CAPITOLO LII.
IL CLERO E LE OPERE UMANITARIE
La legittima conclusione di tutto ciò che precede si è che esiste in progetto e in via di formazione una religione nuova, religione dell'avvenire, dicono gli uni, religione del XX secolo, dicono i più impazienti, religione detta americana, perché ha avuto in America le sue origini, il suo sviluppo e gli zelatori che vogliono introdurla in Europa, religione umanitaria, per il fine che si propone, che è di sostituire l'uomo a Dio.
Società numerose ed attive si sono formate a questo scopo, e noi le abbiamo incontrate da per tutto; la Società di coltura morale, quella dei cogitanti, quella delle Unioni cristiane della gioventù, quella dell'Unione per l'azione religiosa e morale, ecc. I loro membri sono imbevuti di queste due idee: 1° che una religione assolutamente universale deve stabilirsi sulle rovine di tutte le religioni, e ciò mediante l'abbassamento delle barriere e l'abolizione dei dogmi; 2° che questa religione universale dev'essere una religione sociale, una religione umanitaria, una religione di progresso umano, che giunge sino a procurare all'uomo il paradiso sulla terra.(1) Queste idee, i soci le propagano nel pubblico e preparano l'opinione a desiderare il nuovo ordine di cose.
Il tipo di questa religione sociale si trova già esistente e in esercizio nelle "Chiese instituzionali" dell'America. Le opere sociali e umanitarie vi costituiscono la maniera d'essere di queste Chiese, la vita della parrocchia; esse non sono subordinate all'opera ecclesiastica, all'opera santificatrice; non sono un aiuto alla religione, ma sono la religione stessa, la religione umanitaria. Le Chiese protestanti che, in America, entrarono in questa via, son già abbastanza numerose e si sono impresso così profondamente questo carattere che Stanley Root ha potuto conchiudere la sua inchiesta con queste parole: "La mutuazione è (qua e là) la prima e l'ultima parola del cristianesimo".
È sempre verso la Francia che gli occhi si rivolgono tutte le volte che si deve fare un'opera di propaganda.
Già, nel 1820, Channing diceva che aspettava dal nostro paese "la religione dell'avvenire". "Io credo - scrisse egli a Sismondi - che quando la religione ricomparirà fra voi, essa si mostrerà sotto una forma più divina; io credo che la Francia, dopo tanti sforzi verso il Progresso, non ripiglierà la sua teologia tarlata ... Un mezzo di ristaurarvi il cristianesimo è quello di mostrarne l'armonia con lo spirito di libertà, di filantropia, di progresso, e di far vedere che questi principii esigono, per il loro intero sviluppo, l'aiuto del cristianesimo ... L'opera si farà mercé un'azione silenziosa, o con grandi convulsioni?"
Le grandi convulsioni si annunziano in tutte le guise, e se esse scoppiano, conviene sperare dalla misericordia di Dio che serviranno ad aprire gli occhi ed a far rientrare nelle vie tradizionali e nella luce della piena verità. Ma, mentre si aspetta, l'opera si compie. Basta guardare intorno a sé per vedere gli sforzi coi quali, da una parte, molti giornali e riviste cattoliche hanno cercato d'introdurre il loisismo ed il kantismo negli spiriti, e d'altra parte, una consorteria delle più irrequiete ha voluto persuadere il clero di prendere nell'amministrazione delle parrocchie i metodi usati nell'America.
Per ciò che spetta a quest'ultimo punto, la grande sollecitudine del partito democratico cristiano, allorché Leone XIII condannava l'Americanismo, fu di salvaguardare il metodo. In prova, basterà citare la Vie catholique dell'ab. Dabry, il creatore ed organizzatore dei congressi ecclesiastici.
La lettera del Sommo Pontefice al card. Gibbons porta la data del 22 gennaio 1899; nel numero del 24 gennaio si diceva: "Nel campo dei giovani, degli attivi e dei pontificii si è compreso che "l'Americanismo" non era né un sistema di filosofia, né una teologia nuova, né una teoria arrischiata. E in sostanza un metodo di lavoro e di azione ... È così che l' "Americanismo" è stato vituperato dai refrattari e dai reazionari, salutato e appoggiato dai cattolici illuminati e seguaci del Papa ... Oggi è più che un metodo di lavoro, è uno stato di spirito universale ... L'Americanismo diventa una leva, un eccitante. I suoi trionfi al di là dell'Atlantico, la sua efficacia, ci mostrano che questo metodo di lavoro, quest'azione religiosa insieme e sociale, costituiscono un tipo di vita pratica, al quale noi possiamo illuminarci e riscaldarci". Firmato Richeville (Bœglin).
