DOCUMENTI RELATIVI ALLA RIVOLUZIONE

Appendice III.
DOCUMENTI RELATIVI ALLA RIVOLUZIONE

Questi documenti potrebbero essere assai numerosi. Noi ci contenteremo di darne tre che potranno confermare i nostri lettori in questa doppia convinzione: che la Rivoluzione della fine del secolo XVIII fu una prima prova di applicazione dei principii insegnati nelle loggie e retro-loggie; che questo delitto sociale fu opera dei framassoni.

 

I. Libri che anticipatamente descrivono la Rivoluzione.

Nel 1771, uno dei corifei del filosofismo, che più tardi divenne convenzionale, Mercier, pubblicò, sotto questo titolo: L'an 2240 ou rêve s'il en fut jamais, un libro stravagante in cui erano nettamente indicati tutti gli avvenimenti che doveano compiersi diciotto anni dopo. Si può anche credere, secondo una nota che è al capo II il quale ha per titolo: J'ai sept cents ans, che fu scritto nel 1768, cioè trent'anni prima che fosse messa in opera la macchina montata nel segreto delle retro-loggie per trasformare la Francia.

Questo libro non tardò ad essere conosciuto a Roma, poiché in un'operetta stampata in questa città nel 1797, si legge quanto segue: "Un uomo che era ben al corrente di ciò che si tramava, Mercier, pubblicò un'opera che gli avvenimenti hanno reso molto considerevole, ma che allora fu presa per un romanzo, perché non parlava che di ciò che doveva avverarsi fra sette secoli, che era scritta sotto l'emblema di un sogno, e che annunziava cose che, quantunque si siano dopo sventuratamente avverate, erano riguardate, in quell'epoca, come impossibili".

In questo libro, Mercier annunziava nel primo capitolo quanto segue: "La sovranità assoluta è abolita dagli Stati generali convocati; - la monarchia non è più; - il rastrello, la spola, il martello sono più brillanti dello scettro; - perché il governo non sarebbe repubblicano? Questa sarà l'epoca terribile e sanguinosa d'una guerra civile, ma il segnale della libertà: rimedio spaventoso, ma necessario ; - la Bastiglia è rovesciata; - i monasteri sono aboliti, i monaci maritati, il divorzio permesso, il Papa spodestato de' suoi Stati. "O Roma - diceva Mercier - quanto ti odio! vorrei che tutti i cuori infiammati d'un giusto odio risentissero il medesimo orrore ch'io porto al tuo nome!" Questo capitolo era intitolato: Pas si éloigné qu'on ne le pense! (Non sì lontano come si crede!)

La distruzione della Bastiglia, l'abbiamo detto, trovasi annunziata alla lettera (p. 36). "Mi si dice che la Bastiglia era stata rovesciata da cima a fondo, per effetto, senza dubbio, di quell'odio virtuoso che l'essere sensibile deve avere per l'oppressore ... per questa vile ciurmaglia di Re che avranno tormentato, in ogni senso, la specie umana". (Epît. dédic., pp. VI e VII). Queste parole scritte e stampate trent'anni prima dell'avvenimento, non sono degne di considerazione?

Al capitolo III il cui titolo è: Je m'habille à la friperie, Mercier descrive esattamente la forma degli abiti, il berretto, la grande cravatta, l'acconciatura adottata veramente dai Rivoluzionarii (pp. 17, 18, 19).

Il capitolo VI intitolato: Les chapeaux brodés annunzia (pp. 28 e 29) l'abolizione degli ordini e dei titoli.

Il capitolo VII, Le pont débaptisé e l'VIII, Le nouveau Paris, si svolgono in certi cambiamenti da farsi nella parte edilizia della città. In parte furono eseguiti ed in parte progettati dai rivoluzionarii.

Al capitolo XXXVI l'autore suona l'allarme per eccitare alla rivolta ed a versar fiumi di sangue per conquistare una libertà chimerica. "In certi Stati - dic'egli - vi è un'epoca che divien necessaria, epoca terribile, sanguinosa, ma che è il segnale della libertà". Il contesto non lascia alcun dubbio che Mercier non avesse in vista i tempi vicini a quello in cui egli scriveva.

Al capitolo XXII egli avea annunziato che non si sarebbe versato solo il sangue dei tiranni. Qui, al capitolo XXXVI egli dice che all'assassinio di Luigi XVI, al principio di quest'epoca terribile e sanguinosa, doveano aggiungersene molti altri, e mischiare al sangue dei tiranni il sangue di tante migliaia di vittime. In questo stesso capitolo si trova un numero dì statue emblematiche, e fra le altre quella del "Negro vendicatore del Nuovo Mondo" avente ai suoi piedi i rottami di venti scettri.

