Crisi della razionalità e ritorno alla pratica filosofica
È
strano come la fine del secolo scorso sia stata attraversata dalla paradossale
coesistenza di una riconosciuta crisi epocale della filosofia, dichiarata
da più parti, e dall’emergere al contempo di un bisogno culturale e
sociale diffuso di filosofia, all’interno della comunità umana concreta,
soprattutto fuori dei luoghi tradizionalmente riconosciuti di creazione e
trasmissione del sapere filosofico. Ne sono prova le innumerevoli collane
editoriali di divulgazione filosofica e i molteplici dibattiti pubblici
concernenti assunzioni di senso e di responsabilità nei confronti delle nuove
questioni morali, sociali, politiche generate dai complessi meccanismi del mondo
contemporaneo – per il singolo o per la collettività.
La cosa diviene ancor più interessante, d’altronde, se, tralasciando
le ormai retoriche affermazioni concernenti un certo vuoto teorico seguito al
tramonto delle ipostasi metafisiche e delle grandi contrapposizioni ideologiche,
che avrebbe fatto riecheggiare oltremodo la voce della crisi, si voglia
riflettere, invece, su quale sia stato il suo lontano inizio, dichiarato,
all’interno del dibattito filosofico. Ebbene, non è un caso, probabilmente,
che proprio l’Existenzphilosophie sia stata considerata e definita fin
dall’inizio «filosofia della crisi»[1].
Voglio dire, è proprio la scoperta dell’esistenza che ha cominciato a
scardinare, direttamente o indirettamente, l’ormai tradizionale assetto
procedurale della filosofia, dottrinale, artificioso, pressoché del tutto
autonomo rispetto alla realtà delle vicissitudini umane. Questo modo di
procedere può essere qui espresso, in prima approssimazione, mediante
l’immagine del commentarium, tardoantico, o di medievale memoria,
contrapposto, anzi anteposto o comunque di gran lunga preferito, nel
corso del tempo, rispetto alla filosofia come modus vivendi – istanza
originaria della filosofia, nata con essa, che passa, splendidamente, per le
scuole ateniesi del IV-III sec. a.C. e attraversa, perdendo man mano vigore, un
po’ tutto il cosiddetto Ellenismo.
Ma andiamo con ordine, tornando a riflettere brevemente sull’Existenzphilosophie
e sul suo ruolo ambiguo, consistente nell’aver ri-scoperto e allo
stesso tempo ri-coperto la strada appena indicata – specie quando
divenne ontologismo. La rifondazione italo-tedesca dell’ontologia nel
Novecento, legata ai nomi di Carabellese (Critica del concreto, 1921), di
Von Hartmann (Wie ist eine kritische Ontologie überhaupt möglich?,
1925) e soprattutto di Heidegger (Sein und Zeit, 1927), fu vista
nell’opera del suo maggiore esponente come «teoria dei possibili modi di
essere dell’esserci, considerati astrattamente, nel loro darsi a priori,
indifferente alle loro determinazioni concrete»[2].
Quanto lontana è una tale posizione da quella che poté sembrare agli occhi di
altri pensatori la filosofia dell’esistenza. Essa «è in verità
soltanto un’espressione dell’unica, antichissima filosofia» – scriveva
Jaspers. Compito dell’Existenzphilosophie è «cogliere la realtà
nella sua dimensione originaria e percepirla nello stesso modo in cui riesco a
cogliere me stesso, pensando, nel mio agire interiore»[3].
Un testimone di quegli anni nel nostro paese ha scritto che «a voler dire quale
fosse il clima filosofico, in Italia, negli ultimi anni Trenta, nulla sarebbe più
appropriato delle parole contenute nel saggio banfiano del 1934, Sui principi
di una filosofia della morale – “non è il pensiero che insegna a vivere
alla vita, ma la vita che insegna al pensiero a pensare” – e del detto
platonico - caloV o cindunoV - riprodotto da Abbagnano come
motto di apertura de La struttura dell’esistenza del 1939»[4].
E ancora: «Una breve ricognizione mostrerebbe quante tra le opere più
significative di quegli anni portassero, nel titolo, il termine vita o un
termine a esso più o meno equivalente come esperienza o esistenza»[5].
