CAPITOLO XLIII.
L'IDEA DI REPUBBLICA UNIVERSALE IN FRANCIA
Quello che avviene da venticinque anni in Francia, e particolarmente la disorganizzazione, in questi ultimi tempi, dell'esercito per mezzo di coloro stessi che presiedono ai destini del paese, è un enigma assai doloroso per tutti quelli che non conoscono gli ultimi pensieri della framassoneria: la costruzione del Tempio che deve raccogliere tutti i popoli; in altri termini, lo stabilimento d'una Repubblica umanitaria sulle rovine di tutte le patrie. È dunque necessario mostrare che le logge francesi in particolare conoscono questo divisamento della massoneria cosmopolita, e dal canto loro lavorano alla sua attuazione.
Prache, deputato di Parigi, nella relazione che abbiamo già citata, relazione che gli fu richiesta dalla 11a commissione delle petizioni della Camera defunta, su quelle che gli furono indirizzate contro la framassoneria, disse (p. 901): "Apriamo il resoconto della Conferenza massonica internazionale tenuta ad Anversa nel 1894; noi leggiamo alla p. 35, in un discorso d'uno dei rappresentanti del Grand'Oriente di Francia, il F... Dequaire, attualmente ispettore d'Accademia a Mende, questa frase indirizzata a tutte le altre massonerie dell'universo: "La nostra massoneria crede necessario di esercitare sull'opinione nazionale, e, per mezzo di questa opinione, sull'andamento del nostro governo, la sua influenza, che, per l'azione politica, cresce in potenza a profitto del programma massonico universale". Vi è dunque - conchiuse Prache - un programma massonico universale". Qual è questo programma? Qual'è l'impresa a cui devono lavorare le loggie di Francia d'accordo con le loggie di tutte le parti del mondo? Prache la trova in queste parole del medesimo F... Dequaire: "La Francia ha la grande missione di presiedere all'opera dell'organizzazione della democrazia; in una parola, all'organizzazione della Repubblica universale". E rimanda al Resoconto de lavori del Grand'Oriente del 16 gennaio e 28 febbraio 1897, p. 10.
Alcune citazioni mostreranno che le loggie francesi non rifiutano il concorso che loro è domandato. Non risaliremo oltre il 1848.
Garnier-Pagès, ministro della seconda Repubblica, dichiarò pubblicamente che "i massoni volevano compiere l'opera gloriosa della Repubblica; e che questa Repubblica era destinata a stabilirsi in tutta l'Europa e su tutta la superficie della terra".
J. Weil, framassone ebreo, scrisse: "Noi esercitiamo una influenza potente sui moti del nostro tempo e sui progressi della civiltà verso la repubblicanizzazione di tutti i popoli".
Un altro ebreo, Louis Bence, diceva nel medesimo tempo: "Con una mano potente abbiamo scosse le colonne sulle quali è basato l'antico edificio in modo da farlo gemere".(1)
Crémieux, il fondatore dell'Alleanza Israelita Universale, ricevendo, in qualità di membro del governo provvisorio, i delegati della framassoneria, disse loro: "La Repubblica farà quello che fa la massoneria; essa diverrà la splendida garanzia dell'unione dei popoli su tutti i punti del globo, su tutti i lati del nostro triangolo; e il Grande Architetto sorriderà a questo nobile pensiero della Repubblica, la quale, propagandosi in tutte le parti, riunirà in un solo sentimento tutti gli abitanti della terra".(2) Non è inutile confrontare queste parole con quelle che un massone tedesco diceva nello stesso momento nella loggia di Gottinga. Au Compas d'Or: "È giunta finalmente la grande epoca tante volte predetta, in cui la nostra associazione deve trasformarsi in alleanza universale tra i membri dell'umanità? ... La libertà che reclama la presente generazione è la soppressione di tutte le barriere (o frontiere), divenute superflue allorché tutti gli uomini saranno riuniti in uno Stato solo".
Jean Macé pubblicò in questo medesimo anno 1848, un opuscolo intitolato: Les Vertus d'un Républicain. Egli disse: "Il vento che passerà sulla Francia s'incaricherà di trasportare al di là dei fiumi e dei monti, i germi fecondatori destinati a far sbocciare le repubbliche. Noi faremo la conquista del mondo senza abbandonare le nostre donne e i nostri figli". Jean Macé fu uno dei più grandi propagatori dell'idea di Repubblica universale, come fu l'organizzatore della Ligue universelle de l'enseignement, agente dell'Internazionalismo come dell'Alleanza Israelita Universale. Malgrado ciò la loggia La Fraternité des Peuples, prima d'interessarsi della Lega dell'insegnamento, citò alla sua sbarra Jean Macé perché "a taluni sembrava essere più francese che membro dell'umanità"; e Macé con una lettera in cui fu data lettura nella tornata del 22 giugno 1867, la rassicurò pienamente.
