CAPITOLO LI.
STORIA DELLE RELIGIONI - IL LOISISMO
Non parlare del dogma, non predicare che la morale, e mostrare la perfezione della morale nel progresso umanitario; ecco le tendenze, in fatto di religione, che si sono manifestate dapprima tra i protestanti d'America, e che, di là, si sparsero nel mondo con il concorso attivo delle sette ispirate dal giudaismo, e con quello di cattolici infarciti d'illusioni.
Passar sotto silenzio i dogmi, può bastare a farli sparire dalla mente delle masse, ma non a raggiungere sicuramente e definitivamente lo scopo cercato dalla direzione suprema della massoneria, - e specialmente assegnato agli sforzi dell'Alta Vendita e dell'Alleanza Israelita Universale: l'annientamento dell'idea cristiana. Ci saranno sempre degli uomini che conserveranno nel loro cuore la sacra scintilla; altri se ne ricorderanno e ritorneranno alla fede. Fra essi potranno sorgere degli apostoli per evangelizzare di nuovo le masse.
Sarebbe dunque più sicuro assalire direttamente tutto l'edificio dogmatico e rovesciarlo dalle fondamenta, anzi che passargli accanto voltando gli occhi.
L'opra è incominciata. Nel suo libro: L'Allemagne religieuse, Goyau descrisse il movimento antidogmatico che la Riforma luterana vede prodursi nel suo seno. Si osserva il medesimo movimento negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Olanda, in Isvizzera.
In Francia la Facoltà di Teologia che il governo ha conservato al protestantesimo, accolse, nelle persone di Augusto Sabatier, di Ménégoz, e di Edmondo Stopfer, le tesi più ardite di cui risuonano le Università tedesche, e Jean Réville se ne fece il volgarizzatore.
"Gesù - dicono essi - non ha insegnato alcuno dei dogmi che gli sono attribuiti, non ha stabilito istituzioni né riti: tutto ciò è nato dopo di lui dal movimento religioso ch'Egli inaugurò e che consiste unicamente nel sentire la sua figliazione rispetto a Dio e la fraternità rispetto agli altri uomini. Ora, Dio è l'inconoscibile. Non è quindi necessario adottare o farsi un'idea qualunque di quello ch'egli è o può essere, basta che l'idea divina impressioni la coscienza, e che viva di essa". "Dio - dice Mathieu Arnold nel suo libro: La crise religieuse en Angleterre - è semplicemente la grande corrente delle tendenze che spingono ogni cosa a compiere la legge del proprio essere". Che noi esprimiamo ciò colla parola Dio, è semplicemente affare di elezione. Preso così, il nome divino serve a coprire alla buona una delle forme del panteismo. Il medesimo dice ancora: "Bisogna distruggere nella intelligenza umana la nozione della causa prima e personale, potente ed amante, autore e governatore morale di tutti gli esseri. Poiché, ammesso ciò, ne consegue il cristianesimo soprannaturale e teologico". Jean Réville, dice altresì che si può fare dell'Essere divino la rappresentazione filosofica che meglio ci talenti senza cessar di essere cristiano; e perciò fa appello a tutti, da qualunque confessione essi vengano, gl'invita tutti ad entrare nella grande chiesa liberale che sta formandosi, evidentemente quella di cui l'Alleanza Israelita Universale prepara lo stabilimento.
Come si vede, niente di più radicale può immaginarsi, poiché si nega il dogma fondamentale, quello su cui riposano tutti gli altri, e la stessa personalità divina.
Noi vedemmo, per mezzo dell'opuscolo del rabbino di Digione, che il giudaismo francese lavora, di concerto col protestantesimo francese, a questa estirpazione del dogma religioso nella sua stessa radice.
Molti fra i cattolici ed anche fra gli ecclesiastici, concorsero a quest'opera di distruzione, gli uni direttamente, gli altri indirettamente, la maggior parte lavorando ad un fine ch'essi stimano legittimo, ma di cui non preveggono le conseguenze.
Il risultato più certo del Congresso delle religioni è stato quello di mettere, nella stima pubblica, tutte le religioni nel medesimo grado, di favorire l'indifferenza per tutte, se non di votarle al disprezzo.
Si possono confrontare coi Congressi delle religioni i Congressi di storia delle religioni. Il primo si tenne a Parigi nel 1900, il secondo a Bâle dal 30 agosto al 2 settembre 1904.
Tutte le nazioni dell'Europa, dell'America, dell'Asia vi erano rappresentate da partigiani di forme religiose le più svariate.