La Vie catholique aspettò fino al 7 marzo prima di pubblicare l'Enciclica. Essa la fece precedere da queste parole, firmate dall'ab. Dabry: "Noi confessiamo che non avevamo da principio l'intenzione di pubblicare, almeno in tutto il loro tenore, questi documenti (la lettera di Leone XIII, e quella di molti vescovi d'America) sia perché il nostro illustre collaboratore Richeville ne avea fatto sufficientemente conoscere il principale (nell'articolo sopradetto), sia perché ciò che forma il vero oggetto della lettera del S. Padre, ci sembrava non avesse applicazione in Francia". Dopo di aver detto che il S. Padre avea scritto la sua lettera per mettere in guardia contro certe innovazioni di dottrina, l'ab. Dabry aggiunge: "Quanto alla democrazia, ai metodi di apostolato popolare, in una parola, all'americanismo pratico, Leone XIII, vi scorge la causa del progresso del cattolicismo negli Stati Uniti e la esalta più che mai".
Nell'intervallo, n. del 24 febbraio, l'ab. Bœglin, avea pur detto: "Il S. Padre approvò, ufficialmente autorizzò, i metodi di azione e di lavoro della Chiesa e della democrazia americana. Serviamocene nella misura delle nostre forze, dei nostri bisogni e delle nostre condizioni". - N. del 28 febbraio: "Sul nostro continente, dove ci dilettiamo a cambiare sistemi, non ha mai esistito che un solo americanismo filosofico e religioso. L'Americanismo, al di là dell'Atlantico, non ebbe che un significato politico e sociale. Ora, Leone XIII benedice, consacra questo Americanismo, i metodi di lavoro di questa Chiesa, la sua propria fisonomia, il suo genio, la sua democrazia. Ciò è immenso. Alcuni anni fa, si parlava ancora, presso di noi, con un vago terrore, dei procedimenti americani". - N. del 14 marzo: "È l'idea di progresso, fortemente scolpita sulla fronte dell'Americanismo, che è stata una forza centrifuga per gli uni, e una potente forza di attrazione per gli altri; i gufi fuggirono la luce, gli altri guardarono amorosamente il sole. Gli Americani sognano progressi, conquiste materiali e morali, mercé lo svolgimento della potenza personale, delle facoltà individuali; i democratici cristiani, mercé il perfezionamento delle leggi sociali: è sempre il progresso e questo ideale riempie il cuore degli uni e degli altri della medesima gioia. Così si formarono, fra due gruppi particolari di cattolici dei due continenti, dei vincoli di simpatia e una solidarietà religiosa, che i violenti assalti e le inimmaginabili calunnie, di cui fu l'oggetto, non possono che fortificare".
Somiglianti interpretazioni della parola pontificia si possono leggere negli altri organi del partito democratico cristiano.
Sicuramente, né la Chiesa, né il clero devono disinteressarsi di ciò che può migliorare lo stato sociale e la condizione del popolo; ma è cotesta un'opera secondaria e che deve annettersi alla prima che è la santificazione delle anime. Leone XIII lo disse cento volte nelle sue Encicliche, nei suoi discorsi, nelle sue conversazioni con quelli che gli chiedevano dei consigli su questo argomento.
Poi, è una illusione il credere che prendendo la direzione delle opere economiche, il prete guadagnerà il cuore del popolo. Egli può farlo per motivo di carità, ma poco deve aspettarsi pel successo del suo sacro ministero. Non solamente la esperienza del giorno d'oggi, ma quella dei secoli passati, è là a dimostrarlo.
