Delassus - Cap. 15 -P I

CAPITOLO XV.

LA FRAMASSONERIA SOTTO LA RISTAURAZIONE

 

Crollato l'Impero, la Francia credette che soltanto quei soli che l'aveano fatta potrebbero, dopo tanti sconvolgimenti e rovine, rialzarla e farla rientrare nelle sue vie. Essa quindi rivolse gli sguardi ai figli di S. Luigi. Già, fin dal 1799, il suo cuore li chiamava. La framassoneria sentiva così bene esser questo il voto della Francia, e che un giorno o l'altro diverrebbe irresistibile, che volle prendere anticipatamente le sue misure e impadronirsi di tale movimento per dominarlo e dirigerlo. Due massoni emeriti, i generali Malet e Oudet, fondatori della società dei Filadelfi a Besançon, iniziarono dei negoziati con Luigi XVIII. Essi furono prevenuti da Siéyès e da quelli che, con lui, preparavano la dittatura che fu inaugurata dal colpo di Stato del 18 brumaio.

Da una parte e dall'altra, ciò che si voleva, pur acconciandosi alle necessità del momento che s'imponevano, era salvare la Rivoluzione, mantenere intatto il suo spirito e conservare, quanto fosse possibile, le sue conquiste. La setta lo aveva ottenuto da Napoleone col dispotismo; e si riprometteva di ottenerlo da Luigi XVIII in nome della "libertà". Quello che Malet e Oudet aveano voluto trattare con Luigi XVIII, e ch'egli subì quindici anni più tardi, era l'istituzione del Governo costituzionale, del meccanismo parlamentare che permetterebbe di continuare la guerra alla Chiesa.

Nel 1799, Luigi XVIII avrebbe potuto più facilmente liberarsi dalle strette della massoneria. Egli sarebbe stato più libero di ristaurare l'antica costituzione nazionale spogliata de' suoi abusi. Il ristabilimento del culto cattolico imponevasi, come vedemmo, a tal punto che Napoleone non vide nulla di più urgente che di trattarne col Papa. Se Luigi XVIII, invece di Napoleone, avesse conchiuso il Concordato, esso sarebbe stato ben diverso. Egli ne diede la prova, dopo la seconda Ristaurazione, quando prese l'iniziativa di nuove trattative col Papa allo scopo di migliorare ciò che da Napoleone avea ereditato, e così la Chiesa di Francia, libera, purificata dal martirio, sbarazzata dalle sozzure del Giansenismo, avrebbe potuto rimettere la nazione cristianissima nelle vie della vera civiltà.

Nel 1814 e nel 1815, la situazione non era più la stessa. L'intiera Europa era sconvolta. Non era la sola Francia, ma tutta l'Europa che avea bisogno di stabili leggi. I sovrani di Russia, d'Austria e di Prussia vi posero mano e concertarono assieme quella celebre convenzione che si chiamò la "Santa Alleanza".

"Avvi in questo negozio - scriveva da Pietroburgo G. de Maistre al conte di Vallaise - un lato delicato e rispettabile che dev'essere apprezzato e venerato, indipendentemente da ogni questione che si potrebbe sollevare sullo spirito che l'ha dettato, e che oggidì è abbastanza potente per farsi obbedire anche dai sovrani". Qual era questo spirito? In chi, in che cosa erasi incarnato per esercitare questa potenza? G. de Maistre, in una nuova comunicazione al suo re, dice che questo spirito era quello degli Illuminati. "E' questo Illuminismo (non quello di Weishaupt, ma quello di Saint-Martin) che ha dettato la convenzione di Parigi, e sovrattutto le frasi straordinarie dell'articolo che echeggiò in tutta l'Europa ... Io sono perfettamente informato degli strattagemmi che quella gente là avea usati per accostarsi all'augusto autore della convenzione (l'imperatore di Russia) e per impadronirsi dell'animo suo. Vi si sono intromesse anche le donne come s'intromettono dappertutto... Se la mente che dettò questo atto avesse parlato chiaro, vi avremmo letto in fronte: Convenzione per la quale questi e quei principi dichiarano che tutti i cristiani non sono che una famiglia professante la stessa religione, e che non contano nulla le differenti denominazioni onde si distinguono".(1) Questa religione universale in cui i settari volevano fin d'allora confondere tutte le religioni, la chiamavano il cristianesimo trascendentale e lo concepivano come una mera religiosità, o una religione senza dogmi. E' quello che continuano a fare a' dì nostri, benché sotto altri nomi, l'Alleanza Israelita Universale e la framassoneria. Ed oggi come allora, framassoni ed ebrei si servono, per arrivarvi, dei ministri e dei Governi. G. de Maistre l'avea constatato nel secolo precedente: "Si può affermare che, durante il secolo XVIII, i Governi d'Europa non hanno fatto quasi niente di notevole che non fosse stato diretto da uno spirito segreto verso uno scopo che i sovrani neppur sospettavano".(2) Egli lo constatava di nuovo all'entrare del secolo XIX; ed oggidì è facile, a tutti quelli che hanno occhi per vedere, di fare la stessa osservazione.

