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Ritorno dall'America
Intervento al Convegno
sull’emigrazione del 21/10/2006
L’esperienza che sto per raccontare è del tutto
personale e frutto di sensazioni e ricordi, sedimentatisi attraverso
gli anni, che mi sono rimasti nell’animo nonostante siano passati
ormai troppi lustri dai momenti che narro.
Penso tuttavia di esternare impressioni e memorie comuni a tanti
altri rimpatriati come me da luoghi lon-tani, scagliati
improvvisamente in tenera età da una realtà sociale ad un’altra
spesso assai diversa, per molti addirittura aliena rispetto a quella
di partenza.
Mi scuso a priori se la narrazione potrà apparire a volte troppo
colloquiale e poco scientifica, priva di gra-fici, cifre e dati
oggettivi che pur avrei potuto reperire, ma ho voluto fornire uno
squarcio tangibile della mia vita concreta, senza toglierle in
nessuna maniera la concretezza del suo vissuto quotidiano.
Ritornai a San Marino da New York appena finita la quinta
elementare, precisamente nell’estate del 1963. Ero vissuto in quella
smisurata e per molti versi mostruosa e folle città per ben sei
anni, compiendovi gli studi primari. Non ero nato in America,
essendovi emigrato nel 1957, all’età di cinque anni. Vi-vevo a
Manhattan, in un quartiere estremamente popolare. Mio padre faceva
il suo lavoro di sempre, cioè lo scalpellino, mentre mia madre,
operaia anche lei, aveva trovato impiego presso una lavanderia
automatica. I miei genitori avevano avuto timore a farmi
frequentare le scuole pubbliche, crocevia di ogni tipo di razza e
usanza, per cui all’età di sei anni m’iscrissero alla Santa Cecilia School, istituto cattolico gestito da sacerdoti e suore a poco
distanza da casa mia.
La mia classe americana era composta di soli maschi; le femmine
avevano classi per conto loro. In quinta elementare eravamo ben 33.
Dai miei ricordi attuali mi sembra che andassi d'accordo con tutti e
che mi ci trovassi piuttosto bene.
Dovevamo indossare quotidianamente una sorta di divisa composta da
giacca di velluto grigio, che riportava sul taschino sinistro lo
stemma della scuola, calzoni di velluto rosso scuro, camicia bianca,
cravatta rossa su cui facevano bella mostra di sé le bianche
iniziali S.C.S.
Come si può immaginare, era un vestiario assai scomodo per noi
bambini, estremamente soffocante nei torridi mesi preestivi
newyorkesi, sempre molto vincolante e impegnativo. I maschi, anche
piccoli, in quegli anni erano abituati ad essere vestiti con
cravatta e giacca, in quanto la moda dell’epoca lo impone-va, ma
starsene lunghe ore sui banchi di scuola conciati così era
problematico, a volte proprio irritante, di certo molto costrittivo.
Ogni mattina, prima di entrare in classe, eravamo obbligati ad
assistere alla messa che si svolgeva nell’istituto scolastico, a cui
spesso e volentieri si doveva partecipare digiuni dalla sera prima
per poter fare la comunione. Anche questo era ovviamente un incubo
quotidiano da cui non si poteva sfuggire.
In caso di qualche marachella potevamo subire punizioni corporali:
tramite una grossa striscia di cuoio l’insegnante ci arrossava
deretano o mani, a volte davanti a tutti, a volte facendoci uscire
dall’aula. Io fui punito in questa maniera solo una volta, ma non mi
ricordo il perché. Diversi miei compagni di classe si ritrovavano
invece abitualmente con le natiche arroventate.
L’edificio scolastico era moderno e ben strutturato, così come le
aule e le attrezzature a nostra disposizione. Si studiava molto,
almeno io lo facevo. Mi ricordo che eravamo verificati soprattutto
tramite test scritti, e che i migliori venivano premiati
annualmente davanti all’istituto scolastico intero, con quel tipico
gu-sto della spettacolarizzazione di qualunque evento, per quanto
insignificante, e della creazione dell’eroe ad ogni costo, magari di
un semplice bambino bravo solo a fare i conti, o a scrivere
decentemente un te-sto, così caratteristico della mentalità
americana.
