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Eco dei Barnabiti 4/1999
LA CONTESSA DI GUASTALLA E I BARNABITI Lunedì 26 settembre scorso cadeva il 500° anniversario della nascita della Contessa Ludovica Torelli e il Comune di Guastalla ha ricordato l'avvenimento con una giornata culturale a cui anche il Centro Studi dei Barnabiti ha partecipato, tenendo il discorso ufficiale. Da queste pagine vogliamo ricordare questa importante personalità che per le Angeliche, insieme a S. Antonio M. Zaccaria, è madre, e per i Barnabiti, se non madre, certo è carissima sorella. Nacque nel 1499 da Achille e Veronica Pallavicino, la quale la educò nelle lettere e nella pietà, favorita in ciò dal carattere della bimba, che gli storici chiamano "magnanima" (= di gran cuore) e "contenta di far contenti". Nel 1515, per la morte del fratello quattordicenne Francesco, si trovò unica erede del piccolo Stato di Guastalla, nel quale si insediò Signora alla morte del padre, nel 1522. Cinque anni prima aveva sposato, lei diciassettenne, il cremonese Ludovico Stanga, che intensamente amò e dal quale ebbe un figlio, Achille; ma purtroppo il marito s'ammalò presto, e non ostante le cure premurose della moglie morì nel 1524, ultimo di una catena di lutti dolorosissimi alla Contessa (1521, morte del figlio Achille; 1522, morte del padre Achille; 1523, morte della madre Veronica; 1524, morte del marito). Trovatasi sola al governo del suo Stato, ma insidiata dai parenti che ne pretendevano il possesso, nel 1525 ebbe l'infelice idea di passare in seconde nozze al bresciano Antonio Martinengo, un violento che già aveva ammazzato la moglie e che le avvelenò la vita, fino a che lui stesso nel 1528 venne ammazzato dai parenti della prima moglie. Ludovica sentì questa morte come una liberazione, e per comprensibile reazione ai passati tre anni di terrore si buttò in braccio a un brutto periodo di disordini morali, fino a che, recatasi a Milano nel 1529 per tutelare i suoi interessi insidiati dai parenti, ebbe la ventura o la grazia - appunto nella chiesa di S. Maria delle Grazie! - di confessarsi dal domenicano Fra Battista Carioni da Crema, che la convertì. Nessuno però ci credeva, di quanti la conoscevano, o almeno non la ritenevano cosa duratura. Ludovica invece, quasi a render pubblico il "voltar pagina" della sua vita, cambiò il suo nome in quello di Paola Maria, e tornando a Guastalla ottenne dai superiori domenicani di portar seco come direttore spirituale lo stesso Fra Battista; il 12 novembre 1529, trascorso ormai il lasso di tempo concesso dai Domenicani, ottenne dal Papa di trattenerlo a tempo indeterminato. Un frate solo in un castello, con una donna "giovane, bella, libera, facoltosa e di gagliardissimo cervello, nella quale fa paura tanto il bene quanto il male" (come gli rimproverava Giampietro Carafa, il futuro Paolo IV, che vedeva libertini ed eretici dappertutto), diede non poco da dire alla gente; anzi ci fu chi soffiò alla S. Sede che la direzione spirituale era una bella scusa per il Frate, che lontano dai Superiori poteva diffondere certe sue dottrine mezzo eretiche… Non ci voleva altro per far scattare Clemente VII: con un Breve diretto al Provinciale ingiungeva di far tornare subito a Milano Fra Battista e di sottoporlo ad esame teologico: se risultasse davvero eretico, trattarlo come si conveniva; se invece risultasse ortodosso, avvertire Roma. E così fu. Fra Battista fu trovato perfettamente ortodosso e il Provinciale ne diede rapporto a Roma con tutte le autenticazioni del suo Ufficio. In questo viaggio la Torelli aveva seguito il suo confessore: ne è prova una lettera che S. Antonio M. Zaccaria - che era già o stava andando nella Rocca di Guastalla come cappellano - scrisse al Frate il 31 maggio 1530, coi saluti alla Contessa. Anzi, nel secondo trimestre di quell'anno, lo Zaccaria li raggiunse a Milano, e qui fece la conoscenza di Bartolomeo Ferrari e Giacomo Antonio Morigia: prova ne è la lettera che ad essi scrisse da Cremona il 4 gennaio 1531. La Contessa intanto, vista la buona conclusione dell'avventura di Fra Battista, presentò una nuova supplica a Clemente VII, nella quale in parole povere diceva: "Visto che Fra Battista non è eretico, rimandatemelo, come mi era stato concesso già prima". Il Papa acconsentì con Breve del 10 luglio 1531 e Fra Battista rimase a Guastalla fino alla morte (1° gennaio 1534). Questo periodo guastallino