LA RELIGIONE DELL'AVVENIRE

CAPITOLO L.

LA RELIGIONE DELL'AVVENIRE

Abbiamo inteso che G. de Maistre disse all'imperatore Alessandro I come egli vedeva gli Ebrei trarre partito dalle società segrete, le quali aveano per fine la distruzione di tutti i troni e di tutti gli altari. Vedemmo l'ebreo Crémieux fondare l'Alleanza Israelita Universale, colla missione di penetrare in tutte le religioni e in tutti i paesi, di adoperarsi per far cadere tutte le barriere: quelle che separano i popoli e quelle che separano le Chiese, a fine di giungere a stabilire una Gerusalemme di nuovo ordine che si sostituirebbe alla doppia città dei Cesari e dei Papi, e costruirebbe il più vasto e più meraviglioso dei templi, un Tempio le cui pietre son vive e dotate di pensiero.

La religione americana non è dessa, nel pensiero degli Ebrei dirigenti, l'abbozzo di questa religione umanitaria? Abbiamo veduto, fin dal principio, certi Ebrei occupati a farla nascere, e abbiamo trovato degli Ebrei in tutte le fasi del suo svolgimento. È un Ebreo, figlio di rabbino, Adler, che fondò, nell'antico come nel nuovo mondo, le società di cultura morale. È altresì un Ebreo che ha fondato l'associazione dei Cogitanti per preparare "la religione dell'avvenire". Ed ecco un Ebreo di Francia, Louis Lévy, rabbino di Digione, che, in uno scritto pubblicato nel 1904, ci dà di questa "religione dell'avvenire" l'idea più precisa e più completa.

Egli intitola il suo opuscolo: Una religione razionale e laica: La religione del XX secolo, e le dà per epigrafe questo motto di Darmesteter: "La religione del secolo XX nascerà dalla fusione del profetismo (giudaico) e della scienza".

Eccone la conclusione: "Il giudaismo, non proponendo alcuna credenza che l'intelligenza la più libera non possa accettare, facendo che tutto lo sforzo si porti verso il più alto sviluppo dell' "umanità" tutt'insieme individuale, sociale e cosmica (?), soddisfa alle esigenze più severe della scienza e della coscienza contemporanea. Fin d'allora, il giudaismo può e deve divenire la religione del XX secolo. Gli basterà spogliarsi delle pratiche, delle istituzioni e costumanze ch'ebbero la loro ragion d'essere in altri tempi e sotto altre latitudini, ma che oggi sono fossilizzate, e, per conseguenza, sono un ingombro ed un impaccio. Il giudaismo così sbarazzato di tutto questo legno morto sarà una religione razionale e laica".

Per autorizzare queste prime iniziative, Lévy cita queste parole di Salvador tratte dal libro: Paris, Rome, Jérusalem; "L'èra di mezzo è dunque finita, incomincia l'èra novella. Essa incomincia con una distruzione, ma deve terminare con una ricostruzione": distruzione dei cristianesimo, costruzione sulle sue rovine della religione umanitaria. L'èra primitiva si chiuse con Gesù Cristo, l'èra di mezzo colla Rivoluzione. La Rivoluzione ci ha fatto entrare nell'èra novella, l'èra della religione pura", di cui Renan, citato da Lévy, disse: "La religione pura che noi intravediamo come quella che può riunire l'umanità intera, sarà la religione d'Isaia, la religione ebrea ideale, sciolta dalle scorie che per avventura vi si fossero mescolate". E Louis Marillier: "Io domando a me stesso se non vedremo presto la creazione incosciente e lenta d'una specie di religione laica, né cattolica né protestante, il cui nucleo consisterebbe in una cristallizzazione d'idee giudaiche".

