|
Occhi di
fanciullo
I
Aprii lentamente gli
occhi quella mattina e vidi il volto della mamma. Vi affiorava a
fatica un mesto sorriso.
Dai, coraggio poltrone
- mi disse sotto voce, con tono ricercatamente giocoso - dobbiamo
partire. Ci aspetta un lungo viaggio.
Sapevo di quel viaggio.
Me ne aveva parlato tante altre volte nei giorni precedenti.
Dobbiamo raggiungere il babbo,
mi diceva. E' in America il babbo.
Il babbo…pensai
nella nebulosità della mia coscienza ancora intorpidita. Io non mi
ricordavo più chi fosse il babbo. Era partito qualche anno prima,
per cercare quel lavoro che a San Marino non c'era. Faceva lo
scalpellino. Era anche bravo, ma il lavoro per lui non c'era. Lo
conoscevo ancora solo perché avevo qualche sua foto da cui mi
appariva con la sua eterna sigaretta in mano, con la sua aria fiera,
impettita e tenebrosa, con i suoi bei capelli neri ordinatissimi,
tutti imbrillantinati. Mi piacevano tanto quei capelli così lucidi e
appiccicati al cranio. Tutti i giorni volevo che mamma o nonna mi
pettinassero così.
Dai, dormiglione. Fra un po’
dobbiamo prendere il treno per Genova; poi da lì una grande nave
come non ne hai mai viste. Dopo qualche giorno arriveremo a New
York, dove c'è il babbo.
America, New York…Che
parole strane! Non riuscivo a capire cosa significassero. Sapevo che
erano posti lontani, molto lontani; ma non riuscivo a capacitarmi
del loro vero significato, del senso che avevano nel discorso che
stava cercando di farmi la mamma.
Ciao, piccolo!
Era mia nonna sopraggiunta all'improvviso mentre mamma mi stava
ancora vestendo. Abitavamo da sempre con lei e con il nonno nel loro
appartamentino modesto modesto.
Sei pronto per partire?
mi chiese con mal simulata serenità. La guardai non ancora ben
consapevole di ciò che mi stava accadendo. Non mi ero del tutto
svegliato, e quel gran movimento, ad un'ora che doveva essere ancora
poco più che notturna, non mi aiutava a capire meglio le cose. Che
voleva dire poi partire? Chi era mai partito? Sì, ero andato qualche
volta a Rimini, in Borgo al mercato, dai parenti a Fiorentino, ma mi
sembrava che quella partenza fosse ben più strana, più solenne; che
partire, in quella particolarissima occasione, non significasse
proprio quello che intendevo io.
Mah…forse tutto era
così insolito e incomprensibile perché ero ancora poco lucido. Mi
recai in bagno per darmi una sciacquata alla faccia e per fare tutto
ciò che si fa quando ci si alza per incominciare una nuova giornata,
anche se anomala, buia e muta come quella.
Fu allora che compresi.
Di fianco alla porta del bagno, seduto sul liso divano di velluto
verde dove tante volte mi ero addormentato ascoltando i racconti dei
grandi, c'era il nonno, il mio anziano nonno che avevo sempre visto
allegro e spensierato come un giovanotto, forte come una quercia
secolare, sicuro come chi dalla vita non temeva più nulla perché ne
aveva assaggiato già tutti i sapori più amari.
Stava guardandomi come
non lo avevo mai visto fare, con il volto sciupato e stanco,
contratto in una smorfia indefinibile, in parte coperto da una mano
che martoriava un fazzoletto raggrinzito.
Stava piangendo come un
bambino.
Vidi in quel vecchio
viso solcato dalle rughe, in quell’uomo a cui non avrei mai e poi
mai attribuito la capacità di piangere, di gemere con tanta
afflizione, che quella mia imminente partenza era proprio tutt’altra
cosa rispetto a quelle che conoscevo io.
II
Il viaggio fu orrendo.
Non per arrivare a Genova. Anzi; sul treno, che non avevo mai preso
prima, mi divertii anche. No, fu terribile il viaggio sulla nave,
immensa, paurosa, mastodontica, piena di odori strani, di gente dai
mille linguaggi, di sguardi tristi e incerti nel domani, di sospiri,
di rumori metallici, di sopravvivenza randagia. E poi non stava mai
ferma. Nove terribili giorni durò quel viaggio. Tutte le burrasche
atlantiche che si potevano incontrare le incontrammo. Vomitai tutto
quello che potevo vomitare. Continuai a farlo anche quando non avevo
più nulla nello stomaco.