Van Oulli, professore alla Facoltà di teologia, ne fu il presidente e pronunciò il discorso d'apertura. Vi si lesse questa dichiarazione: "Quegli che credesse la religione non essere che una fanciullaggine, una specie di malattia dei popoli, ma che avesse studiato questa bizzarra malattia per fissare i termini della sua evoluzione, costui avrà il diritto di parlar qui come chi considera la religione quale una emanazione superiore dell'umanità. È così che il nostro Congresso si differenzia dai congressi che hanno per base la ricerca d'una religione unica (Chicago), benché noi potessimo sperare che somiglianti lavori contribuiranno alla scoperta d'una linea direttrice unica".
Alberto Réville, direttore della Revue de l'Histoire des Religions, era al Congresso in qualità di delegato della Facoltà di teologia di Parigi e di rappresentante del ministro dell'Istruzione pubblica e del ministro degli Esteri. Egli disse ciò che il governo della Repubblica ha fatto da venticinque anni in qua per favorire questo genere di studi, i quali "negli ultimi sessant'anni hanno preso uno sviluppo internazionale sempre crescente e che i secoli precedenti non aveano potuto prevedere". Egli ha fondato nel 1880 una cattedra speciale di storia delle religioni al collegio di Francia, seguita, pochi anni dopo, da quella d'una sezione non meno speciale nella Scuola di Alti Studi organizzata alla Sorbona. Verso il medesimo tempo, Guinet, coll'adesione dei poteri pubblici ha dotato la capitale d'un Museo di Storia delle religioni.(1)
Professori delle Università d'Upsal, di Baltimora, di Tubinga, di Oxford, di Parigi, di Strasburgo, ed altri presero la parola e con loro il gran-prete dei Parsi di Bamberga in abito bianco e mantello rosso ornato d'oro. Le loro comunicazioni versarono su tutte le religioni viventi o morte dei popoli, dei paesi e delle epoche più svariate.
Alberto Réville formulando le sue conclusioni disse: "Gli uni possono vedere nella storia delle religioni la dimostrazione prolungata della vanità di tutte le concezioni religiose senza eccezione. Gli altri al contrario distinguono in questa evoluzione già più volte millenaria, le linee fondamentali e costanti che indicano un cammino assai accidentato, ma continuo verso la semplificazione e la spiritualizzazione delle credenze religiose. Là, come altrove, la sostanza si presenta attraverso forme successive. Là come altrove, il primitivo non è semplice, ma molto complesso, confuso, caotico".
Non si può dubitare dell'opera di disgregazione dommatica che questi congressi di religione devono produrre in molte intelligenze ordinarie e nello spirito delle masse.
Ai Congressi delle religioni e ai Congressi della storia delle religioni venne ad aggiungersi l'insegnamento pubblico ed officiale della "Storia delle religioni". Da una trentina d'anni, cattedre di questo insegnamento sono state fondate su tutti i punti dell'Europa. Il movimento è partito dalla Germania. Lessing ne fu il promotore. L'Olanda è stata la prima a porsi officialmente in questa via. Cominciando dal 1° ottobre 1877, l'insegnamento della teologia fu soppresso nelle tre Facoltà dello Stato, e diede luogo allo studio delle religioni. In Inghilterra, delle conferenze su questo soggetto sono date nell'abbazia di Westminster. In Svizzera è stata introdotta una cattedra della storia delle religioni nell'Università di Ginevra. Anche il Belgio ha voluto avere la sua cattedra delle religioni. A Roma, il governo italiano ha parimenti stabilito una cattedra per questo insegnamento. L'Austria-Ungheria ha seguito il movimento: la storia delle religioni è divenuta materia obbligatoria dell'insegnamento. La Scozia ha consacrato a questo oggetto un legato di due milioni, ecc.
In Francia, furono Littré e Maurice Verner che incominciarono la campagna. Il 9 luglio 1879, Paolo Bert, appoggiato da J. Ferry, dimandò ed ottenne una legge che sopprimeva le Facoltà di teologia e creava alla Sorbona una cattedra di storia delle religioni. Con decreto del 30 gennaio 1886, questo insegnamento fu pure introdotto nella Scuola pratica di Alti Studi.
A vedere come un medesimo pensiero si manifesta da per tutto nel medesimo tempo, come nella stessa ora, per così dire, i governi dei diversi paesi votano delle leggi e assegnano dei fondi per un insegnamento al quale nessuno fin là avea pensato, non è punto difficile il pensare ad una già data parola d'ordine; e questa parola d'ordine d'onde può venire se non dalle regioni superiori della framassoneria, la sola potenza oggidì ascoltata e obbedita da tutti i governi?