è l'importante periodo di gestazione dell'Ordine dei Barnabiti e delle Angeliche. Ferrari e Morigia raggiungeranno spesso la Rocca; con Fra Battista, la Torelli e lo Zaccaria attueranno la riforma di sé e dello Stato di Guastalla; poi, vista la riuscita in quell'ambiente piccolo, discuteranno e progetteranno di attuarla in un ambiente più grande. Dapprima penseranno a Venezia, poi - dietro spinta di Fra Battista - ripiegheranno su Milano. E lo Stato di Guastalla? Anch'esso collaborerà alla riforma della Chiesa: sarà venduto a Ferrante Gonzaga per oltre 22.000 scudi d'oro (ne valeva anche di più, ma la Contessa era stufa di litigare coi parenti e intendeva disfarsene), i quali finanzieranno i due nuovi istituti dei Barnabiti e delle Angeliche. Trasferitisi definitivamente a Milano nel 1532 (l'approvazione pontificia per i Barnabiti arrivò il 18 febbraio 1533, per le Angeliche il 15 gennaio 1535), essi danno vita a un'intensa propaganda religiosa, con metodi forti ma efficaci, tanto che dal 1537 cominciano a venir richiesti dai Vescovi a Vicenza, Verona, Venezia, Ferrara ecc., per apostolati difficili. Il gruppo è articolato in tre rami o "collegi": Barnabiti, Angeliche e laici sposati, i maschi legati ai sacerdoti e le femmine alle monache. In "trasferta" partono sempre insieme e il bene è immenso. Ma una strana fatalità grava su di loro: in pochi anni i Barnabiti perdono i loro tre capi carismatici (lo Zaccaria muore nel 1539, il Ferrari nel 1544, il Morigia nel 1546) e le Angeliche perdono la loro "divina madre" Paolantonia Negri, che in seguito alla visita apostolica del 1552 viene relegata nel monastero di S. Chiara, morendo tre anni dopo. Del gruppo dei fondatori rimane solo la Torelli. A Trento il Concilio ecumenico è in pieno svolgimento e la Chiesa sta prendendo in mano il vasto movimento di riforma che, richiesto a gran voce da un secolo e mezzo, alla fine era sorto da sé, alla spicciolata, con mille facce e mille metodi che avevano bisogno di venir incanalati nell'alveo canonico, perché non degenerassero in anarchia. Prima ancora dei decreti tridentini, l'inquisizione si era data a disciplinare queste forze dirompenti, spesso sacrificando le geniali novità dei singoli gruppi per adeguarli agli schemi vigenti della vita religiosa. Anche i "paolini" o "guastallini" (così si chiamavano allora i Barnabiti, le Angeliche e i laici che con essi operavano) hanno dovuto rinunciare a gran parte della loro identità. I Barnabiti, essendo sacerdoti, bene o male han potuto continuare per la loro strada; ma i laici non furono ritenuti maturi per l'apostolato diretto (erano della "Chiesa discente", non - come oggi - della "Chiesa missionaria"!) e furono rimandati a casa a curare i figli e la professione; le Angeliche dovettero sottostare alla clausura e al loro confessore P. Giovanbattista Caimi fu affidata la sovrintendenza del monastero con obbligo di risponderne davanti all'inquisizione. In questo clima un po' mortificato non poteva, presto o tardi, non nascere qualcosa di increscioso. Il P. Caimi, sfogliando il registro delle Professioni, s'imbatté in una formula di Professione scritta e sottoscritta dalla Torelli. Dunque aveva emesso i Voti? Dunque era Angelica? Allora doveva sottostare alla clausura? Ne chiese spiegazione all'interessata, che però rispose evasivamente, mentre aveva fretta di uscire di casa. Cos'era successo? Ben diciassette anni prima, il 25 gennaio 1537, il primo gruppo di Angeliche aveva professato i Voti nelle mani di S. Antonio M. Zaccaria. Tra quelle prime c'era Paolantonia Negri, che quel giorno non si sentiva bene e che, terminata la funzione, andò a coricarsi nella sua stanza. Poco dopo la Torelli maternamente la seguì, per vedere come stava, e lì il discorso cadde sul rito appena terminato. A un certo punto la Negri disse: "Che bella cosa abbiamo fatto oggi! Madonna, non volete partecipare anche voi a questa gioia? Su, venite qui e ripetete quel che ho detto e fatto io". La Contessa s'inginocchiò ed emise i tre Voti. In quel momento lo Zaccaria, anch'egli preoccupato per la salute della Negri, entrò in camera e, vista la scena, disse: "Cos'avete fatto?" E disapprovò. Fin qui niente di male. Il guaio è che la Torelli ebbe l'ingenuità di scrivere la formula nel registro delle Professioni, e questo creò nel P. Caimi un vero problema di coscienza. Sottopose il caso a tre moralisti di Ordini religiosi diversi: