Che
cosa rende il potere tollerabile e cosa dovrebbe rendercelo
intollerabile? Perché gli attuali sistemi di governo, e quindi
anche le democrazie, hanno potuto parlare di libertà solo
quando hanno organizzato e messo in atto un sistema di
sorveglianza, reclusione ed esclusione che non ha eguali nella
storia? Perché le democrazie occidentali hanno potuto costruire
il loro dominio coloniale ed economico parlando di “diritti
umani”? In che modo si è evoluta la pratica del terrore
carcerario che tutti i poteri utilizzano? Se i dittatori hanno
almeno un viso o una maschera contro cui battersi, le società
“liberali” invece
occultano i meccanismi perversi che le governano : la volontà
di reclusione e controllo che sottende le nostre società è
infinitamente più pericolosa della repressione proclamata.
Com’è stato possibile?
Su
queste domande e su molte altre si è interrogata la ricerca di
un pensatore non comune. Michel Foucault, storico, filosofo ed
epistemologo francese, ha cercato di mostrare il volto
impresentabile dei sistemi di dominio culturale e politico –
il potere-sapere – dell’Occidente. Per smascherare la
mistificazione del conformismo scientifico, Foucault decide di
analizzare quelle pseudo-scienze conosciute col nome di
“scienze umane”, sceglie campi d’indagine dove il confine
tra regime ideologico e conoscenza è più sottile, territori
dove la marginalità è di solito condannata al silenzio; scende
negli inferni dei folli, dei reclusi, della malattia e del
crimine perché è convinto che lì il potere si mostri col suo
vero volto, quello della sua ferocia arcaica, della sua brutalità
pura e arbitraria; ma indaga anche campi dove il dominio si
presenta con l’aspetto produttivo e rassicurante di saperi
sulla linguistica, sulla biologia, sulla sessualità e
sull’economia mostrando come le tecniche di controllo possano
prendere strade nuove e più sottili, ma non meno insidiose.
Foucault aveva definito il suo metodo “archeologico”,
non nel senso della riscoperta di fatti dimenticati, come
tessere di un mosaico che il tempo ha eroso, bensì
nell’intenzione di voler considerare i fatti storici nella
loro singolarità di eventi, rinunciando cioè a collocarli
secondo una scansione ordinata ma fittizia. L’archeologo non
si occuperà di fare una storia delle idee o dei saperi, ma
studierà piuttosto le condizioni di insorgenza, le regole di
formazione dei discorsi. A quali condizioni alcuni discorsi
diventano “scientifici”? A quali condizioni dei saperi
affermano la loro positività pur non essendo scientifici? Così
l’archeologo risale fino al punto in cui esperienze limite,
come la follia, non erano discriminate, ovvero al loro “degré
zéro”.
Foucault
moriva vent’anni fa, il
25 giugno del 1984, a soli cinquantasette anni. Le sue simpatie
zen lo tenevano lontano da ogni compiacimento personalistico, da
ogni patetismo, : <<di
me non so niente.>>
affermava,<<
Non so neppure la data della mia morte>>.
Con lui, più che un “teorico dei poteri”, scompariva una
maniera di sorprendere, prudente e classica, di riconoscere alle
frontiere del pensiero e della storia un territorio che non era
stato mai visitato, e in ogni caso mai come lui aveva cominciato
a fare. E la sua morte arrivava ad interrompere una delle opere
più feconde di quel periodo.
Per essere un filosofo, Foucault inizia la sua opera in
modo assai poco filosofico. Un piccolo libro Malattia
mentale e personalità (1954),
segna l’avvio di una ricerca orientata sulle scienze umane, ma
prima di tutto per metterne in discussione lo statuto, la
legittimità, e portare a termine una critica filosofica della
loro importanza. È un libro che precorre i temi successivi, ma
dove già viene messa in discussione la realtà del normale e
del patologico; se la malattia mentale è una deviazione, ha
senso curarla con l’isolamento e l’esclusione? E le nevrosi
regressive non sono proprio una risposta all’arcaicità delle
istituzioni sociali? Ma il libro più famoso di Foucault è
senz’altro La
storia della follia (1961).