La separazione de' due mondi, quello prima della Rivoluzione e quello dopo la Rivoluzione, era dunque antecedentemente contrassegnata dai cambiamenti nella nazione, cioè la trasformazione materiale di Parigi, la distruzione della Bastiglia, l'abolizione degli ordini e dei titoli, il regicidio, ed anche la propagazione della Rivoluzione nelle altre monarchie i cui scettri spezzati giacevano ai piedi del negro.

Una tale previsione, spinta a tal punto, trent'anni prima, appena si spiega, anche da colui che ha più profondamente studiato la triplice cooperazione degli Enciclopedisti, dei Framassoni e degli Illuminati nella Rivoluzione.

Un altro libro venuto dall'Olanda, o datato dall'Olanda per non aver il bisogno di comparire col privilegio del Re, ebbe una gran voga sulla metà del secolo XVIII. Tutti gli autori massoni di quell'epoca ne fanno menzione. Esso avea per titolo: L'Ordre des Francs-Maçons, trahi et le secret du Mopsis revélé (Amsterdam, 1745). Era la completa spiegazione dei tre primi gradi, tali quali esistono ancora oggi nei loro trattati generali. Venti anni dopo, lo stesso autore, l'abate Larudan, pubblicava un'altra opera; Les Francs-Maçons écrasés, seguito del libro intitolato: L'Ordre 4s Francs-Maçons trahi, tradotto in latino (Amsterdam, 1766). La Rivoluzione francese vi è descritta ed analizzata ne' suoi principii e nelle sue vie, ventitré anni prima, con una penetrazione impossibile a concepirsi senza una conoscenza profonda della cooperazione delle loggie. Chi avrebbe potuto prevedere nel 1766 che un giorno il Re perirebbe sul patibolo? Chi avrebbe potuto dare la formola definitiva, (sempre attuale) della repubblica e della democrazia che doveano succedere alla dignità reale per mezzo del patibolo? Questo è, pertanto, ciò che si poteva leggere in questo libro sotto forma di uno scritto storico, il cui fingimento non poteva ingannare alcuno. L'autore prestava al suo personaggio, Cromwell, i pensieri, le massime, le mire politiche che gli sarebbe stato impossibile allora di esporre nella forma diretta. Egli svelava la massoneria che preparava ciò che dovea essere la Rivoluzione, e riusciva a farlo con una fedeltà, e previdenza dell'avvenire a cui la storia non doveva recare nessuna smentita; e questo si vendeva a Parigi otto anni prima dell'innalzamento al trono di Luigi XVI.(1)

Si conosce la scena bizzarra in cui Cazotte, per un prodigio di "reportage" anticipato, descrisse tre o quattro anni prima del 1789 i caratteri circostanziati della tragedia rivoluzionaria, predicendo a molti signori riuniti in un salone la loro fine sul patibolo.

Tutto questo conferma l'opinione che il Terrore è stato l'Opera della massoneria.

Nel 1791, l'abate Le Franc, antico membro della Congregazione degli Eudistes, che venne allora dispersa, pubblicò dal Petit, rue de Lavori, 10: Le voile levé pour les curieux ou le secret de la Révolutión française révélé à l'aide de la Franc-Máçonnerié; poi, l'anno seguente: La conjuration contre la religion catholique et les souverains.(2)

Questi avvertimenti sì particolareggiati e derivanti da sorgenti sì diverse, non giunsero ad aprire gli occhi dei contemporanei. Ed anche adesso si trovano degli uomini intelligenti ed istruiti, che si rifiutano di vedere la mano della framassoneria nella Rivoluzione.

Il terzo capitolo del Voile levé pour les curieux è consacrato all'azione della framassoneria sull'Assemblea nazionale sotto questo titolo: Ce que l'Assemblée Nationale doit à la Franc-Maçonnerie. Vi si legge quanto segue:

"È difficile spiegare quanto l'Assemblea nazionale della Francia deve alla framassoneria.

"Anche oggidì molti Francesi sono persuasi che il dispotismo nazionale, l'ostinazione della nobiltà e del clero abbiano sforzato l'Assemblea a costituirsi in Assemblea nazionale e ad assalire spietatamente tutti gli abusi che regnavano sotto l'antico regime. Questi Francesi che ignorano l'influenza del governo massonico, non solo nelle loggie massoniche rettificate, ma nei clubs sparsi su tutto il territorio della Francia, nei dipartimenti e nei distretti, nei comitati della stessa Assemblea nazionale, sono ancora lo zimbello della loro dabbenaggine, delle apparenze, dei discorsi che vengono stampati dappertutto. Tuttavia la verità è che, prima ancora che gli Stati generali fossero convocati, tutti i framassoni non parlavano d'altro che di elevare i loro gran-maestri a qualche posto importante, che li mettesse in istato di figurare nel primo rango, e di procurar loro una grande considerazione.