Victor Hugo adoperò anch'egli, fin dal 1848, la sua voce sonora per l'unione dei popoli, per la confusione delle stirpi a tal punto che lo si chiamò "il bardo dell'umanitarismo". Presiedendo il congresso della Pace che si tenne a Parigi nel 1849, in nome del Vangelo, dinanzi a duemila persone, egli significò alla Francia, all'Inghilterra, alla Prussia, all'Austria, alla Spagna, alla Russia che un giorno le armi cadrebbero loro di mano. Egli dichiarò d'intravedere gli Stati Uniti d'Europa che stendono le braccia agli Stati Uniti d'America al di là dei mari.(3)
Più tardi, esclamava nei Châtiments: "Non più soldati con la spada in pugno! non più frontiere!" Nella sua prefazione al Paris-Guide egli acclamava i Tedeschi come nostri "concittadini nella città filosofica", "nostri compatrioti nella patria libertà". Il 1° marzo 1871 nell'Assemblea di Bordeaux, egli augurava alla Francia di riconquistare la riva sinistra del Reno, ma per il piacere di farne un presente alla Germania dicendole: "Non più frontiere! Il Reno a tutti! Noi siamo la stessa Repubblica, gli Stati Uniti d'Europa, la pace universale".(4)
Già nel 1859, alla partenza di Napoleone III per la guerra d'Italia - osserva Goyau - dal quale abbiamo presa la maggior parte di queste citazioni, tratte dal suo libro: L'Idée de Patrie et l'Humanitarisme, gli operai parigini acclamarono l'imperatore, perché essi vedevano in questa guerra l'effettuazione dell'idea dell'emancipazione dei popoli e della fraternità fra i popoli emancipati.
Il che vuol dire che queste idee, sparse nel pubblico dai giornali e dall'azione delle loggie, vi penetravano già profondamente. All'incominciare delle imprese della Prussia sopra tutti i suoi vicini, esse furono propagate con maggior ardore. Nel 1864, Boutteville, professore a Santa Barbara,(5) proclamava che la massoneria dovea costruire "il Tempio simbolico della Repubblica universale". La Ruche maçonnique spiegava come ciò si potesse fare. Essa desiderava che l'unità massonica, preludio dell'unità universale, emanasse da un centro unico, il quale dasse l'impulso intellettuale e amministrativo ai centri secondari, uno per ogni Stato. Rebold enunciava il progetto d'una confederazione massonica universale che condurrebbe, in un dato tempo, alla confederazione dell'umanità.(6)
Due anni più tardi, nel giugno 1866, Varlin, che dovea divenire il comunardo del 1871, indirizzava un manifesto agli operai parigini in cui si leggeva: "La democrazia monta ... monta e cresce continuamente ... La democrazia non è né francese, né inglese; non è più austriaca che tedesca; i Russi e gli Svedesi ne fanno parte come gli Americani e gli Spagnoli; in una parola, la democrazia è universale!"
Nei congressi di Ginevra, di Losanna, di Berna, dell'Hâvre, che si tennero in quest'epoca, il grido più spesso ripetuto fu, con quello dell'odio alla Chiesa cattolica: "Non più frontiere!"
La massoneria fa propagare quest'idea perfino nelle scuole.
Edgard Monteil, il prefetto che tutti conoscono, nel suo "Catéchisme du Libre-Penseur, dedicato alla framassoneria universale, associazione internazionale e fraterna, forza organizzata", saluta i tempi futuri in cui, "coll'aiuto del progresso le frontiere saranno abbassate, e non si conoscerà più che la Società". Egli ripete la medesima cosa nel suo Manuel d'instruction laïque.
I giornali pedagogici, pubblicati da ispettori d'Accademia, come: Le Volume, L'Ecole nouvelle, La Revue de l'enseignement primaire, L'Union coopératíve, L'Ecole laïque, ecc. si manifestano nemici dichiarati delle nostre istituzioni militari. "Strappate, rovesciate, proscrivete - dice L'Ecole laïque - tutto ciò che nelle vostre opere, o sui vostri quaderni, o nelle vostre classi celebra la gloria della spada". Essa dice ancora: "Spetta a voi, istitutori, di far penetrare queste idee nelle menti dei contadini".
