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Pagina Iniziale

 

   Occhi di fanciullo

  

    I

 

Aprii lentamente gli occhi quella mattina e vidi il volto della mamma. Vi affiorava a fatica un mesto sorriso.

Dai, coraggio poltrone - mi disse sotto voce, con tono ricercatamente giocoso - dobbiamo partire. Ci aspetta un lungo viaggio.

Sapevo di quel viaggio. Me ne aveva parlato tante altre volte nei giorni precedenti.

Dobbiamo raggiungere il babbo, mi diceva. E' in America il babbo.

Il babbo…pensai nella nebulosità della mia coscienza ancora intorpidita. Io non mi ricordavo più chi fosse il babbo. Era partito qualche anno prima, per cercare quel lavoro che a San Marino non c'era. Faceva lo scalpellino. Era anche bravo, ma il lavoro per lui non c'era. Lo conoscevo ancora solo perché avevo qualche sua foto da cui mi appariva con la sua eterna sigaretta in mano, con la sua aria fiera, impettita e tenebrosa, con i suoi bei capelli neri ordinatissimi, tutti imbrillantinati. Mi piacevano tanto quei capelli così lucidi e appiccicati al cranio. Tutti i giorni volevo che mamma o nonna mi pettinassero così.

Dai, dormiglione. Fra un po’ dobbiamo prendere il treno per Genova; poi da lì una grande nave come non ne hai mai viste. Dopo qualche giorno arriveremo a New York, dove c'è il babbo.

America, New York…Che parole strane! Non riuscivo a capire cosa significassero. Sapevo che erano posti lontani, molto lontani; ma non riuscivo a capacitarmi del loro vero significato, del senso che avevano nel discorso che stava cercando di farmi la mamma.

Ciao, piccolo! Era mia nonna sopraggiunta all'improvviso mentre mamma mi stava ancora vestendo. Abitavamo da sempre con lei e con il nonno nel loro appartamentino modesto modesto.

Sei pronto per partire? mi chiese con mal simulata serenità. La guardai non ancora ben consapevole di ciò che mi stava accadendo. Non mi ero del tutto svegliato, e quel gran movimento, ad un'ora che doveva essere ancora poco più che notturna, non mi aiutava a capire meglio le cose. Che voleva dire poi partire? Chi era mai partito? Sì, ero andato qualche volta a Rimini, in Borgo al mercato, dai parenti a Fiorentino, ma mi sembrava che quella partenza fosse ben più strana, più solenne; che partire, in quella particolarissima occasione, non significasse proprio quello che intendevo io.

Mah…forse tutto era così insolito e incomprensibile perché ero ancora poco lucido. Mi recai in bagno per darmi una sciacquata alla faccia e per fare tutto ciò che si fa quando ci si alza per incominciare una nuova giornata, anche se anomala, buia e muta come quella.

Fu allora che compresi. Di fianco alla porta del bagno, seduto sul liso divano di velluto verde dove tante volte mi ero addormentato ascoltando i racconti dei grandi, c'era il nonno, il mio anziano nonno che avevo sempre visto allegro e spensierato come un giovanotto, forte come una quercia secolare, sicuro come chi dalla vita non temeva più nulla perché ne aveva assaggiato già tutti i sapori più amari.

Stava guardandomi come non lo avevo mai visto fare, con il volto sciupato e stanco, contratto in una smorfia indefinibile, in parte coperto da una mano che martoriava un fazzoletto raggrinzito.

Stava piangendo come un bambino.

Vidi in quel vecchio viso solcato dalle rughe, in quell’uomo a cui non avrei mai e poi mai attribuito la capacità di piangere, di gemere con tanta afflizione, che quella mia imminente partenza era proprio tutt’altra cosa rispetto a quelle che conoscevo io.

 

II

 

Il viaggio fu orrendo. Non per arrivare a Genova. Anzi; sul treno, che non avevo mai preso prima, mi divertii anche. No, fu terribile il viaggio sulla nave, immensa, paurosa, mastodontica, piena di odori strani, di gente dai mille linguaggi, di sguardi tristi e incerti nel domani, di sospiri, di rumori metallici, di sopravvivenza randagia. E poi non stava mai ferma. Nove terribili giorni durò quel viaggio. Tutte le burrasche atlantiche che si potevano incontrare le incontrammo. Vomitai tutto quello che potevo vomitare. Continuai a farlo anche quando non avevo più nulla nello stomaco.

