Entrare in Israele è stato facile, nonostante i tanti dubbi e interrogativi presenti nella mia mente fino alla frontiera tra la Giordania ed Israele, il famoso Allenby Bridge o, secondo i giordani, il King Hussein Bridge.
La mia aria tranquilla, un po' ingenua, mi ha aperto tutte le porte. Non c'erano motivi per i soldati israeliani per negare l'ingresso nel paese a questo straniero un po' sprovveduto e quasi inconscio di ciò a cui andava incontro.
Nessuna raccomandazione, loro ripetute dai superiori fino alla noia, autorizzava a ritenere pericoloso, o perlomeno potenzialmente "fastidioso", uno straniero che non conosce le lingue, che sorride a tutte le domande, che alla richiesta del passaporto porge spontaneamente tutti i pezzi di carta che fino ad ora gli sono stati rifilati (passaporto, cedolino con il visto di uscita dalla Giordania, ricevuta dell'agenzia di cambio, biglietto dell'autobus che lo ha trasportato dal lato giordano al lato israeliano del ponte, scontrino della bibita all'arancia appena consumata...).
Mi sono quindi diretto a Ram Allah. Ho sostato, visitato, vissuto e conosciuto (nel corso dell'intero viaggio) anche la striscia di Gaza,
Jenin, Nablus e molti dei villaggi che circondano queste cittadine.
Ho vissuto con i Palestinesi, ho mangiato e dormito con e come loro, ho affrontato gli stessi disagi, ho vissuto le stesse umiliazioni, grazie anche alle mie caratteristiche fisiche che, spesso, mi hanno fatto scambiare per un arabo (anche agli occhi degli stessi arabi).
Ho conosciuto molte persone, ho avuto modo di vivere molte situazioni (anche in prima persona), ma la sensazione che sempre mi ha sopraffatto è stata la stessa: nessuna guerra, nessuna fucina di terroristi, niente dei disegni guerreschi che ci vengono raccontati giorno dopo giorno dai mass media dei nostri paesi occidentali.
Qui non ci sono due eserciti che si fronteggiano, uno dei quali, a detta dei nostri politicanti da baraccone, si comporta senza rispetto per le regole minime dettate dall'etichetta guerresca.
Qui c'è solo un esercito, ben armato ed addestrato, foraggiato ed incoraggiato dagli Stati Uniti, che, nel tentativo di soggiogarla, umilia quotidianamente la popolazione civile di un altro Popolo, colpevole solo di esistere e di vivere, avendone tutti i diritti universalmente riconosciuti, nel posto sbagliato, nel posto che altri Paesi hanno riservato agli ebrei (o, forse, che gli ebrei hanno riservato a se stessi, assicurandosi l'appoggio di altri paesi mediante il controllo sempre più permeante delle strutture economiche e politiche di questi "alleati").
L'occupazione del suolo Palestinese (che tanta sofferenza comporta per il popolo Palestinese) viene messa in atto sistematicamente e con ogni mezzo dall'esercito israeliano, giorno dopo giorno, ora dopo ora, in ogni luogo.
Il coprifuoco, che in alcune località è in vigore 24 ore su 24, rende praticamente impossibile la vita.
E' impossibile rifornirsi di generi anche di prima necessità, se non nelle pause di alcune ore che, in genere una sola volta a settimana, vengono concesse.
E' impossibile stabilire o mantenere alcun tipo di contatto con parenti, amici, colleghi di lavoro (ma quale lavoro, se in alcune città uffici e laboratori sono chiusi da mesi?).
Le famiglie vivono chiuse nelle loro case, praticamente prigioniere. E' una sorta di carcere domiciliare inflitto a tutta la popolazione civile, senza che venga commesso alcun reato, senza che nessuna colpa venga ricercata o accertata.
L'unica vera colpa è quella di esistere e di... resistere!
Sì, perché il popolo Palestinese resiste. Oppone resistenza a tutto, a qualunque misura venga presa dagli occupanti del suo suolo.
Resiste fino alla morte, che troppo spesso arriva e colpisce i più incolpevoli in un popolo di innocenti: i bambini e i fanciulli.