La Revue de l'enseignement primaire è attualmente diretta da Hervé - l'uomo della bandiera nel letamaio. - Essa non conta meno di quattordicimila istitutori abbonati, e dà la norma a più di trentamila. Dagli uffici dell'Enseignement primaire escono i Bulletins di sessanta Amicales d'istitutori e istitutrici. Nel 1904, essa pubblicò nella parte destinata agli alunni, le parole e la musica dell'Internazionale colla famosa strofa:
S'ils s'obstinent, ces cannibales,
A faire de nous des héros,
Ils sauront bientôt que nos balles
Sont pour nos propres généraux.(7)
Il medesimo Hervé diede questo avvertimento al paese, nell'aprile 1905, nel Pioupiou:
"Noi dichiariamo che, a qualsiasi governo che sarà aggressore, noi ci rifiuteremo di dare una goccia del nostro sangue. Noi siamo decisi di rispondere all'ordine di mobilizzazione con lo sciopero del corpo di riserva".(8)
Alcuni anni sono, due giornali, l'Instruction primaire e l'Union pédagogique française, tentarono di rialzare il culto della bandiera nazionale. Questi due organi non trovarono clientela tra i centomila istitutori formati da Buisson.
L'internazionalismo s'infiltra per avventura fino nelle associazioni dei giovani cattolici? Marco Sangnier nella conferenza pubblica che tenne il 23 marzo 1903 nella sala delle Mille Colonne, osservando che il suo uditorio era imbevuto di idee umanitarie, si credette in dovere di prevenirlo con queste parole: "Noi amiamo passionatamente la Francia, ma la consideriamo come il campo d'esperienza dell'umanità, e siamo in certa guisa patrioti internazionalisti.(9)
Ma non si limitano a diffondere l'idea, essi lavorano alla sua attuazione, e innanzi tutto col paralizzare le nazioni designate a sparire per le prime. Nessuno ha dimenticato gli sforzi fatti dopo la vittoria della Prussia sull'Austria per impedire alla Francia di tenere il suo esercito in condizione di resistere all'assalto che gli sarebbe stato dato.(10) "Noi vogliamo un esercito che non sia esercito", diceva Jules Simon. E, nella tornata del 17 luglio 1868: "L'esercito, poiché si dice che bisogna averne uno ...". La sinistra applaudiva e reclamava il disarmo universale, di maniera che Caro poté scrivere, nel momento dei nostri disastri, che essa avea, di fatto "preparato con tutte le sue forze il disarmo della Francia". E qui è il caso di ripetere il motto di Montégut: "Una specie di emulazione patricida regna nel campo della democrazia".(11)
Nei nostri disastri, alcuni salutavano, sembra, l'avviamento all'effettuazione del loro sogno. Il Siècle del 10 luglio 1870, in un articolo firmato da Henri Martin, chiamava Garibaldi in Francia e diceva: "Garibaldi val più che un esercito e più che un popolo, perché egli viene in nome di tutti i popoli e porta seco il diritto universale, l'ideale di tutta l'umanità".
Tre mesi più tardi, un futuro deputato di Tours, Armand Rivière, scortato da una delegazione, presentava a Garibaldi e ad alcuni deputati repubblicani di Spagna, gli omaggi della democrazia turanese e diceva: "quando noi repubblicani francesi, italiani, spagnoli, avremo vinto il comune nemico (non la Prussia, ma il sacerdozio cattolico), avremo gettato le fondamenta di questa grande federazione alla quale verranno ad associarsi i nostri fratelli democratici tedeschi e che formerà ben presto gli Stati Uniti d'Europa". E questi garibaldini, avendo trovata una bandiera prussiana seppellita sotto dei cadaveri, la rinviavano all'esercito prussiano dicendo: "Noi siamo venuti per difendere la Repubblica francese in nome della fraternità umana, da cui non abbiamo mai inteso di escludere il popolo tedesco".(12)
Nell'aprile 1860, Garibaldi, preparandosi colla connivenza dell'Inghilterra alla sua spedizione in Sicilia, era stato ricevuto Grande Maestro della framassoneria italiana e avea fatto questo giuramento: "Fa ora con noi il nostro giuramento supremo: Io giuro di non aver altra patria che la patria universale; - giuro di combattere ad oltranza, sempre e da per tutto, per la soppressione dei confini che circoscrivono le nazioni, i campi, le case, gli opifici, le famiglie; - giuro di rovesciare, sacrificando la mia vita, la barriera su cui i carnefici dell'umanità hanno scritto col sangue e col fango il nome di Dio".(13)
La Comune manifestò i medesimi sentimenti di Garibaldi. Nel suo proclama del 28 marzo 1871, essa diceva ai Prussiani: "Predicate coll'esempio provando il valore della libertà, e voi giungerete alla meta che è vicina: la Repubblica universale".(14) Fin dalla prima adunanza, il 28 marzo, Delescluze scrisse alla guardia nazionale: "Il vostro trionfo sarà la salute di tutti i popoli. Viva la Repubblica universale!" (15) Questo grido trovasi in quasi tutti i manifesti dei comunardi.