Purtroppo non ho altre reminiscenze significative di quel periodo
ormai troppo remoto. Quando si è avan-ti con gli anni il tempo pare
accelerare e i ricordi rallentare, tanto che nella memoria rimangono
dettagli di esistenza anche minuti, e sembra strano guardarsi
indietro per verificare che da quel particolare evento, di cui si ha
una reminiscenza così vivida, siano passati già tanti anni. Ma
quando si è bambini succede l’opposto: la vita pare andare
estremamente a rilento, mentre i ricordi sono assai veloci tanto da
divenire del tutto evanescenti in un batter di ciglio.
Quella scuola mi avrà senz'altro tenuto lontano dalla strada e dalle
amicizie pericolose, così com’era nei desideri di mia madre. Mi avrà
pure insegnato una certa disciplina fatta di file silenziose in cui
dovevamo attendere l’ingresso in aula, di estrema compostezza, di
educazione quasi militaresca; però mi ha anche di riflesso inculcato
il gusto della libertà, l’odio verso le coercizioni incomprensibili,
l’antipatia per una fede imposta in maniera assiomatica e
ritualistica, il piacere di vestirsi casual senza dover per forza di
cose sembrare un manichino da esposizione, il dolce ma pure piccante
sapore dell’anticonvenzionalismo e dell’autodeterminazione.
Forse il fascino verso la filosofia, disciplina in cui mi laureai
molti anni dopo, mi nacque proprio lì, anche se all’epoca ovviamente
non sapevo davvero cosa fosse.
La mia esperienza scolastica americana, comunque, all’improvviso si
spezzò perché la mia famiglia decise di tornarsene in patria. Mia
madre aveva sempre mal vissuto l’America, per cui fu soprattutto lei
a spingere per il rientro. Non mi ricordo quali sentimenti subissi
da tale decisione. Senza dubbio rappresen-tava per me un salto nel
buio, perché interrompevo per forza un tipo di esistenza che
conoscevo, ormai assolutamente mia, per gettarmi in una vita
dimenticata, del tutto nuova ed estranea. Magari fui piano piano
preparato al rientro dai miei genitori. Probabilmente avevo qualche
perduta reminiscenza del paese dalla mia fanciullezza. Non so, ora
non lo ricordo più. So solo che partimmo e che, dopo un sereno
viaggio sul transatlantico “Cristoforo Colombo”, giungemmo prima a
Genova, poi, passata qualche ora, a San Marino.
Il paese da pochi anni era uscito dal traumatico momento in cui era
avvenuto il cambio di governo coi fat-ti di Rovereta del ’57, cambio
che, grazie ai cospicui aiuti economici che ora giungevano, gli
aveva con-sentito d’intraprendere nuovi percorsi sociali fatti di
maggiore benessere, più possibilità di lavoro, improvviso sviluppo
generale e abbandono definitivo della dimensione rurale che lo aveva
caratterizzato da sempre.
Furono questi i fattori che stimolarono tanti emigrati a rientrare,
ma San Marino nel ’63 era ancora agli inizi di un processo di
crescita, per cui conservava molti aspetti della sua fisionomia di
antico paese di provincia, aspetti che non potevano non colpire
fortemente un bambino proveniente da una realtà urbana già ultra
moderna come New York.
Di quella mia prima magica estate in patria, infatti, rammento
soprattutto tre cose: l’aria frizzante e tersa della sera, la
tranquillità di un paese/presepe ben diverso dalla stracaotica e
allucinante Manhattan, i giri in bicicletta in assoluta libertà per
le strade, esperienza affatto nuova per me, da sempre abituato a
girare solo in parchi ben delimitati e sotto il vigile sguardo di
qualcuno.
In definitiva mi sembrava di essere giunto in un paradiso, placido,
pieno di verde, dall’aria respirabile e pulita, senza tutti quei
problemi ambientali e sociali (il rumore, le infinite auto, il
catrame, i teppisti, i pericoli, i troppi vincoli ecc.) a cui ero
abituato in America, finalmente libero di esprimere tutta la
dinamicità dei miei undici anni appena compiuti.
Non mi ricordavo granché rispetto a quando ero partito, per cui mi
sembrava veramente di essere piomba-to in una specie di favola mai
raccontatami prima. Conserverò sempre in qualche remoto angolo della
memoria l’iniziale mia meraviglia di fronte alle tante lucertole che
scorazzavano libere lungo le rocce del monte, bestiole che prima
probabilmente avevo visto solo in televisione.