Perché mi hai portato qui?,
chiedevo sgomento alla mamma che, poveretta, era afflitta da mille
angosce. Perché non siamo rimasti a San Marino dove si stava
tanto bene?
A casa mia stavo
davvero bene. I miei giochi, i miei amici, la possibilità di correre
in pace per le strade o in mezzo al verde senza paura di nulla, i
miei nonni. Lì invece mi sembrava di essere stato precipitato in un
inferno. Non capivo, proprio non capivo.
Non c'era lavoro a San Marino,
mi sentivo ripetere con fin troppa indulgenza. Non c'erano soldi
per campare. Siamo dovuti partire perché non potevamo più tirare
avanti in quelle condizioni. Il babbo ha trovato un buon lavoro in
America, ma per sistemarci per bene ci vorrà ancora qualche anno; e
anche il nostro aiuto. Non possiamo poi stare troppo tempo senza il
nostro babbo. Anche lui ha voglia di vederci.
Non capivo, continuavo
a non capire. Gli avevamo pure mandato delle fotografie! Perché
voleva vederci? Non meritava fare quel viaggio infernale solo per
vedersi, pensavo tra me e me con quell’ingenuità fanciullesca che,
se caratterizzasse tutti, farebbe girare meglio il mondo.
Non sapevo,
allora, quanto sia vitale per una donna avere accanto il suo uomo,
in particolare quando le cose non vanno troppo bene, né quanto lo
sia pure per un uomo. Un bambino di cinque anni non può capire
quanto la fatica di vivere si attenui quando si è in due a
sopportarla insieme. La mamma forse avrebbe anche potuto starsene ad
aspettare a San Marino, così come il babbo a lavorare da solo in
America. Ma a che giova, per un uomo, tornarsene a casa la sera
stanco e abbruttito da ore e ore di gravoso lavoro se non trova ad
attenderlo il sorriso del proprio figlio, l'odore del cibo
preparatogli dalla moglie, un'occhiata compassionevole e grata, una
carezza piena d'amore? A che serve vivere lontani, soli, stranieri
ed emarginati se, rincasando la sera, si è sempre, comunque e anche
di più lontani, soli, stranieri ed emarginati? E per una donna, che
di solito ha così spiccato il senso del nido e della famiglia, a che
serve ricevere soldi, anche tanti, se poi non ha un uomo, il suo
uomo, da accudire, a cui stare accanto?
Ecco il vero motivo di
quel viaggio senza fine, di quell'incubo in cui ero stato
scaraventato. Non potevo comprenderlo all'epoca. Riuscii a farlo
solo molti anni dopo.
III
Sbarcammo il 16
novembre 1957. Ad attenderci c'era il babbo con la sua eterna
sigaretta in bocca, i suoi neri capelli tutti imbrillantinati, un
bel doppiopetto grigio, un paio di scarpe bianche e blu così lucide
da potercisi specchiare, il suo fare tenebroso. C'era anche qualche
altro milione di persone, almeno a me sembravano milioni, quante non
ne avevo mai viste, ma la mia attenzione, dopo un primo momento in
cui si era smarrita in quel marasma pazzesco di gente, rumori,
colori e altro, fu rapita dal mio babbo. Abituato a vederlo piccolo
piccolo, nelle fotografie che guardavo a casa, mi sembrava enorme.
Non diverso; solo enorme. Dopo qualche effusione con la mamma, mi
prese in braccio e mi tenne così finché non arrivammo ad una strana
macchina gialla su cui montammo insieme a qualche bagaglio. Non
rammento i discorsi, le chiacchiere, gli sguardi, gli ammiccamenti e
tutto quanto dovette sicuramente accadere in quel frangente. Ricordo
invece quella strana macchina gialla, guidata da un singolare tipo
dalla pelle nera che parlava una lingua marziana. Ricordo anche il
traffico terribile in cui subito c'immergemmo. Non sapevo se
piangere, ridere o starmene indifferente. Un po’ ero contento per la
gioia che c'era sul volto dei miei genitori. Un po’ ero triste
perché quella follia in cui ci stava guidando quell'uomo nero era
paurosa, assolutamente diversa da quel presepe di paese che avevo
lasciato qualche giorno prima. Un po’ ero indifferente perché
contentezza e tristezza si compensavano. Decisi di restare
indifferente, almeno per il momento.