Si badi
bene, non è questa la sede per un processo alle filosofie che vollero
radicalizzare l’esistenza, o sviluppare temi pregressi come ad esempio quello
fenomenologico husserliano della Lebenswelt o mondo-della-vita, nella sua
precategorialità, come fondamento di senso per l’uomo[6].
La questione non è valutare quanto le filosofie dell’esistenza siano
riuscite a spingersi verso la realtà umana concreta più di altre filosofie, ma
sottolineare che, nonostante le molteplici spinte ideologiche e gli slanci
intellettuali dell’Existenzphilosophie e dell’esistenzialismo, un
po’ tutta la filosofia del ‘900 difficilmente avrebbe potuto muoversi nella
direzione di una vera e propria “arte del vivere”, a causa del suo statuto
epistemologico e dei suoi limiti, di cui ancora oggi troviamo traccia. Secondo
il mio parere, almeno due sono gli aspetti da mettere in risalto per comprendere
questi limiti: uno è quello della spoliticizzazione storica della filosofia che
si costituisce come scienza, l’altro, strettamente connesso, è la preferenza
accordata nel corso del tempo all’affinamento della dimensione speculativa
della riflessione filosofica a discapito di quella pratico-operativa.
Il
processo di spoliticizzazione della filosofia ha origini assai remote e rinvia
alla strutturazione stessa della prassi filosofica di tipo moderno. La cosa è
stata ben chiarita ad esempio da Hannah Arendt, allorché vide in Platone e
nella sua opera il primo tentativo di porre fine al conflitto tra il filosofo e
la polis, manifestatosi in tutta la sua gravità nel processo e nella
condanna a morte di Socrate. Falliti i vari tentativi di Platone di rifondare la
polis, sia teorici, superbamente espressi nella Repubblica, che
pratici, con Dionigi e la tragica disavventura siracusana, la creazione
dell’Accademia dovette essere intesa in maniera diversa rispetto a quella di
altre scuole filosofiche che l’avevano preceduta. Essa volle offrire garanzie
istituzionali per uno spazio autonomo “artificiale” – contrapposto a
quello “naturale” della polis – in cui esercitare la propria
attività speculativa e salvaguardare la ricerca. Gli Accademici, osserva la
Arendt, «dovevano essere liberati dalla politica nel senso greco, né più né
meno di quanto i cittadini dovevano essere affrancati dallo stato di necessità
della vita per rendersi disponibili per la politica. E per poter accedere allo
spazio “accademico” dovevano abbandonare lo spazio del vero politico [das
Politische], proprio come i cittadini dovevano lasciare la sfera privata
della loro casa per recarsi nella piazza del mercato. Come l’affrancamento dal
lavoro e dalle cure della vita era un presupposto necessario della libertà del
politico, così l’affrancamento dalla politica divenne il necessario
presupposto della libertà dell’Accademia [das Akademische]»[7].
Nei secoli dell’era moderna
l’atteggiamento menzionato è andato consolidandosi. Ricordiamo la
rivendicazione di Spinoza della libertas philosophandi, requisito
fondamentale del retto governo di uno Stato: «Libera in sommo grado è quella
repubblica che ha le sue leggi fondamentali sulla retta ragione, giacché in
essa ciascuno può, se vuole, essere libero, ossia vivere integralmente secondo
il dettame della ragione»[8].
Nel tempo è venuto determinandosi un nuovo concetto di libertà in ambito
socio-culturale, la «libertà dalla politica», come la definisce la Arendt.
Essa è stata di fondamentale importanza nel passaggio all’età moderna,
soprattutto quando si trattò di dare forma pubblica e giuridica
all’astensione dall’agire politico non solo in materia di posizioni
filosofiche, ma anche di determinazioni scientifiche e perfino di confessioni
religiose. In generale, nota la Arendt, la qualità dello Stato secolarizzato
moderno può essere valutata proprio a partire dalle «dimensioni dello spazio
di libertà non politica che esso contiene e mantiene»[9].