Di primo tratto niente sembra aver meno importanza d'un corso pubblico in uno dei nostri grandi istituti d'istruzione superiore. Ma non dimentichiamo che l'insegnamento dato dall'alto di queste cattedre è ben presto propagato dalle mille voci della rivista, del giornale e del libro, su tutti i punti della Francia e dell'Europa. Esso penetra così, a dosi più o meno diluite, nell'insegnamento pubblico di tutti i gradi e in una moltitudine di famiglie.(2)
"Voi non ignorate - diceva l'ab. de Broglie aprendo nel 1889 il suo corso d'apologetica cristiana - che ora chiaramente confessata, ora velata sotto le forme trasparenti d'un rispetto apparente che ricopre il disprezzo, questa idea che non vi ha alcuna religione che possa portare legittimamente, in modo esclusivo, il titolo di vera religione, regna in un gran numero d'intelligenze, fra i nostri contemporanei; che questo pensiero domina soprattutto fra quelli che si applicano a creare, a sviluppare, a propagare l'insegnamento della storia delle religioni; e che questo insegnamento, sì vantato ai nostri giorni, sembra aver per fine principale, se non unico, di distruggere la stessa nozione d'una religione vera".
"Sarebbe inutile dissimularlo - scrive il P. Van den Gheyn - la mitologia comparata e la storia delle religioni son divenute nelle mani dell'incredulità moderna un'arma di combattimento formidabile contro la Rivelazione e i suoi dogmi fondamentali. Disgraziatamente troppi cattolici ed anche preti amano ancora di farsi illusione sul pericolo. Sia ignoranza di ciò che avviene, sia, che è più grave, inerzia imprudente o leggerezza, essi lasciano che il nemico pianti ovunque le sue batterie, senza darsi pensiero, spettatori inerti, di scendere nell'arena o d'opporre la minima resistenza".(3)
Ahimè! Non vi sono fra questi cattolici e questi ecclesiastici di quelli i quali, lungi dallo scendere nell'arena per combattere, porgono delle armi al nemico?
Mons. Turinaz, il P. Maignen, il P. Fontaine, Dom Chamard, l'ab. Gayraud, ecc. mandarono su questo argomento un grido d'allarme nei loro libri ed in articoli pubblicati nelle riviste e nei giornali. Essi hanno indicato delle pubblicazioni cattoliche che diffondevano nel pubblico idee che procedono dal protestantismo ultra liberale, il quale fa l'opera voluta, proseguita dall'Alleanza Israelita Universale. Questi autori hanno nominato gli Annales de philosophie chrétienne, la Revue du Clergé français e la Quinzaine, i due primi diretti da sacerdoti.
Per non parlare che degli Annali di filosofia cristiana, in un articolo pubblicato nel gennaio 1899, Camillo Bos dice "esser giunta l'ora per l'uomo moderno, dopo d'essere stato l'uomo pagano, poi l'uomo cristiano, di divenire coll'aiuto dei due, l'uomo eminentemente uomo ... di farsi una dottrina da sé, che attinge con una mano nel paganesimo, coll'altra nel cristianesimo". "La religione evolve come tutto il resto - dice ancora C. Bos. - Niente è, ma tutto diviene". Egli ci mostra le fasi di questa pretesa evoluzione, che va dalla pietà feticista degli antichi alla pietà ecclesiastica del Medio Evo, per giungere alla pietà inquisitiva dei moderni, alla ricerca dei problemi scientifici. Questa pietà, che si confonde colla scienza, "il grande ignoto l'accetta come la sola che ci sia possibile". È, notiamolo ancora una volta, in una Rivista redatta da ecclesiastici, che si trovano siffatte affermazioni!
Un prete, che scrisse in molte di queste pubblicazioni, l'abate Marcello Hébert antico superiore della Scuola Fénelon a Parigi, è caduto nell'apostasia, e dall'apostasia si sprofondò nel panteismo il più apertamente dichiarato. L'ultimo de' suoi scritti, di cui abbiamo cognizione, pubblicato in un opuscolo dopo d'essere comparso nella Revue Blanche, il 15 marzo 1903, allorché si firmava ancora: "Abbé Marcel Hébert" ha per titolo: La Faillite (fallimento) du Catholicisme despotique, ed esordisce così: "La credenza in un Dio personale, questa base essenziale di ogni teologia (protestante come cattolica) si fa vieppiù rara nelle intelligenze che pensano liberamente. Le prove tradizionali giungono bensì a farci distinguere l'assoluto dal relativo, il perfetto dall'imperfetto, ma non ad obbligarci a separarli in sostanze numericamente differenti". Egli aggiunge: "La teologia è di giorno in giorno più strettamente chiusa tra le branche della morsa: filosofia e critica". Egli si tiene autorizzato a parlare così dai libri dell'ab. Loisy come da quelli di Harnack. "Queste asserzioni - egli dice - cesseranno di parere temerarie quando si voglia riportarsi alle due opere recentemente comparse d'un critico teologo cattolico, Loisy, e d'un critico teologo protestante, Harnack".