Le società segrete, non potendo adunque opporsi alla marcia degli avvenimenti che si compivano al tempo della Ristaurazione, si studiarono di dirigerli a loro profitto, per impedire all'ordine sociale basato sulla fede di ristabilirsi in Europa, e specialmente in Francia. Quello che aveano ottenuto dalla "Santa Alleanza" degli imperatori di Russia e d'Austria e dal re di Prussia, si sforzarono di ottenerlo da Luigi XVIII. Certamente, Luigi XVIII, come persona, non era un cattolico di fermo carattere, troppo egli avea bevuto alla coppa del suo secolo, ma sentiva la propria dignità reale, e se non fosse stato raggirato, ed avesse avuto libere le mani, indubbiamente egli avrebbe dato alla Francia una Ristaurazione più perfetta e più solida.

Fra tutte le conquiste della Rivoluzione, quella che la setta apprezzava di più, come la più utile a' suoi disegni, la più necessaria a conservarsi, era l'indifferenza del potere in fatto di religione. Perciò, quello che più temeva nella ristaurazione realista, la quale nel 1799 annunciavasi come imminente, era il ritorno della religione di Stato; e quello che si studiò sopratutto di ottenere allorché si fece la Ristaurazione, fu il mantenimento della protezione eguale per tutti i culti come Napoleone l'aveva introdotta. Un altro problema che le stava parimenti a cuore era quello della sovranità. Essa volea bensì che il re regnasse, ma non poteva acconsentire ch'egli governasse, che avesse in mano un potere efficace e reale. Ben dichiarò la Charta (3) che l'autorità risiedeva intera nella persona del re, e che la religione cattolica era la religione dello Stato: l'articolo 6 attestava in proposito alcuni intendimenti del re, ma non erano che parole rese vane dagli articoli 5 e 7. Pel resto, la Costituzione accordava la libertà dei culti e della stampa; ristabiliva la libertà della tribuna, che da dieci anni taceva. Due capi illuminati, Talleyrand e Dallery influirono sopra Luigi XVIII, come ne parla G. de Maistre, per ottenere che il re tenesse presso di sé queste due "pesti", come le chiama Gregorio XVI. Altri agirono presso Alessandro, e fu per invito perentorio di lui che Luigi XVIII colla dichiarazione di Saint-Ouen accordò alla setta le libertà costituzionali. In questa occasione fu creata la parola liberale, destinata a velare le idee e le opere della framassoneria.

Frattanto, lo slancio d'amore con cui la Francia accolse il suo re e la gioia con la quale recossi dinanzi agli altari, fecero temere alle sette che le precauzioni prese divenissero inutili. Il ritorno di Napoleone fu deciso, preparato, compiuto. Dopo Waterloo si videro i framassoni di Francia che tanto doveano rimproverare ai Borboni di essere ritornati "sui carrettoni dello straniero",(4) sollecitare gli alleati di voler dare alla Francia, colle proprie mani, un re diverso dal capo della casa di Borbone. Per due volte, una deputazione di framassoni recossi al campo degli alleati per chiedere che fosse loro imposto come re un olandese, il principe d'Orange, ovvero Luigi Filippo che più tardi riuscirono a porre sul trono. Il capo di quest'ambasciata era Carlo Testa.(5) Luigi XVIII ritornato da Gand era alle porte di Parigi fin dal 6 luglio, ma la diplomazia massonica che circondava i re alleati non gli permise d'entrare nella sua capitale se non il giorno 8, dopo che egli ebbe licenziato que' suoi ministri che l'aveano seguito nell'esiglio e loro sostituito uomini della Rivoluzione,(6) i due apostati Talleyrand e Louis, col regicida Fouché quale ministro della polizia.