Passò gioiosamente l'estate e si rifece ora di andare a scuola. Vi
era il problema del mio inserimento perché, dopo cinque anni di
scuola americana, avevo grossi problemi soprattutto con la lingua
italiana. Si stabilì, non so bene in base a quale principio
pedagogico, perché la regola non era per tutti uguale, di farmi
ripetere la quinta classe, che ebbi la fortuna di frequentare con
una maestra estremamente paziente e materna, addirittura non armata
di lugubre cinghia di cuoio, che mi aiutò molto ad arrivare in prima
media. Le difficoltà furono comunque notevoli tanto che dovetti
continuamente recarmi a lezione privata a pagamento presso un’altra
maestra elementare: mi ricordo che durante l'inverno mi faceva
lezione in uno stanzino angusto e freddo collocato in una vecchia
casa di stampo campagnolo così gelida che alla fine mi vennero
persino i geloni ai piedi, anche questa esperienza del tutto nuova
per me.
La scuola elementare era nell'antico palazzo Pergami, nel centro del
paese, attuale sede del museo, un palazzo adattato ad edificio
scolastico, ma nato per scopi solo residenziali, con polverosi
pavimenti di legno ed aule dalle misure più strane, tra cui la mia
spiccava per le sue dimensioni notevoli e il soffitto che ricordo
altissimo.
Le classi erano miste, cosa del tutto sconosciuta per me: i maschi
dovevano indossare un grembiule az-zurro, le femmine rosa. I pesanti
e tetri banchi di legno su cui eravamo tenuti a svolgere le nostre
attività, testimoni di chissà quante peregrinazioni studentesche
precedenti, erano doppi ed avevano ancora il buco in cui fino a poco
tempo prima stava il calamaio dove gli alunni intingevano pennini e
strumenti di scrit-tura.
Vi era una differenza enorme con gli avveniristici banchi della mia
scuola americana, che erano singoli, piccoli, angusti, con uno
spazio sotto il sedile in cui tenere i libri ed il materiale
scolastico, dotati di un piano di lavoro leggermente inclinato,
ricoperto di formica chiara e luminosa, appena incavato nella sua
parte superiore per apporvi penne o matite e su cui era pressoché
impossibile lasciare tracce del proprio passaggio scolastico, come
piace tanto fare agli studenti, se non lavorando di cesello, cosa
ovviamente del tutto impensabile per le grosse sciagure corporali
che avrebbe comportato. Banchi simili li ritrovai l’anno successivo
nelle nuove scuole medie sammarinesi appena inaugurate a Fonte
dell’Ovo, ma per quell’anno sgobbai su cupi e antichissimi banchi da
libro Cuore.
Ero più avanti in matematica rispetto ai miei compagni, quindi non
avevo problemi in tale materia, anche se ricordo di aver speso non
poco impegno per abituarmi a scrivere il numero 7 con la stanghetta
orizzontale in mezzo, cosa che non facevo perché in America non si
faceva, mentre la mia maestra, senza quella tragica, ma per lei
illuminante stanghetta trasversale, non aveva la sensazione di
trovarsi di fronte ad un 7.
Nelle materie orali avevo non poche difficoltà legate alla
comprensione della lingua, alla memorizzazione eccessiva che ci
veniva richiesta, all’esposizione a voce a cui ero scarsamente
preparato perché nelle classi americane si privilegiava come
verifica il test scritto, non il parlato.
Tra l’altro il clima bonario di quella classe, dove non si aveva il
terrore di essere puniti severamente se si commetteva qualche
birichinata, mi aveva fatto rilassare nei confronti dei miei impegni
scolastici, per cui non sempre studiavo come avrei dovuto. Mi
ricordo una figuraccia terribile sulle capitali europee, che
ovviamente studiando con superficialità non avevo memorizzato, in
cui i miei compagni di classe per aiu-tarmi a dire alla maestra la
capitale dell’Unione Sovietica si misero tutti a sibilare proprio
come una…mosca!