Insomma,
per dirla con un esempio più recente, ci sarà pure un motivo se Gianni Vattimo
osserva ancora a tutt’oggi che, sotto molti punti di vista, il suo uso sociale
della filosofia sui giornali o in politica può esser considerato una forma di
caduta, o di remissione. Egli ricorda che «Pareyson una volta, quando qualcuno
dei suoi allievi era passato al corso di laurea in storia, ha detto con un certo
rammarico: “È caduto nella storia”. Figuriamoci che cosa potrebbe dire oggi
di me: senz’altro che sono caduto nella politica»[10].
Parallelamente
all’aspetto sin qui illustrato viaggia poi nel corso del tempo un’altra
trasformazione della filosofia – rispetto alla configurazione da essa
posseduta alle origini della civiltà occidentale. Si tratta del suo passaggio
da pratica socio-culturale ad esercizio storico-letterario, esegetico. Il
processo inizia probabilmente nella Roma grecizzata e giunge a compimento nel
Medioevo, per poi arrivare fino a noi pressoché immutato, anzi meglio
consolidato[11].
Crisi epocale della filosofia o esigenza di preservare la memoria del pensiero
greco ed ellenistico, di certo nel corso della storia si afferma il primato del commentarium
a discapito della concezione della filosofia come modus vivendi. La
riflessione filosofica prende a celebrare se stessa, soprattutto nelle grandi
sintesi Scolastiche medievali. La ricerca erudita nell’Umanesimo-Rinascimento
e lo specialismo accademico nell’età moderna hanno poi fatto il resto.
Qualunque
sia la relazione, probabilmente non lineare e discontinua, tra i due processi
storici menzionati, il problema è che nel corso del tempo la filosofia è
divenuta di fatto una quasi completa messa in opera del precetto antico degli
allevatori di usignoli che per farli cantare meglio occorreva accecarli. Voglio
dire, la filosofia che assurge a disciplina tecnica a se stante rispetto al
mondo corre il rischio di trattare di cose come “il sesso degli angeli”, o
chessoio. L’astrazione può essere cosa sottile e raffinata da raggiungere per
un pensatore, ma non credo possa divenire autonoma, o, almeno, in essa non
possono certo spegnersi tutte le istanze di riflessione filosofica provenienti
dall’uomo e dalla vita vissuta – contingente, anche inconcludente, senza
dubbio concreta.
Dal mio punto di vista, al
limite oltre il quale la filosofia che si fa teoresi assoluta non può più
spingersi inizia la Pratica Filosofica: prospettiva di natura
eminentemente collegiale in cui ciascun singolo incontra le idee, le affina,
mediante un trascendersi non fine a se stesso, un processo dialettico che
origina dalla irriducibilità del mondo reale e riscopre costantemente, mediante
riflessione critica, il concreto stesso.
Shlomit
Schuster nota che espressioni come Philosophical Practice o Philosophy
Practice sono (anche) adoperate «come termini generali per il filosofare in
gruppo»[12].
L’osservazione ha in sé carattere descrittivo, ma in questa sede intendo rilanciarla passando dalla mera osservazione cronachistico-storica ad una definizione di tipo argomentativo. Puntualizzo dunque che, personalmente, con queste ed
altre espressioni, come ad esempio Filosofia in Pratica [Philosophy in
Practice], intendo un sopra-ordinato semantico di singole pratiche
filosofiche come philosophy for children, socratic dialogue, cafe-philo,
philosophical counseling, management philosophy, ecc. – che le
include e rappresenta tutte e appartiene propriamente alla terminologia
filosofica generale. Sotto la pur variegata diversità di prospettive
specifiche, infatti, elemento comune di ciò che possiamo definire come
l’attuale movimento della Philosophy in Practice è la pratica
socio-culturale della filosofia, in quanto modus vivendi e con valenza politica
– in senso greco. La riflessione filosofica ha uno scopo più edificante
che dimostrativo, maggiormente orientato alla cura intellettuale dell’umanità
che allo sviluppo del sapere e al progresso di conoscenze. Per chiarire
quest’ultimo punto vale la pena di ricordare la nota distinzione husserliana
(1911) tra la filosofia come Weltanschauung e come scienza [Wissenschaft][13].
La filosofia come visione-del-mondo consiste essenzialmente in una descrizione
creativa del sé e contemporaneamente della cultura entro cui si vive.