Perché mi hai portato qui?, chiedevo sgomento alla mamma che, poveretta, era afflitta da mille angosce. Perché non siamo rimasti a San Marino dove si stava tanto bene?

A casa mia stavo davvero bene. I miei giochi, i miei amici, la possibilità di correre in pace per le strade o in mezzo al verde senza paura di nulla, i miei nonni. Lì invece mi sembrava di essere stato precipitato in un inferno. Non capivo, proprio non capivo.

Non c'era lavoro a San Marino, mi sentivo ripetere con fin troppa indulgenza. Non c'erano soldi per campare. Siamo dovuti partire perché non potevamo più tirare avanti in quelle condizioni. Il babbo ha trovato un buon lavoro in America, ma per sistemarci per bene ci vorrà ancora qualche anno; e anche il nostro aiuto. Non possiamo poi stare troppo tempo senza il nostro babbo. Anche lui ha voglia di vederci.

Non capivo, continuavo a non capire. Gli avevamo pure mandato delle fotografie! Perché voleva vederci? Non meritava fare quel viaggio infernale solo per vedersi, pensavo tra me e me con quell’ingenuità fanciullesca che, se caratterizzasse tutti, farebbe girare meglio il mondo.

Non sapevo, allora, quanto sia vitale per una donna avere accanto il suo uomo, in particolare quando le cose non vanno troppo bene, né quanto lo sia pure per un uomo. Un bambino di cinque anni non può capire quanto la fatica di vivere si attenui quando si è in due a sopportarla insieme. La mamma forse avrebbe anche potuto starsene ad aspettare a San Marino, così come il babbo a lavorare da solo in America. Ma a che giova, per un uomo, tornarsene a casa la sera stanco e abbruttito da ore e ore di gravoso lavoro se non trova ad attenderlo il sorriso del proprio figlio, l'odore del cibo preparatogli dalla moglie, un'occhiata compassionevole e grata, una carezza piena d'amore? A che serve vivere lontani, soli, stranieri ed emarginati se, rincasando la sera, si è sempre, comunque e anche di più lontani, soli, stranieri ed emarginati? E per una donna, che di solito ha così spiccato il senso del nido e della famiglia, a che serve ricevere soldi, anche tanti, se poi non ha un uomo, il suo uomo, da accudire, a cui stare accanto?

Ecco il vero motivo di quel viaggio senza fine, di quell'incubo in cui ero stato scaraventato. Non potevo comprenderlo all'epoca. Riuscii a farlo solo molti anni dopo.

 

III

 

Sbarcammo il 16 novembre 1957. Ad attenderci c'era il babbo con la sua eterna sigaretta in bocca, i suoi neri capelli tutti imbrillantinati, un bel doppiopetto grigio, un paio di scarpe bianche e blu così lucide da potercisi specchiare, il suo fare tenebroso. C'era anche qualche altro milione di persone, almeno a me sembravano milioni, quante non ne avevo mai viste, ma la mia attenzione, dopo un primo momento in cui si era smarrita in quel marasma pazzesco di gente, rumori, colori e altro, fu rapita dal mio babbo. Abituato a vederlo piccolo piccolo, nelle fotografie che guardavo a casa, mi sembrava enorme. Non diverso; solo enorme. Dopo qualche effusione con la mamma, mi prese in braccio e mi tenne così finché non arrivammo ad una strana macchina gialla su cui montammo insieme a qualche bagaglio. Non rammento i discorsi, le chiacchiere, gli sguardi, gli ammiccamenti e tutto quanto dovette sicuramente accadere in quel frangente. Ricordo invece quella strana macchina gialla, guidata da un singolare tipo dalla pelle nera che parlava una lingua marziana. Ricordo anche il traffico terribile in cui subito c'immergemmo. Non sapevo se piangere, ridere o starmene indifferente. Un po’ ero contento per la gioia che c'era sul volto dei miei genitori. Un po’ ero triste perché quella follia in cui ci stava guidando quell'uomo nero era paurosa, assolutamente diversa da quel presepe di paese che avevo lasciato qualche giorno prima. Un po’ ero indifferente perché contentezza e tristezza si compensavano. Decisi di restare indifferente, almeno per il momento.