tutti dissero trattarsi di veri Voti monastici, comportanti l'obbligo della clausura; invece avevano torto, perché la Professione canonica va fatta pubblicamente, dopo l'ammissione capitolare della comunità e nelle mani della Priora o del confessore: la Negri era solo Maestra delle Novizie! Quando il Caimi riferì il giudizio dei tre moralisti, la Torelli lo respinse, e il Caimi aggiunse: "Sottoporrò il caso a Roma e faremo quel che ci diranno". Il caso fu realmente sottoposto a Roma e il verdetto fu che si trattava di voti semplici e privati, non canonici e solenni; ma la Torelli, terrorizzata dall'idea di venir chiusa in clausura, ebbe l'impressione che qualcuno la volesse seppellire viva, e che i Barnabiti e le Angeliche fossero a ciò conniventi. Il 15 dicembre 1554, non ostante la risposta negativa già arrivata da Roma due mesi prima, uscì di casa e non vi tornò più. Barnabiti e Angeliche invano cercarono di avvicinarla per dare e ricevere spiegazioni: non volle riceverli. Ingannata da falsi amici, "laici e religiosi d'ambo i sessi" (dicono gli storici) che le recapitarono lettere e documenti creati ad arte, ella fu vittima d'una congiura, non di un aiuto disinteressato. "Fu male consigliata", dice nella sua Historia Paola Antonia Sfondrati, una delle quattro sorelline che la Torelli aveva accolto nel suo monastero nel 1528. "Mal consigliata" da chi? I maligni dicono: dai Gesuiti, in braccio ai quali la Torelli andò a finire dopo che lasciò i Barnabiti. Invece no, per il semplice fatto che nel 1554 i Gesuiti non erano ancora arrivati a Milano. Certo questo fu un momento durissimo per tutti, provocato da male lingue che avevano interesse a intorbidare le acque. Quando queste tornarono limpide e divenne chiara la verità delle cose, tutti si resero conto della stupidità di tanto inutile patire, ma ormai la Torelli aveva preso la sua decisione. Dopo aver passato alcuni giorni in casa di Isabella di Capua, moglie del Governatore di Milano Ferrante Gonzaga, passò nel Monastero delle Remisse al Crocifisso, poi in una casa presa a pigione in Porta Vercellina, poi nel palazzo Brebbi. Infine comprò da Matteo delle Quattro Marie un vasto appezzamento di terreno a pochi metri da San Barnaba e lì diede inizio alla sua nuova opera: il "Collegio delle Putte della Beata Vergine", ma dal popolo subito chiamato "Collegio della Guastalla". È un collegio religioso, ma laico, cioè svincolato da ogni giurisdizione ecclesiastica e sottoposto immediatamente alla protezione del Re di Spagna Filippo II e dei suoi successori. L'organizzazione interna rispecchia quella delle Angeliche. Fu inaugurato il 1° novembre 1557 con una processione simile a quella con cui le Angeliche si trasferirono dalla loro casa presso S. Ambrogio alla nuova casa presso S. Eufemia: 20 matrone, ciascuna affiancata da un'educanda di famiglia nobile ma decaduta, fecero ingresso nel nuovo collegio destinato a 22-25 ragazze. Queste vestivano un abito bianco con sopravveste turchina, tenute aderenti al corpo da un cinturino di pelle nera come le Angeliche; una cuffietta di pizzo bianco teneva composti i capelli. Le nuove alunne, dopo un congruo periodo di prova, venivano vestite così l'8 settembre di ogni anno. Studiavano, apprendevano lavori femminili, ma soprattutto si impegnavano nella pratica cristiana, pena l'espulsione. Vi rimanevano fino al loro 22° anno, dopo di che venivano dimesse con una dote di 2000 ducati, perché potessero sposarsi o monacarsi senza aver problemi. L'educazione era di tipo famigliare, come sempre fu quella impartita da Barnabiti e Angeliche. La direzione era gestita da un'équipe di matrone chiamate "Governatrici", che emettevano voto di castità, praticavano un'intensa vita spirituale e giuravano davanti a notaio di vivere e morire in servizio del Collegio. Sovrintendeva a questa équipe una Priora biennale con quattro Discrete anch'esse biennali, come le Angeliche, ma ogni decisione veniva presa capitolarmente, ancora come le Angeliche. Vestivano un abito nero, ma l'anello d'oro alla mano sinistra era esattamente - ancora una volta! - quello delle Angeliche, con un cuore inciso da una croce. Questo Collegio è d'importanza eccezionale, perché è il primo collegio femminile della storia. Anche prima le ragazze venivano messe in educazione presso monasteri, ma era tutt'altra cosa! Come collegio pedagogicamente strutturato, con regolamento e disciplina volti