Il rabbino di Digione si studia, nel suo opuscolo, di darci di questa religione dell'avvenire, razionale, laica, umanitaria, in cui le idee giudaiche verranno a cristallizzarsi dopo essersi sciolte dalle loro scorie, un'idea quanto è possibile completa e ce la presenta nel modo più lusinghiero. Egli espone i motivi del suo lavoro dicendo che, "da qualche tempo, la religione sembra in cattiva condizione". Egli vuole rialzarla e presentarla al mondo in uno aspetto più accettabile.

"La questione centrale - egli dice - intorno alla quale si aggira ogni religione, è la questione dell'esistenza di Dio". Nulla di più evidente. Qual posto terrà egli, Iddio, nella religione dell'avvenire? Quale idea ne sarà fatta? Quali saranno i rapporti con lui? Per rispondere a questo quesito, Lévy incomincia dal citare queste parole d'un saggio positivista, Stuart Mill: - È mestieri, io penso, riconoscere che nello stato attuale delle nostre cognizioni, gli adattamenti della natura dànno molte probabilità ad una intelligenza creatrice. Vero è però non esservi altro che una probabilità". Il rabbino tenta forse accusare di falso questa conclusione della "scienza", dare le prove dell'esistenza di Dio e risolvere la questione intorno alla quale si aggira ogni religione? Egli è pago di "rinforzare" le probabilità esposte da Stuart Mill con alcune "indicazioni" meno concludenti che le probabilità della scienza positivista.

Dopo di avere posto così il "Principio supremo" di ogni religione su questi barcollanti sostegni, Lévy passa ad una seconda questione. Qual è la natura dell'Essere che si chiama Dio, supposto ch'Egli esista? Studiando di rendersene ragione, egli si arresta sull'esistenza del male. Siccome "il concetto ebraico non accetta la corruzione radicale" o originale, egli è messo nell'alternativa di negare o l'onnipotenza o la bontà divina. O il male viene da Dio, e allora Egli non è buono, o se non viene da Lui, vuol dire che la sua potenza è limitata da un altro essere, sia una materia eterna e ribelle, sia il Tiamat dei Babilonesi ovvero il Rahal o Leviathan degli Ebrei.

Un Dio problematico, e, supposta la sua esistenza, un Dio a cui non si può concedere la bontà che alla condizione di rifiutargli l'onnipotenza, questo è certamente un sostegno poco solido per collocarvi e far evolvere la religione dell'avvenire. Lévy se ne rende ragione, e perciò egli si sforza di raffermarla mediante certe considerazioni veramente molto poetiche, ma non meno confuse poiché si riducono a dire che è pur necessaria una religione per rispondere alle aspirazioni dell'anima umana.

Egli dunque presenta la sua, il giudaismo, all'umanità futura, facendo però osservare che questo non è il giudaismo di una volta, poiché "esso si è evoluto dal tempo degli Ebrei primitivi", ma il giudaismo dell'ora presente, almeno, quello dei liberali.

Non vi è che un solo articolo di fede fondamentale: la credenza in Dio. Ma secondo quello che abbiamo già udito, si comprende che proponendo questo articolo, il giudaismo non pretende imporre una verità comunicata per via soprannaturale. Questo è ciò che Lévy riconosce e dichiara. Il suo giudaismo è una religione, egli dice, poiché stabilisce il vincolo più stretto tra l'uomo e Dio, ma non è una fede, nel senso in cui questa parola implica un complesso di verità rivelate. Liberi per conseguenza i seguaci della religione dell'avvenire di credere o di non credere alla esistenza di Dio secondo che loro detterà la ragione, La negazione del principio supremo non li impedirà punto, d'essere ricevuti nel Tempio, d'essere una delle pietre vive e dotate di pensiero che costituiranno la Gerusalemme di nuovo ordine. Se la credenza all'esistenza di Dio non è punto indispensabile, tanto meno l'adesione alle altre verità religiose. "Il giudaismo ammette il libero esame, la libera speculazione. Il Talmud riporta delle opinioni assai diverse, alcune delle quali molto ardite. Il giudaismo annoverò nel suo seno molte sette. Noi non abbiamo dogmatica né teologia officiale".