Ero anche intimidito dal babbo, perché lui sapeva bene cosa volesse dire ritrovare un figlio dopo anni di separazione, e faceva di tutto per farmelo capire; mentre io non sapevo cosa significasse ritrovare un babbo, perché non mi ero mai davvero accorto di averlo perso.

Arrivammo a casa, o perlomeno a quella che mi raccontarono sarebbe stata la nostra casa da lì in poi. Era un vecchio appartamento, collocato all'interno di uno squallido condominio, che si elevava in mezzo ad una fila lunghissima di condomini a lui simili e come lui decrepiti. A pian terreno c'erano alcuni negozi, una lavanderia automatica, la cui funzione mi divenne chiara solo dopo parecchio tempo, tanto ingolfamento di automobili parcheggiate dovunque o sfreccianti come matte lungo quella strada rumorosissima e poco pulita.

Mi guardavo attorno stupito, non più indifferente. Quando ad un certo punto entrai nell'appartamento dove avrei dovuto vivere, venni assalito da un senso di smarrimento, forse più di soffocamento. Era poco più di un tugurio, angusto, buio, maleodorante. Non che mio padre non lo avesse pulito prima che arrivassimo. No, era proprio così per sua natura. Le cose vecchie possono imbellettarsi quanto vogliono: rimangono inesorabilmente vecchie. Era l'anima stessa di quell'appartamento ad essere vecchia. L’odore, le pareti stinte, i pavimenti consunti, i servizi igienici incrostati di una patina giallognola, le finestre che avevano mostrato lo squallido esterno a chissà quanti occhi, per chissà quanti anni, qualche schifoso animaletto nero che ogni tanto correva lungo gli angoli delle pareti: tutto di quell'appartamento era ostinatamente vecchio e stantio.

La mamma, come me, rimase di stucco. Il babbo se ne accorse: Non ho potuto permettermi di meglio fino ad oggi, disse con un filo di voce tra l'imbarazzato e il vergognoso. Ho dovuto mandarvi un mucchio di soldi…Se lavoreremo in due, se non dovremo mandare troppi dollari a San Marino, potremo permetterci una casa migliore fra non molto, magari come quella che si è fatta lo zio.

Stava parlando del fratello più giovane che, emigrato anche lui a New York, si era saputo creare una posizione migliore della sua, e già era riuscito a costruirsi una bella casa in una zona residenziale a diversi chilometri di distanza dal nostro popolarissimo quartiere.

Mia madre per un po’ rimase in cupo silenzio. Poi all'improvviso disse: Io non voglio farmi una casa migliore. Voglio tornare in fretta a San Marino, invece. Ho già visto abbastanza: ho già capito che questo non è e non sarà mai il mio mondo. Tutte le nostre fatiche, tutte le energie le dovremo impiegare non per star qua, ma per costruirci una posizione dignitosa, magari anche con una casa decente, dove siamo nati. Altre chiacchiere non m’interessano e non le voglio ascoltare.

La mamma era sempre stata una donna decisa, anche troppo. Era cresciuta servendo vino, sigari e pasti caldi al Dopo Lavoro, poi si era guadagnata il pane facendo la cameriera e la cuoca nei primi, miseri ristoranti sammarinesi. Non aveva avuto tempo per sognare, né per illudersi più di tanto: preferiva andare subito al punto. Il babbo lo sapeva; non osò perciò contraddirla. Eravamo scioccati dal viaggio e da quel primo, tragico impatto con quella nuova realtà dove avremmo dovuto vivere chissà per quanto. Non era proprio il caso di farci accantonare fin da subito il desiderio, il bisogno, il drammatico sogno di tornare a casa, a quella che in quel momento angosciante era la nostra vera, unica casa, alla nostra aria, come diceva sempre la mamma, che possedeva, secondo lei, addirittura grandi capacità terapeutiche e taumaturgiche.