Giammai i Vescovi si sono tanto mescolati nella vita sociale, si sono tanto occupati del popolo quanto nel secolo XVIII. La loro abnegazione non ha impedito né la Rivoluzione, né il loro martirio. "Quello che subito ci ha colpito nei Vescovi di una volta - dice l'ab. Sicard,(2) - è ciò che li distingue da quelli dei nostri giorni. Prima del 1789, essi sono dappertutto ... Mai forse hanno mostrato una sollecitudine più vigilante, più pronta, più aperta per tutti gl'interessi del loro gregge e del loro paese. Essi credettero di dover prendersi cura dei popoli non meno che delle anime. Le loro città trovano in essi dei protettori premurosi e potentissimi. Le loro provincie li videro accorrere di qua e di là nelle assemblee create da Necker e da Calonne. Là, nessuno si stupisce che sappiano presiedere le sedute con una facilità particolare, e presentare delle relazioni piene di competenza intorno ad una strada, ad un canale, ad un imprestito, ad una monta di cavalli. È che s'intendono d'amministrazione, di finanze, di edilizia, cose tutte oggidì estranee alle persone di Chiesa ... I Vescovi allora credevano che la missione del clero non fosse puramente spirituale, che avesse ricevuto dal passato altri diritti ed altri doveri ... che egli dovesse comparire su tutti i campi dell'attività nazionale, dovunque egli potesse apportare i suoi lumi e i suoi beneficii ... Questi Vescovi possedevano nel più alto grado le virtù sociali. Raramente la loro sollecitudine per tutti gli interessi, per tutti i bisogni delle popolazioni, si mostrò con tanto splendore quanto in questo secolo, in cui la carità cristiana ha trovato un potente appoggio in non so quale esplosione di sensibilità umanitaria ... Noi li vedemmo all'opra. Essi ci sono apparsi veramente come padri, come pastori dei popoli. Essi hanno saputo allargare, nel secolo decimottavo, il patrimonio della carità lasciata dai secoli, e dare alle loro fondazioni le forme che richiedevano i nuovi tempi: assicurazione contro l'incendio, prestiti gratuiti, monti di pietà, ospedali, soppressione della mendicità, assistenza col lavoro, cattedre di ostetricia per fornire di levatricí le campagne; ogni opera avente per oggetto di procurare, coll'eterno soccorso ai poveri, l'interesse degl'umili, la conservazione della vita, il benessere generale, trovò in loro dei protettori potentissimi. Non si contesterà all'Episcopato del XVIII secolo l'onore d'aver camminato alla testa del movimento di beneficenza".
L'ingratitudine onde fu pagato dev'essa distorre dal fare quello che esso ha fatto? No, sicuramente, questo sarebbe un allontanarsi da tutta la tradizione cristiana. Come disse Leone XIII nell'Enciclica Graves de communi: "Gli apostoli per i primi, coltivarono religiosamente e con ardore questa scienza della carità, che avevano ricevuta da Cristo. Dopo di loro, quelli che abbracciarono la fede cristiana crearono quella svariata moltitudine di istituzioni che aveano lo scopo di alleviare ogni sorta di miserie umane". È d'uopo dunque seguire gli esempi di coloro che ci hanno preceduti e applicarsi con tutto il cuore "all'azione cristiana popolare", secondo quello che richiedono le condizioni del nostro tempo. Ma bisogna farlo collo spirito che ebbe sempre la Chiesa, e non con lo spirito di novità che ci viene dalle comunioni protestanti d'America, le quali obbediscono esse pure, senza dubbio inconsciamente, a quegli impulsi tenebrosi e convergenti che abbiamo riscontrati su tanti punti. Queste potenze nascoste spingono ad una evoluzione religiosa, è l'ultima parola del libro di Bargy, la conclusione della sua lunga inchiesta, ad una evoluzione che deve approdare ad "una religione dell'umanità".
Egli aveva tolto, poco prima, da uno scritto di Schurmann nel 1900, il metodo raccomandato per produrre sicuramente questa evoluzione: "L'evoluzione non distrugge bruscamente gli antichi organi; essa li lascia declinare verso una funzione minore, intanto ch'essa ne sviluppa altri a loro discapito; ma gli organi che sono divenuti secondari servono ancora di sostegno a quelli de' quali la funzione diventa vitale. È così che le Chiese esistenti devono rimanere la cornice, il piano in cui si svilupperà la religione dell'avvenire ... Perciò fa d'uopo che le Chiese si trasformino nell'interno, e che, con una specie di convergenza, tendano tutte ad un tipo superiore, in cui le loro differenze non saranno più che accidenti superficiali, e che sarà la religione dell'avvenire.