D'altra parte gli è per questo che la religione dell'avvenire è razionale e che non potrà entrare in conflitto colla scienza; poiché non conoscendo verità rivelate, essa non ha e non avrà mai nulla da opporre alle affermazioni della scienza moderna.

Non avendo alcun dogma, la religione dell'avvenire non sarà per nulla intollerante. Per le religioni positive, l'intolleranza è una necessità logica; per quella che non ha teologia, è una necessità logica la tolleranza. Nulla dunque si opporrà a che tutto il genere umano entri e si raccolga nel nuovo Tempio.

Essa non sarà né un culto né una dottrina, poiché "uno dei caratteri della coscienza moderna è l'orrore alla superstizione, e il giudaismo ha sempre combattuta la superstizione ... Esso non pretende di fare de' suoi adepti dei devoti che passano i loro giorni in preghiere e in sterili macerazioni. Esso non vuol saperne d'una credenza che non abbia altro fine che se stessa, né di esercizi d'un vuoto pietismo".

Ecco adunque quello che non è il giudaismo liberale, quello che non sarà mai la religione che gli Ebrei presentano all'umanità del XX secolo.

Che sarà esso?

Una religione d'azione sociale, quale l'abbiamo vista abbozzata in America.

"La religione ebrea - dice Lévy - è essenzialmente una religione d'azione, uno sforzo per condurre l'individuo e la collettività umana al più alto grado di sviluppo di cui sono capaci" . Ed è ciò che vogliono gli americanisti.

Essa ha "per principio direttivo, per anima, l'idea morale". Quale morale? Una morale assolutamente indipendente, che "prende in se stessa il suo principio e il suo fine, che s'impone da sé la propria legge e il suo valore, che non dipende da alcuna autorità esteriore, e non ha in vista che la propria soddisfazione, senza timore di castighi, senza speranza di ricompensa oltre-terrena. Sequere naturam, almeno in questo senso che bisogna "seguire la ragione". "Non bisogna cercare di distruggere le inclinazioni naturali che d'altronde non si lasciano distruggere, ma si guastano quando sistematicamente si vuol comprimerle; bisogna studiarsi di dirigerle e trasformarle in ausiliari dell'idea".

"Il carattere della morale contemporanea - aggiunge Lévy, sempre d'accordo cogli americanisti - si è di divenire sempre più sociale. Da questo capo ancora la nostra dottrina non lascia nulla a desiderare ... Si vede con quale lirismo i profeti annunziano "i nuovi cieli e la nuova terra", l'èra benedetta in cui sarà bandita la miseria, il patimento, in cui fiorirà la pace e la fraternità, fra gli individui e i popoli. Essi hanno gettato sull'avvenire, al disopra delle procelle del presente, l'iride di pace d'una immensa speranza: una visione radiosa d'una umanità migliore, più libera dal male e dalla morte, che non conoscerà più né guerre, né giudici iniqui. - Sogni di veggenti, oggi sogni di sapienti".

Come si effettueranno questi sogni? Per farlo conoscere, Lévy dà la parola a Séailles: "Noi vogliamo che la giustizia si realizzi quaggiù nei rapporti degli uomini, mercé i nostri sforzi. L'idea di progresso è ormai uno degli elementi della nostra coscienza e della nostra fede morale", ed aggiunge: "Chiunque ha studiato i nostri profeti conosce il loro sforzo per affrettare l'avvento della giustizia in questo mondo, e sa il cómpito dell'idea messianica, vale a dire l'idea del progresso, in seno alla coscienza ebraica ... solidarietà, azione sociale, giustizia, progresso, fraternità: da lungo tempo il giudaismo ha proclamate queste affermazioni della coscienza moderna".