In esso si analizza la separazione stabilita tra follia e
ragione in quella che i francesi chiamano l’età classica (XVII°
e XVIII° sec.), gli spostamenti di questo partage,
e l’insieme delle pratiche e dei pensieri attraverso i quali
degli uomini avevano escluso altri uomini considerandoli privi
di ragione. È il passaggio dalla follia alla psichiatria,
ovvero la costituzione di un sapere sulla follia. Foucault
descrive magistralmente come la ragione occidentale sveli la sua
parentela con l’arbitrio e possa organizzarsi solo attraverso
una tecnologia di esclusione dell’altro. È un testo decisivo
che farà lo “stile” dell’archeologia. Nel 1963 viene
pubblicato La
nascita della clinica,
dove l’inchiesta sulla follia confluisce sull’intero sapere
medico, un sapere sui corpi che trova le sue condizioni di
formazione proprio nell’istituzione clinica; è qui che
l’osservazione sistematica delle patologie, il nesso tra la
raccolta dei dati e le funzioni variabili, ovvero la tecnica
attraverso la quale l’incertezza diverrà la base di assunti
certi, elabora un modello esemplare per la costituzione delle
scienze umane. Continua dunque l’indagine sulle tecnologie
dell’esclusione e sugli istituti disciplinari che modellano la
società occidentale; ma in questo testo Foucault pone in modo
più preciso e specifico il problema delle condizioni generative
dei saperi. Con Le
parole e le cose, del
1966, si indaga il
rapporto che aveva tenuto insieme, dall’epoca classica in poi,
l’analisi del linguaggio, quella degli esseri viventi e della
ricchezza. Il libro diventerà famoso - e inviso - proprio perché
Foucault vi annuncia, forse troppo ottimisticamente, la fine
dell’umanesimo borghese, cioè la morte di quello strano
oggetto “allotropo empirico-trascendentale detto uomo” che
è stato al centro di tutte le riflessioni della modernità, per
cui ogni tentativo di pensiero filosofico non-dogmatico ha
dovuto scontrarsi con il pregiudizio antropologico e mettere
fuori circuito psicologismo, storicismo e razionalismo.
L’Archeologia
del sapere
(1969) prende in
considerazione le scienze umane nel loro insieme, mettendo alle
strette le figure illusorie del continuo, del progresso e della
prosopopea della coscienza. In Sorvegliare
e punire (1975)
si analizza un’altra forma di esclusione, rispetto a quella
messa in atto in nome della ragione: si tratta di interrogare il
potere di punire, di mostrare come l’emergenza delle scienze
umane, sotto l’aspetto del sapere medico e psichiatrico, viene
ad indirizzare la pratica punitiva, e lungi dal permetterle
qualsiasi progresso, lungi dal portarla verso un miglioramento
sicuro, non fa altro che cambiare le modalità d’azione e
rafforzarne il potere di coercizione sotto parvenze “più
umane”. La prigione infatti non sopprime l’infrazione, ma
organizza la trasgressione delle leggi in una tattica di
assoggettamento. Così, più che constatare il fallimento della
prigione, bisogna rilevarne il successo come luogo di produzione
di una delinquenza molto meno pericolosa degli illegalismi
popolari. D’altronde, la diffusione dell’alcool, delle armi,
delle droghe, dimostra come l’interdetto legale crei un campo
di pratiche illegali controllabile e redditizio.
Con
le sue ultime opere Foucault mette in atto un ennesimo,
sorprendente cambiamento di fronte. Nel 1976 esce il primo
volume di una vasta Storia
della sessualità.
In La
volontà di sapere
si tenderà ad aggirare la visione repressiva – e rassicurante
- del potere, visto che certe interdizioni funzionano piuttosto
come moltiplicatori d’interesse, e che l’attuale sconfinata
produzione di discorsi sul sesso non ci rende più liberi né più
felici, perché il dominio utilizza il piacere-sapere come
strumento di controllo sui corpi. La consapevolezza che il
potere ci attraversa anche nella nostra ricerca del piacere
potrebbe davvero rendercelo intollerabile. Non p
iù solo la
prigione, la caserma, la clinica o il manicomio; ora c’è la
palestra che modellerà i corpi secondi i canoni della società
disciplinare. E mentre gli antichi conoscevano l’ars
erotica
che produceva verità procurando piacere, la nostra scientia
sexualis trova
il suo fulcro nella confidenza, nella confessione. Occorre far
parlare del sesso, poi codificare clinicamente. La volontà di
sapere sul sesso diventa strumento di applicazione del potere
medico: sessuologi, psicanalisti, igienisti, psicologi,
educatori ascoltano e producono discorsi sul sesso. D’altronde
la confessione è una tecnica comune nella società
disciplinare, presente nella pratica giudiziaria come in quella
psichiatrica, nella psicanalisi e nei discorsi sul sesso.