I miei problemi dovuti alla lingua italiana, che è terribilmente
complessa per chi è abituato a pensare con strutture linguistiche di
matrice anglosassone, spesso assurda con la sua miriade di verbi, di
tempi, di modi, di regole e soprattutto di eccezioni, erano un
altro grosso ostacolo alla mia piena felicità scolastica. Tra
l’altro anche la logica dei compiti scritti che dovevamo affrontare
era diversa, più cervellotica, con una tipologia di testi a cui non
ero assolutamente abituato. Una volta dovevamo svolgere un tema in
clas-se sull’Italia e le sue sembianze particolari di stivale. Tema
assurdo, senza dubbio, tanto che io non sape-vo assolutamente cosa
dire! Era già un problema immenso per me utilizzare la lingua,
figurarsi senza idee da esprimere…Alla fine rammento che copiai
qualche concetto altrettanto assurdo da un compagno e riu-scii a
giungere alla fine di quella terribile prova, così drammatica che
ancora oggi, a più di quarant’anni di distanza, è ben viva in me.
Ho un bel ricordo delle ricreazioni che si facevano dopo qualche ora
di lezione, mentre non mi rammento per nulla di quelle americane. I
nostri divertimenti erano estremamente semplici e poveri: giocavamo
con gli elastici, facendoci delle fionde molto artigianali, o ci
rincorrevamo affannosamente dando libero sfogo all’energia repressa
durante la permanenza forzata nei banchi. Il gioco preferito di noi
maschi era quello di fabbricarci aereoplanini di carta, e di
gareggiare tra noi, lanciandoli poi dalla porta del paese nel
par-cheggio sottostante quando si finiva l’orario scolastico e si
rientrava a casa. Quella gara così nuova per me, che pur durava una
manciata di minuti, spesso giustificava tutta la lunga giornata
scolastica.
Ho un vivido ricordo anche dei nostri giochi presso la fontana posta
nelle vicinanze della Cassa di Ri-sparmio, quando nei mesi più caldi
vi sgorgava l’acqua, e delle infinite cacce alle lucertole
nell’attuale Cava del Balestrieri, che all'epoca era solo una cava
in disuso piena di sterpaglie e sassi. Mi ricordo una volta una
sgridata solenne ricevuta da “E Gai”, un pittoresco personaggio
sammarinese d’altri tempi, che ci riprese con foga per quel nostro
macello ricorrente di quelle povere bestiole. Ma era così bello
tirare con la fionda! Bastava in fondo un elastico colorato per
sentirsi degli intrepidi cacciatori in aperta e ardi-mentosa sfida
con la natura selvaggia. E poi non ero abituato a tutta quella
campagna e a quel verde, a quegli spazi così grandi per un bambino e
addirittura del tutto privi di costruzioni e di catrame, spazi che
davvero mi facevano sentire una sorta di spericolato avventuriero!
Sparavamo pallottole fatte di carta o, quando avevamo due soldi in
tasca, andavamo in ferramenta ad acquistare chiodini ricurvi, molto
più precisi e micidiali delle munizioni autocostruite. Per me era il
massimo della libertà, ed io ne godevo si-curamente molto più dei
miei compagni d’avventura, che avevano avuto la buona sorte di
crescere in quel posto e di non dover affrontare le esperienze
vincolanti e soffocanti che invece io avevo vissuto fino a pochi
mesi prima.
Rammento anche l’inebriante odore di cibo che riempiva tutta la zona
bassa del centro storico grazie alla maestria della mitica Nina, che
aveva un chioschetto come non ce ne sono più proprio accanto alla
porta del paese, e il succoso sapore dei suoi micidiali cascioni
fritti, o i massicci “gommoni” che ci vendeva e con cui ci
riempivamo in continuazione la bocca. In America c’erano i
carrettini degli hot dog agli angoli delle strade, così come i fast
food dove mangiare qualche golosità, ma non avevano davvero nulla da
spartire con l’umile ma odorosissimo chioschetto della Nina, che Dio
l’abbia in gloria per le tante gioie gastronomiche che ci ha dato.
Il rientro dall’America significò anche essere investito da
un’infinità di nuovi odori e nuovi sapori, anzi, da antichi odori e
antichi sapori rispetto a quelli ultra contemporanei che già
caratterizzavano gli Stati Uniti in quegli anni, come quello del
latte fresco, ancora consegnato alle case da contadini/produttori.