La discussione finì dunque sul nascere. Di poche cose, infatti, si poteva essere certi in quella circostanza, ma che saremmo prima o poi tornati a casa era assolutamente fuori discussione.

   

IV

 

Nei mesi successivi cercammo di abituarci alla nostra nuova vita. La mamma si mise a sistemare la casa abbellendola con tutti quei ritocchi e quegli ammennicoli che solo la mano di una donna sa sfruttare e disporre al meglio. Alla fine non riuscì a mascherare del tutto lo squallore e il vecchiume di cui era permeata, ma un po’ meglio la rese.

Iniziò anche a lavorare qualche ora al giorno come commessa nella lavanderia sotto casa, assistendo chi portava i propri stracci a lavare, cambiando i soldi che servivano per mandare le macchine automatiche, tenendo pulito il locale e così via. Assunse inoltre il compito di donna di servizio del condominio in cui abitavamo, mentre mio padre ne curava la manutenzione ordinaria.

Il babbo diventò sempre più il mio babbo, perdendo quell'estraneità che aveva nei primi giorni in cui ricominciammo a vivere insieme sotto lo stesso tetto. Lavorava tutto il giorno, però, quindi non lo vedevo moltissimo. Il cantiere poi dove prestava la sua opera era dall'altra parte della città, per cui quotidianamente doveva farsi un bel po’ di metropolitana per andare e tornare, non avendo l’auto. Partiva che era buio e tornava quando si era rifatto buio.

Chi stava peggio ero senz'altro io. Relegato in casa da mattino a sera, senza la possibilità di uscire se non accompagnato dai miei genitori, persi ben presto il senso della vita all'aria aperta a cui ero così abituato ed affezionato quando vivevo a San Marino. In quel posto per un bambino di cinque anni non era possibile starsene a giocare da solo per strada. Erano troppi i pericoli che si potevano incontrare, molteplici i rischi reali che si potevano correre: gentaglia di tutte le specie e di tutte le tendenze; auto che sfrecciavano come matte; bande di teppistelli che gironzolavano con l'unico scopo di infastidire i passanti, per dimostrare chissà cosa, o per rimediarsi con qualche espediente un po’ di soldi, delinquenti patentati che vivevano praticamente tutto il giorno in strada. Ero in galera: sempre a guardare quell’arnese infernale della televisione, per me nuovo, senza capirci poi tanto, almeno nei primi tempi, perché la lingua era ancora assurda e impronunciabile, a mangiare porcherie e ad ingrassare.

I miei primi mesi in America trascorsero così, senza che potessi rendermi adeguatamente conto di quella follia dove ero stato gettato. La domenica si andava qualche volta dai parenti fuori città, o in Central Park a fingere di stare a contatto con un po’ di verde, o a qualche cinema.

La mamma viveva quella nuova vita in maniera disagiata. Non diceva nulla, ma glielo si leggeva negli occhi che non era felice. Mio padre invece stava bene. D'altra parte per un uomo l'impossibilità di lavorare è un'esperienza traumatica ed umiliante, forse una delle esperienze più tragiche che la vita gli possa riservare: lì di lavoro ce n'era invece in abbondanza, per cui non ci pensava proprio di tornare a San Marino, dove grandi speranze di procacciarsi onestamente il pane ancora non c'erano. Quella vita, sebbene alienante, massacrante e opprimente, lo faceva dunque star tranquillo con la sua coscienza, per cui lui, che era stato sempre una lavoratore indefesso, un vero e proprio mulo, si sentiva sereno e appagato, anche perché aveva finalmente la sua famiglia accanto.

Con questo spirito variegato e discorde la mia famiglia s’immerse nel 1958, anno in cui avrei compiuto sei anni e mi sarei recato per la prima volta a scuola.