Il penultimo libro di Loisy, lo si sa, è stato presentato come una risposta al libro di Harnack. I protestanti tedeschi si erano commossi, egli dice, dalle idee esposte nell'Essence du Christianisme; certi cattolici tedeschi avevano, storditamente, fatta buona accoglienza al suo sistema. "Allora uno ebbe vergogna, per la Chiesa, di questo umiliante silenzio". Questo campione non era che Loisy medesimo.
Un altissimo dignitario della Chiesa disse di questo contegno: "È una finta". E di fatto, sembra che questa pretesa confutazione di Harnack non fosse intrapresa che per mettere al sicuro da ogni condanna e far penetrare più facilmente gli errori che Loisy avea già professati in molte occasioni e che non sono guari diversi da quelli dello stesso Harnack. Di qui le forme vaghe del suo stile per giungere a colpire i dogmi fondamentali, sotto pretesto di difenderli.
Altra finezza. Loisy, non pretende altro che fare lo storico. Egli si trincera su questo terreno e non permette ai teologi e neppure all'Autorità ecclesiastica, di venire a trovarlo. Uno de' suoi discepoli disse: "Come il teologo non è legato dalle regole della storia, così lo storico non è tenuto a darsi pensiero dei dogmi".
Il suo primo atto, come storico, è quello di negare l'autorità storica dei Vangeli. I Sinottici si possono considerare piuttosto prediche che storia. Quanto al Vangelo attribuito a S. Giovanni, è una tesi di filosofia religiosa in cui non vi è nulla o quasi nulla di storico.
Quali sono, in questa predicazione e in queste tesi, i fatti, le parole che appartengono alla storia? Spetta a Loisy, nella sua qualità di critico, di pronunciarne il giudizio. Il suo senso scientifico gli fa prima scoprire che nessuno dei Vangeli sinottici è scritto da una sola mano. È dunque suo dovere di ricercare, in queste compilazioni di redattori sconosciuti, quello che Gesù Cristo ha detto e quello che ha fatto. In questa ricerca egli si dà libera carriera, e scarta, sotto pretesto di interpolazione, tutto ciò che non quadra coi pregiudizi che si è ficcato in capo prima di accingersi a questo studio.
L'idea-principio che lo guida si è che Gesù, durante la sua vita terrena, non era ancora Messia, egli non era che un Messia in speranza, e a più forte ragione che il titolo di Figlio di Dio, che gli fu dato e che egli diede a se stesso, non è che la designazione d'un officio onorifico. Sono i Greci che più tardi hanno fatto del Messia ebreo il Logos incarnato del quarto Vangelo, e che, per contraccolpo, hanno introdotto in Dio una trinità di persone. Conseguentemente a questa idea preconcetta, in qualunque luogo Loisy incontra delle attestazioni della divinità di Cristo, o le scarta, o le attenua in modo da far loro dire "Figlio di Dio", nel senso che possiamo dirlo noi stessi.
Se Gesù Cristo non era Dio, se egli non era Messia che in aspettativa, non gli si può attribuire alcun carattere della divinità. Egli adunque non ha predetto nulla. Egli non avea l'idea di ciò che sarebbe la Chiesa al giorno d'oggi. Essa non è sua. Egli non l'ha costituita. Il suo pensiero si fermava ad annunziare la penitenza che predicava per la prossima venuta del regno di Dio. Ciò che oggi noi vediamo nella Chiesa, la sua costituzione, la sua gerarchia, il suo dogma, il suo culto sacramentale, tutto questo è posteriore al fatto evangelico, ma niente di ciò che attualmente costituisce il fatto ecclesiastico era contenuto formalmente nel Vangelo. Noi dunque non dobbiamo più fare appello alla parola, alla volontà, alla istituzione di Cristo; egli non ha insegnato, né voluto, né istituito nulla. S. Paolo fu il primo a metter fuori l'idea di Redenzione, a scoprire un senso e un'efficacia nella morte di Gesù. Gli altri dogmi hanno un'origine somigliante. "I concetti che la Chiesa presenta come dogmi - egli dice - non sono verità discese dal cielo e custodite dalla tradizione religiosa nella forma precisa in cui comparvero da principio. Lo storico ci vede l'interpretazione di fatti religiosi acquistata con uno sforzo laborioso del pensiero teologico". Il che permette ai dogmi di modificarsi col tempo. "È naturale che i simboli e le definizioni sieno in rapporto con lo stato generale delle cognizioni umane, nel tempo e nell'ambiente in cui sono stati costituiti. Un cangiamento considerevole nello stato della scienza può rendere necessaria una nuova interpretazione delle antiche formole, le quali, concepite in un'altra atmosfera intellettuale, non dicono più di quello che dovrebbero dire o non lo dicono come si converrebbe". In altri termini: non havvi nulla di fisso nei dogmi, i quali sono soggetti ai cangiamenti che loro impongono la scienza e lo stato d'animo dei credenti a traverso i secoli.