Tutta
la Philosophy in Practice oggi circolante, nelle varie forme prima
indicate, annulla o dovrebbe annullare quanto più possibile la distinzione tra produttore
e fruitore nella prassi filosofica. I membri delle diverse comunità
di pratica filosofica, almeno duali, non rappresentano né l’uno né
l’altro, o entrambe le cose al contempo, secondo nuove-vecchie modalità
d’approccio alla filosofia. Con una terminologia che mi permetto di mutuare
dalla recente ricerca anglo-americana in materia di logica induttiva applicata[14],
si può affermare che essi sono dei «reasoners», dei ragionatori, anzi,
meglio, dei ragionatori creativi.
L’uso del sapere filosofico codificato, secondo tradizione, permane
costante e tuttavia, paradossalmente, anche accidentale, congiunturale,
saccheggiato mediante movimenti spontanei dal mondo reale a quello delle idee e
viceversa, con incursioni dell’universale e del pensiero astratto nella
concretezza dell’esistenza e dei suoi problemi.
Inserire il counseling filosofico nel più ampio movimento della Filosofia in Pratica, nel senso fin qui illustrato, è per molti aspetti una proposta forte allo stato attuale delle cose, ma è l’unica che vedo per evitare che i precetti filosofici siano penosamente ridotti a espedienti psicoterapeutici. Liberandoci completamente dal paradigma medico e adoperando la nota espressione di Achenbach potremmo dire che esso rappresenta qualcosa di “alternativo” rispetto alla psicoterapia senza essere una “psicoterapia alternativa”, cioè solo l’ultima moda in fatto di terapie d’aiuto psicologico. Ma affinché affermazioni del genere non risultino vuote, a mio parere, occorre avvicinare il counseling filosofico alle altre forme di pratica filosofica esistenti, riconoscendo (anche) in esso un’intima istanza socio-culturale di crescita reciproca su base filosofica. Da questo punto di vista va ricordato che Socrate, paradigma storico dell’interrogazione riflessiva, raramente fu «counselor», più spesso fu «cliente» nei suoi atteggiamenti: querulante, rompiscatole, perfino paranoico nel suo continuo interloquire pubblico[15].
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Adoperando metaforicamente delle immagini, si può dire che, secondo quanto appena osservato, raffigurare Socrate mediante un solo volto è di certo poco opportuno. Una duplice faccia è più confacente allo scopo, ma non nel senso del dio Giano, bifronte, più adatto all’immagine dei sofisti dei diddoi logoi, del sapere usato verticalmente, della retorica come artificio ingannevole e persuasivo. Socrate è meglio raffigurato da due facce che si guardano negli occhi, speculari, figura che fa pensare a un sapere vissuto orizzontalmente, con ruoli intercambiabili, segno di una conversazione che, come chiarificazione o anche complessificazione, è comunque crescita. In essa l’uso della retorica diviene meccanismo di edificazione comune. |
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Per Socrate la filosofia non era
acquisizione ma un modo di vivere. Il modello è quello della filosofia come atto
pratico, come forma (o scelta) di vita, cioè qualcosa che chiunque di noi
può emulare. Il suo mito dimostra probabilmente l’importanza di impadronirsi
del linguaggio e del metodo della riflessione filosofica – al di là delle
determinazioni specifiche di essa (che sono tante quante sono i filosofi) e dei
singoli contenuti cui si possa giungere. Una tale considerazione conduce anche
ad una possibile concezione della filosofia nella philosophy in practice.
Voglio dire, nelle varie pratiche in cui essa si concretizza, con valenza
eminentemente sociale, o almeno intersoggettiva, la filosofia fa la sua comparsa
come disciplina trasversale ad ogni altra, o all’esistenza stessa.
Questa caratteristica, in realtà antica, distingue probabilmente la filosofia
da ogni altra occupazione intellettuale umana. E non si tratta di discriminare
tra saperi più o meno cumulativi, oggettivi o quant’altro. La filosofia nasce
in Occidente come progetto, consapevole o meno, di trasformazione dell’uomo,
delle sue posizioni rispetto al mondo e a se stesso[16].