Da quel giorno fu impiantato in Francia il regime costituzionale, e con esso rimaneva padrona la massoneria. "Luigi XVIII - dice il segretario del Grand'Oriente, Bazot - diede la Charta. E' il governo costituzionale. Questo principio ci protegge". Era infatti la dignità del re limitata al potere esecutivo, e l'autorità reale affidata a dei ministri, commessi effimeri delle maggioranze delle Camere, che finirebbero pur esse per essere alla mercé della setta. Perciò Thiers poté dire nel suo discorso tenuto nel 1866 al Corpo legislativo: "La Costituzione del 1814 è uscita dalle viscere stesse della Rivoluzione".(7) Nessun altro sistema politico è più favorevole ai disegni della setta, nessuno le offre maggiori e più facili mezzi per paralizzare la legittima autorità, per incatenare la Chiesa e perseguitarla. Essa non vi mancò neppure sotto i re legittimi. Essi fecero quanto poterono, in ispecie Carlo X, per resistere alle sue imprese, ma il sistema era più forte di loro. Non fa quindi meraviglia che Enrico V, istruito da questa triste esperienza, siasi rifiutato di ricominciarla nella sua persona nel 1873. Era dunque il regime costituzionale, col suo simbolo distintivo, quello che volevano imporgli uomini, i quali non sapevano essi medesimi da quale spirito erano guidati, a quali influenze forse ubbidivano e in quale abisso stavano per trascinarci.

Malgrado le cautele prese dalla setta per impedire alla Ristaurazione di favorire il ritorno ad una civiltà veramente cristiana, questa fece nondimeno il possibile per secondare l'azione del clero nella sua opera di rinnovazione religiosa. Fin dal 29 febbraio 1816, i religiosi sono autorizzati ad impartire l'insegnamento. Si istituiscono comitati cantonali per sorvegliare ed incoraggiare l'istruzione; i parroci non solo ne fanno parte, ma vi tengono la presidenza. Ai vescovi è concesso di stabilire delle scuole ecclesiastiche, i seminaristi non sono più obbligati a frequentare i corsi liceali, i vescovi possono ordinare, senza autorizzazione del potere, quelli che giudicano più degni. Si incoraggiano le missioni nelle parrocchie malgrado i clamori e le calunnie, le canzonette e le caricature dei liberali, ed i missionari sono posti sotto la protezione dei Gran Limosiniere. Cappellani sono dati all'esercito. Si fa una legge per l'osservanza della domenica. Una commissione è nominata per istudiare i mezzi di restituire alla Chiesa il suo antico splendore. L'Arcivescovo di Reims riceve l'incarico di presentare al re i soggetti che gli sembrano più degni d'essere elevati all'episcopato. Infine una convenzione col Sommo Pontefice viene ad aumentare le diocesi.

Nelle istruzioni che furono comunicate al conte di Blacas per negoziare un nuovo concordato più favorevole alla Chiesa di quello conchiuso con Napoleone, il re diceva: "Sua Maestà apprezza, com'è di dovere, la difficile posizione in cui si trovava allora la Santa Sede; ma vede altresì che le disposizioni prese in circostanze tanto differenti, tanto procellose per la Chiesa di Francia, non si applicano più alla situazione attuale, e ciò che poteva convenire per salvarla dal naufragio non basterebbe più per la sua rigenerazione".(8)

La Camera del 1815, la Camera introvabile (9) favoriva le buone disposizioni del re; ma vegliava la massoneria. Essa seppe far entrare fra gli intimi del sovrano uno de' suoi, Decazes, commendatore del supremo Consiglio del 33° grado di rito scozzese. Escluso dal ministero dopo la morte del duca di Berry, si pose alla testa dell'opposizione.

Fu allora che dal seno della framassoneria uscì fuori un'altra società ancor più segreta, con giuramenti più terribili e con sanzioni ineluttabili, il carbonarismo. Venuto dall'Italia, si diffuse con meravigliosa rapidità in tutta l'Europa. In Francia organizzò le cospirazioni militari di Belfort, di Saumur, della Rochelle, ecc., che fortunatamente si poterono sventare.(10)

Le loggie si moltiplicavano; vi si facevano iscrivere gli ufficiali di mezza paga, i compratori dei beni della libertà e del clero. Il Grand'Oriente s'informava dei luoghi dove si trovassero in numero sufficiente per costituire una loggia; vi mandava un venerabile nuovo al paese, che si installava fra loro, e col loro mezzo spargeva nel popolo le idee massoniche, dava la parola d'ordine ogni volta che nei consigli comunali o dipartimentali v'era da adottare o da far adottare una misura per opprimere con prudenza e con arte la Chiesa.