Ero anche intimidito
dal babbo, perché lui sapeva bene cosa volesse dire ritrovare un
figlio dopo anni di separazione, e faceva di tutto per farmelo
capire; mentre io non sapevo cosa significasse ritrovare un babbo,
perché non mi ero mai davvero accorto di averlo perso.
Arrivammo a casa, o
perlomeno a quella che mi raccontarono sarebbe stata la nostra casa
da lì in poi. Era un vecchio appartamento, collocato all'interno di
uno squallido condominio, che si elevava in mezzo ad una fila
lunghissima di condomini a lui simili e come lui decrepiti. A pian
terreno c'erano alcuni negozi, una lavanderia automatica, la cui
funzione mi divenne chiara solo dopo parecchio tempo, tanto
ingolfamento di automobili parcheggiate dovunque o sfreccianti come
matte lungo quella strada rumorosissima e poco pulita.
Mi guardavo attorno
stupito, non più indifferente. Quando ad un certo punto entrai
nell'appartamento dove avrei dovuto vivere, venni assalito da un
senso di smarrimento, forse più di soffocamento. Era poco più di un
tugurio, angusto, buio, maleodorante. Non che mio padre non lo
avesse pulito prima che arrivassimo. No, era proprio così per sua
natura. Le cose vecchie possono imbellettarsi quanto vogliono:
rimangono inesorabilmente vecchie. Era l'anima stessa di quell'appartamento
ad essere vecchia. L’odore, le pareti stinte, i pavimenti consunti,
i servizi igienici incrostati di una patina giallognola, le finestre
che avevano mostrato lo squallido esterno a chissà quanti occhi, per
chissà quanti anni, qualche schifoso animaletto nero che ogni tanto
correva lungo gli angoli delle pareti: tutto di quell'appartamento
era ostinatamente vecchio e stantio.
La mamma, come me,
rimase di stucco. Il babbo se ne accorse: Non ho potuto
permettermi di meglio fino ad oggi, disse con un filo di voce
tra l'imbarazzato e il vergognoso. Ho dovuto mandarvi un mucchio
di soldi…Se lavoreremo in due, se non dovremo mandare troppi dollari
a San Marino, potremo permetterci una casa migliore fra non molto,
magari come quella che si è fatta lo zio.
Stava parlando del
fratello più giovane che, emigrato anche lui a New York, si era
saputo creare una posizione migliore della sua, e già era riuscito a
costruirsi una bella casa in una zona residenziale a diversi
chilometri di distanza dal nostro popolarissimo quartiere.
Mia madre per un po’
rimase in cupo silenzio. Poi all'improvviso disse: Io non voglio
farmi una casa migliore. Voglio tornare in fretta a San Marino,
invece. Ho già visto abbastanza: ho già capito che questo non è e
non sarà mai il mio mondo. Tutte le nostre fatiche, tutte le energie
le dovremo impiegare non per star qua, ma per costruirci una
posizione dignitosa, magari anche con una casa decente, dove siamo
nati. Altre chiacchiere non m’interessano e non le voglio
ascoltare.
La mamma era
sempre stata una donna decisa, anche troppo. Era cresciuta servendo
vino, sigari e pasti caldi al Dopo Lavoro, poi si era
guadagnata il pane facendo la cameriera e la cuoca nei primi, miseri
ristoranti sammarinesi. Non aveva avuto tempo per sognare, né per
illudersi più di tanto: preferiva andare subito al punto. Il babbo
lo sapeva; non osò perciò contraddirla. Eravamo scioccati dal
viaggio e da quel primo, tragico impatto con quella nuova realtà
dove avremmo dovuto vivere chissà per quanto. Non era proprio il
caso di farci accantonare fin da subito il desiderio, il bisogno, il
drammatico sogno di tornare a casa, a quella che in quel momento
angosciante era la nostra vera, unica casa, alla nostra aria, come
diceva sempre la mamma, che possedeva, secondo lei, addirittura
grandi capacità terapeutiche e taumaturgiche.
