Il compito assegnatomi dalla benevolenza dellindimenticabile professor Leopoldo Marchetti, di parlare delle cause di Caporetto, mi è grandemente facilitato dal fatto di essere stato preceduto nella disamina di quel grande e grave avvenimento da due illustri maestri quali Sua Eccellenza il Generale Luigi Mondini ed il Chiarissimo Professor Piero Pieri. Di certo il ricorrere dal cinquantenario (la conferenza fu tenuta nel 1968) di quella battaglia la fa ritornare alla ribalta del pubblico interessamento, tanto è vero che sono state di recente pubblicate le relazioni dei Comitati Segreti che la Camera dei Deputati tenne nel giugno e nel dicembre del 1917 circa la condotta di guerra, il che ha stimolato correlativi interventi ed interessamenti di egregi autori, della stampa, della televisione e della radio. Ma neanche questi interventi riescono a togliere limpressione che Caporetto permanga ancora un male oscuro proprio nel senso che queste parole hanno nel titolo dun bel libro di Giuseppe Berto, ossia quale indicazione di un complesso, di un turbamento gravante nella coscienza degli Italiani non indifferenti alla loro storia. E questo perchè? Probabilmente perché un grave accadimento è stato per troppo tempo oggetto di reticenza e di preclusioni da parte di coloro che avrebbero potuto dare il più autorevole contributo alla serena indagine critica; di modo che Caporetto stenta ad entrare nel sereno giudizio storico e permane motivo ed alimento di pregiudizi politici ed anche storiografici. Le principali questioni che, quali ricorrenti motivi, si sono intrecciate nella storiografia della battaglia di Caporetto sono: se le cause della sconfitta siano essenzialmente di ordine morale o di ordine militare cioè strategico e tattico; se le prime siano essenzialmente politiche e quindi attribuibili al Governo e consistenti soprattutto nellinsufficiente freno al dilagante disfattismo provocato e diffuso dai politici contrari alla guerra, oppure disciplinari, ossia attribuibili allalta gerarchia militare e consistenti nel mal governo degli uomini, provocatore della stanchezza, dellavvilimento, della ribellione delle truppe; se le cause strategico-tattiche siano di carattere generale, cioè coinvolgenti il Comando Supremo ed il Comando della 2 Armata, oppure siano prevalentemente di carattere particolare e locale, ossia coinvolgenti la responsabilità dei Comandanti inferiori. Ma oggi si manifesta con una certa insistenza la propensione storiografica a trascurare il fatto militare, ad escludere le responsabilità dei vari disfattismi ed invece a considerare Caporetto come la più grave prova della presunta debolezza italiana in confronto a tanto sforzo bellico, quindi della grande imprudenza e responsabilità di coloro che condussero lItalia a quella guerra ed in quella guerra. Ma a parte la considerazione che tale storiografia è per lo più determinata dalla pregiudiziale relativa al neutralismo o allinterventismo (aveva ragione Giolitti o Salandra?) essa ha il grave torto di non tenere abbastanza conto che la guerra 1915-18 non si chiuse con linsuccesso di Caporetto, ma con la vittoria di Vittorio Veneto. Daltronde lo stesso generale Cadorna, sulla base dellincriminazione del disfattismo, diede inizio allinterpretazione diciamo così moralistica e no tecnica della rotta di Caporetto. Infatti si hanno di lui queste ben gravi affermazioni: Bollettino di guerra del 28 ottobre 1917 (diffuso allestero) La mancata resistenza di reparti della 2 Armata vilmente ritiratisi senza combattere e ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze austro-germaniche di rompere la nostra ala sinistra nella fronte Giulia. Gli sforzi valorosi delle altre truppe non sono riusciti ad impedire allavversario di penetrare nel sacro suolo della Patria; telegramma inviato il 27 ottobre 1917 da Cadorna al Presidente del Consiglio Boselli: Esercito non cade vinto da nemico esterno, ma da quello interno, contro il quale invano reclamai provvedimenti con 4 lettere da giugno ad agosto rimaste senza risposta. A questo altrettanto precipitoso quanto infondato giudizio si deve se la storiografia di Caporetto ha preso la via dei sentimenti e dei risentimenti passionali invece di quella dellindagine critica obiettiva e serena. |