"Gli uomini che hanno il senso di questa evoluzione devono dirigerla, e rimanere nel seno delle diverse sette per foggiarle ... Ogni uomo che lo spirito ispira dev'essere nella sua chiesa un fermento di evoluzione ... Se lo scopo della religione fosse le verità dogmatica, sarebbe un non senso o una azione disonesta il restare in una setta di cui non si accetta il dogma: ma se il cómpito delle Chiese è di servire di terreno allo svolgimento e alla fioritura d'uno spirito nuovo, sono sopratutto quei membri ai quali esse sembrano morte, che devono rimanervi, perché sono essi soli che possono vivificarle. Essi sono gli agenti della evoluzione, esse la materia da evolvere".
Ecco parole che danno singolarmente a pensare e che possono spiegare certe cose dei nostro tempo. Certi Ebrei, che non conservano niente della religione di Mosè, continuano a chiamarsi Ebrei; certi protestanti che non conservano niente della religione di Cristo, continuano a dirsi cristiani; e si può dimandarsi che cosa fanno certi preti in seno alla Chiesa cattolica. Allorché l'ab. Marcel Hébert fu invitato dall'arcivescovo di Parigi a ritrattare i suoi errori che giungevano fino a negare l'esistenza d'un Dio personale, egli si rifiutò e dichiarò che su questo argomento la sua convinzione erasi formata da quindici anni. In questi quindici anni avea continuato a celebrare la messa e a dirigere i giovani della scuola Fénelon, a lui affidata da parenti cattolici a motivo dei suo carattere sacerdotale. Egli continua a chiamarsi prete cattolico ed a firmare i suoi articoli "ab. Marcel Hébert".
Note al capitolo 52
(1) Gli Americani, sebbene sia presso di loro ch'ebbe origine la religione dell'avvenire, sono ancora più lontani di noi da questo paradiso.
Un articolo pubblicato nel 1902 dal Travail national sotto questo titolo: Les Verrues des États-Unis, c'istruisce di ciò ch'essi hanno saputo fare fin qui per prepararne al popolo il godimento.
Un'inchiesta che è stata fatta, e che un giovine scrittore francese, Paolo Escard, ha coscientemente analizzato, dimostra che i bugigattoli new-yorkesi ricoverano una popolazione più numerosa che i bugigattoli somiglianti di Berlino, di Parigi e di Londra, e che possono paragonarsi all'inferno senza troppa esagerazione ed enfasi.
Secondo la Review of Reviews, la città di New York conta in media 143 abitanti per acro (40 are) per tutta la parte situata al sud del fiume Harlem. Parigi ha 125 abitanti e Berlino 113 nella stessa superficie.
Nella parte orientale della Bassa Città, una medichessa ha visitato le case abitate ognuna da sedici a ventiquattro famiglie, dove la camera da letto è appena larga abbastanza per contenere il letto e non ha che una finestra che si apre su un vestibolo ... ecc.
Gli spazi di terra a New York, eccettuati, ben inteso, i quartieri ricchi, sono stati divisi in lotti di venticinque piedi di larghezza su cento di lunghezza. Su questi "blocs" simetrici s'innalzano quelle che si chiamano a New York le "case d'alloggio". Sopra i tre milioni d'abitanti della città quasi due milioni e mezzo - ossia più dei due terzi - vivono in queste case, che comprendono in media cinque, sei o sette piani. Quattro camere per piano ricevono direttamente l'aria e la luce dalla via; le altre parti comunicano con corsi di rinnovamento d'aria che sono veri pozzi. Gli è per questi spiragli che gl'inquilini respirano i microbi della tubercolosi, della difterite, della scarlattina, ecc.
Le brutture fisiche e morali che risultano da questo stato di cose traggono seco gli effetti sociali che si possono facilmente immaginare.
(2) L'ancien Clergè de France, II. Les Evéques pendant la Révolution, capitolo IV.