E siccome oggidì ci incamminiamo verso un nuovo stato della società umana, le nuove condizioni della società addurranno un rinnovamento della dottrina, pel quale dobbiamo lavorare se vogliamo aprire la via alla "religione dell'avvenire".
Come conciliare tali asserzioni coll'idea della rivelazione? Loisy ritiene la parola, ma la cosa sparisce sotto la sua penna.
La dottrina cristiana, secondo lui, non ha per origine la manifestazione soprannaturale e obbiettiva della verità fatta gratuitamente da Dio all'umanità. Quello che si chiama rivelazione, è semplicemente lo svolgimento progressivo della vita religiosa nell'umanità. Buddha, Confucio, Maometto, Mosè e Gesù sono stati egualmente i messaggeri della rivelazione. Non vi è alcuna differenza essenziale tra la rivelazione e il movimento del pensiero umano. Questo pensiero, uscito dal feticismo primitivo, divenne, perfezionandosi, il politeismo egiziano ed assiro-babilonese, il quale, più raffinato, diede origine alla monolatria degli Ebrei. Questa monolatria divenne pur essa il monoteismo dei profeti, per diventare con Gesù il cristianesimo.
In queste condizioni, che cosa devesi intendere per Fede? La Fede, secondo Loisy, non è che un fenomeno d'ordine soggettivo senza alcun vincolo colla realtà. Perché gli apostoli hanno creduto? Perché han voluto credere. E quello ch'essi credettero era vero? Soggettivamente, per essi, sì. Oggettivamente, nella realtà delle cose, nulla poteva loro darne la certezza. Onde ne segue, osserva uno dei critici di Loisy, che "la Fede si crea il suo proprio oggetto, vi si compiace come di un'opera sua propria, con una intensità di adesione proporzionata al suo desiderio, al suo zelo, alle sue auto-suggestioni, unite alle suggestioni dei credenti vicini". La credenza, secondo il sistema, è dunque un'opera puramente umana, nel suo oggetto e nel suo motivo. Se Loisy continua a chiamarla soprannaturale e divina, gli è unicamente perché essa si riferisce a Dio. È d'altronde un partito preso di conservare i termini dell'insegnamento tradizionale, ma modificandone il senso che fu loro dato fino a noi, sotto pretesto di mettere il pensiero cattolico più in armonia col progresso e colla evoluzione della scienza.
Come si vede, niente di più radicale è stato mai immaginato, né può immaginarsi per distruggere da capo a fondo tutto l'edificio della dottrina e tutta l'istituzione cristiana. Il P. Prat, ne' suoi Etudes, ha compendiato in quattro righe la sostanza del sistema Loisiano: È "una specie di nichilismo teologico e di soggettivismo assoluto che, spinto fino alle sue conseguenze logiche, non lascierebbe sussistere né la Chiesa, né Gesù Cristo, né la rivelazione, né la certezza, nemmeno un Dio personale".