Contemporaneamente, la tribuna e la stampa combattevano la Ristaurazione, opponendo senza tregua l'immortale 89 all'antico regime ristaurato, la libertà al dispotismo, la democrazia all'autocrazia, la rivoluzione alla contro-rivoluzione.

Mentre gli spiriti erano in tal guisa agitati, il carbonarismo s'armava, e preparava i fautori del disordine ad agire quando fosse suonata l'ora opportuna d'una nuova rivoluzione.

Intanto a Luigi XVIII era succeduto Carlo X. Malgrado gl'imbarazzi che la setta creava al suo Governo, il popolo si sentiva felice. Ne è testimonio irrecusabile uno dei più tenaci nemici della Chiesa, uno dei rivoluzionari più risoluti, Enrico Beyle, pseudonimo Stendhal, il quale, forzato dall'evidenza, così definisce questo regno: "Molti popoli d'Europa dovranno attendere forse parecchi secoli prima di raggiungere il grado di felicità che godé la Francia sotto il regno di Carlo X".(11) In pari tempo essa rientrava in possesso della sua preminenza in Europa e nel mondo; l'Algeria era conquistata, e l'alleanza con la Russia ci dava la frontiera del Reno senza colpo ferire.

Malgrado ciò, anzi in causa di ciò, il nobile vegliardo è circondato da tante insidie che gli torna impossibile d'evitarle tutte; non ha che la scelta degli errori. Gli si strappano provvedimenti che fanno sanguinare il suo cuore di figlio primogenito della Chiesa, quale voleva essere non di nome, ma di fatto. Tutte le franchigie della Charta sono impiegate a demolire il trono. Ei cede or sopra un punto, or sopra un altro e finisce col dire: "Mi confermo nella convinzione che ebbi in tutta la vita: ogni concessione fatta ai liberali torna inutile". Avrebbe potuto dire "funesta". Quante volte, in questi ultimi anni, la Chiesa di Francia ha potuto convincersi di questa verità!

Il 25 luglio 1830, appoggiandosi lealmente all'articolo 14 della Charta, Carlo X firmò dei decreti che non sono contrari né al testo, né allo spirito di questo atto. Essi regolano la libertà della stampa, tendono a reprimere gli abusi più stridenti. Anziché essere accettati come un beneficio, diventano il segnale della rivoluzione che la setta preparava di lunga mano, d'accordo con colui ch'essa avea scelto per trarne profitto.

Deschamps e Claudio Jannet dimostrano con documenti (12) che i principali attori della "commedia dei quindici anni" (13) erano tutti framassoni. E fu un framassone che vi diede l'ultima mano. Nel momento decisivo, mentre Carlo X era a Rambouillet circondato dalle sue truppe fedeli, e poteva facilmente reprimere la rivolta e rientrare da padrone nella capitale, fu il maresciallo Maison che colla più odiosa violazione del giuramento militare compì l'opera della rivoluzione. Luigi Blanc ne dà tali prove che escludono ogni dubbio. (14)

I congiurati non poterono contenersi dal manifestare la loro gioia e le speranze che la caduta del trono faceva loro concepire. Partita appena la famiglia reale per la via dell'esiglio, il de Barante scrisse a sua moglie: "Essi sono partiti; credo che ci muoveremo anche noi".(15) Nel medesimo tempo, Dubois, ispettore generale dell'Università, diceva con maggior enfasi alla gioventù delle scuole: "Noi c'incamminiamo verso una grand'epoca e forse assisteremo ai funerali d'un gran culto". Tre anni prima, il 30 novembre 1827, Lamennais avea scritto a Berryer: "Veggo che molti s' inquietano sulla sorte dei Borboni; non hanno torto: io credo che essi avranno la sorte degli Stuardi. Ma certamente non è questo il primo e solo pensiero della Rivoluzione. Essa ha viste ben più profonde: è il cattolicismo che vuol distruggere, unicamente il cattolicismo; NON VI È ALTRA QUESTIONE NEL MONDO".(16)

 

 

Note al capitolo 15

 

(1) G. de Maistre, Œuvres complètes, t. XIII, pp. 219-222 e t. XIV, pp. 3 e 330.