La discussione finì
dunque sul nascere. Di poche cose, infatti, si poteva essere certi
in quella circostanza, ma che saremmo prima o poi tornati a casa era
assolutamente fuori discussione.
IV
Nei mesi successivi
cercammo di abituarci alla nostra nuova vita. La mamma si mise a
sistemare la casa abbellendola con tutti quei ritocchi e quegli
ammennicoli che solo la mano di una donna sa sfruttare e disporre al
meglio. Alla fine non riuscì a mascherare del tutto lo squallore e
il vecchiume di cui era permeata, ma un po’ meglio la rese.
Iniziò anche a lavorare
qualche ora al giorno come commessa nella lavanderia sotto casa,
assistendo chi portava i propri stracci a lavare, cambiando i soldi
che servivano per mandare le macchine automatiche, tenendo pulito il
locale e così via. Assunse inoltre il compito di donna di servizio
del condominio in cui abitavamo, mentre mio padre ne curava la
manutenzione ordinaria.
Il babbo diventò sempre
più il mio babbo, perdendo quell'estraneità che aveva nei primi
giorni in cui ricominciammo a vivere insieme sotto lo stesso tetto.
Lavorava tutto il giorno, però, quindi non lo vedevo moltissimo. Il
cantiere poi dove prestava la sua opera era dall'altra parte della
città, per cui quotidianamente doveva farsi un bel po’ di
metropolitana per andare e tornare, non avendo l’auto. Partiva che
era buio e tornava quando si era rifatto buio.
Chi stava peggio ero
senz'altro io. Relegato in casa da mattino a sera, senza la
possibilità di uscire se non accompagnato dai miei genitori, persi
ben presto il senso della vita all'aria aperta a cui ero così
abituato ed affezionato quando vivevo a San Marino. In quel posto
per un bambino di cinque anni non era possibile starsene a giocare
da solo per strada. Erano troppi i pericoli che si potevano
incontrare, molteplici i rischi reali che si potevano correre:
gentaglia di tutte le specie e di tutte le tendenze; auto che
sfrecciavano come matte; bande di teppistelli che gironzolavano con
l'unico scopo di infastidire i passanti, per dimostrare chissà cosa,
o per rimediarsi con qualche espediente un po’ di soldi, delinquenti
patentati che vivevano praticamente tutto il giorno in strada. Ero
in galera: sempre a guardare quell’arnese infernale della
televisione, per me nuovo, senza capirci poi tanto, almeno nei primi
tempi, perché la lingua era ancora assurda e impronunciabile, a
mangiare porcherie e ad ingrassare.
I miei primi mesi in
America trascorsero così, senza che potessi rendermi adeguatamente
conto di quella follia dove ero stato gettato. La domenica si andava
qualche volta dai parenti fuori città, o in Central Park a fingere
di stare a contatto con un po’ di verde, o a qualche cinema.
La mamma viveva quella
nuova vita in maniera disagiata. Non diceva nulla, ma glielo si
leggeva negli occhi che non era felice. Mio padre invece stava bene.
D'altra parte per un uomo l'impossibilità di lavorare è
un'esperienza traumatica ed umiliante, forse una delle esperienze
più tragiche che la vita gli possa riservare: lì di lavoro ce n'era
invece in abbondanza, per cui non ci pensava proprio di tornare a
San Marino, dove grandi speranze di procacciarsi onestamente il pane
ancora non c'erano. Quella vita, sebbene alienante, massacrante e
opprimente, lo faceva dunque star tranquillo con la sua coscienza,
per cui lui, che era stato sempre una lavoratore indefesso, un vero
e proprio mulo, si sentiva sereno e appagato, anche perché aveva
finalmente la sua famiglia accanto.
Con questo
spirito variegato e discorde la mia famiglia s’immerse nel 1958,
anno in cui avrei compiuto sei anni e mi sarei recato per la prima
volta a scuola.