"A parte l'intenzione - dice E. Portalier,(4) - tra l'Esquisse di Sabatier e il sistema teologico di Loisy, qual è proposto nell'Evangile et L'Eglise, soprattutto se lo si spiega e lo si completa cogli articoli della Revue du Clergé, 1899-1901, io cerco la differenza e non la trovo, salvo però che il solitario di Bellevue pretende di restar cattolico ... I due scrittori trattano a fondo il medesimo soggetto:(5) il problema dell'autorità in religione: havvi, si o no nel mondo una dottrina, un sol dogma che abbia il diritto d'invocare l'autorità divina e di imporsi all'intelligenza umana, come una regola esteriore ed immutabile del suo pensiero e della sua fede? E per tutti e due la risposta è identica. La critica storica ha definitivamente squarciato il velo che, ci si dice, nascondeva l'origine affatto umana, le trasformazioni successive e anche la demolizione, cagionata dalle contraddizioni intime di questi dogmi, che fino allora si erano circondati di un'aureola divina e dotati d'una sacra immobilità. Il velo, una volta caduto, si fece manifesto, agli occhi delle "persone che pensano", che ogni pretesa autorità divina, quella della Chiesa personificata nel Papato, tra i cattolici, o quella del libro sacro tra i protestanti, è il fatto d'una usurpazione sacrilega o di un'illusione superstiziosa. Ecco la tesi comune ai due scrittori".(6)
Perciò il P. Thomas Pègues, nella Revue Thomiste, ha potuto dire che "l'opera da Loisy incominciata e proseguita, è la più formidabile macchina di distruzione che sia forse mai comparsa nella Chiesa". Scristianeggiare il cristianesimo ecco, secondo Mons. Latty, l'opera di errore e di malvagità che questa macchina è chiamata a produrre.
Si può dire almeno che è il lavoro di una personalità isolata e trascurata? Purtroppo no. Loisy insegnò e sostenne pubblicamente, malgrado le condanne che si era tirato addosso, tutti i suoi errori; e le sue lezioni erano seguite, anche da preti, soprattutto da preti giovani. Al suo apparire sulla cattedra della Sorbona, all'indomani del decreto del S. Uffizio, egli fu applaudito, e nel corso della sua lezione non disse pure una parola di ritrattazione, né di sommissione.
L'ab. Naudet, direttore della Justice sociale, che non trascurò nessun mezzo per farsi leggere dal giovine clero e perfino dai seminaristi, tenne in questo tempo delle conferenze nel Collegio libero delle scienze morali sulla Bibbia, sulla scienza e sulla fede. Là pure si trovarono dei giovani ecclesiastici, e il Sillon vi avea convocati i suoi discepoli dicendo loro che era un'occasione eccellente per udire esporre, in una maniera chiara ed interessante, le idee sulle quali corre così spesso la discussione, nei loro circoli di studi e nei loro istituti popolari. L'ab. Naudet vi lesse con elogi le pagine in cui l'ab. Loisy avea esposto le cinque proposizioni che lo fecero allontanare dalla cattedra dell'Istituto cattolico di Parigi. Naudet conchiudeva: "D'allora in poi, si poté vedere che queste proposizioni scandalose erano invece verità elementari".
Vi ha di più: un vescovo, vecchio collaboratore dell'abate Naudet nella Justice sociale, negli avvertimenti dati al suo clero per la predicazione, die' loro il consiglio d'ispirarsi alla dottrina dell'ab. Loisy come a quella di Bossuet. Nessuna meraviglia pertanto che i nostri istituti d'istruzione ecclesiastica siano stati, in un certo numero, contaminati dai due Petits Livres.
"Intelligenze giovani - disse il P. Fontaine - si sono imbevute delle dottrine che vi sono esposte; vissero di esse, le hanno amate, applaudite, senza voler conoscere nulla, legger nulla delle confutazioni fatte contro di esse. Queste dottrine di morte erano date loro come l'ultima parola della scienza ed esse vi hanno prestato un'adesione senza riserva. Non è in questo momento che si faranno sentire le conseguenze, ma forse fra dieci o quindici anni. Questo sistema, ha delle perfidie e lo stesso Loisy ne fu la prima vittima ...
"Lo strumento distruttore, il principio del dubbio è stato posto nelle basi dell'edificio: che più tardi si producano certi attriti ed esso scoppierà. Esso produrrà delle apostasie come quelle che scandalizzarono alcune diocesi, o ciò che è quasi altrettanto deplorevole, quello stato di spirito razionalista e protestante che, anche allora che è combattuto, fa della vita del prete un perpetuo patimento, quando non è una perpetua ipocrisia".
In una lettera scritta all'ab. Frémont, autore d'un opuscolo sull'opera dell'ab. Loisy, il conte de Mun ha fatto le medesime constatazioni:
"I libri dell'ab. Loisy, rivelatori del suo stato d'animo, hanno in pari tempo manifestato, coll'accoglienza che ricevettero, tutta l'estensione del male già cagionato da una mentalità che non è a lui particolare.