(2) De Maistre, t. XIII, p. 338.

(3) La Charta del 1814 esprimevasi in questi termini:

Art. V. Ognuno professa la sua religione con eguale libertà e al suo culto è accordata pari protezione.

Art. VI. Tuttavia la religione cattolica, apostolica e romana è la religione dello Stato.

Art. VII. I ministri della religione cattolica e romana e quelli degli altri culti cristiani sono i soli che ricevono trattamento dal tesoro reale.

(4) I sovrani alleati erano tutti ostili al ristabilimento dei Borboni. Fino al 31 marzo 1814, essi continuarono a trattare con Napoleone, e quando la scomparsa dell'imperatore parve inevitabile, essi cercarono una combinazione politica che escluse i Borboni. Lo Czar specialmente non voleva sentir parlare di loro. Per contrario, le testimonianze di contemporanei meno sospetti di parzialità, come Carnot, Ney, Lafayette, il generale Foy stabiliscono che i voti unanimi dei Francesi erano per una ristaurazione monarchica, e gli storici A. Sorel, L. Blanc, Guizot, Henri Houssaye, nella sua opera capitale 1814 e 1815, convennero tutti ch'essa era richiesta dall'interesse nazionale.

Edmondo Biré, la cui scienza e probità storica sono universalmente conosciute, scrisse nell'Alfred Nettement, sa vie et ses œuvres, pp. 267-279:

"Non eravi tra gli Alleati, nel 1814, alcun partito preso a favore dei Borboni; essi aveano al contrario disposizioni poco benevoli per l'antica dinastia, che avea sì lungamente regnato in Francia e tenuto in Europa il primo posto. Essi cominciarono la guerra senza che la ristaurazione dei principii monarchici entrasse per nulla nei loro progetti, la finirono senza che questa combinazione si presentasse al loro pensiero. Essi ebbero fino al termine l'intenzione di trattare con Napoleone; anche dopo aver rinunziato di trattare con lui, non pensarono ancora a Luigi XVIII.

e i collegati recarono disposizioni poco favorevoli alla casa di Borbone; furono adunque cause estranee alla loro volontà (il cui impero, ch'essi non aveano per nulla preveduto, si fece sentire nel seno della Francia stessa), che modificarono queste disposizioni e determinarono il ristabilimento della stirpe di Luigi XIV sul trono di Francia... Avvi nelle cose una logica superiore che soggioga gli uomini, ed è con essa che la Provvidenza dirige gli avvenimenti. La Francia e l'Europa, egualmente stanche della guerra, volevano la pace; voler la pace, era voler la Restaurazione che, sola, poteva garantire mediante il suo principio la pace alla Francia e all'Europa. Il vederlo prima di tutti gli altri, fu merito di Talleyrand nel 1814. Parimenti nel 1813, Fouché, malgrado le sue ripugnanze per i Borboni, comprese che solamente essi erano possibili. Appena questa soluzione fu loro presentata, Parigi e la Francia si unirono con un "entusiasmo universale". La frase è di Carnot. E, certamente, non era per obbedire agli stranieri che tutti i marescialli di Napoleone, tutti i generali, tutti gli uomini della sua corte, tutti i suoi funzionari aderirono alla caduta dell'imperatore ed al ristabilimento dei Borboni. Essi non fecero in ciò che seguire il movimento di tutta la nazione, che obbediva essa pure a questo sentimento che la pace era necessaria, che la sola ristaurazione del principio monarchico poteva assicurarla nel tempo medesimo che metterebbe la Francia nelle condizioni più favorevoli a trattar coll'Europa.

