STORIA DI BOCA

STORIA DI BOCA


 

Lo stemma di Boca, come si evince dal R.D. 22/2/1930 e' cosi rappresentato:

"di rosso ad un monte di tre cime di verde, ricoperte di neve sormontato da tre ruote d'oro male ordinate 2 e 1". Ornamenti esteriori da Comune.

Superficie: ha. 964
Altitudine: mt. 389 slm
Popolazione: 1171
Lat. 45,6806
Long. 8,4088

E’ un piccolo, tranquillo paese della provincia di Novara, a m.t. 389 d’altitudine, a cui fanno da sfondo le colline, coltivate a vigneti o boscose, dietro le quali si intravedono alcune cime delle Prealpi e delle Alpi. Ma la sua fama ha oltrepassato i confini della provincia, oltre che per i vino, anche per merito del monumentale Santuario, opera insigne dell’architetto Antonelli, nel quale si venera una miracolosa immagine del Crocifisso.
Durante tutto l’anno, specialmente da Maggio a Settembre, il sacro luogo è visitato da migliaia di pellegrini, che vengono anche da molto lontano. Il centro del comune si estende ai lati della provinciale Prato Sesia / Borgomanero, mentre un tempo si raggruppava intorno alla chiesetta di San Gaudenzio, una delle più antiche della zona, attualmente racchiusa nel recinto del Cimitero.
Ha diverse frazioni: Cascina Bell’Aria, Baraggia, Piano Rosa, Borzighella, Ronchetto, Marello Fuino, Santuario e Montalbano la più antica.
La fascia collinare dove anche Boca è situata è stata una delle prime località della zona ad avere insediamento stabile di gruppi etnici, dediti ad attività lavorative ed agricole, quando ancora, sulla pianura verso Novara e Vercelli , si estendeva una grande foresta, con zone ricche di vegetazione ed altre paludose, popolate da una fauna abbondante, composta anche da animali feroci di grossa mole, come orsi cinghiali, stambecchi e cervi dalle grandi corna.
I primi abitanti della zona furono i Liguri, che si estesero in ampie zone dell’Italia settentrionale. Ad essi subentrarono, nel V secolo A.C. i Celti, tribù di origine Gallica, che temporaneamente sconfitti e soggiogati dalle legioni romane del console M. Claudio Marcello, nel 222 A.C. riacquistarono la libertà al tempo dell’invasione di Annibale, nel 217 A.C. ed in seguito, si arresero definitivamente ai Romani, quando comandati da C. Mario, sconfissero e sterminarono i Cimbri, popolazione barbarica di origine germanica, che erano calati nelle valli alpine. La decadenza dell’Impero Romano di Occidente e le invasioni barbariche cancellarono tutti gli sforzi dei tenaci colonizzatori romani e le nostre terre furono invase da orde fameliche di popolazioni rozze ed incivili. Al loro passaggio rimanevano: case distrutte, campagne spopolate, raccolti devastati, terreni non più fertili per lo spargimento di sale, carestia e malattie. I contadini atterriti per salvarsi fuggivano verso i monti.
Una relativa tranquillità ritornò attorno al 600 d.C. con l’avvento dei Longobardi che, divenuti padroni indiscussi dell’Italia Settentrionale, si proposero di riportare il lavoro nelle campagne rimaste per molto tempo incolte. Non si sa molto del periodo Medioevale, essendo andati distrutti in un incendio sia l’archivio della Parrocchia che quello del Comune, ma è logico che Boca abbia seguito le vicende dell’Alto Borgomanerese.