 

V

 

In quell'infausto quartiere di immigrati in cui sopravvivevamo c'erano solo due possibilità di andare a scuola: quella pubblica, frequentata ovviamente da bambini di tutte le razze, provenienti da famiglie di ogni genere e di ogni condizione sociale, soprattutto quelle più misere, e la Santa Cecilia School, gestita da cattolici, precisamente da suore, per i primi due anni d’insegnamento, e da preti, che erano i maestri negli anni successivi. La mamma, cattolica fervente, timorosa delle ambigue e pericolose compagnie che avrei potuto bazzicare nella scuola pubblica, non ci pensò due volte ad iscrivermi alla Santa Cecilia.

La scuola era gestita come una caserma. Noi bambini dovevamo indossare tutti la sua uniforme consistente in giacca di velluto grigio, camicia bianca, cravatta rossa su cui stavano in bella mostra le nere e tetre lettere S.C.S., sigla della scuola, calzoni di velluto color rosso mattone. A prescindere dalla stagione e dal clima, noi dovevamo sempre recarci a scuola vestiti in quella maniera. Ancora oggi ho nel naso il puzzo che si faceva quando, nelle torride estati di Manhattan, in cui l’asfalto stesso si liquefaceva per le temperature esotiche che spesso si toccavano, dovevamo starcene tutto il giorno o quasi agghindati come tanti omini, che ovviamente non eravamo.

La mattina iniziava prestissimo, con la messa, poi si faceva colazione, infine lunghe ore di lezione. Conservo nella mente alcune immagini di quei cinque anni di scuola/caserma: le file silenziose che si dovevano fare in piedi nei corridoi prima di entrare in aula; gli sguardi truci, soprattutto delle suore che erano aride e non tolleravano il minimo rumore; le interminabili, noiosissime, infinite messe, che mi hanno fatto detestare per l'eternità questo tipo di rito e la permanenza in una chiesa per tempi superiori ai dieci minuti, cui dovevamo assistere quasi sempre a digiuno perché poi si doveva fare la comunione; le punizioni corporali, comminate con larghe strisce di cuoio nero sulle mani o sulle natiche; le costanti verifiche scritte a cui eravamo sottoposti; il coro dove cantavamo, spesso gareggiando con altri istituti scolastici; le premiazioni annuali che, con quella spettacolarità tanto cara agli Americani in ogni campo, venivano periodicamente elargite ai più bravi; la mitizzazione del neo eletto presidente Kennedy, che veniva mostrato a noi bambini, probabilmente anche ai grandi, come un eroe invincibile e geniale che ci avrebbe fatto dormire sonni tranquilli anche in piena guerra fredda.

Ricordo poi le costanti esercitazioni che ci facevano fare per sopravvivere in caso di attacco aereo: all'improvviso si metteva a risuonare per la città il fortissimo urlo straziato e straziante di una sirena, un vero incubo che ancora mi echeggia nelle orecchie; a quel punto dovevamo rifugiarci ordinatamente sotto i banchi, oppure, in perfetta fila indiana come tante formichine, uscircene zitti zitti dall'istituto in un breve tempo prestabilito.

Rammento anche un altro obbligo cui eravamo sottoposti: se arrivava qualcuno per parlare con il nostro insegnante, o se questi si doveva recare per qualche minuto fuori dall'aula, noi dovevamo appoggiare le braccia conserte sul banco, sovrapporvi la testa e fingere di dormire. Se qualcuno si azzardava a trasgredire, erano guai grossi e natiche arroventate. 

Tanti flash che ancora oggi, se socchiudo gli occhi e ci penso, mi appaiono davanti limpidi e reali, registrati per sempre in qualche oscura nicchia della mia anima.

A scuola me la cavavo benino. Ricordo che ero in eterna competizione per i primi posti nel mio corso con un bambino irlandese, di solito più bravo di me, che aveva un testone esagerato, almeno così mi sembrava (forse perché avevo bisogno di giustificarmi il suo primeggiare). Imparai piano piano l'inglese, disimparando l'italiano, perché in casa i miei tra loro comunicavano quasi sempre in dialetto, ed io non avevo necessità e possibilità di parlarlo con nessuno.