V
In quell'infausto
quartiere di immigrati in cui sopravvivevamo c'erano solo due
possibilità di andare a scuola: quella pubblica, frequentata
ovviamente da bambini di tutte le razze, provenienti da famiglie di
ogni genere e di ogni condizione sociale, soprattutto quelle più
misere, e la Santa Cecilia School, gestita da cattolici,
precisamente da suore, per i primi due anni d’insegnamento, e da
preti, che erano i maestri negli anni successivi. La mamma,
cattolica fervente, timorosa delle ambigue e pericolose compagnie
che avrei potuto bazzicare nella scuola pubblica, non ci pensò due
volte ad iscrivermi alla Santa Cecilia.
La scuola era gestita
come una caserma. Noi bambini dovevamo indossare tutti la sua
uniforme consistente in giacca di velluto grigio, camicia bianca,
cravatta rossa su cui stavano in bella mostra le nere e tetre
lettere S.C.S., sigla della scuola, calzoni di velluto color
rosso mattone. A prescindere dalla stagione e dal clima, noi
dovevamo sempre recarci a scuola vestiti in quella maniera. Ancora
oggi ho nel naso il puzzo che si faceva quando, nelle torride estati
di Manhattan, in cui l’asfalto stesso si liquefaceva per le
temperature esotiche che spesso si toccavano, dovevamo starcene
tutto il giorno o quasi agghindati come tanti omini, che ovviamente
non eravamo.
La mattina
iniziava prestissimo, con la messa, poi si faceva colazione, infine
lunghe ore di lezione. Conservo nella mente alcune immagini di quei
cinque anni di scuola/caserma: le file silenziose che si dovevano
fare in piedi nei corridoi prima di entrare in aula; gli sguardi
truci, soprattutto delle suore che erano aride e non tolleravano il
minimo rumore; le interminabili, noiosissime, infinite messe, che mi
hanno fatto detestare per l'eternità questo tipo di rito e la
permanenza in una chiesa per tempi superiori ai dieci minuti, cui
dovevamo assistere quasi sempre a digiuno perché poi si doveva fare
la comunione; le punizioni corporali, comminate con larghe strisce
di cuoio nero sulle mani o sulle natiche; le costanti verifiche
scritte a cui eravamo sottoposti; il coro dove cantavamo, spesso
gareggiando con altri istituti scolastici; le premiazioni annuali
che, con quella spettacolarità tanto cara agli Americani in ogni
campo, venivano periodicamente elargite ai più bravi; la
mitizzazione del neo eletto presidente Kennedy, che veniva mostrato
a noi bambini, probabilmente anche ai grandi, come un eroe
invincibile e geniale che ci avrebbe fatto dormire sonni tranquilli
anche in piena guerra fredda.
Ricordo poi le costanti
esercitazioni che ci facevano fare per sopravvivere in caso di
attacco aereo: all'improvviso si metteva a risuonare per la città il
fortissimo urlo straziato e straziante di una sirena, un vero incubo
che ancora mi echeggia nelle orecchie; a quel punto dovevamo
rifugiarci ordinatamente sotto i banchi, oppure, in perfetta fila
indiana come tante formichine, uscircene zitti zitti dall'istituto
in un breve tempo prestabilito.
Rammento anche un altro
obbligo cui eravamo sottoposti: se arrivava qualcuno per parlare con
il nostro insegnante, o se questi si doveva recare per qualche
minuto fuori dall'aula, noi dovevamo appoggiare le braccia conserte
sul banco, sovrapporvi la testa e fingere di dormire. Se qualcuno si
azzardava a trasgredire, erano guai grossi e natiche arroventate.
Tanti flash che ancora
oggi, se socchiudo gli occhi e ci penso, mi appaiono davanti limpidi
e reali, registrati per sempre in qualche oscura nicchia della mia
anima.
A scuola me la cavavo
benino. Ricordo che ero in eterna competizione per i primi posti nel
mio corso con un bambino irlandese, di solito più bravo di me, che
aveva un testone esagerato, almeno così mi sembrava (forse perché
avevo bisogno di giustificarmi il suo primeggiare). Imparai piano
piano l'inglese, disimparando l'italiano, perché in casa i miei tra
loro comunicavano quasi sempre in dialetto, ed io non avevo
necessità e possibilità di parlarlo con nessuno.