Tutta la comunità comprende anche Muzano, piccolo centro ora annesso a Maggiora, fu alle dipendenze dei Conti di Biandrate che nel 1217 la cedettero ai Vercellesi che poi la concessero in feudo ai Signori Gozzo, Ottone e Corrado di Biandrate. Al principio del 1500 passò ad Anchise Visconti di Aravano, Signore di Elogio Castello e di Castelletto Ticino. Poi per tutto il secolo XVI e oltre la metà del XVII, venne palleggiata tra questa e quella famiglia di feudatari, fino a quando, con diploma del Gennaio 1697, ne fu investito il Marchese Ferdinando Rovida e a questa famiglia rimase per tutto il restante periodo dell’epoca feudale, tanto che sullo stemma adottato dal Comune, figurano tre ruote, emblema del casato.
Dalle cronache dell’Azario si apprende che il paese era munito di un castello, distrutto dai Ghibellini nel 1311, il luogo ove sorgeva si chiama ancora regione Castello. Non rimangono ruderi ad attestarne la precisa ubicazione ma i viticoltori, nel fare gli scassi per i loro vigneti, hanno rinvenuto vari oggetti che testimoniano la veridicità della notizia. Si può poi ipotizzare che anche tutto il materiale demolito sia stato utilizzato dai contadini per costruire muretti a secco nei vigneti e per le loro abitazioni.
Boca subì in seguito, la dominazione spagnola ed austriaca, per poi passare alla casa Savoia, salvo per la breve parentesi della conquista napoleonica. La popolazione, prima della seconda guerra mondiale, era formata quasi esclusivamente da contadini dediti prevalentemente alla coltivazione della vite. Poi lentamente col sorgere in paese di qualche piccola industria, mineraria per estrazione di argilla, con maggiore comodità dei mezzi di trasporto i giovani preferivano esercitare una professione o un mestiere, piuttosto che dedicarsi all’agricoltura, molti giovano hanno poi preso la via dell’espatrio in Francia, Svizzera ed in America, lasciavano agli anziani questa attività.
Fino alla seconda guerra mondiale la vite nella nostra zona resisteva ancora, tutte le colline erano quasi completamente coltivate. Lo sviluppo industriale nel Borgomanerese, la facilità dei mezzi di trasporto, il lavoro meno faticoso e più remunerativo ha attratto tutti i giovani ed i vigneti sono stati abbandonati. Il bosco ha preso il sopravvento, l’acacia ha invaso tutto il territorio, cambiando anche il microclima che si era instaurato nella nostra zona collinare.
Ora, si registra un notevole ritorno alla viticoltura con nuovi e più razionali impianti. Ogni anno si vedono nuove piantagioni, si spera di recuperare anche nuova occupazione e qualche giovane incomincia a coltivare la vite con le caratteristiche richieste per la produzione del vino D.o.c
La vinificazione è notevolmente migliorata, la denominazione d’origine ha dato un impulso alla qualità del vino ed alle vendite oggi più remunerative.
I nostri vigneti sono ora presenti prevalentemente nella zona di Montalbano, delle Piane, lungo la strada provinciale della Traversagna (Boca - Grignasco) inseriti nel Parco del Monte Fenera .