Secondo Foucault, la nostra è una società che tende
l’orecchio. Otto anni dopo l’uscita del primo volume,
vengono pubblicati L’uso
dei piaceri e
La cura di sé, gli
ultimi testi che Foucault ci ha lasciato, mentre stava
preparando un quarto volet
della
sua opera.
In questi due splendidi testi Foucault cambia punto
d’osservazione e si rivolge all’Antichità classica per
cercare anche in questo caso il “grado zero” del discorso
morale sul sesso. Il timore del sesso, per gli antichi, è
legato all’idea della perdita di energie, quindi il piacere va
dosato attraverso una lotta con se stessi per ottenere la
padronanza di sé e degli altri; è una questione di dietetica.
Il regime non proibisce, ma oscilla tra il più ed il meno. Ci
si nutre, si beve, si fa all’amore secondo la stessa etica. Il
discorso sulla temperanza sessuale si trasformerà poi in una
accresciuta attenzione verso se stessi, una tecnica di
soggettivizzazione, che va tenuta distinta da un’affermazione
del soggetto; lo stoicismo proporrà, ad esempio, una sorta
d’introspezione permanente, un’auscultazione che definirà
la moralità degli atti, compreso quello sessuale.
Proprio di Fronte alla Senna e all’Île Saint-Louis,
quindi nella zona più centrale di Parigi, si intravede
l’austera facciata dell’Arsenal, un edificio severo che
ospita una formidabile biblioteca,
una delle più importanti di Francia, e che racchiude
nelle lunghe file di scaffali scuri una quantità impressionante
di documenti. Quattordicimila manoscritti, un milione di volumi,
quasi centoventimila stampe, migliaia di “papiers” degli
archivi della Bastiglia, la più completa raccolta di opere del
teatro francese dalle origini (250.000 documenti). Questo luogo
calmo e silenzioso, nonostante la sua centralità, era uno dei
rifugi preferiti di Michel Foucault.
In realtà, la pratica storica ha attraversato tutta
l’opera del filosofo francese, che manteneva il rigore delle
ricerche fatte sulle fonti di prima mano. Ecco perché la
Bibliothèque Nationale, quella dell’Arsenal e la moderna e
silenziosa biblioteca dei Domenicani erano le sue miniere
d’informazioni. È possibile far parlare la storia contro il
potere? È possibile contraddire le epopee leggendarie che i
sistemi di dominio hanno prodotto su se stessi chiamandole
Storia? Foucault ne è convinto: sulla quarta di copertina
dell’Histoire
de la sexualité,
compariva una frase di René Char: La
storia degli uomini è la lunga successione dei sinonimi di uno
stesso vocabolo. Contraddirla è un dovere.
Per contraddire quella storia,
Foucault organizzerà le sue ricerche producendo dossier,
si muoverà con la tecnica dell’inchiesta e dell’archivio
facendo risultare le risposte non dall’intenzionalità del
progetto, ma dalla regolarità e dalle rotture nella successione
dei discorsi storici.
Foucault conosce bene la scuola delle Annales,
ma ne prenderà le distanze perché per lui <<la
storia deve rinunciare alla costruzione delle grandi sintesi e
interessarsi al contrario alla frammentazione dei saperi>>.
L’archeologia foucaultiana farà a meno della strumentazione
di una certa storiografia classica: la continuità lineare,
l’analisi seriale, il materialismo dialettico, il finalismo
metafisico; la storia infatti non può essere né un racconto né
un romanzo, ma dev’essere interamente votata alla funzione
critica.
Michel Foucault ha sempre mostrato un’impazienza
ostinata verso ogni forma di categorizzazione ed ha lavorato con
estrema energia e fino alla fine proprio per staccarsi da sé,
dalla propria immagine e dal suo ruolo sociale, fuori da ogni
burocrazia del pensiero. Parlare dei rapporti di Foucault con
Marx, o Freud, con Nietzsche o Bachelard, con l’epistemologia
francese o gli strutturalisti, vuol dire quindi tentare proprio
di cogliere quelle distanze attraverso le quali Foucault si è
costruito.