La scuola, al di là dei pochi ricordi già esposti, non mi ha lasciato altro. La sua vita monotona e consuetudinaria, che si ripeteva pedissequamente giorno dopo giorno senza slanci o momenti incancellabili, praticamente non ha inciso molto di più nella mia memoria, nonostante l'abbia vissuta per ben cinque lunghi anni.

Ma anche la vita che conducevo fuori della scuola mi ha lasciato ben poco. Soprattutto mi sono rimasti dentro i suoi aspetti meno gradevoli. Ricordo per esempio il costante pericolo d'incendio in cui si viveva. Gli edifici del quartiere in cui abitavamo erano vecchi e malandati, costruiti chissà quanti anni prima. Come immigrati non potevamo permetterci di meglio, per cui ci si doveva accontentare. Ogni tanto ne andava a fuoco qualcuno, vuoi per il materiale scadente e obsoleto con cui erano costruiti, vuoi per gl'impianti elettrici, vecchissimi ed insicuri, che per il sovraccarico si surriscaldavano, vuoi per altri motivi ancora. Anche nel cuor della notte capitava di dovercene uscire in strada in fretta e furia per paura di finire in fumo. Eventi simili ci accaddero varie volte, anche se la fortuna ci consentì di non vedere mai la nostra casa andar distrutta.

Una volta però fu peggio delle altre: prese fuoco l'appartamento attiguo al nostro. Venni svegliato di soprassalto, avvolto in qualche straccio, portato giù in strada ancora dormiente. Appoggiando una mano alle pareti di casa nostra, mi raccontarono i miei, si sentiva che erano roventi! Si avvertiva perfino il crepitare del fuoco che avanzava. Mia madre era fuori di sé mentre i pompieri cercavano di spegnere l'incendio. Per fortuna anche quella volta ci andò bene, perché le fiamme non riuscirono a penetrare nel nostro appartamento, anche se dovemmo vivere a lungo in compagnia del puzzo di bruciato. Tuttavia l'angoscia di quelle situazioni ricorrenti contribuì non poco ad alimentare l'antipatia di mia madre per l'America, ed il desiderio di ritornare in patria in tempi celeri.

Un altro motivo di scontento era l'ambiente in cui vivevamo. Per un bambino non c'erano possibilità di starsene tranquillo a giocare sotto casa o in qualche parco. Mi ricordo una volta che, insieme al  babbo, stavamo in strada a fare qualcosa, senza dar fastidio a nessuno. Ad un certo punto ci si avvicinarono dei ragazzi che tenevano al guinzaglio un cane lupo. Il capo di questa banda all'improvviso fece prova di aizzarci contro il cane, non so per quale motivo, probabilmente solo per dar prova di essere un duro. Mio padre allora trasse di tasca un lungo cacciavite che portava sempre con sé, facendo chiaramente capire a quel bulletto che non avrebbe esitato un istante ad usarlo. La faccenda terminò senza ulteriori conseguenze, se non quella di lasciarmi tanta paura nel cuore ed un ricordo indelebile nella mente.

Economicamente cominciavamo a stare bene. Non che ci venissero regalati soldi da nessuno, perché i miei sgobbavano tutto il giorno per accantonare qualche dollaro. L’America, dicevano in continuazione, ti dà solo quello che ti sai meritare col sudore della fronte. E' chiaro che, lavorando a quei ritmi, si sarebbero fatti i soldi ovunque, anche a San Marino, se ci fosse stato lavoro. La mamma poteva cominciare a permettersi qualche vestito di più e qualche spesa superflua. Io a Natale ricevevo regali bellissimi, a volte altamente tecnologici, che sicuramente non avrei potuto ottenere in nessun'altra parte del mondo. Del Natale ho splendidi ricordi e proiezioni, perché in America già in quegli anni tutti si scatenavano in una sorta di orgia consumistica, piena di colori, canti, pubblicità suadenti, lucine abbaglianti, visite ai megamagazzini zeppi di ogni ben di dio, babbi natali ad ogni angolo. Penso che tutti i bambini ne rimanessero totalmente ipnotizzati, così come tantissimi adulti.