"Luigi XVIII, infatti, si trovava per trattare in una posizione che non ha pari. Era egli stesso una delle vittime dell'ambizione di Napoleone, non si poteva fargliene portare la pena. Inoltre, egli era posto per l'antichità della sua dinastia e per la potenza del suo diritto al livello con quelli che trattavano con lui. Non era già un trono che gli si donava e che per conseguenza si avrebbe anche avuto il diritto di fargli acquistare, era un trono che riprendeva. Ciò solo metteva una distanza incalcolabile tra la Ristaurazione e le altre combinazioni. Qualunque altro all'infuori di Luigi XVIII non sarebbe stato nel trono che il luogotenente dell'Europa; egli invece vi saliva non come l'eletto della coalizione, ma come il successore d'una lunga legione di re. Infine egli poteva dare all'Europa la garanzia di un principio politico e perciò essa esigeva minori garanzie materiali e territoriali. D'altra parte, Luigi XVIII avea un alto sentimento della preminenza della casa di Francia, e questo sentimento gli dava nei suoi rapporti coi re coalizzati una grandezza che rialzava e consolava la dignità nazionale afflitta dai nostri disastri militari. Con questo Borbone sul trono, forza era che l'Europa, in tutta l'ebbrezza delle sue recenti vittorie, s'inchinasse davanti alla maestà del sovrano".

(5) Eckert, La Franc-Maçonnerie, etc., t. II, pp. 162-172. - Vaulabelle, Histoire des deux Restaurations, t. V, cap.
II e IV.

(6) Rohrbacher, XXVIII, 194.

(7) Per ispiegare lo sfacelo del potere politico colossale di Napoleone I, Chateaubriand diceva: "La forza del campo, nascondeva la debolezza della città".

Per ispiegare altresì la caduta della Restaurazione egli diceva ancora: "Si credeva d'aver ristaurata la monarchia, e si era istituita semplicemente una democrazia reale. Si sono cangiate le lenzuola del letto imperiale, ma non si sono pur voltati i materassi". Al virus rivoluzionario introdotto nelle leggi francesi da Napoleone 1, venne ad aggiungersi il parlamentarismo in cui le passioni del quarto d'ora si sostituiscono ai piani lungamente maturati. Queste due cause doveano fatalmente compiere la loro opera di distruzione delle energie morali e delle forze materiali della nazione.

(8) La Ristaurazione dimandò ed ottenne il ristabilimento di ventidue vescovi.

(9) Questo attributo d'introvabile fu dato a questa Camera da Luigi XVIII come un elogio in causa della comunanza di principii che esisteva fra i suoi membri e la corona.

(10) "Una loggia, detta dagli "Amici della verità", dice L. Blanc, era reclutata nelle scuole di diritto, di medicina, di farmacia e presso dei giovani dedicati al tirocinio del commercio". Fu da questa loggia che la carboneria, di cui avremo a parlare, si estese a tutta la Francia. Essa ne avea ricevuto gli statuti da Napoli. Clavel confessa che gli "Amici della verità" furono i primi a prendere le armi nella rivoluzione di luglio.

(11) Promenades dans Rome, Ire série, p. 27. 1853.

(12) Les Sociétés secrètes et la Société, liv. II, ch. VIII, § 5.

(13) "Per quindici anni la fu una commedia - esclamò il Globe, senza vergogna, il 22 aprile 1831. - Poiché quei liberali d'allora che non cospiravano, sia che si temesse della loro leggerezza, sia ch'essi medesimi si fossero rifiutati di giuocar sì grosso giuoco, Beniamino Constant, Casimiro Périer, e mille altri, sapevano, almeno da non dubitarne, che si cospirava, che esistevano dei carbonari organizzati nelle vendite; essi simpatizzavano coi cospiratori, desideravano il successo della loro impresa, e tuttavia giuravano per tutti i santi che la congiura e il comitato direttore non esistevano che nella immaginazione inferma degli uomini della Destra; accusavano calorosamente la polizia, la loro bestia nera allora, e gli agenti provocatori, di bassi intrighi, per compromettere cittadini innocenti e pacifici". Un po' più tardi, il giornalista interpella il presidente del Consiglio, Casimiro Périer, e gli dice che "dovrebbe sapere che Barthe, suo collega (allora ministro della giustizia), ha figurato nella carboneria e non ne fa mistero". Tutto l'articolo è su questo tenore, e il giornalista non esita a dichiarare che la commedia dura ancora, con altri personaggi, nel momento in cui scrive e che si prolungherà ancora sotto il regno di Luigi Filippo.

(14) Histoire de dix ans, 4e édit., t. I, pp. 422 à 431.

(15) Souvenirs du baron de Barante, III, 571.

(16) Œvres posthumes de Lamennais. Correspondance, t. 1, p. 303.