La scuola, al di là dei
pochi ricordi già esposti, non mi ha lasciato altro. La sua vita
monotona e consuetudinaria, che si ripeteva pedissequamente giorno
dopo giorno senza slanci o momenti incancellabili, praticamente non
ha inciso molto di più nella mia memoria, nonostante l'abbia vissuta
per ben cinque lunghi anni.
Ma anche la
vita che conducevo fuori della scuola mi ha lasciato ben poco.
Soprattutto mi sono rimasti dentro i suoi aspetti meno gradevoli.
Ricordo per esempio il costante pericolo d'incendio in cui si
viveva. Gli edifici del quartiere in cui abitavamo erano vecchi e
malandati, costruiti chissà quanti anni prima. Come immigrati non
potevamo permetterci di meglio, per cui ci si doveva accontentare.
Ogni tanto ne andava a fuoco qualcuno, vuoi per il materiale
scadente e obsoleto con cui erano costruiti, vuoi per gl'impianti
elettrici, vecchissimi ed insicuri, che per il sovraccarico si
surriscaldavano, vuoi per altri motivi ancora. Anche nel cuor della
notte capitava di dovercene uscire in strada in fretta e furia per
paura di finire in fumo. Eventi simili ci accaddero varie volte,
anche se la fortuna ci consentì di non vedere mai la nostra casa
andar distrutta.
Una volta però
fu peggio delle altre: prese fuoco l'appartamento attiguo al nostro.
Venni svegliato di soprassalto, avvolto in qualche straccio, portato
giù in strada ancora dormiente. Appoggiando una mano alle pareti di
casa nostra, mi raccontarono i miei, si sentiva che erano roventi!
Si avvertiva perfino il crepitare del fuoco che avanzava. Mia madre
era fuori di sé mentre i pompieri cercavano di spegnere l'incendio.
Per fortuna anche quella volta ci andò bene, perché le fiamme non
riuscirono a penetrare nel nostro appartamento, anche se dovemmo
vivere a lungo in compagnia del puzzo di bruciato. Tuttavia
l'angoscia di quelle situazioni ricorrenti contribuì non poco ad
alimentare l'antipatia di mia madre per l'America, ed il desiderio
di ritornare in patria in tempi celeri.
Un altro motivo di
scontento era l'ambiente in cui vivevamo. Per un bambino non c'erano
possibilità di starsene tranquillo a giocare sotto casa o in qualche
parco. Mi ricordo una volta che, insieme al babbo, stavamo in
strada a fare qualcosa, senza dar fastidio a nessuno. Ad un certo
punto ci si avvicinarono dei ragazzi che tenevano al guinzaglio un
cane lupo. Il capo di questa banda all'improvviso fece prova di
aizzarci contro il cane, non so per quale motivo, probabilmente solo
per dar prova di essere un duro. Mio padre allora trasse di tasca un
lungo cacciavite che portava sempre con sé, facendo chiaramente
capire a quel bulletto che non avrebbe esitato un istante ad usarlo.
La faccenda terminò senza ulteriori conseguenze, se non quella di
lasciarmi tanta paura nel cuore ed un ricordo indelebile nella
mente.
Economicamente
cominciavamo a stare bene. Non che ci venissero regalati soldi da
nessuno, perché i miei sgobbavano tutto il giorno per accantonare
qualche dollaro. L’America, dicevano in continuazione, ti dà solo
quello che ti sai meritare col sudore della fronte. E' chiaro che,
lavorando a quei ritmi, si sarebbero fatti i soldi ovunque, anche a
San Marino, se ci fosse stato lavoro. La mamma poteva cominciare a
permettersi qualche vestito di più e qualche spesa superflua. Io a
Natale ricevevo regali bellissimi, a volte altamente tecnologici,
che sicuramente non avrei potuto ottenere in nessun'altra parte del
mondo. Del Natale ho splendidi ricordi e proiezioni, perché in
America già in quegli anni tutti si scatenavano in una sorta di
orgia consumistica, piena di colori, canti, pubblicità suadenti,
lucine abbaglianti, visite ai megamagazzini zeppi di ogni ben di
dio, babbi natali ad ogni angolo. Penso che tutti i bambini ne
rimanessero totalmente ipnotizzati, così come tantissimi adulti.