Anche della Pasqua ho ricordi gradevoli, incancellabili, legati ai vestiti nuovi che s'indossavano, all'uscita dall'inverno, ai pranzi con i parenti e gli amici, alle infinite uova e conigli di cioccolato che si vedevano nelle vetrine e che arrivavano in dono anche a me.

Nei sei anni vissuti a Manhattan non ci siamo allontanati più di qualche decina di chilometri da casa nostra. Andavamo da mia cugina fuori città, nel quartiere residenziale in cui abitava, a trascorrere qualche ora la domenica o quando era festa. A volte d'estate passavamo qualche tempo al mare, al massimo una giornata intera, arrivandovi al mattino e tornando a casa la sera. Un giorno di questi ce la vedemmo brutta, perché in una pasticceria ci rifilarono delle paste avariate che ci spedirono dritti all'ospedale. Per fortuna l’ambulanza ci fece giungere in tempo per risolvere in fretta il problema con una buona lavanda gastrica, ma l'esperienza fu pessima, quasi mortale.

Rammento inoltre d'essermi arrampicato in cima alla Statua della Libertà, e d'aver visto qualche altra attrattiva newyorkese; ma la mia vita nel complesso era tediosa, ripetitiva e sedentaria, perché per buona parte della mia giornata me ne dovevo stare in casa a guardare gl'infiniti programmi che trasmettevano alla televisione, l'unica cosa che ho veramente apprezzato in America, almeno in base alle mie attuali reminiscenze, insieme alla torta di mele e agli hot dogs, che vendevano con carrettini ambulanti a tutti gli angoli delle strade.

A volte, soprattutto nei mesi estivi, scoppiavano violenti nubifragi che riversavano a terra fiumi e fiumi di pioggia. Io e il babbo, che, come ho detto, era addetto alla manutenzione del nostro condominio, scendevamo nei locali sotterranei, dove c'erano le caldaie e le apparecchiature per il riscaldamento, perché lì puntualmente avveniva uno strano e terribile fenomeno, uno spettacolo veramente impressionante: quegli ambienti bui ed angusti si allagavano in maniera esagerata e tutti i toponi da fogna della città, almeno a me sembravano tutti quelli che potevano esserci, si divertivano un mondo a nuotare e a schizzare via come fulmini in mezzo a quell’acqua sudicia.

La gente in genere si faceva i fatti suoi, com’è normale in una grande città dove ci si conosce in pochi. Noi avevamo familiarizzato con una famiglia di immigrati tedeschi, che poi ad un certo punto, non avendo fatto fortuna lì, se ne partì per tentarla in California. Eravamo anche molto amici con una famiglia triestina, in America sempre per cercar di sopravvivere. Avevano due bambini, un maschio ed una femmina, con cui ebbi a lungo ottimi rapporti di amicizia. Anche loro, però, ad un certo punto si trasferirono altrove, non ricordo se per cercare un lavoro migliore, o per scappare da quel quartiere sgradevole. Non li vidi comunque più.

Al di là delle amicizie, quel che mi mancava terribilmente era la libertà: la libertà di girare da solo senza l’assillo dei miei genitori/accompagnatori che, per paura dei tanti pericoli che c’erano, non mi lasciavano solo un minuto; la libertà di correre senza la paura di finire sotto un’auto; la libertà di andare in bicicletta senza l’angoscia che me la rubassero e senza dover andare in un qualche parco lontano, perché sotto casa era impossibile correre tranquillamente; la libertà di essere un ragazzino della mia età. C’era in verità un parco a pochi isolati dove qualche volta andavo a giocare a baseball; ma era facilissimo venire molestati da qualche teppistello, che aveva bisogno di far vedere tutta la sua virilità in erba, ben spalleggiato dalla sua banda. Di queste uscite avventurose non ne ho potute fare in realtà molte, anche perché una volta fui malmenato con un bastone da un ragazzino più grande di me, fatto che indusse i miei a tenermi ancor più in casa.