Dopo essere stato bollito, forniva in superficie una crema vischiosa
che, spalmata e inzuccherata su una rude fetta di pane, non era e
non è di certo paragonabile ad alcuna crema prodotta
industrialmente.
Era bello andare a scuola nel cuore del paese, soprattutto d'inverno
quando le strade si presentavano più deserte e sembrava di camminare
tra i sapori, i colori e i silenzi di un ancestrale villaggio in
letargo. L’utilizzo dell’edificio scolastico avveniva a turno in
quanto alcune classi avevano lezione al mattino, altre di
pomeriggio. Periodicamente si doveva scambiare il turno. Ancora oggi
conservo, quasi a livello e-pidermico, le sensazioni degli affannosi
ritorni a casa pomeridiani col buio dell’inverno, della nebbia che
ti avviluppava temibile e protettiva al tempo stesso, degli
agghiaccianti passi che avvertivi alle tue spalle senza poter
individuare da chi provenissero.
Qualche scena di “Amarcord” di Fellini può forse dare l’idea di ciò
che sto raccontando, e degli scenari che cerco di descrivere, ma con
le parole mi è difficile spiegare adeguatamente le mie sensazioni di
allo-ra, ingigantite sempre dal fatto che l’anno prima vivevo e
soprattutto sentivo in tutt’altra maniera.
Ugualmente merita un rapido accenno il Natale, così ultra
tecnologico, consumistico, sfacciato quello americano, pieno di
rumori, colori, mercanzie, supermercati, pubblicità, acquisti
spasmodici, così contenuto, familiare, intimo, schivo quello
sammarinese, anche se già incominciava a americanizzarsi.
Non ebbi mai grossi problemi coi compagni di scuola, che mi
accettarono senza farmi sentire un corpo estraneo. Forse eravamo
troppo piccoli, o forse erano già abituati al rientro di emigrati,
visto che in quegli anni stava iniziando un ritorno massiccio in
patria da parte di chi in precedenza aveva dovuto cercare for-tuna
altrove. Nella mia classe eravamo in due alunni a essere rientrati,
ma ve n’erano altri nella seconda quinta elementare dell’istituto.
La mia pronuncia mi rendeva diverso rispetto agli altri e facilmente
individuabile come immigrato, ma a parte qualche lieve presa in giro
per tale motivo, non ricordo proprio altri problemi d’integrazione
nel nuovo mondo in cui ero stato gettato.
Riguardando oggi la foto della mia quinta elementare sammarinese,
vedo solo volti di amici con cui sono cresciuto e che nella loro
maggioranza mi sono rimasti vicini per tutti gli anni a seguire. Si
andava insieme al cinema la domenica, si giocava a pallone, o con
le figurine Panini dei calciatori di serie A, con cui si facevano
scambi dopo tremende ricerche di quelle che ti mancavano e che
dovevi pagare con quantità esorbitanti di quelle di cui disponevi
invece in abbondanza, oppure te le giocavi in vari modi, in una
sorta di primo gioco d’azzardo infantile che ci portava a lanciarle
contro un muro, a scoperchiarle con un colpo secco della mano, o a
giocarcele in altra maniera ancora. Adoravo quel passatempo così
nuovo ed esotico per me. Non c’era ragazzino che non girasse con la
sua “saccocciata” di figurine per fare scambi con il primo che
incontrava, o per giocarsele fino all’ultima. Come svaghi all’aperto
io ero abituato al baseball, ai pattini a rotelle, e a pochissime
altre attività che facevo coi miei coetanei americani, tra l’altro
mai in assoluta libertà, per cui il mondo del gioco dei bambini
sammarinesi, così semplice e verace, mi era per lo più completamente
nuovo e, come tutto il resto, pieno di spazi di grande libertà del
tutto miei.
Mi mancava però la televisione americana, già tanto ricca di canali
e di spettacoli. Fu molto difficile abi-tuarsi solo a Rai 1 e Rai 2
e a quel poco che trasmettevano in ore prestabilite, così come fu
dura passare da Elvis Presley al Quartetto Cetra, o dalla vasta e
poliedrica produzione di Walt Disney a personaggi che pur hanno
fatto la storia della televisione per bambini come Roby, Quattordici
e la Gallina Trik e Trak. Così come mi parve paradossale che il mio
eroe fumettistico americano Superman, di cui non perdevo una
striscia, qua fosse paradossalmente conosciuto col tragicomico nome
di “Nembo Kid”.
