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i miei duelli con Maspes

Intervista a Sante Gaiardoni, il grande rivale dell’indimenticabile campione.

  Gli assalti, le vittorie, lo stile. E un’idea sul futuro del mitico Vigorelli

 

 

  Erano i signori degli anelli. Quelli ciclistici, s’intende. Erano i Coppi e i Bartali del ciclismo su pista. Quando la “parrocchia” del Vigorelli si è riunita una domenica di fine novembre 2000 per intitolare il velodromo di via Arona ad Antonio Maspes, il più commosso – lacrimoni agli occhi – era proprio lui, l’antico rivale, Sante Gaiardoni. Amici e nemici. Prima nemici, in pista, poi amici.

«Quando abbiamo smesso l’attività», ci dice Sante Gaiardoni, «siamo diventati veramente amici. Sempre assieme. C’era una serata di beneficenza e noi due, inseparabili, non potevamo mancare. E alla domenica, soprattutto in questi ultimi anni, ci trovavamo a pranzo. Quasi sempre. C’era allegria fra di noi. Io raccontavo barzellette su di lui. Antonio contraccambiava. Un’amicizia bella e vera. E adesso che se ne è andato, non riesco ancora a farmelo passare. Il magone, la nostalgia, s’intende».

Dietro Gaiardoni che parla – un Gaiardoni bello pieno, dalla circonferenza generosa, in questo rivaleggia ancora con l’eterno rivale – c’è la pista totem dei ciclofili, la pista del Vigorelli.

«La nostra rivalità iniziò proprio qui, al Gran Premio dell’Angelo nel 1961. C’è una foto nel velodromo, appesa al muro, che ricorda questa bella gara che io riuscii a vincere. Io arrivavo dalla strada, stradista a tutti gli effetti, da dilettante vinsi un’ottantina di gare. Esordio a Verona, dalle mie parti: Coppa Bulgari, 280 corridori. Per iniziare, andai da Faccioli che era del mio paese. Ottimo corridore ai suoi tempi, fece buone cose al Giro di Francia. Quando mi misi in testa di provare con il ciclismo, lui vendeva biciclette. Mi disse: pagamela metà, se domenica vinci, non mi devi più niente. Ero sicuro dei miei mezzi. Vincerò, gli dissi.

«Ma quando mi presentai alla partenza e vidi tutti gli altri corridori vestiti alla perfezione, tutti perfettini, mi spaventai. Mi resi conto che erano atleti molto più preparati ed allenati mentre io, pivellino, andavo lì un po’ alla garibaldina. Il morale, così, era sotto le scarpe. In corsa, invece, riuscii a riprendermi dallo sconforto iniziale.

«Scattai a Villafranca, il mio paese, venni ripreso, caddi, mi strappai i calzoncini neri, rientrai in gruppo e poi a Verona scappai di nuovo e vinsi».

Le cronache di chi ha assistito alle gare del Vigorelli ci ricordano di epici duelli e di una rivalità acerrima fra lei e Maspes.

«Sì, ma senza odio. Nessun rancore fra noi due. Era una rivalità sportiva, leale».

E le combines? Non c’è mai stata qualche corsa truccata?

«Se la pista era pericolosa, allora cercavamo di non farci male. Insomma, tiravamo un po’ il freno per non rovinare a terra, perché su alcune piste di cemento era meglio non caderci. Però combines vere e proprie mai! Lo giuro».

La vittoria più bella?

«Alle Olimpiadi di Roma, la velocità e il chilometro da fermo. Battendo Sterke e Gaspare Laterza».

Torniamo a voi due. Maspes e Gaiardoni. Che cosa vi distingueva?

«Antonio era più abile e smaliziato nel correre in pista. Io ero veloce, ma arrivavo dalla strada, non ero un pistard puro. Lui era irresistibile nella prima volata, quasi impossibile batterlo. Ho sempre sostenuto che se il grande Nakano avesse corso ai nostri tempi, Antonio sarebbe riuscito sempre a sconfiggerlo. Nei duelli con Maspes si aveva qualche chances di batterlo alla seconda e alla terza prova. Io avevo più resistenza, venivo fuori alla distanza. La terza volata era mia».

Che cos’è il Vigorelli per lei, Gaiardoni? Una pista che ne ha passate di tutti i colori: costruita, incendiata, bombardata, affondata nella neve... e oggi così vuota!

«Secondo me deve diventare una scuola per i ragazzini che vogliono imparare ad andare in bicicletta. Tutte le città dovrebbero possedere una scuola di ciclismo, una pista dove allenarsi in tutta tranquillità, sicuri di non finire sotto una macchina. L’unico modo per tornare a riempire il Vigorelli è promuovere l’attività delle squadre dei ragazzini. Bisogna portarli qui e insegnar loro a girare. Ai più abili dare un patentino e affidarli alla guida di un maestro come Pettenella. Riempire il Vigorelli con i campioni per una sera, non serve a niente. Viene qualche spettatore ma poi tutto finisce, non si crea movimento e interesse. Anche i cicloamatori più bravi potrebbero entrare a provare. Sì, apriamo il Vigo a loro, almeno una volta alla settimana. Quelli bravi, seguiti da un maestro, potrebbero prendere confidenze con le curve e divertirsi. I cicloamatori sono degli autentici appassionati. Se aprissimo a loro le porte del Vigorelli, vi porterebbero tanto entusiasmo».
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