In queste parole si trova tutto l'alimento insipido che la democrazia offre ai suoi affamati per ingannare la loro fame. Si ritrova altresì in tutto lo scritto che analizziamo quello che Bargy ha chiamato "la religione americana": religione senza dogma, aperta a tutti, anche agli atei; religione puramente morale, non proponendosi altra cosa che il progresso umanitario; religione senza sacerdoti, nemica d'ogni superstizione; religione infinitamente perfettibile sui dati della scienza; dunque, in ultima analisi: "religione che non è una religione fra tante altre, ma la religione". È l'ultima parola di Lévy, è quella di tutti coloro che abbiamo udito precedentemente tracciare il piano dell'edificio religioso umanitario, in cui il genere umano dovrà entrare nel corso di questo secolo.

Come può avvenire che cattolici, ed eziandio sacerdoti, si siano indotti ad entrare in associazione, per un fine dichiarato religioso, con quelli che manifestano pubblicamente siffatte tendenze? Per quanto ciò possa sembrare strano, così è.

Nel luglio 1904, un giornale d'evangelizzazione protestante in Francia, la Mission intérieure, pubblicava una corrispondenza di scambio, nel maggio di questo medesimo anno, tra un prete cattolico "il cui nome allora non era dato, ma che fu pubblicato in seguito, ed Em. Houter, ministro protestante e direttore della Mission intérieure.

Il prete informava il ministro che la lettura d'un altro organo protestante, il Relèvement, che gli era stato comunicato da una dama X.... aveva in lui confermato il disegno che avea da lungo tempo concepito di adoperarsi a "ravvicinare i protestanti ai cattolici". Perciò proponeva "un'associazione di preghiere per la pace religiosa e specialmente per l'unione delle Chiese cristiane".

A questa proposta, il pastore dimandò espressamente all'abate di porre alla base del suo progetto una dichiarazione di principii ch'egli giudicava indispensabile, che dovea essere pubblica. Essa farebbe il patto che l'unione progettata non avesse un carattere ecclesiastico, cioè che dovesse farsi non nelle Chiese, ma al di sopra delle Chiese.

L'abate rispose in questi termini: "Leggiamo spesso nel capo XVII di san Giovanni, quella preghiera divina che è tutto ciò che vi ha di più sublime nel linguaggio umano. Non si tratta dell'unità in questo o in quel recinto, ma dell'unità nella verità evangelica: un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo corpo, un solo regno, un solo ovile, un solo pastore ... questa unità sulla quale il grande Apostolo e tutta la primitiva Chiesa, dopo Gesù, hanno tanto insistito. Dunque, Signore, io ve ne supplico di nuovo, secondate il nostro disegno d'unione generosamente, efficacemente. La veste del Salvatore è lacerata, rinnoviamola".

Ricevendo questa risposta, il ministro poteva credere che, secondo il desiderio che avea espresso, si accordasse che la veste del Salvatore sarebbe rinnovata in una unità più larga di quella della Chiesa cattolica. Perciò, il suo articolo, cominciato con questa interrogazione: "È il principio di qualche movimento religioso che spezzerà i quadri e le barriere ecclesiastiche per unire i cristiani di tutte le Chiese?" termina con queste parole: "Che ne sarà di questo tentativo? Non lo sappiamo. Ma è troppo conforme allo spirito del cristianesimo ed ai nostri propri desiderii perché non gli diamo la nostra approvazione. Il ravvicinamento dei cattolici e dei protestanti è ineffettuabile, se non è in seguito ad una conversione generale. Ma l'unione dei cristiani cattolici e dei cristiani protestanti è possibile e infinitamente desiderabile".

Quattro mesi più tardi, il 28 novembre 1904, l'Express de Lyon rendeva conto d'una prima riunione della Società per l'unione dei cristiani delle diverse Chiese, che avea avuto luogo il 13 novembre, nella sala dell'Hôtel de Rome. Alcuni giorni dopo, il 1° dicembre, l'Univers-Monde accettava, sulla dimanda ch'eragli fatta, la pubblicazione del processo verbale officiale di questa riunione.