Anche della Pasqua ho
ricordi gradevoli, incancellabili, legati ai vestiti nuovi che
s'indossavano, all'uscita dall'inverno, ai pranzi con i parenti e
gli amici, alle infinite uova e conigli di cioccolato che si
vedevano nelle vetrine e che arrivavano in dono anche a me.
Nei sei anni vissuti a
Manhattan non ci siamo allontanati più di qualche decina di
chilometri da casa nostra. Andavamo da mia cugina fuori città, nel
quartiere residenziale in cui abitava, a trascorrere qualche ora la
domenica o quando era festa. A volte d'estate passavamo qualche
tempo al mare, al massimo una giornata intera, arrivandovi al
mattino e tornando a casa la sera. Un giorno di questi ce la vedemmo
brutta, perché in una pasticceria ci rifilarono delle paste avariate
che ci spedirono dritti all'ospedale. Per fortuna l’ambulanza ci
fece giungere in tempo per risolvere in fretta il problema con una
buona lavanda gastrica, ma l'esperienza fu pessima, quasi mortale.
Rammento inoltre
d'essermi arrampicato in cima alla Statua della Libertà, e d'aver
visto qualche altra attrattiva newyorkese; ma la mia vita nel
complesso era tediosa, ripetitiva e sedentaria, perché per buona
parte della mia giornata me ne dovevo stare in casa a guardare
gl'infiniti programmi che trasmettevano alla televisione, l'unica
cosa che ho veramente apprezzato in America, almeno in base alle mie
attuali reminiscenze, insieme alla torta di mele e agli hot dogs,
che vendevano con carrettini ambulanti a tutti gli angoli delle
strade.
A volte, soprattutto
nei mesi estivi, scoppiavano violenti nubifragi che riversavano a
terra fiumi e fiumi di pioggia. Io e il babbo, che, come ho detto,
era addetto alla manutenzione del nostro condominio, scendevamo nei
locali sotterranei, dove c'erano le caldaie e le apparecchiature per
il riscaldamento, perché lì puntualmente avveniva uno strano e
terribile fenomeno, uno spettacolo veramente impressionante: quegli
ambienti bui ed angusti si allagavano in maniera esagerata e tutti i
toponi da fogna della città, almeno a me sembravano tutti quelli che
potevano esserci, si divertivano un mondo a nuotare e a schizzare
via come fulmini in mezzo a quell’acqua sudicia.
La gente in
genere si faceva i fatti suoi, com’è normale in una grande città
dove ci si conosce in pochi. Noi avevamo familiarizzato con una
famiglia di immigrati tedeschi, che poi ad un certo punto, non
avendo fatto fortuna lì, se ne partì per tentarla in California.
Eravamo anche molto amici con una famiglia triestina, in America
sempre per cercar di sopravvivere. Avevano due bambini, un maschio
ed una femmina, con cui ebbi a lungo ottimi rapporti di amicizia.
Anche loro, però, ad un certo punto si trasferirono altrove, non
ricordo se per cercare un lavoro migliore, o per scappare da quel
quartiere sgradevole. Non li vidi comunque più.
Al di là delle
amicizie, quel che mi mancava terribilmente era la libertà: la
libertà di girare da solo senza l’assillo dei miei
genitori/accompagnatori che, per paura dei tanti pericoli che
c’erano, non mi lasciavano solo un minuto; la libertà di correre
senza la paura di finire sotto un’auto; la libertà di andare in
bicicletta senza l’angoscia che me la rubassero e senza dover andare
in un qualche parco lontano, perché sotto casa era impossibile
correre tranquillamente; la libertà di essere un ragazzino della mia
età. C’era in verità un parco a pochi isolati dove qualche volta
andavo a giocare a baseball; ma era facilissimo venire molestati da
qualche teppistello, che aveva bisogno di far vedere tutta la sua
virilità in erba, ben spalleggiato dalla sua banda. Di queste uscite
avventurose non ne ho potute fare in realtà molte, anche perché una
volta fui malmenato con un bastone da un ragazzino più grande di me,
fatto che indusse i miei a tenermi ancor più in casa.