Nell’epistemologia, ad esempio, mentre Bachelard e
Canguilhem si erano mossi nella direzione della ricerca storica,
degli errori e delle false scienze, per una critica delle
prospettive positiviste e “continuiste” – che vedono cioè
il progresso scientifico come processo lineare unitario –
Foucault va oltre, e attacca le ”scienze umane” proprio
perché in esse il debole statuto scientifico, l’esile confine
tra verità ed errore evidenzia meglio la sostanziale carica
ideologica che le sorregge. Queste pseudo-scienze, nate con la
società industriale, sono discipline politiche che ammantate di
riformismo espletano compiti di controllo poliziesco.
Nelle prime opere di Foucault sono ancora presenti
numerosi elementi dell’analitica marxista: la borghesia che
guarda al folle come individuo non produttivo, l’utilizzazione
dei reclusi come forza-lavoro non retribuita, la “violenta
ideologia economica” che sottende il rapporto tra medico e
paziente; ma ben presto Foucault opera una rottura radicale con
la concezione marxista del rapporto tra apparato produttivo,
ideologia e potere. La ragione economica non determina più la
conformazione del dominio, e l’apparato produttivo diventa
solo una componente della struttura di potere. Così la teoria
economica di Marx viene impietosamente relegata nel reticolo
discorsivo del XIX° sec. proprio
come quella di Ricardo.
Medicina mentale e psicanalisi erano state inizialmente
al centro delle ricerche di Foucault, ma egli si allontanerà
anche da Freud perché, se “la
psichiatria è un monologo della ragione sulla follia”,
la psicanalisi, che dovrebbe far parlare l’inconscio, si
inserisce a pieno titolo in quella riorganizzazione dell’antropocentrismo
e dell’antropomorfismo moderno che sono le “scienze
umane”.
Con gli strutturalisti Foucault condivide la critica
dello storicismo, dell’umanesimo
e dell’esistenzialismo; l’urgenza di contrastare la visione
rassicurante di una storia lineare che vede al suo centro
l’uomo come soggetto attivo, il dominio dell’idea di
coscienza e d’individuo, e della loro irriducibilità. Ma per
Foucault il dato fenomenologico non offre neppure ad una lettura
“specializzata” niente altro che se stesso,
ed è critico verso
l’idea delle “discontinuità” storiche degli
strutturalisti, usa poi il termine di “irruzione” proprio
per descrivere gli eventi storici fuori da ogni visione
riduttiva; mentre la stessa ridefinizione del concetto di
episteme aveva avuto effetti polemici anche nei confronti degli
strutturalisti.
Il metodo
archeologico, come abbiamo detto, consentirà a Foucault di
prendere le distanze dal lavoro degli storici; l’archeologo
non propone un periodo o un oggetto di studio, ma analizza un
problema (la grande reclusione, la nascita della prigione) e si
interroga sulle condizioni di produzione di quel problema, sulla
formazione dei saperi e dei poteri che ne regolano le pratiche.
La storia non sarà la messa in scena di avvenimenti che
permettano di rintracciare evoluzioni o che diano un senso
qualsiasi al passato; essa non è fine a se stessa, ma è uno
strumento che serve a ritagliare nel tempo degli eventi e delle
singolarità e a studiare la loro produzione; tutti momenti che
sono altrettante domande critiche.
Nietzsche e Heidegger sono stati indicati da Foucault
stesso come punti di riferimento importanti: nella storia non vi
sono inizi solenni, epoche auree, non siamo il frutto di un
passato glorioso che ci lascia eredi di alcunché, e la storia
non ha affatto la forma del divenire dove l’uomo si realizza
come soggetto; fuori da ogni illusione teleologica o umanistica,
perché nella storia non c’è alcun disvelamento
dell’essere, l’uomo parla solo in quanto risponde al
linguaggio. Ma, a ben vedere, non mancano le distanze anche da
questi autori. Infatti, se è vero che Foucault ha sempre
rifiutato la retorica umanistica e il compiacimento dei buoni
sentimenti, è impossibile non vedere come le sue simpatie non
andassero certo agli oppressori, ai padroni, alle classi
egemoni, ai potenti; il centro delle sue ricerche sono gli
esclusi, i reietti, gli emarginati, i senza parola. Foucault
voleva renderci odioso il potere proprio svelandoci le sue
tecniche d’applicazione, e non farne l’apologia.