Era stata presieduta dall'ab. Samuel, promotore dell'Associazione, e dal pastore Leopoldo Monod. Si erano udite le comunicazioni di Macirone, segretario generale dell'Association anglaise pour l'avancement de l'unité dans la chrétienté; dell'ab. Strehler, direttore dell'Union psalmodique d'Allemagne; di Paul Jarne Francis, della Chiesa episcopaliana d'America, direttore della Church Unity Army; di Muller, presidente dell'Union de Prière Perpétuelle, a Londra; dell'Archimandrita, delegato del patriarca greco Melchide a Parigi; del direttore della Revue catholique des Eglises, di Parigi; del R. P. Ernesto Rohmer, traduttore di En route pour Sion; dell'ab. J. A. Petit, autore della Rénovation religieuse: di Jules Paroz, direttore della rivista protestante svizzera, La Veillée: di Alberto Jounet, direttore della rivista cattolica, La Resurrection; di Louis Germain Lévy, il rabbino di Dijon, il cui opuscolo abbiamo analizzato più sopra.

Il promotore dell'Associazione svolse il suo piano d'organizzazione: che fossero stabiliti dei gruppi nelle diverse città, e queste sezioni particolari fossero unite ad una sede centrale e collegate fra loro da un bollettino. La sede centrale provvisoria venne fissata a Grenoble, 11, Montée Sainte-Marie, e fu deciso di pubblicarvi il bollettino dell'Associazione.

Mme Blanc-Melsaud, di Dijon e M. Pallière, di Lyon, dimandarono che non fosse posta alcuna base dommatica, che ogni gruppo rimanga libero di organizzarsi secondo le necessità dell'ambiente, e che l'associazione sia aperta agli Israeliti e a tutti quelli che, senza attaccarsi ad alcuna Chiesa particolare, consentiranno di pregare e lavorare coll'associazione. Lévy, rabbino di Dijon, approvò questa mozione, che fu adottata "a grandissima maggioranza".

Fu deciso allora, dietro la mozione d'un prete cattolico, che il nome dell'Associazione fosse cangiato, e divenisse Unione per l'azione religiosa e morale. "È codesto - osserva il pastore Corbière - un padiglione abbastanza largo per coprire tutte le relazioni interconfessionali".

Abbiamo già veduto le Unioni cristiane dei giovani ammettere gli Ebrei, i Maomettani e i Buddisti; ed altre associazioni tendere parimenti a quest'unione, o piuttosto a questa confusione religiosa che l'Alleanza Israelita Universale si è tolta la missione di produrre. Perciò si veggono sempre degli Ebrei in tutti questi tentativi di ravvicinamento, prima fra cattolici e protestanti, poi fra questi e gli ebrei, i pagani e gli atei o panteisti. È Adler, ebreo e figlio di rabbino che ha fondata la Société de culture morale; e qui è il rabbino Lévy che ha esposto le vedute che si conoscono nel suo opuscolo, Une religion rationnelle et 1aïque, religion du XXe siècle la quale, fin dalla prima riunione della Società per l'unione dei cristiani delle diverse Chiese, fa adottare dall'assemblea che quest'Unione di cristiani ammetterà nel suo seno quei medesimi che non si legano a nessuna religione.

Non è un indizio dello stato d'animo, punto trascurabile, che preti cattolici si offrano a lavorare in una tal opera, e che un giornale cattolico apra le sue colonne ai resoconti delle sue adunanze, senz'altra riserva che queste parole: "Avvi interesse pei nostri lettori di conoscere un movimento di questo genere. È egli necessario di aggiungere che noi non possiamo essergli favorevoli che nella misura in cui Roma l'approvasse?".

Come può venire in mente che Roma possa approvare tali tentativi? E come si può, frattanto, recar loro un concorso per quanto sia indiretto?