Il vernacolo orobico






Quanto più ci si allontana dalla città, tanto più si sente parlare comunemente in bergamasco. Anzi, oggi c'è una riscoperta del dialetto soprattutto da parte di quella generazione di cinquantenni e di sessantenni che ha vissuto l'imposizione dell'italiano come lingua nazionale attraverso la scuola e la televisione.

C'è da dire però che il dialetto bergamasco non è uno dei più semplici da parlare, da scrivere e da comprendere.

Quello bergamasco, soprattutto se parlato dalla gente di montagna, è un dialetto aspro. Nel suo complesso non ha grande varietà di immagini e sovente è uniforme e schematico; ma occorre anche chiedersi una cosa: da chi era parlato?

La risposta è quasi spontanea: da boscaioli, da mandriani, da contadini che quasi sempre vivevano isolati dalle altre classi sociali. Il loro modo di parlare era quindi lo specchio della loro vita sobria, attiva, semplice e rude.

Qual è l'origine del dialetto bergamasco?

Il bergamasco appartiene alla famiglia dei dialetti gallo-italici.

E' pertanto un linguaggio limpidamente neolatino, costituitosi in epoca longobarda sulla base di un substrato prevalentemente celtico.

In alcuni documenti anteriori al Mille, in mezzo ad un latino già maccheronico, si possono individuare vocaboli  nuovi. Il fatto che  siano stati inseriti in documenti ufficiali significa che già da parecchi decenni nelle vallate ed in pianura era in uso un modo di parlare diverso dal latino.

Di notevole interesse risultano alcuni testi anonimi di carattere religioso, riferibili in parte al secolo XIII e in parte al XIV: essi appaiono come tentativi non disprezzabili di volgare illustre in area bergamasca.

Altri autori memorabili sono Carlo Assonica che nel Seicento travestì rusticamente il “Goffredo” di Torquato Tasso; l'abate Giuseppe Rota che nel Settecento compose efficaci terzine contro gli eretici del suo tempo; Pietro Ruggeri da Stabello che nella prima metà dell'Ottocento interpretò l'anima popolare riproponendo i moduli narrativi del Porta.

Carlo Assonica nacque a Bergamo da una nobile famiglia, nel 1626.
Gli Assonica erano gentiluomini bergamaschi che avevano la residenza nel villaggio di Azzonica, in ridente posizione collinare a 7 Km circa da Bergamo, nel comune di Sorisole.
Si pensa che Carlo abbia trascorso la sua vita in parte a Bergamo e in parte a Venezia, ove morì il 10 giugno 1676 a soli cinquant'anni.

Nel 1670 comparve il “Goffredo” di Torquato Tasso, travestito alla bergamasca dall'Assonica.
Costò certo un'immane fatica giungere alla pubblicazione di tutto il poema nel 1670.
La traduzione restò l'unica in bergamasco: nessuno più in seguito osò cimentarvisi.

Pietro Ruggeri, nato a  Stabello il 15 luglio 1797 da un commerciante di dolciumi, si trasferì da ragazzo a Bergamo dove studiò da ragioniere.
Ben presto scoprì la sua vocazione di poeta vernacolo pubblicando dal 1834 al 1842 quindici fascicoli intitolati Rime bortoliniane. Produsse una mole notevolissima di versi scritti in maniera allegra e spensierata, dipingendo la Bergamo distratta, un po' festaiola e un po' bigotta del periodo austriaco, la Bergamo popolare, quella della Fiera e delle osterie, quella dei preti paciosi e rubicondi, dei nobili spiantati, delle comari petulanti, dei contadini furbi.
Non mancò nemmeno il Ruggeri di essere poeta volgare e scurrile che non usava perifrasi per descrivere situazioni boccaccesche.
Tali poesie passavano di mano in mano in centinaia di fogli volanti e sono ancora oggi in buona parte censurate dalla critica, dimenticando peraltro che anche di questo sono fatti la cultura e il dialetto bergamasco.

Impegnato a tempo pieno nel frequentare osterie e feste nobiliari, non mostrò mai grande impegno politico, ma in occasione della cacciata degli austriaci del 1848 compose un canto in onore di Pio IX e dell'Italia e al ritorno degli occupanti dovette fuggire in Valle Brembana, riparando prima a Fuipiano e poi a Zogno. Al ritorno in città, l'anno dopo, trovò una Bergamo triste e cupa a causa della feroce repressione austriaca e in questo clima si esaurì anche la sua vena poetica.

Morì in una stanza d'affitto in Borgo Santa Caterina il 17 gennaio 1858, confortato solo dal paio di amici che gli erano rimasti.

