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Ai dont spik inglisc!
No, non si tratta di un corso accelerato di inglese parlato.
E' una raccolta di riflessioni, commenti, ricordi di un viaggio in Palestina.
Un viaggio che ha avuto luogo nel corso dell'estate 2002.
E' durato un intero mese, nel corso del quale ho conosciuto persone, parlato con esse, raccolto interviste e documentazione, scattato foto, evitato lacrimogeni e pallottole e nel corso del quale, ormai alla fine del mio lungo lavoro, ho smarrito (sottratto per sbaglio?) il bagaglio, con dentro tutto il frutto di questo lavoro.
Non ho più neppure una pagina dei miei appunti, dove erano riportati nomi di persone e luoghi, fatti ai quali mi ero trovato presente e fatti riferiti da altri testimoni, e impressioni colte al volo, non appena mi avevano assalito.
Non ho più neppure una foto delle tante scattate. Foto di luoghi, di persone, di fatti nel mentre si svolgevano. C'erano foto di volti, che parlavano (a chi sa ascoltarli) più di mille interviste o articoli o anche di mille foto di devastazione.
Ho solo dentro di me una serie un po' disordinata di ricordi e di impressioni. Ma da questi affiorano univocamente sempre le stesse sensazioni.
Ciò che, nel mio intento, doveva essere un reportage si è dovuto, quindi, trasformare, per forza di cose, in un qualcosa d'altro.
Ho deciso che non racconterò fatti e tappe di viaggio, che non descriverò luoghi, che non citerò persone e date. Tutto questo sarà solo accennato, se necessario.
Descriverò ciò che mi è rimasto dentro, le sensazioni vissute, le emozioni provate.
Solo una nota riguardo al titolo. La frase, che in inglese corretto suonerebbe così (almeno, credo...) "I don't speak english", è la frase che più spesso ho pronunciato nel corso del viaggio, che ha contribuito a caratterizzarmi al punto tale da riportarla, in un'occasione, su un tesserino di riconoscimento (e, in effetti, serviva benissimo allo scopo!).
Questo viaggio è nato dalla necessità, che ho avvertito sempre più impellente, di essere presente a ciò che considero una delle tragedie più grandi che si siano mai consumate (e si sta ancora consumando!).
Non volevo, però, essere presente per poter dire: "io c'ero"; volevo rendermi conto di persona, senza mediazioni e manipolazioni più o meno interessate, senza filtri ed adattamenti vari, di cosa stesse davvero accadendo in terra di Palestina, di come si presentassero, agli occhi di uno spettatore curioso ed interessato ma sufficientemente obiettivo, i fatti ed i protagonisti.
Volevo capire come si potessero verificare i fatti che i media ci riportano, senza che niente e nessuno potessero valere a incidere sul loro svolgimento.
Volevo, anche, però, nel più intimo del mio cuore, vivere sulla mia stessa pelle, nei limiti del possibile, ciò che vive il popolo Palestinese da oltre mezzo secolo.
Volevo portare il mio contributo, nella forma ritenuta più opportuna, alla vita quotidiana e, se necessario, alla lotta di questo Popolo.
Tante le cose che volevo...
Ma non avevo fatto i conti con la realtà e le contingenze, che mi hanno portato a trasformarmi più in un reporter che in un volontario, più in un testimone che in un visitatore.
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