Attacco del 24 ottobre
Ore 02.00 del 24 Ottobre 1917, Attacco Austro-Tedesco
 
 Introduzione 
 Le cause di Caporetto 
 Cause Strategiche 
 Dispositivi dal 18 al 30/9 
 Dispositivi dal 1 al 19/10 
 Dispositivi dal 20 al 22/10 
 Dispositivi giorno 23 ottobre 
 2' Armata al 24 Ottobre 
 Plezzo Servizio Informazioni 
 Attacco del 24 ottobre 
 Diagrammi dell'avanzata austriaca 
 Ritirata dal 24/10 al 9/11 
 L'Invasione Austro-Tedesca 
 Cavalleria 
 Sacrificiodelle Armi 
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 l'Aviazione Militare 
 Insubordinazione-Ammutinamenti 
 Disertori 
 Tricolore ed Alleati 
 United States of America 
 Austria ed Alleati 
 I Comandanti Italiani 
 Alta Valle dell'Isonzo 1917 
 Caporetto nel 1917 
 Viaggio a Plezzo nel 2002 
 Viaggio a Caporetto nel 2002 
 Viaggio nella Valle d'Isonzo 2002 
 Ponti sul Piave/Livenza 
 Milite Ignoto 
 Onori ai caduti e all'A.N.V.G. 
 Siti preferiti 
 
 
Estratto dalla rivista "Il Risorgimento" 1968


Tuttavia resta la questione di quale fu esattamente l’opera dell’artiglieria fra le ore 6,30 e 8 del 24 ottobre, questione circa la quale la relazione della Commissione d’Inchiesta del 1919 sulla Battaglia di Caporetto manifesta delle reticenze. A proposito dei collegamenti o meglio dei mancati collegamenti fra il IV, il XXVII ed il VII Corpo d’Armata e più precisamente
fra le brigate “Alessandria”, “Taro”, “Napoli” ed “Arno”, questione che tocca anche quella dell’impiego dei battaglioni della brigata “Napoli”, essa si riferisce a tre Corpi d’Armata e quindi riguarda prima di tutto il Comando della 2’ Armata. A proposito del VII Corpo d’Armata il generale Bencivegna nel suo libro su Caporetto (1932) afferma: “Non solo il VII Corpo non poté adempiere alla funzione di riserva per procedere ad atti controffensivi, ma non poté neppure mantenere il collegamento fra il IV ed il XXVII Corpo, poiché la sua dislocazione iniziale era semplicemente errata. Non era con lo schieramento dal Passo di Zagradan al Matajur (ossia parallelo all’Isonzo) che si poteva saldare le ali dei due Corpi d'Armata; ma bensì stando a cavallo di detta dorsale (ossia normalmente all’Isonzo), con parte delle forze nell’alta valle dell’Isonzo, con altre in val Cosizza, e cioè sull’allineamento Caporetto-IdersKo-Luico-Monte San Martino ed una congrua riserva sulle falde del Matajur. Sta ad ogni modo di fatto che il VII Corpo non potè rendere nella giornata del 24, nessun utile, se ne togli lo sbarramento della sella di Luico. Le sue truppe nella quasi totalità non s’impegnarono; mentre la situazione avrebbe richiesto un pronto intervento di forze per tamponare la breccia di Caporetto ed i progressi nemici sul nodo dello Jezza. Mancò quindi alla sua funzione di riserva nel campo tattico”. E ciò è tanto vero che il generale Cavaciocchi (comandante del IV Corpo d’Armata) afferma che:
“ Non avendogli il Comando d’Armata partecipato la dislocazione del VII Corpo la sera del 23, egli ignorava che alla mattina del 24 questo non fosse ancora in misura di manovrare come la situazione avrebbe richiesto”. Dal canto suo il generale Bongiovanni comandante del VII Corpo dichiara alla Commissione d’Inchiesta che: “ In quei giorni di affrettate ricognizioni, di rapido
orientamento e di sommari scambi di idee fra i comandanti, della linea di Idersko (linea d’armata, di sbarramento della valle dell’Isonzo) non ricordo d’avere mai sentito parlare”. Quindi non c’è da stupire se la 12’ divisione slesiana, risalendo la valle d’Isonzo giungeva verso le ore 15 a Caporetto,
aggirava in tal modo il nostro IV Corpo d’Armata aggrappato sul saliente del M. Nero ed apriva alla 14’ Armata germanica le scarsamente e tardivamente difese valli dell’alto Natisone e dell’Alto Torre. La chiave di volta nel settore dell’Isonzo veniva duramente colpita e così crollava l’intero arco del fronte, determinato dall’iniquo confine del 1866. Di certo in quelle giornate avvennero, fra Isonzo e Tagliamento, degli sbandamenti, ma per lo più essi furono conseguenza a non causa della rotta.