Col Ruggeri non siamo ai livelli di un Porta o di un Belli, suoi quasi contemporanei, tuttavia Ruggeri da Stabello è giustamente considerato il più grande poeta della tradizione dialettale bergamasca.


Fra i numerosi poeti del Novecento, emergono per intensità di ispirazione Bortolo Belotti, Giuseppe Mazza e Giacinto Gambirasio, assai felice nei motivi lirici ed intimistici.






Il bergamasco è caratterizzato da una grande varietà nel modo di parlare.

Prendiamo, ad esempio, il valdimagnino: è un modo di parlare dalla cadenza inconfondibile, vivacissimo ed arguto, come gli abitanti di quella vallata.

In Valle Seriana ci sono le varietà di Gazzaniga e della Valle Gandino, caratterizzata, quest'ultima, da un grande uso della particella "gi".
Altre variazioni al dialetto esistono in Valle Brembana, in Valle di Scalve ed in genere in tutte le valli minori delle Orobie.

In molti paesi si sente quella parlata piena di aspirate che ha contribuito a far definire il nostro dialetto brutto e sgraziato.

In pianura invece si parlano dialetti ibridi.

Nella zona dell'Oglio si avverte la presenza del dialetto bresciano, in quella dell'Adda del comasco e del brianzolo.

In ogni dialetto ci sono frasi, oppure scherzi di parole, combinati per mettere in evidenza talune caratteristiche delle parlate locali.

Nel bergamasco, uno dei più frequenti è questo:

Sich sach de sòch sèch, i è car ac a cà,

che vuol dire: cinque sacchi di legna secca fanno comodo anche a casa.

Un altro dice:

N'iv gna ü gna u? A gh'n'o gna ü gna mé
il cui significato è:

Non avete nessun soldo neanche voi? Non ne ho nemmeno io.

Sono frasi decisamente sintetiche, incomprensibili per uno che non conosce a fondo il dialetto.

E poi c'è una terza frase che veramente sembra il massimo dell'ermetismo, ed è questa:

U, u if ?  A ó a öa.  E u?  A ó a ì.

Tenuto presente che fra i contadini delle vallate si era soliti darsi del voi, il significato è questo:

Voi, dove andate?  Vado a raccogliere l'uva.  E voi?  lo vado a bere il vino.




Oneta di S.Giovanni Bianco: lazzi tra maschere davanti alla casa di Arlecchino. Sono sempre più numerosi i turisti e gli studiosi che visitano questa casa quattrocentesca che appartenne alla casata dei Grataroli e che la tradizione ha consegnato a noi come casa della variopinta maschera bergamasca.



Esistono precise regole grammaticali e fonetiche che occorre conoscere, senza le quali si dà origine ad un miscuglio di suoni e di parole che nulla hanno di autentico.

Le vocali, ad esempio, devono essere accentate per distinguere i suoni chiusi da quelli aperti.

Allora cominciamo proprio dalle vocali, che in italiano sono cinque ma in terra orobica sono sette: a, ò, ó, è, é, i, ù, e diventano nove con l'aggiunta della dieresi sulla o e la u.

Vuoi sapere se chi ti sta di fronte sa parlare correttamente il dialetto?

Fagli dire:  lömaga bötacoregn; la pronuncia su quelle due o alterate sarà la prova del nove.

Prova ora tu a leggere : la bèla èrba érda;  òm de spéret, i bédole ólte.

Sembra facile, ma non lo è, come non è poi così facile trovare la differenza tra e .

Scrivendo alludiamo al faggio, invece vuol dire “fuori”.

E ancora sta per “dare”, mentre sta per “due”.

Ròba vuol dire “cosa”, mentre róba è voce del verbo “rubare”, terza persona singolare.

Poi c'è la famosa dieresi, quei due puntini che fanno somigliare il suono della u ad una i e quello della o ad una e:


möfa, calösen, stüa, sgür, mür, “muffa”, “fuliggine”, “stufa”, “scure”, “muro”.


Il dialetto bergamasco presenta parecchie varianti a seconda della località in cui è parlato.
Ciascuna vallata, ad esempio, ha cadenze proprie, così come la pianura risente dell'influenza dei dialetti di altre province.

Corsi per imparare il dialetto orobico sono organizzati annualmente dal Ducato di Piazza Pontida a Bergamo;  
lo scopo è quello di insegnare a leggere ed a scrivere il dialetto parlato.

Il bergamasco insegnato presso il Ducato è il dialetto “puro” della città.

D'altra parte il bergamasco ha alle spalle una lunga storia che non poco ha influito sulla sua evoluzione. Anche il dialetto ha infatti gradualmente abbandonato determinate formule e le ha sostituite con altre, adattandosi di volta in volta al mutare dei tempi e delle mode o accogliendo, soprattutto in questo secolo, alcuni neologismi.