"Niente essi hanno risparmiato per venire a capo del loro disegno. I fasti dell'Impero francese trasmetteranno alla posterità gli sforzi inauditi che i framassoni han fatto in tutte le provincie per impegnar tutti i Francesi a riunirsi ad essi per abolire tutto ciò che poteva ricordare l'antico regime e sostituirvi quello della loro società, fatta, secondo essi, per condurre tutti gli uomini alla libertà ed all'eguaglianza primitiva per le quali l'uomo è nato.

"L'Assemblea nazionale ha favorito con tutte le forze i progetti dell'Ordine massonico; se ne può giudicare dall'adozione ch'essa fece del suo governo, delle sue massime, e dal calore ch'essa ha posto per sostenere tutto ciò che la Società massonica le ha suggerito co' suoi clubs, colle sue associazioni e co' suoi scritti.

"Dapprima bisogna osservare che l'Assemblea nazionale, quantunque dicesse di volere un governo monarchico, e che mai il Re sarebbe stato tanto re quanto lo sarebbe mediante i suoi decreti, ha finito tuttavia per accettare un governo repubblicano ed una pura democrazia; ed essa ne ha tolto in prestito l'organizzazione dalla massoneria. Per convincersene basta esaminare la divisione ch'essa ha fatto del Regno".

L'autore fa poi l'applicazione di queste deduzioni generali, e mostra che la divisione del lavoro adottata dall'Assemblea, la procedura delle sue discussioni, le funzioni de' suoi uffici, il giuramento e le insegne de' suoi membri, corrispondono ad un metodo, ad un giuramento ed alle insegne adottate nelle loggie.

 

II. Estratto dall'indirizzo di Babœuf al popolo francese.

Esso dice ciò che dovea essere, o piuttosto ciò che deve essere - poiché non cessa di esistere e di agire - la Rivoluzione nel pensiero di coloro che l'hanno scatenata.

"Popolo di Francia, per quindici secoli sei vissuto schiavo, e per conseguenza infelice. Da sei anni tu respiri appena nell'aspettativa dell'indipendenza, della felicità dell'eguaglianza. Sempre e dappertuto gli uomini vennero lusingati con belle parole; mai in nessun luogo la cosa corrispose alla parola. Da tempo immemorabile con ipocrisia ci si ripete: gli uomini sono eguali; da tempo immemorabile la più mostruosa ineguaglianza pesa insolentemente sul genere umano. Dacché esistono società civili, il più bell'appannaggio dell'uomo è certamente riconosciuto, ma non si è potuto realizzare neppure una sola volta: l'eguaglianza non fu altro che una bella e sterile finzione della legge. Oggi ch'essa è reclamata da una voce più forte, ci si risponde: Tacete, miserabili! l'eguaglianza di fatto non è che una chimera; contentatevi dell'eguaglianza condizionata. Voi siete tutti eguali dinanzi alla legge; canaglia! che dimandi di più ? ... Quello che domandiamo!... Legislatori, governanti, ricchi proprietari; tocca a voi di ascoltare.

"Noi siamo tutti eguali: Questo principio rimane incontestato ...

"Ebbene! noi pretendiamo d'ora innanzi, vivere e morire come siamo nati. Noi vogliamo l'eguaglianza reale, o la morte. Ecco quanto ci fa di bisogno; e noi, a qualunque costo. questa eguaglianza reale l'avremo. Guai a coloro coi quali c'incontreremo fra essa e noi! Guai a chi farà resistenza ad un voto sì formale! La Rivoluzione francese non è che un precursore d'una Rivoluzione ben più grande, ben più solenne, e che sarà l'ultima ...

"Che cosa ci occorre oltre l'eguaglianza dei diritti? Non ci occorre solamente questa eguaglianza scritta nella dichiarazione dei diritti dell'uomo e di cittadino; noi la vogliamo in mezzo a noi, sotto il tetto delle nostre case. Per essa consentiamo a far tabula rasa, di tutto, pur di averla. Periscano, se fa d'uopo, tutte le arti, purché ci resti l'eguaglianza reale.

"Legislatori e governanti ... proprietari ricchi e senza viscere, invano cercate di neutralizzare la nostra santa impresa, dicendo: "Non fanno che riprodurre quella legge agraria, domandata già parecchie volte prima di loro".

"Calunniatori! tacete una volta; e nel silenzio della confusione ascoltate le nostre pretese, dettate dalla natura e basate sulla giustizia.

