta non cesso mai ne’ a Mosca, ne’ nell’ambiente dell’emigrazione russa. Nella primavera del 1992 il concilio episcopale della Chiesa Ortodosa Russa canonizzo’ le martiri Elisabetta e Varvara. Elisabetta andava dagli emarginati e diventava per loro sorella e madre. Non fu pero’ toccata dalla tendenza di passare agli usi semplici; manteneva sempre il gusto della cultura alta e trasformo’ la sede della sua comunita’ in un vero e proprio capolavoro dell’arte religiosa. Architettura, pittura, canto, lo stesso modo di vivere della comunita’, rappresentavano una sintesi di tutto cio’ che c’era di meglio nell’antica tradizione ortodossa. La semplicita’ d’amore e la concentrazione interiore di S. Elisabetta, il suo cuore cristiano integrale ci fanno di nuovo pensare delle due donne sante scelte da Elisabetta come modelli. Servire Gesu’, ed essere ai suoi piedi ascoltando le parole della vita; eseguire la Sua parola, e rimanere la piu’ umile delle alunne che accoglie Gesu’ in ogni povero; donare a Gesu’ l’olio prezioso della propria vita, ed entrare con Lui nella Vita della Santissima Trinita’. E’ usato il libro "Molteplici esperienze dell’unico Vangelo" di P. Tecle Vetrali, O.F.M. Venezia-Roma, 1998.
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