Dalle pagine del Quotidiano  ROMA

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domenica 27 luglio 1997
A Grumo uno sconfinato repertorio fotografico

Vito Michele Burdi:
il custode della memoria

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Navighiamo ormai verso il terzo millennio e il patrimonio culturale della civiltà umana diviene sempre più greve, in un universo dell'informazione d’insostenibile vastità. E anche se la tecnologia moderna ci offre strumenti di ricerca e consultazione veloci e potenti come Internet, chi ci aiuterà ad evocare gli innumerevoli tesori di ricordi, immagini ed opere di una piccola comunità, vissuta in chissà quale sperduto paese del pianeta Terra? Chi ci offrirà traccia di una tradizione che per una delle insondabili circostanze della vita, giunge alla fine della sua storia millenaria e improvvisamente si estingue?

Succede così che, alle soglie di una nuova era, che ci condurrà verso chissà quali approdi, attraverso chissà quali diavolerie informatiche, ancora oggi l'opera di un nostro, qualche volta, sconosciuto antenato, ci lascia con pochi oggetti, riposti in un sepolcro o in un angolo della casa che la lava di un’improvvisa eruzione nascose per secoli all’occhio umano, una preziosa traccia per ricostruire una intera civiltà.

Conoscete l’emozione e, forse, la febbre dell’archeologo quando questi si trova ad impugnare, per la prima volta dopo secoli, un’arma appartenuta a un guerriero dell’antichità? È come se, per un istante lungo come l’eternità, i pensieri, le sensazioni e le paure di un uomo, vissuto in un’era lontanissima, rivivessero nel ventesimo secolo. Questo è il vero valore dei reperti archeologici: il loro magico potere evocativo. Come in un collegamento ipertestuale, ci trasportano in un’altra dimensione temporale, risvegliando quello stato d’animo che può aver dominato centinaia se non migliaia di anni fa sulla terra.

È quello che si prova a visionare la sterminata, babelica collezione o museo o archivio... o come altro definire la indefinibile vastità e articolazione degli oggetti che il nostro amico, Vito Michele Burdi, raccoglie e conserva in varie stanze della sua dimora a Grumo Appula.

Vi sono tradizioni, vicende umane, storie di lavoro, sacrificio e amore dell’antica civiltà contadina che in questo, come in tanti altri piccoli comuni italiani, trovano l’ultima residua traccia nei poveri ma preziosi arnesi con cui si coltivava la terra e se ne trasformavano i frutti: da questi oggetti comincia la visita a quello che è del tutto degno d’essere considerato il Museo storico di Grumo Appula.

In altre stanze, un universo composto di una serie indefinita di cose, oggetti, anche molto umili, che richiederebbe una attenta, analitica enumerazione. Sembra di visitare, a tratti, fatte le debite proporzioni, una di quelle antiche biblioteche dove l’opera certosina dei monaci, mette al riparo dall’oblio e dal tempo i pensieri, le immagini, i ricordi dell’umanità.

Questa impressione diviene sempre più viva proprio quando ci apprestiamo ad esaminare lo sconfinato e prezioso repertorio fotografico che Vito Michele Burdi ha creato nel corso della sua vita, collezionando un mare di fotografie su tutti i fatti, i luoghi, gli eventi che hanno caratterizzato la vita e la storia della sua cittadina. Alcune foto risalgono ai primi del novecento, altre al secolo precedente, altre ancora si presentano, emergono da altri più nascosti ripostigli, offrendoci l’immagine di grumesi d’altri tempi, di cui non si parlerà sui libri di storia, che non troveranno posto in nessun altro archivio se non quello di qualche loro più stretto discendente. Internet, la grande rete, certo non ce ne darà traccia.

Ecco il valore immenso dell’opera di questo figlio della nostra amata terra di Puglia e di tanti che, come lui, assecondando quella che solo impropriamente viene definita come una passione hobbistica, conservano e tramandano un patrimonio di cultura e tradizioni che, altrimenti, sarebbe irrimediabilmente perso.

Le immagini fotografiche dell’archivio Burdi documentano l’evoluzione dei costumi, la trasformazione delle piazze e degli edifici, dell’abbigliamento e delle manifestazioni politiche e religiose. Sono così numerose che se fosse possibile farle scorrere velocemente, in ordine cronologico, si potrebbe cogliere, come in un filmato, il frenetico incessante divenire della vita di questo piccolo centro di provincia.

Nel volto di quegli antichi ragazzi grumesi, in un ritratto che risale all’anno millenovecento, impegnati nella tradizionale processione per la Madonna di Mellitto, che si tiene a Grumo proprio in questo periodo, ci sembra di cogliere come uno sguardo di ringraziamento per l’opera di questo loro illustre concittadino, grazie al quale hanno potuto in questo modo, sia pure effimero, vincere la legge del tempo e mostrarsi ai posteri in tutta la loro dignitosa povertà.