Un’altra visione che mi è rimasta ben impressa in mente fu la mia cresima. Stranamente della mia comunione non ricordo assolutamente nulla, ma della cresima sì, soprattutto perché fummo costretti a vestirci con una sorta di lunga tunica rosso porpora, senz’altro la divisa dei cresimandi della Santa Cecilia School, visto l’amore per le divise che aveva la nostra scuola. Ormai comunque ero anche grandino, per cui i miei ricordi più chiari sono dovuti inevitabilmente anche all’età che avevo quando vissi quell’evento.

Ero grandino, appunto, e mi stava per accadere un altro trauma. Le insistenze di mia madre, insieme ad un discreto gruzzoletto finalmente accantonato, indussero mio padre ad accettare di tornare a San Marino. Era il 1963, stavo per compiere i miei primi undici anni, rivivevo la tragedia di una partenza, perché ormai, pur con tutti i limiti della mia esistenza semi schiava, di cui mi stavo rendendo sempre meno conto, ero pienamente integrato nella vita e nelle cultura americana. Quel modo di tirare avanti ormai era ciò che riconoscevo come la mia normale e rassicurante quotidianità.

 

VI

 

Quella vita stava dunque cominciando a piacermi: avevo i miei amici, ero bravo a scuola, mi godevo le mie abitudini, che non erano più quelle di San Marino, è vero, ma che erano cresciute con me. A tutti gli effetti quella era ormai la mia esistenza. E poi di San Marino non avevo più grandi reminiscenze. Sei anni a quell'età sono per la memoria come sessanta, anzi più di sessanta. Di ciò che era la mia vita di qualche anno prima non avevo che un vago sentore, così come della mia lingua madre, l’italiano, di cui ormai mi ricordavo proprio pochino pochino. Comunque era cosa fatta. I piccoli non contano nulla nelle decisioni dei grandi, di conseguenza ancora una volta dovetti subire una volontà non mia. La mamma volle però farmi finire la quinta elementare; partimmo quindi in piena estate. Mi ricordo vagamente che dovemmo lasciarci alle spalle un mucchio di cose e di oggetti della nostra vita quotidiana, perché trasportarli fino a San Marino avrebbe avuto costi troppo gravosi. Io stesso dovetti abbandonare una montagna (almeno a me sembrava tale) di giochi, anche se riuscii a portarmi appresso il mio trenino elettrico e la mia favolosa bicicletta, di giornalini (ero patitissimo di Superman che comperavo con regolarità), di libri. Ci portammo via, comunque, la nostra mitica televisione in bianco/nero e la nostra lavatrice, che mi sembrava tanto una sorta di robot alieno. Erano oggetti troppo preziosi da lasciare, troppo importanti per le nostre abitudini quotidiane. Tra l’altro credo che i miei pensassero che in Italia ancora non fossero così comuni ed economici come in America. Probabilmente portammo via anche tanti altri ninnoli della nostra esistenza statunitense, ma sinceramente non me ne ricordo. Alla fine partimmo. Il viaggio di ritorno, fatto sempre via mare, sulla Cristoforo Colombo, durò una decina di giorni che rammento tranquilli e senza i traumi vissuti all’andata per colpa del mare mosso. Di quella sorta di crociera mi ricordo in particolare delle favolose paste fatte con meringhe e panna che ci davano a pranzo. Oggi sono comuni in tutte le pasticcerie, ma probabilmente mi sono rimaste tanto impresse perché non le avevo mai mangiate prima. Rammento anche lo sbarco a Napoli dove ci fermammo un solo giorno per vedere Pompei (l’approdo conclusivo era a Genova). Di Pompei ho ancora davanti agli occhi le lucertole. Sì, proprio le lucertole che giravano indisturbate sulle antiche rovine e che io, bambino di Manhattan, avevo visto solo in TV.

Arrivammo così a San Marino. Era notte ed i miei nonni stavano dormendo. Li svegliammo ed entrambi ci vennero ad accogliere. Rividi il nonno allegro, caotico e chiassoso come sapeva essere solo lui. Come un lampo, mi ritornò all’improvviso in mente quel suo ultimo, mestissimo sguardo di sei anni prima. Ero tornato a casa. Sì, ora ero tornato a casa davvero.

 

   

Copyright© 2004 Verter Casali