Essa è per noi probabilmente la maniera più “spontanea” di trascendersi,
riflettere trasversalmente a tutto, alla riflessione stessa e alla sua storia[17].
|
A mio parere, il counseling
filosofico e più in generale la filosofia in pratica offrono se non
altro l’opportunità di uno spazio e un tempo specifici di sospensione
dell’immanenza del quotidiano, della routine, per far entrare al loro posto la
riflessione e la cura del pensiero, il confronto filosofico con l’alterità,
con i valori, le idee. La migliore analogia per esprimere quanto appena
affermato è quella di un gruppo di amici che suonano, o cantano insieme
(=spazio e |
[1] In Italia, Antonio Banfi adoperò per primo la definizione nel 1941, nell’articolo Il problema dell’esistenza pubblicato nella rivista «Studi Filosofici» (sta in A.Banfi, Filosofi contemporanei, Milano-Firenze 1961, pp. 301-330).
[2] M.Heidegger, Essere e tempo, Einaudi, Torino 1969, p. 65.
[3] K.Jaspers, La filosofia dell’esistenza, Laterza, Roma-Bari 1996, p. 3.
[4] G.Semerari, "Il relazionismo di Enzo Paci e il dibattito degli ultimi anni Trenta", in Novecento filosofico italiano, Guida, Napoli 1988, pp. 231-268: 247.
[5] Ibidem.
[6] Cfr. E.Husserl. La crisi delle scienze europee, Il Saggiatore, Milano 1968.
[7] H.Arendt, Che cos’è la politica, Edizioni di Comunità, Milano 1995, p. 43.
[8] B.Spinoza, Trattato teologico-politico, Einaudi, Torino 1980, p. 384.
[9] H.Arendt, Che cos’è la politica, cit., p. 47.
[10] G.Vattimo, Vocazione e responsabilità del filosofo, Il Melangolo, Genova 2000, p. 113.
[11] Cfr. P.Hadot, Che cos'è la filosofia antica, Einaudi, Torino 1998.
[12]
S.C. Schuster,
Philosophy Practice. An Alternative to Counseling and Psychotherapy,
Praeger Publishers, Westport, Connecticut 1999, p. 3.
[13] E.Husserl, La filosofia come scienza rigorosa, Laterza, Roma-Bari 1994.
[14] Cfr. ad esempio I.Pratt, Artificial Intelligence, The MacMillan Press, London 1994.
[15] L’Assioco, o Della Morte è forse l’unico dialogo in cui Socrate viene invitato in qualità di “consulente” dal giovane Clinia a visitare suo padre morente, Assioco, per rincuorarlo. Il testo tuttavia non è edito abitualmente fra i dialoghi di Platone, poiché da ritenersi assolutamente spurio – come già sostenuto a suo tempo da Diogene Laerzio (III 62). Nel dialogo, infatti, Socrate narra in prima persona fatti e ragionamenti, cosa più unica che rara nelle opere socratiche di Platone; inoltre, vi sono riferimenti a circostanze e temi della sofistica e della diatribica di scuole filosofiche posteriori.
[16] Gianni Vattimo di recente si è soffermato su questo punto, osservando che solo mediante una certa forzatura possiamo chiamare “filosofia” ad esempio i Vedanta, i Veda o le Upanisad orientali. Per lui «la filosofia è una scienza storica […] nel senso che è nata con una storia della cultura e con una certa cultura storica» [G.Vattimo, Vocazione e responsabilità del filosofo, cit., p. 115]. Egli va anche oltre, fino a parlare di un «dovere storico» per noi di praticare la filosofia. «Una volta nata una scienza medica, non si va più dagli stregoni, e questo è un dovere non naturale ma storico di fedeltà alla storia» [ibidem]. Per quanto mi riguarda, credo sia opportuno trasformare la presente generica esortazione alla filosofia, alquanto vaga, in un preciso invito alla filosofia in pratica, o alla filosofia per tutti.
[17] A rischio di enfatizzare l’ovvio, ricordo di tenere sempre presente la distinzione tra filosofia e storia della filosofia. Per la seconda, ad esempio, più facilmente possono essere avanzate pretese di scientificità; per la prima è invece molto difficile.
[18] m.de Pasquale, Al caffé con Socrate, Stilo, Bari 1999, p. 9.
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