Veniamo ai giorni nostri. L'ebreo Alfredo Naquet pubblicò nel 1901 un libro con questo titolo: L'Humanité et la Patrie.
Uno spagnolo, Lozano, lo compendia così: "Il patriottismo del vero francese consiste nel non aver patria alcuna". Naquet rimprovera a Gambetta di non aver curato abbastanza la difesa repubblicana, per aver preso esclusivamente a cuore la difesa dei territorio. Egli disse che quando l'uomo non sarà più impastoiato nelle dande nazionali, ogni membro della comunità avrà una parte maggiore al consumo e una somma maggiore di godimenti, - ciò che promette la civiltà massonica. - Egli conchiude che sulle rovine delle patrie poste allo stesso livello, si fonderà la Repubblica degli Stati Uniti della civiltà, di cui la Francia non sarà che un cantone; di guisa che, due mila anni dopo l'infruttuoso tentativo di Cristo per effettuare la Pace universale, l'evento definitivo del Messia-umanità - leggete l'Anticristo - segnerà il trionfo dell'antico sogno giudaico.
Il 22 giugno 1902, a Saint-Mandè si tenne un banchetto franco-italiano sotto la presidenza d'onore di Jaurès, le cui dichiarazioni alla Camera sull'argomento dell'Alsazia-Lorena levarono gran rumore in tutta l'Europa, e sotto la presidenza effettiva di Cerutti e Sadoul. Nei loro brindisi espressero la speranza che questa festa consacrerebbe ben presto l'unione di tutti i popoli. Le loro parole furono accolte dalle grida di: "Viva l'internazionale!" Jaurès disse: "Io mi congratulo che i due popoli si siano ravvicinati nel momento in cui l'uno e l'altro scuotono il giogo della tirannide clericale".
Nel 1905 comparve un libro intitolato: Pour la Paix. Il Journal des Instituteurs ne diede il programma in questi termini: "Fare la guerra alla guerra. Distruggere le frontiere le quali non sono che pregiudizi. Assicurare al proletariato del mondo un'èra di giustizia e d'umanità". Dopo di aver fatta l'esposizione di questa bella tesi, il Journal des Instituteurs l'approva: "Noi che abbiamo sempre considerate le guerre e la loro storia come un non-senso e un delitto, non possiamo che applaudire alla comparsa del Pour la Paix".
Un'associazione internazionale avente per motto: "Né frontiere, né Dio", sembra abbia attualmente per capi, in Francia, i deputati Jaurès e Pressensé; in Italia, i deputati Enrico Ferri e Bovio; in Ispagna, Soriano. Suo scopo è di lavorare sotto gli auspicii dei mani di Garibaldi, per l'unione degli Stati latini sotto il regime repubblicano, per la guerra al cattolicismo. Così sarà superata una delle tappe che devono condurre al fine ultimo dalla sinagoga assegnato alle società segrete.
Come l'abbiamo dimostrato, queste idee e questi progetti vengono da J. J. Rousseau, e più tardi da Weishaupt.
Nel discorso che il Gerofante rivolge a colui che viene iniziato al grado di Epopte, leggiamo: "Nel momento in cui gli uomini si riunirono in nazione (in virtù del contratto sociale), il nazionalismo o l'amor nazionale prese il posto dell'amor generale. Colla divisione del globo e delle sue contrade la benevolenza si rinchiuse nei limiti che non dovea più oltrepassare. Allora fu una virtù lo estendersi a detrimento di quelli che non si trovavano sotto il nostro impero. Questa virtù chiamossi patriottismo. Ed allora, perché non dare a questo amore limiti ancor più ristretti? Perciò si vide allora dal patriottismo nascere il localismo, lo spirito di famiglia e infine l'egoismo. Diminuite, troncate quest'amore della patria, gli uomini di nuovo imparino a conoscersi e amarsi come uomini ... I mezzi per uscire da questo stato di oppressione, e per risalire all'origine dei nostri diritti, sono le scuole segrete della filosofia (i ragguagli dati nelle retrologgie). Per mezzo di queste scuole, un giorno, sarà riparata la caduta del genere umano; i principi e le nazioni spariranno senza violenza (?) dalla faccia della terra. La ragione allora sarà il solo libro delle leggi, il solo codice degli uomini".(16)
Si dirà: questa Repubblica universale non potrà mai effettuarsi. Lo stesso Impero Romano non poté giungere al termine della sua ambizione, nei limiti ristretti che gli offriva il mondo allora conosciuto.