"Io non parlo solamente degli uomini di mondo, sempre inclinati a lasciarsi sedurre dalla novità, da ciò ch'essi chiamano l'arditezza o la larghezza delle idee, anche e forse soprattutto nelle materie che meno conoscono. Questa disposizione si è in loro aumentata nella circostanza della tendenza crescente verso il naturalismo, che sviluppa, nelle società in apparenza le più lontane da influenze ufficiali, l'ambiente creato dallo stato generale del paese; ed è già un gran male, poiché, qualunque sia la loro incompetenza, la posizione sociale ch'essi occupano loro conserva ancora una reale azione sull'insieme dell'opinione.
"Ma è tra questi cattolici attivi, militanti, principalmente in una parte del clero, che, sotto un'altra forma, con minore leggerezza esteriore, il male è più diffuso, e, là, esso è ben altrimenti formidabile.
"I libri dell'ab. Loisy sono stati accolti, da molti, in questi ambienti, con una simpatia veramente spaventevole:(7) la sua condanna, temuta, ha prodotto un amaro disinganno a quelli, troppo numerosi, che aveano creduto di vedere, ne' suoi scritti, il segnale d'una specie di emancipazione dello spirito: si è cercato, in tutti i modi, di diminuirne l'importanza, e precisamente coll'insistere su questa separazione tra la storia e la teologia, di cui voi additate sì bene il pericolo.
"Vi ha nel giovane clero - voi lo sapete meglio di me, ma io pure ne posso parlare con qualche esperienza - un movimento generale d'idee, sovente vago e mal definito, determinato senza dubbio dal generoso desiderio di guadagnare più facilmente le intelligenze, ma ispirato altresì, bisogna dirlo, da una certa impazienza dell'autorità, da un certo disprezzo della tradizione, proprii delle società democratiche, che lo porta ad applaudire, quasi a priori, tutte le dottrine, tutte le opinioni sedicenti nuove, quando sembrano dilatare la fede, accomodarla col libero-pensiero.
"Il razionalismo invade così, a loro insaputa, le anime sacerdotali e penetra in quelle dei fedeli. Vi è là l'indizio d'una crisi intellettuale e religiosa profonda, i cui effetti, se non si sta in guardia, possono essere incalcolabili: è, per la religione, un pericolo ben maggiore, a mio avviso, che la persecuzione".
Il Times ha creduto di poter dire che i due terzi, del giovine clero dividono le idee dell'ab. Loisy. Egli esagera grandemente; ma è notorio che lo spirito loisiano è quello d'una scuola numerosa, d'una collettività attiva, capace, organizzata, che, come dice Carlo Maignen, crea delle riputazioni, semina delle idee nelle riviste e nei giornali riputati cattolici, e che, in tutti i fatti che l'interessano, si affretta per mezzo loro di prevenire l'opinione pubblica per deviarla. Essa è caduta nell'americanismo, come cade nel loisismo e nel kantismo.
L'ab. Gayraud ha pubblicato un libro intitolato: La Crise de la Foi. Egli dice: "La gravità di questa crisi si manifesta soprattutto in ciò che il clero non ne va punto immune. S'io presto fede a preti esperimentati, a predicatori conosciuti e bene ascoltati, è nel clero medesimo e soprattutto nel giovane, che le cause dissolventi della fede producono le loro rovine". E più lungi: "Perché dissimulare questo pericolo? Anche tra i sacerdoti, la fede nell'autorità divina della Bibbia è scossa, in molti è vacillante. Il dubbio seminato dalla critica incalza, e s'afferma sottovoce, la negazione è pronta e minaccia di scoppiare. Il male si è diffuso nel pubblico. Leone XIII lo constatò con terrore in questi termini: "Noi non possiamo deplorare abbastanza che l'assalto contro la Bibbia sia condotto di giorno in giorno con maggior vigore e sviluppo. L'attacco non s'indirizza solamente alle persone istruite che possono senza troppa difficoltà premunirsi contro di essa; ma prende eziandio di mira la massa ignorante che i nostri nemici si sforzano di guadagnare con tutti i mezzi. Libri, opuscoli, giornali, spargono il veleno mortale del razionalismo; lo si insinua per mezzo delle conferenze e dei discorsi; tutto è invaso; lo si diffonde nelle scuole sottratte all'influenza della Chiesa; si sparge negli animi giovanili, confidenti e pieghevoli, il disprezzo della Scrittura; col ridicolo e collo scherzo si corrompe la fede"".
Tale è l'estensione e la gravità della crisi, tale l'imminenza del pericolo. Lo si tenga a mente, ciò che vi ha di più grave nell'esposizione che abbiamo fatto, non sono le eresie considerate in se stesse, per quanto numerose e radicali esse siano: ma è il sistema che le ha rese possibili e che distrugge da capo a fondo l'edificio cattolico e anche l'edificio cristiano tutto quanto.