Un’altra visione che mi
è rimasta ben impressa in mente fu la mia cresima. Stranamente della
mia comunione non ricordo assolutamente nulla, ma della cresima sì,
soprattutto perché fummo costretti a vestirci con una sorta di lunga
tunica rosso porpora, senz’altro la divisa dei cresimandi della
Santa Cecilia School, visto l’amore per le divise che aveva la
nostra scuola. Ormai comunque ero anche grandino, per cui i miei
ricordi più chiari sono dovuti inevitabilmente anche all’età che
avevo quando vissi quell’evento.
Ero grandino, appunto,
e mi stava per accadere un altro trauma. Le insistenze di mia madre,
insieme ad un discreto gruzzoletto finalmente accantonato, indussero
mio padre ad accettare di tornare a San Marino. Era il 1963, stavo
per compiere i miei primi undici anni, rivivevo la tragedia di una
partenza, perché ormai, pur con tutti i limiti della mia esistenza
semi schiava, di cui mi stavo rendendo sempre meno conto, ero
pienamente integrato nella vita e nelle cultura americana. Quel modo
di tirare avanti ormai era ciò che riconoscevo come la mia normale e
rassicurante quotidianità.
VI
Quella vita stava
dunque cominciando a piacermi: avevo i miei amici, ero bravo a
scuola, mi godevo le mie abitudini, che non erano più quelle di San
Marino, è vero, ma che erano cresciute con me. A tutti gli effetti
quella era ormai la mia esistenza. E poi di San Marino non avevo più
grandi reminiscenze. Sei anni a quell'età sono per la memoria come
sessanta, anzi più di sessanta. Di ciò che era la mia vita di
qualche anno prima non avevo che un vago sentore, così come della
mia lingua madre, l’italiano, di cui ormai mi ricordavo proprio
pochino pochino. Comunque era cosa fatta. I piccoli non contano
nulla nelle decisioni dei grandi, di conseguenza ancora una volta
dovetti subire una volontà non mia. La mamma volle però farmi finire
la quinta elementare; partimmo quindi in piena estate. Mi ricordo
vagamente che dovemmo lasciarci alle spalle un mucchio di cose e di
oggetti della nostra vita quotidiana, perché trasportarli fino a San
Marino avrebbe avuto costi troppo gravosi. Io stesso dovetti
abbandonare una montagna (almeno a me sembrava tale) di giochi,
anche se riuscii a portarmi appresso il mio trenino elettrico e la
mia favolosa bicicletta, di giornalini (ero patitissimo di
Superman che comperavo con regolarità), di libri. Ci portammo
via, comunque, la nostra mitica televisione in bianco/nero e la
nostra lavatrice, che mi sembrava tanto una sorta di robot alieno.
Erano oggetti troppo preziosi da lasciare, troppo importanti per le
nostre abitudini quotidiane. Tra l’altro credo che i miei pensassero
che in Italia ancora non fossero così comuni ed economici come in
America. Probabilmente portammo via anche tanti altri ninnoli della
nostra esistenza statunitense, ma sinceramente non me ne ricordo.
Alla fine partimmo. Il viaggio di ritorno, fatto sempre via mare,
sulla Cristoforo Colombo, durò una decina di giorni che
rammento tranquilli e senza i traumi vissuti all’andata per colpa
del mare mosso. Di quella sorta di crociera mi ricordo in
particolare delle favolose paste fatte con meringhe e panna che ci
davano a pranzo. Oggi sono comuni in tutte le pasticcerie, ma
probabilmente mi sono rimaste tanto impresse perché non le avevo mai
mangiate prima. Rammento anche lo sbarco a Napoli dove ci fermammo
un solo giorno per vedere Pompei (l’approdo conclusivo era a
Genova). Di Pompei ho ancora davanti agli occhi le lucertole. Sì,
proprio le lucertole che giravano indisturbate sulle antiche rovine
e che io, bambino di Manhattan, avevo visto solo in TV.
Arrivammo così a San
Marino. Era notte ed i miei nonni stavano dormendo. Li svegliammo ed
entrambi ci vennero ad accogliere. Rividi il nonno allegro, caotico
e chiassoso come sapeva essere solo lui. Come un lampo, mi ritornò
all’improvviso in mente quel suo ultimo, mestissimo sguardo di sei
anni prima. Ero tornato a casa. Sì, ora ero tornato a casa davvero.
|