A ciò, Favière testé rispondeva: "Le cause che rovinarono l'Impero Romano furono di ordine puramente economico. L'Impero perì per la penuria di mezzi materiali. Giunse il punto che non si poté più governare né difendere un impero smisurato, il quale non aveva che corrieri per portare gli ordini da Costantinopoli a Cadice". Al giorno d'oggi non è più così. Quello che allora era impossibile, è divenuto attuabile. "Sono le vie ferrate - continua Favière - e la navigazione a vapore, e il telegrafo, e soprattutto l'immensa potenza contributiva dello Stato che mantiene vertiginosi bilanci (budgets), i quali permettono alla Russia di conquistare l'Asia centrale, agli Stati Uniti di trar profitto del loro immenso territorio, e all'Inghilterra di governare un Impero disperso ai quattro venti del Pianeta.(17) Fate che queste forze, queste potenze, le quali non hanno ancora detta l'ultima parola, siano in mano d'un uomo di genio, come Napoleone, o d'una intelligenza più potente ancora, assistita dalle Podestà infernali, quale sarà l'Anticristo, e lo Stato Unico, che comprende la totalità del genere umano, non tarderà ad essere una realtà".
Note al capitolo 43
(1) V. Monsignor Meurin. La Franc-Maçonnerie, synagogue de Satan, pagine 197-198.
(2) Histoire du Grand Orient de France. di Jouaust, pp. 502-505.
(3) Atti e parole. Prima dell'esilio, II, pp. 160-161.
(4) Atti e parole. Dopo l'esilio, 1870-71, p. 90. È circa nel 1850 che la formula "Stati Uniti d'Europa" apparve nella storia. La si trova sulle labbra di Victor Hugo nel discorso col quale egli aprì nel 1849 il congresso della Pace tenuto a Parigi. Essa compariva nello stesso tempo in Italia e nel Belgio. Al congresso di Losanna, nel 1869, Victor Hugo che presiedeva ancora, adoperò un'altra formola: "Noi vogliamo la Grande Repubblica continentale".
(5) Collegio a Parigi.
(6) Histoire des trois grandes Loges, pp. 552-662.
(7) S'ancor s'ostinano, questi cannibali, a voler fare di noi tanti eroi, sapran ben presto che le nostre palle saran rivolte contro i nostri duci.
(8) La maggioranza del corpo insegnante nell'insegnamento primario è incancrenita non solo dall'internazionalismo, ma dal socialismo. Nel 1904, dopo il discorso pronunciato il 3 giugno da Chaumié, ministro dell'istruzione pubblica, sull'argomento dell'introduzione in certe scuole del Manuale di storia di Hervé, la Revue de l'enseignement primaire scriveva: "Noi siamo circa trentamila istitutori socialisti in Francia ... Aggiungetevi trenta o quarantamila radicali-socíalisti... Non vi sarà da stupire se, fra alcuni anni, il vostro successore si trovi alla testa d'un piccolo esercito di ottantamila educatori socialisti".
(9) Le Sillon, n° del 10 giugno 1903, p. 406. Gli Ebrei sono internazionalisti dopo la loro dispersione, cioè sempre per rapporto al mondo europeo moderno. Non è forse, assolutamente logico e naturale il pensare che l'internazionalismo ebreo non sia affatto estraneo all'internazionalismo rivoluzionario? Qualcuno ha prodotto quest'ultimo. È egli temerario il supporre che i circoncisi siano per qualche cosa in quella produzione? Qui lo è tanto meno in quanto che si veggono attualmente, in Francia, i giornali rivoluzionari "sorretti" dagli Ebrei, e in Russia, le rivolte organizzate dagli stessi Ebrei.
(10) V. Govau, L'idée de la Patrie et l'Humanitarisme, cap. I.
(11) Libres opinions morales et historiques, p. 367.
(12) Les Etats-Unis d'Europe, rivista pubblicata da Carlo Lemonnier, 1° marzo 1877.
(13) L'Ennemie sociale, di Rosen, di stirpe ebrea.
(14) Ristampa del Journal officiel della Comune, 30 marzo, p. 106.
(15) Ibid., p. 527.
(16) Barruel, to. III, p. 184.
(17) Riforma sociale, 1903. Le Progrès,