"La legge agraria, o la spartizione delle terre fu il voto istantaneo di alcuni soldati senza principii, di qualche colonia mossa dall'istinto anziché dalla ragione. Noi tendiamo a qualche cosa di più sublime, di più equo, il bene comune o la comunità dei beni! Non più la proprietà individuale delle terre; la terra non è di nessuno. Noi reclamiamo, noi vogliamo il godimento comune dei beni della terra: i frutti sono di tutti...

"Spariscano finalmente le ributtanti distinzioni di ricchi e di poveri, di grandi e di piccoli, di padroni e di servi, di governanti e di governati! Fra gli uomini non vi sia più altra differenza che quella dell'età e del sesso ...".

(Estratti dalle carte trovate Presso Babœuf, stampate per ordine dell'Assemblea).

Chi non vede che Babœuf parla come il Gerofante illuminato parla a quello che inizia al grado di Uomo-re, nell'Illuminismo di Weishaupt, e come parlano i nostri socialisti almeno i più progrediti?

 

III. Articolo pubblicato da Andrea Chénier nel 1792, sotto questo titolo: "La Situazione".

Esiste nel bel mezzo di Parigi una numerosa associazione che frequentemente si raduna, sempre governata da capi visibili o invisibili, che hanno tutti il medesimo fine: di regnare; ed il medesimo spirito: di regnare con tutti i mezzi.

Questa società in gran parte è composta di alcuni destri giocatori che preparano le sorti e che ne approfittano, e di intriganti subalterni a cui l'avidità e l'abitudine del mal fare fanno le veci dello spirito.

Questa società ne ha prodotto moltissime altre: città, borgate, paesi ne sono pieni. Queste società sono sottomesse agli ordini della società-madre e mantengono con essa una corrispondenza attivissima. Quest'ultima è un corpo in Parigi, ed essa è la testa d'un corpo più vasto che si estende sulla Francia.

Così la Chiesa piantava la fede e governava il mondo per mezzo delle congregazioni di monaci.

I più insolenti despoti non hanno mai ricevuto dai più avidi cortigiani un incenso tanto vile e tanto fastidioso quanto la adulazione impura da cui due o tre mila usurpatori della sovranità nazionale sono ubbriacati ogni giorno dagli scrittori.

Là giornalmente si manifestano sentimenti ed anche principii che minacciano tutte le ricchezze e tutte le proprietà.

Là, ogni assurdità è ammirata; ogni menzogna è accolta.

Là è praticata la dottrina che insegna: ogni delazione, vera o falsa, è sempre una cosa lodevole ed utile.(3)

Tutti i membri, tutti gli amici di queste congregazioni sono buoni cittadini; tutti gli altri sono perfidi. La sola ammissione in questo corpo lava ogni delitto.

Queste società, tenendosi tutte per mano, formano una specie di catena elettrica intorno alla Francia. Nello stesso istante, in tutti gli angoli, esse s'agitano insieme, mandano gli stessi gridi, imprimono gli stessi movimenti.

Ovunque i giudici, gli amministratori che non sono loro agenti, loro creature, sono esposti alle loro persecuzioni. Essi designano i generali all'esercito, come traditori di cui si deve diffidare.

In faccia alla Francia intera, essi ricevono le deputazioni che s'indirizzano a loro per ottenere una legge o la riparazione di qualche torto; e quando l'indignazione ed il dolore sollevano tutti gli animi, essi attribuiscono la propria opera a quelli che opprimono.

L'effigie della libertà non è che una impronta impiegata per suggellare le volontà di alcuni tiranni.

La distruzione di queste società è il solo rimedio ai mali della Francia ed il giorno della loro morte sarà un giorno di festa e di allegrezza.

Io mi sforzo, per quanto sta in me, di vendicare la giustizia, l'umanità, l'onestà pubblica, dai quotidiani oltraggi di questi imbroglioni che vivono della libertà, come i bruchi vivono degli alberi fruttiferi che fanno morire.

Non è tempo di tacere. L'onore francese è compromesso da tutte queste turpitudini e dagli infami che le approvano.

Eleviamo finalmente tutti insieme un forte grido d'indignazione e di verità.

ANDRÉ CHÉNIER.(4)

 

 

Annotazioni

(1) V. Maçonnerie nouvelle du Grand-Orient de France, di Giorgio Bois, pp. 96-110.

(2) Queste due coraggiose pubblicazioni valsero all'autore l'odio della massoneria, la sua incarcerazione e il suo martirio ai Carmelitani nel settembre 1792.

(3) I cartelli allora come oggi.

(4) Questo articolo, pubblicato nel 1792, è stato riprodotto alla fine di marzo 1905 dall'Indépendant de l'Orne e dalla Bastille; si sa che André Chénier pagò colla testa la sua franchezza.