a preparare integralmente le ragazze alla vita, nella quale venivano immesse con la dote già pronta, è unico nel suo genere. Nel nostro tempo, in cui si sbandiera tanto la promozione della donna, tale istituzione andrebbe maggiormente conosciuta e valorizzata. Essa ha sfidato i secoli ed esiste tuttora. La sua sede storica, che era a Milano in Via Guastalla appunto, è oggi sede della Biblioteca Sormani, perché nel 1937 il collegio è stato trasferito nella magnifica Villa Barbò di San Fruttuoso di Monza. Le Governatrici non esistono più (chi scrive ha avuto la fortuna di conoscere l'ultima di esse, dal nome un po' curioso: signorina Cicuta, il veleno di Socrate!); al loro posto ci sono le Suore Figlie di Cristo Re. La Torelli vegliava allora su tutto, ma non intralciava nulla. Lasciava che la sua istituzione camminasse coi piedi suoi. Se mai, lei interveniva a correggere qualcosa che non aveva previsto o non ben visto: infatti fino alla morte non ha cessato di portare qualche ritocco alla sua opera, perché fosse perfetta e sfidasse i secoli. Gli ultimi anni di Ludovica Torelli furono all'insegna della sofferenza. Colpita da artrite deformante, finì per ridursi tutta rattrappita nel letto, senza possibilità di muoversi se non a costo di grandi dolori. Eppure anche così viveva del suo Collegio, di lui interessandosi e per lui tutto offrendo. E quando San Carlo, conosciuta l'infermità, venne a portale la sua benedizione pastorale, lei, pensando che venisse per carpirle l'assenso a mettere sotto giurisdizione ecclesiastica il suo Collegio, ebbe la forza di balzare seduta sul letto e di pregare il Santo a non toccare quel tasto; ma quando il Borromeo, sorridendo, le disse che era venuto solo a portarle il conforto della sua benedizione e ad assicurarla che il suo Collegio sarebbe stato sempre quale l'aveva voluto lei, tornò a giacere serena, ripiombando nei suoi mali. Morì il 28 ottobre 1569 e fu sepolta in San Fedele, non proprio come aveva voluto lei nel suo testamento. Ora le sue spoglie sono state trasferite, col suo Collegio, a San Fruttuoso di Monza, accanto alle ragazze che lei continua ad amare e a proteggere: il suo nome, infatti, è stato inscritto nel Catalogo dei Beati e dei Santi della Chiesa Ambrosiana, pubblicato una ventina d'anni dopo la sua morte. Oseremmo dire che anche la Torelli, come i tre fondatori dei Barnabiti, hanno sbagliato a nascere quando sono nati. Troppo in anticipo sui tempi! Si è dovuto aspettare il nostro tempo e il nostro Concilio per vedere proposte come assolute novità le loro idee così mortificate nel Cinquecento: la vocazione universale alla santità, la maturità ecclesiale dei laici, la preziosità della donna nella pastorale, la missionarietà di tutti i battezzati. Quando la Torelli rischiò di finire i suoi giorni nella clausura di un chiostro, non si ripiegò su se stessa né valicò le Alpi dove confluivano tutti i cattolici scontenti, ma seppe imboccare da sola una sua personalissima strada e batterla sino in fondo con una lucidità estrema: con un po' d'amarezza, è vero, perché ormai non si fidava più della gente di Chiesa e per questo volle mettersi sotto la vistosa coperta di laicità, ma in realtà tutta imbevuta di religiosità sin nelle intime midolla, perché ancora, sempre, ella si fidava della Chiesa. Coi Barnabiti e le Angeliche fu sempre buona madre, ma ormai s'era formata una famiglia propria. Spesso andava alle grate del monastero delle Angeliche, a trovar le sue figliuole, e lì si commuoveva, rammaricandosi d'esser stata forse troppo impulsiva e d'aver dato troppo retta a lingue menzognere, ma grata a Dio per il bene che continuava a fare e che il suo collegio avrebbe continuato a fare nel tempo. I Barnabiti l'andavano a trovare al letto del suo dolore, con lei riandando ai tempi felici in cui insieme avevano costruito la casa di Dio; e lei maternamente li rimproverava perché venivano troppo di rado a trovarla: segno che il suo cuore batteva ancora accanto al loro… Era doveroso, nel Cinquecentesimo della nascita, ricordare questa donna, questa grande donna, a cui Barnabiti e Angeliche debbono l'aver potuto materialmente nascere nella Chiesa di Dio e l'aver percorso insieme il meraviglioso tratto di strada delle loro origini, che ancor oggi è luminoso punto di riferimento e sprone alla loro vita e alla loro spiritualità. Giuseppe Cagni
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