Qual cosa più potente di questo sistema per lasciare il posto libero alla "religione dell'avvenire", alla "religione umanitaria", al "Tempio massonico", alla "Gerusalemme di nuovo ordine!".
Note al capitolo 51
(1) Questo Museo delle religioni è stato inaugurato dal Presidente della Repubblica,
il 26 novembre 1889. Era stato costruito a spese dello Stato al prezzo di tre milioni, in
un terreno dato dalla città di Parigi e stimato un milione. Guinet ha consacrato
l'immensa fortuna che suo padre avea fatto coll'azzurro oltremarino, a ricercare e
acquistare tutti gli oggetti di culto, imagini, libri sacri, ecc., che poteano servire
allo studio delle religioni, ed ha collocato in questo Pandemonio, in un ordine
metodico, tutte le collezioni, che si stimano d'un valore di dieci milioni. La biblioteca
si compone di oltre quindicimila volumi, dei quali molti manoscritti indiani, su foglie di
palma.
Delle sale son messe a disposizione dei lavoratori. Si tengono delle conferenze più volte
la settimana, e una doppia pubblicazione periodica, gli Annales du Musée Guinet e
la Revue de l'Histoire des religions, portano lontano l'insegnamento che si può
ricavare da questo ammassamento d'idoli e di libri. Oltre gli Annales e la Revue,
il Museo Guinet pubblica una bibliothèque de vulgarisation i cui diversi volumi
contengono la spiegazione di tutte le religioni.
Al tempo delle nozze d'argento di questo Museo, alle quali prese parte, col Presidente
della Repubblica, il ministro dell'Istruzione pubblica, la Raison disse quale
impressione produce generalmente su quelli che lo visitano: "Si possono seguire,
passo passo, secolo per secolo, le fantasie dell'imaginazione dell'umanità, esaltata o
tremante nel parto de' suoi dei. Si veggono morte, trasformarsi, invecchiare e sparire.
"Si constata che le religioni sono fatture umane, non è il Dio della Bibbia, come
insegnano le Chiese, che ha fatto l'uomo a sua immagine, ma bensì l'uomo che ha fatto
tutti gli dei all'immagine propria, quello della Bibbia come gli altri".
(2) Non si perde alcuna occasione di far entrare nel pubblico ciò che è insegnato in
queste cattedre. Tutti quelli che hanno visitato l'esposizione del centenario dell'89 han
potuto notare l'importanza che si era data alla storia delle religioni. Infatti si videro
riunite delle statue, degli altari, dei modelli di templi, degli amuleti, degli oggetti
d'ogni natura che rappresentavano le pratiche religiose dei diversi popoli. Sulla Spianata
degli Invalidi si ergeva un modello della celebre pagoda d'Angker; essa è stata
inaugurata con un certo splendore; si tennero delle conferenze sulle religioni della Cina;
si è pure offerto al pubblico lo spettacolo d'una processione e d'un ufficio buddistico.
"Se si fosse detto - scrisse l'ab. de Broglie - a taluni eruditi che studiavano
confusamente, due secoli fa, gli dei di certi paesi pagani ... che verrebbe un giorno che
la scienza modesta a cui si erano dedicati diverrebbe uno dei grandi soggetti
dell'attenzione pubblica ... essi sarebbero senza dubbio rimasti molto attoniti. Se a
questa predizione ... si fosse aggiunto che accanto a questo studio benevolo del
paganesimo si troverebbe la critica ora acerba, ora sdegnosa, del Dio della Bibbia e del
Vangelo, del solo vero Dio che la ragione dei popoli inciviliti possa accettare, la
sorpresa sarebbe stata ben più grande ancora". (Problèmes, pagine 1 e 2).
(3) La Controverse e Le Contemporain (1886).
(4) Bulletin de littérature ecclésiastique, gennaio 1903.
(5) Les religions d'autorité et la religion de l'esprit, di Sabatier ed i libri di Loisy.
(6) Bulletin de littérature ecclésiastique, pp. 63-64
(7) Nel novembre 1903, S. E. il cardinal Richard ha dovuto scrivere da Roma una lettera al Superiore del Seminario di Saint-Sulpice, colla quale interdiceva a tutti gli alunni del Seminario d'assistere alle lezioni dell'abate Loisy, sia alla Sorbona, sia alla Scuola di Alti Studi. Colla medesima, ingiungeva a tutti gli alunni dei Seminari di consegnare nelle mani dei loro Superiori i libri dell'ab. Loisy che possedevano.