LA VITICOLTURA A BOCA E NEL NOVARESE

La vite, vanto dei nostri agricoltori, è per noi coltura antichissima.
Già veniva coltivata nella nostra zona prima della colonizzazione romana in modo poco razionale, con vitigni poco adatti, a noi sicuramente non pervenuti , come pure la vinificazione. Il vino veniva consumato con aggiunta di miele ed altri aromi, forse per mitigarne l’acidità. Plinio nel primo secolo dopo Cristo ( Historia naturalis, lib XVIII,cap25 n°48) criticava la produzione vinicola del novarese. (Il nostro clima non permetteva sicuramente la coltivazione della vite come nella zona di Roma.)
Scriveva (da novariensis agricola) “l’agricoltore novarese non pago della molteplicità dei tralci da stendere, ne della quantità dei rami, avvolge ancora i tralci ai branconi positivi; e così anche per i difetti del terreno, e a causa della coltura i vini divengono aspri “.
In quel periodo solo i nobili e le classi dirigenti avevano l’ambizione di colture specializzate per migliorare il prodotto. Solo i ricchi potevano dedicare tanta cura alla vite. La massa contadina si preoccupava più della quantità, che della qualità, e i tralci sugli alberi venivano così irrazionalmente aumentati al massimo.
Fu in seguito alla colonizzazione romana che si diffuse la potatura della vite da noi. Il nostro vino migliorò talmente da venire usato come moneta e divenne una fonte sicura di reddito favorendo lo stanziamento della comunità agricola. Esso fu portato verso zone sempre più lontane e giunse con un viaggio lunghissimo, prima per via terra sino in Liguria e poi con navi, sino a Roma ove fu molto apprezzato sulle mense patrizie. I carri, che percorrevano una strada malagevole e pericolosa, al ritorno trasportavano dalla Liguria il sale.
La vite continuava però ad essere coltivata col sistema ad “altena” cioè attorcigliata agli alberi di castagno che a Boca abbondavano. Raggiungeva grandi altezze e la vendemmia veniva effettuata usando lunghe scale e così pure “l’exgarzolatura “ dei tralci inutili. Era un lavoro non privo di pericoli e molto faticoso.
Furono i monaci Benedettini di S. Nazaro Sesia che insegnarono per primi verso l’anno mille circa a coltivare la vite attaccandola a pali conficcati nel terreno, dapprima a fila semplice, poi in doppia fila sostenendo i tralci con bastoni posti di traverso ( sistema a pergolato o topia). Metodo sicuramente migliore rispetto all’attorcigliamento sugli alberi, ma spesso le coltivazioni venivano danneggiate dai venti durante i temporali che abbattevano i pali di sostegno delle viti.
Sempre i monaci, in età alto-medioevale introdussero presso i nostri viticoltori una precisa tecnica di coltivazione: la diffusione delle viti per propaggine e per talea e più di tutto una razionale potatura, migliorando nel contempo le tecniche di vinificazione.
Già nel 1300 il nobile cronista novarese Pietro Azario celebrò il nostro vino come: "Rinomato sin dall’antichità”
Molti furono come si vede i sistemi adottati dalle nostre genti nella coltura della vite , ed essi mutarono gradualmente nei secoli perfezionandosi nei metodi di coltivazione e nelle qualità dei vitigni.
Il commercio si sviluppò nel secolo XVI, verso Novara e il Vescovo di Novara Carlo Bescapè era tra i migliori clienti. Per opera del Cardinale Mercurino da Gattinara venne introdotto alla corte di Carlo V.
S’incominciò anche all’esportazione, a dorso di mulo, in Svizzera con botticelle da soma di litri 22 attraverso i valichi montani del Sempione e del passo San Giacomo. Nel XVII secolo si incominciò la pratica della “roncatura” ossia la formazione di veri e propri vigneti regolari a linee trasversali al pendio, terrazzato nelle pendenze più forti con muretti di sasso a secco.
I pali di legno verticali, sotto la spinta del vento, non sempre reggevano il peso dei tralci carichi di uva e talvolta crollavano trascinando nella loro rovina i grappoli maturi. Fu l’Architetto Alessandro Antonelli di Maggiora, geniale costruttore di miracoli di statica muraria come la Mole di Torino, la cupola di San Gaudenzio di Novara e del nostro Santuario, a trovare una soluzione pratica, egli per primo, sfidando la diffidenza dei viticoltori locali studiò “la campanatura” dei pali di sostegno, ossia mise quattro o sei pali per piede di vite obliqui in modo che la loro inclinazione verso l’interno compensasse la forza traente dei tralci carichi di uva, ottenendo una situazione di equilibrio. Tale sistema da noi ancora usato nei vecchi vigneti viene chiamato “quadretto maggiorino". (Vedi foto sotto)


La situazione politica risorgimentale ebbe ripercussioni anche nella nostra viticoltura, quando al tempo di Carlo Alberto, l’Austria rincarò il dazio per l’importazione dei vini piemontesi in Lombardia, chiuse in pratica questo tradizionale mercato ai nostri produttori. Per fortuna la crisi della viticoltura in Francia, susseguente alla guerra del 1870 aprì un forte sbocco ai nostri vini oltralpe.
Ora il nostro vino comincia ad essere apprezzato in tutto il mondo e favoriti dalla meccanizzazione, stanno sorgendo sempre nuovi impianti cambiando ancora una volta il volto dei nostri vigneti.
Ora si coltiva la vite a “spalliera “, più comoda per la lavorazione con le macchine.
Per sostenerla si usano pali in cemento ben ancorati al terreno che resistono al vento ben allineati. I più moderni metodi di vinificazione, la scelta delle uve, la sgranatura, la fermentazione più controllata, la pulizia delle botti, i frequenti travasi, la colmatura delle botti e soprattutto la grande pulizia in cantina, permettono di ottenere prodotti più sani, invecchiati tranquillamente nelle cantine a temperatura quasi costante e imbottigliati al momento più opportuno per soddisfare il palato dei più sofisticati ed esperti clienti.
Il controllo sulla produzione ed il disciplinare del vino DOC danno poi la sicurezza della qualità e della genuinità del prodotto.

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