Tuttavia le assurdità che registravo e la carenza di televisione,
che in realtà riempiva fin troppe ore della mia esistenza americana,
furono ampiamente compensate dalla possibilità che ora avevo di star
fuori casa per lunghe ore del giorno da solo a divertirmi in maniera
più sana e consona alla mia età.
Bene o male finii la quinta elementare e fui promosso in prima
media: nel 1964 iniziai a frequentarla nel nuovo edificio inaugurato
l'anno prima a Fonte dell'Ovo, struttura splendida, gigantesca,
moderna, dotata di mille accorgimenti, anche se ancora da
completare, immersa in quella natura che adoravo.
Di questi anni non ho reminiscenze importanti, né fatti particolari
legati al mio essere un rientrato in pa-tria. Mi ricordo la mia
terribile insegnante di italiano, storia e geografia, forse colei
che più di tutti mi fa-ceva sentire “americano”, che nel primo tema
in classe che scrissi mi diede 2 “per incoraggiamento”, co-me mi
disse. Lo scoglio più grosso del mio ritorno dall’America rimase a
lungo proprio l’italiano che stentava a migliorare. Tra l'altro
continuavo ad avere momenti di rilassamento in cui studiavo poco,
forse proprio perché non potevo competere con i migliori, come il
mio orgoglio avrebbe voluto e come mi succedeva in America, per cui
fu un periodo scolastico altalenante in cui imparai a sopravvivere
senza eccel-lere, ma anche senza naufragare.
Per tantissimo tempo dovetti continuare ad andare a lezione privata
per migliorare il mio italiano, facendo purtroppo spendere fior di
quattrini ai miei genitori, finché piano piano finalmente ci riuscii
arrivando al-la sufficienza negli scritti.
Non avevo una grande predisposizione per le discipline manuali, come
educazione tecnica ed artistica, probabilmente perché vi ero
scarsamente abituato, ma me la cavavo bene nelle materie più
teoriche, tra cui latino, iniziato in seconda media, dove prendevo
in genere voti piuttosto alti. Purtroppo come lingua straniera in
classe si faceva solo francese, per cui la mia abilità con l’inglese
non mi servì a nulla, e len-tamente ne persi l’uso e in larga parte
la memoria.
All'epoca nelle scuole medie alcuni insegnanti erano ancora
sostenitori della necessità di attuare decise selezioni tra gli
studenti, e arrivavano a bocciare parecchi ragazzi, soprattutto
durante il 1° anno. D’altra parte gli alunni erano assai variegati
in quanto c’era il bambino ancora di provenienza contadina, che
in-dividuavi per l’italiano dialettale usato, ma anche per la
merenda tipicamente campagnola con cui ban-chettava per tutta la
ricreazione, così come c’era il figlio del medico o del
professionista o del commerciante che si mangiava lo yogurt col
cucchiaino o comperava quotidianamente al bar della scuola la sua
merenda, vestendo sempre come un damerino.
In definitiva in classi che di solito erano piuttosto numerose
c’erano studenti di tutti i livelli sociali e cul-turali, e per
alcuni insegnanti la cosa più sbrigativa era fare selezione, anche
se l’obbligo scolastico era stato da poco elevato ai 14 anni di età
e gli studenti che bocciavano se li ritrovavano puntualmente in
classe, o comunque a scuola, anche l’anno dopo.
Ancora non vi erano portatori di handicap tra gli studenti, per cui
la cultura del recupero ad ogni costo non era comune tra il corpo
docente, perché era per l’epoca ancora abbastanza logico e naturale
che non tutti dovessero raggiungere livelli di acculturazione
particolarmente elevati.
Nonostante questa logica, che per le mie difficoltà linguistiche
poteva fare di me con facilità un elemento da espellere dal ciclo
scolastico, riuscii ad un certo punto a trovare un modus vivendi
anche con la mia temibile insegnante di materie letterarie, fatto
che mi permise di diplomarmi regolarmente senza grossi patemi, tanto
poi da iscrivermi addirittura al locale liceo classico.