Ma poi la 3’ Armata è invitta??????


Il luogo comune che la 3’ Armata sia “invitta”, cioè non abbia subito nessuna sconfitta di degna memoria, mi riconduce all’episodio della battaglia di Flondar, questo primo scalino per prendere l’Hermada e poi successivamente Trieste. Boroevic lo sapeva bene che se gli italiani prendevano l’Hermada avrebbero avuto la strada libera per Trieste. Egli dopo pochi giorno dalle fine della 10’ Battaglia dell’Isonzo (28 maggio 1917), decide di contrattaccare con unità provenienti dalla Russia, che stava cedendo le armi. Altra avvisaglia che doveva preoccupare i soloni di Cadorna e della sua “libretta rossa”. Ma certo vuoi che i strateghi di rito italiano, gli eredi di Scipio e del suo elmo glorioso avevano qualcosa da imparare da quattro generali crucchi? Il 4 giugno 1917 gli austriaci vanno all’attacco dopo solo quaranta minuti di cannoneggiamento. A Duino la nostra 20’ Divisione si sfascia, non si aspettata tanta pressione e il nemico raggiunge le gallerie della ferrovia e prende in un sol colpo la Brigata Verona che si fa prendere come un topo in gabbia. Altre Brigate Siracusa – Puglie – Ancona, restano imbottigliate e gli Italiani vengono fatti prigionieri a migliaia. Il comandante della Isonzo Armee preso Flondar si ferma, e resiste al controattacco degli italiani, che non paghi del sacrificio di 112.000 ragazzi in grigioverde che il Duca d’Aosta ha mandato a morire per prendere nell’ultima battaglia questo caposaldo, rimandano in linea i reggimenti decimati e che se ne stavano andando a riposo. In due giorni dopo aver perso 10.000 soldati prigionieri degli austriaci, si aggiungono altri 25.000 soldati tra morti e feriti. Il gradone di Flondar non viene ripreso, è perduto per sempre.
Anche in questo caso questo episodio non ha insegnato niente!!
Da Cadorna in giù si scatena la caccia ai fantasmi delle unità che vigliaccamente si sarebbero arrese passando armi e ufficiali al nemico: Un falso che verrà riproposto all’indomani di Caporetto, non a caso “Mario Silvestri2 paragona Flondar come “la piccola Caporetto”.
Al soldato non resta che la via dell’onore, quella che porta alla vittoria o alla morte sulle linee avversarie, chi tenti di sottrarsi o di arrendersi verrà raggiunto dal piombo del plotone di esecuzione o da quello degli “Aeroplani” (così venivano chiamati i Reali Carabinieri), incaricati di vigilare alle spalle delle truppe, sempre quando non sia stato freddato prima da quello dell’ufficiale. Cadorna dichiara che, dopo le fucilazioni immediate: “Se i sintomi ora rilevati e repressi dovessero permanere, sarò costretto a determinare estremi provvedimenti e a ricorrere alla decimazione dei reparti infetti da contagio”. E per contagio cadorna richiama i nemici interni, cioè i socialisti e alla loro politica antipatriottica.

La nostra Guerra, di E.Pittalis, S. Comini e F. Jori, Il Triveneto dal 1914 al 1919. Edizioni del Gazzettino pagg 214 e seguenti.