L’opera di Foucault divenne così importante e diffusa
proprio per le sue implicazioni politiche, è lui stesso ad
ammetterlo. Egli fu senz’altro un filosofo militante, ma
qualsiasi tentativo di arruolarlo in una corrente politica
precisa risulterebbe maldestro. Resta il fatto che Foucault ha
rappresentato un riferimento importante per tutti quelli che
negli anni ’70 avvertivano l’inadeguatezza delle categorie
marxistiche, l’urgenza di superare uno schema ideologico
incapace di reggere, e ancor meno di raccogliere, le spinte
anti-gerarchiche, libertarie, anti-autoritarie che per comodità
possiamo collegare al Maggio francese. Era finalmente possibile
criticare in modo efficace il sistema dominante rinunciando al
materialismo storico, senza per questo accettare derive di
destra o comunque autoritarie, anzi ritrovando nuovo slancio
nella critica anti-borghese ed anti-statale, perché è il
dominio, molto più del profitto, il motore di questo sistema,
che proprio come Dio prende nomi diversi e sempre inadeguati. Va
detto, en passant, che pur non aderendo a nessuna formazione
politica, a parte una breve e giovanile militanza nel PCF,
questo liquidatore di ideologie, critico di ogni genere di
boy-scoutismo, questo non-naif smaliziato, è stato per tutta la
vita in prima fila nelle lotte contro le violenze della polizia,
nelle manifestazioni a favore degli immigrati, nelle proteste
dei detenuti, ed era stato uno dei promotori, insieme a Deleuze,
del GIP (gruppo
d’informazione sulle prigioni) che si era formato nel 1971.
Era forse il suo modo di
sfuggire al ruolo di studioso e d’essere insieme “engagé-dégagé”.
Foucault ha sempre affermato che i suoi libri non mirano
ad instaurare nuove verità, non sono libri dimostrativi, sono
piuttosto “esperienze”. Ma non ha mai escluso che si
potessero considerare
i suoi testi come una “boite à outils”, una scatola
d’attrezzi, utile, secondo noi, ancora oggi. Evidenziare solo
alcune delle implicazioni politiche dell’opera di Foucault è
senz’altro un procedimento riduttivo rispetto alla complessità
e alla vastità dei suoi scritti, sottolinearne l’aspetto
demistificatorio può risultare “politicamente scorretto”;
ma crediamo sia comunque più onesto che descrivere Foucault
come un tranquillo studioso del potere, o magari un suo
tecnico-apologeta. Foucault era perentorio: “Dovunque si
eserciti il potere, scompare la libertà”
Secondo il filosofo francese, i sistemi di governo
occidentali e le teorie politiche sulle quali essi si fondano,
conservano intatta la centralità della sovranità, della legge
e dell’interdizione. Un loro superamento deve ancora essere
messo in atto: “Bisogna tagliare la testa al re: non lo si
è ancora fatto nella teoria politica”, afferma Foucault
con accenti quasi anarchici, e per lui non così rari. In altri
termini Foucault mette in discussione la legittimità stessa del
potere politico e ne mette in evidenza la fondamentale
arbitrarietà.
Gli attuali sistemi di dominio, anche quelli democratici,
hanno creato e moltiplicato i sistemi carcerari, eppure “Mettere
qualcuno in prigione, tenercelo, privarlo del cibo, del
riscaldamento, impedirgli di uscire, di fare l’amore...ecc. è
la manifestazione di potere più delirante che si possa
immaginare (...) La prigione è il solo luogo in cui il potere
può manifestarsi allo stato bruto, nelle sue dimensioni
eccessive, e giustificarsi come morale”. La prigione
moderna è un’invenzione recente e nasce con l’intento di
rieducare e reinserire i delinquenti. Ma questo progetto
fallisce quasi subito, infatti, invece di trasformare i
criminali in gente onesta, essa “non serve che a fabbricare
nuovi criminali o a sprofondarli ancora di più nella criminalità.