Negli anni di cui sto trattando, ovvero il 1966/67, non c'erano in
territorio sammarinese altri corsi di stu-dio a parte il liceo
classico: chi non voleva frequentarlo doveva andare fuori
territorio. La scelta era quasi obbligata, dunque, anche se parecchi
miei compagni delle medie si recarono a studiare negli istituti di
Rimini. Altri ancora invece smisero del tutto, perché all'epoca non
erano in tante le famiglie che potevano permettersi economicamente
di far studiare i propri figli, né vi era spesso la cultura di fondo
adatta per una simile scelta. I miei genitori desideravano invece
ardentemente che ampliassi la mia istruzione, per cui, non avendo
alcun desiderio di abbandonare il mio paese in cui mi trovavo così
bene, mi misi a stu-diare greco e ad approfondire latino, in cui me
la cavavo sempre bene, seguendo con un certo interesse tutte le
altre discipline insegnate nel ginnasio.
Gli anni del biennio superiore furono sicuramente molto più duri ed
impegnativi di quelli precedenti, an-che se ormai ero pienamente
inserito nella logica della scuola e la mia dimensione americana era
stata fortemente ridotta, pur continuando a penare un po’ per
l’italiano scritto. Si doveva sgobbare parecchio perché ancora vi
era l’esame di passaggio dal biennio al triennio, che veniva svolto
dai docenti del trien-nio stesso, e le nostre insegnanti temevano
ovviamente il confronto e ci facevano scarpinare a più non posso.
Per fortuna l’onda anomala del ’68 riuscì a spazzarlo via a pochi
mesi dal momento in cui avrem-mo dovuto affrontarlo, così anche il
biennio alla fine terminò con maggiore serenità.
Furono anche questi anni assai pacati, privi di qualunque sbalzo o
turbolenza. Era il paese stesso a farti stare sereno, con i suoi
ritmi lenti e sonnacchiosi, con un benessere che, grazie soprattutto
al turismo, cominciava ad essere sempre più tangibile.
Mi ricordo splendidi momenti scolastici legati alle attività che si
svolgevano, agli amici, alla maggiore indipendenza che l’età
permetteva. Sicuramente i problemi più rilevanti a livello
scolastico e di interrela-zione non li ebbi nelle scuole superiori,
per cui ginnasio e liceo risultarono un iter non particolarmente
problematico o irto di ostacoli. Solo una volta venni rimandato a
settembre: nel quart’anno, in greco, più per un capriccio
dell’insegnante che per effettivi demeriti miei. Così terminò anche
la mia esperienza li-ceale; in seguito m’iscrissi a Filosofia a
Bologna, scelta legata alla curiosità che mi aveva suscitato questa
disciplina nel liceo, al desiderio di approfondirla nella dovuta
maniera, senz’altro anche al mio carattere. Ma ormai ero
assolutamente integrato nel mio nuovo mondo e l’America era assai
lontana; anzi, forse addirittura aliena dopo la spietata analisi
fattane dal ’68.
Nessuno mi faceva sentire più americano, né io facevo nulla per
apparire tale. La fase d'inserimento nella società sammarinese
poteva senz’altro considerarsi del tutto terminata.
Desidero concludere questo mio racconto di vita con una breve
riflessione del tutto personale: emigrare è sempre un trauma per chi
è costretto a partire, e anche per coloro che se ne devono invece
restare ad attendere un eventuale ritorno; tuttavia vivere in un
altro paese estremamente diverso dal proprio, entrare in contatto
con culture variegate e dissimili, abituarsi a sentire, vedere,
udire cose del tutto nuove rispetto a quelle della propria esistenza
precedente può costituire un grande arricchimento individuale, se si
può e si sa vivere tale esperienza anche come accrescimento e
evoluzione dei propri orizzonti culturali, non solo come parentesi
di vita obbligata, randagia, oscura.
L’America probabilmente mi ha tolto molto della mia serenità di
fanciullo di provincia, ma senz’altro mi ha anche dato molto.
Soprattutto mi ha dato la possibilità del confronto e della
comparazione tra due mondi per tanti versi antitetici, mi ha fatto
comprendere in concreto, in un’età in cui si è molto ricettivi
intellettualmente, quanto sia importante trarre esperienza da ogni
momento che ci è dato di vivere, bello o brutto che sia.
Chi non ha dovuto provare l’emigrazione può senz’altro considerarsi
più fortunato di chi invece vi è stato costretto, ma penso
sinceramente che abbia anche perso qualcosa.
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