La prigione fabbrica dei delinquenti, ma i delinquenti sono in
fondo utili, dal punto di vista economico come da quello
politico”. E su questo problema Foucault è ancora più
preciso:
“Ma
pensare che la delinquenza appartenga all’ordine delle cose,
fa parte probabilmente dell’intelligenza cinica del pensiero
borghese del XIX° secolo. Bisognava essere ingenui come
Baudelaire per immaginarsi che la borghesia fosse stupida e
puritana. Essa è intelligente e cinica. Basta leggere quel che
diceva su di sé, ed ancor di più quel che diceva sugli altri.
Di una società senza delinquenza si è sognato alla fine del
XVII° secolo. E poi, dopo, pff. La delinquenza era troppo utile
perché si potesse sognare qualcosa di così stolto e in fondo
di così pericoloso come una società senza delinquenza. Senza
delinquenza non c’é polizia. Che cosa rende sopportabile alla
popolazione la presenza ed il controllo poliziesco se non la
paura del delinquente? Quest’istituzione così recente e così
pesante della polizia non si giustifica che per questo.”
Quindi
la prigione è un’ipocrisia sociale, e i sistemi di dominio
moderni si sono organizzati attraverso tecniche e pratiche
riconoscibili: si fabbricano dittatori, delinquenti, anormali e
perversi per giustificare l’esistenza dei sistemi di controllo
poliziesco, militare, politico e medico. L’attuale guerra al
terrorismo, ad esempio, per molti versi conferma e avvalora le
intuizioni di Foucault, in particolare per quanto riguarda la
creazione e il sostegno alle organizzazione terroristiche da
parte delle potenze occidentali. In altri termini: il potere si
dice pronto ad affrontare le emergenze che crea. D’altro canto
quello che un sistema di dominio racconta di sé, il modo in cui
organizza un regime di “verità”, la tecnica attraverso cui
produce la sua storia, sono aspetti costitutivi e irrinunciabili
di quel sistema. Già nell’antica Grecia, fa notare Foucault,
il potere aveva dovuto scacciare i sofisti dalla polis
per organizzare il suo regime di “verità”. È su quel
regime che si è potuta edificare la democrazia greca basata –
ma quelle di oggi sono
poi così diverse? - sulla schiavitù di decine di migliaia di
individui.
Dunque il potere non agisce solo attraverso le
limitazioni, i divieti, le punizioni; vi è una capacità di
produrre, di sollecitare, di gratificare; è ciò avviene, ad
esempio, nel campo della sessualità, dove la produzione di
discorsi sul sesso è molto più potente dell’istanza di
interdizione. A ben vedere, infatti, la concezione di chi si
rappresenta una classe dominante e borghese, timorosa della
forza eversiva e liberatoria del sesso, è del tutto illusoria.
È proprio la borghesia che ha cominciato a considerare il
proprio sesso come qualcosa “di importante, tesoro fragile,
segreto indispensabile da conoscere “. L’elemento di
distinzione di casta, che nella nobiltà era il “sangue”,
con la borghesia diventa il sesso; il sangue blu dei nobili si
trasforma in un organismo ben curato e in una sessualità sana.
Ma insieme alla produzione di discorsi sul sesso, la nostra
civiltà sviluppa qualcosa di diverso: un formidabile potere di
morte. A partire dal XIX°sec avranno luogo le guerre più
cruente e i massacri più feroci che si siano mai visti. Eppure
questo potere si esercita come controllo positivo sulla vita: “Si
uccidono legittimamente quelli che per gli altri sono una sorta
di pericolo biologico”.
E Foucault accusa liquidando tanta retorica umanitaria:
“Se il genocidio è il sogno dei poteri moderni, non è per
un ritorno degli antichi diritti di uccidere, è perché il
potere si colloca e si esercita a livello della vita, della
specie, della razza e dei fenomeni massivi di popolazione”.
È quello che Foucault chiama il bio-potere.
Michel
Foucault era tutt’altro che relativista. Credeva che qualcosa
come la verità esistesse, almeno come principio di distinzione
tra i discorsi, e come potere di obiezione contro la menzogna,
in particolare contro la menzogna politica e ideologica; François
Ewald definiva “anatomia politica” il metodo di Foucault e
scriveva: “L’anatomia politica non ci promette niente, e non
predice niente; piuttosto ci rende il potere odioso, ci insegna
a non cedere alle sue dolcezze, a smascherarlo in ogni luogo in
cui si esercita, qualunque sia la forma che assume”.
V.
P.