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Con quel cognome spagnoleggiante e
dal sapore vagamente esotico, Maspes, lo avresti potuto immaginare a leggere i
Tarocchi alla sera nel quartiere di Brera. Oppure al circo come ammaestratore di
felini. In alternativa, lo vedevi bene come pittore bohémien in qualche
polverosa soffitta dalle parti dei Navigli. Invece era milanesissimo e di
professione faceva il ciclista, specialista della pista; come bene ha scritto
Marco Pastonesi sulla Gazzetta, “la sua “e”, aperta, si dichiarava
milanese: cotoletta, bicicletta, schiscetta. Il suo
girovita, smisurato, s’ispirava alla pista del Vigorelli – 397 metri e rotti
– lunga e sinuosa””.
Vicino alla rovina:
Viveva
in via Garegnano, vicino alla Certosa con la moglie Liliana. Si considerava, lui
che era un campione di razza, un milanese come tanti altri tanto che il suo
indirizzo e il suo numero di telefono lo potevi trovare tranquillamente
consultando l’elenco.
Antonio
Maspes ci ha lasciato la sera di giovedì 19 ottobre, a 68 anni, e la notizia ha
fatto velocemente il giro della città, raggiungendo la “parrocchia” dei
suivers della pedivella; amici, vecchi tifosi e giornalisti. Il giorno
successivo la notizia è rimbalzata sui media: Internet, i giornali, la
televisione. In molti si sono ricordati di lui. L’assessore allo sport del
Comune di Milano, Sergio Scalpelli, giura che il Vigorelli porterà anche il
nome di Maspes.
Antonio
era un uomo semplice ma che apparteneva anche
alla categoria dei bauscia; di quelli in gamba, però, abili nella
parlantina, geniali nel saper fiutare l’aria e andare esattamente nella
migliore direzione possibile. A prima vista, poteva persino sembrare
un tantino strafottente; con quell’aria di chi la sa lunga che non gli
faceva certo difetto. Maspes possedeva anche un pizzico di autentica furbizia
che metteva a frutto nelle piste di mezza Europa: Milano, Copenhagen, Amsterdam,
Parigi; ecco i teatri delle grandi vittorie conquistate in un decennio!
Memorabili i duelli con Sante Gaiardoni, gli scontri con il belga Jeff Scherens
, l’inglese Harris o il francese Rousseau.
Non
sempre però i fatti della vita gli andarono per il verso giusto. Preso dal
demone del gioco, per un certo periodo fece di tutto per dilapidare i suoi
guadagni ai tavoli verdi: “ Avevo la passione per il gioco – disse alla
rosea – Finché la passione diventò malattia e intaccò i miei danée.
Prima azzerati, poi sottozero. Un giorno scrissi una lettera a tutti i casinò
d’ Italia e dintorni: vi chiedo di non farmi più entrare. Firmato: Antonio
Maspes. Fu la mia salvezza”. Sembra – dicono i bene informati - che dall’
impiccio lo abbia cavato fuori addirittura Gaetano Belloni, suo nemico storico
in quanto sponsor di Sante Gaiardoni.
Con
Gaiardoni ingaggiò duelli storici e per anni i due vennero considerati i Coppi
e i Bartali della pista azzurra. Sante, il più rivale e il più dispiaciuto per
la scomparsa di Antonio che, terminata la carriera, considerava ormai come un
fratello.
Il
ciclismo di Maspes era fatto non solo di forza ma anche di strategia e furbizia.
La sua vita, un rincorrersi di aneddoti. Intanto l’inizio: la prima volta che
sale su una bicicletta, rovina in un fosso. Ci prova anche con le moto ma è
ancora piccolo per avere totale libertà d’azione. La velocità, però, gli
rimane nel sangue per tutta la vita. Così decide per la bici. Come il frate che
si attacca al saio, lui giura eterna fedeltà alla pedivella. Una fatica che non
gli costa sacrificio perché la bicicletta è la sua vocazione.
L’iniziazione
al ciclismo la ebbe al Parco Sempione, dalle parti dell’Arena civica, dove la
sera i corridori della città si riunivano per allenarsi. Il ragazzo
si accorse già durante le prime uscite, di poter reggere il ritmo dei
migliori e cerca allora di convincere suo padre ad acquistargli una bici da
corsa, quella del figlio del fiorista di via Procaccino potrebbe andargli bene
(il ragazzo aveva smesso di gareggiare). Il padre lo liquida senza tanti giri di
parole: “Pensa a lavorare”. E’ la
Milano anni ’40 che pensava a risolvere prima di tutto i problemi base
dell’esistenza e poi, più tardi, a ricostruirsi, rinforzarsi e a far i daneè.
Ma sotto la Madonnina c’è sempre qualche figlio ribelle che vuole fare di
testa sua e ha una spiccata vocazione per un mestiere strano, con un talento
nascosto che prima o poi deve esplodere. Morale: a furia di insistere, il padre
cede e Antonio prende la bici da corsa del figlio del fiorista di via Procaccini.
Falsifica
la data di nascita
Fu
l’incontro con l’ex campione di ciclismo,Tano Belloni, che gli aprì le
porte del Vigorelli, considerata la Scala del ciclismo. Per iniziare a
gareggiare,
Maspes fa letteralmente carte false. Anno 1947: c’è la Milano- Sanremo
in pista. Con la sua solita aria fra lo sfrontato e lo strafottente si iscrive
alla gara, poi va in Federazione per regolarizzare la partecipazione. “Anni
?” “Quattordicii” “Torna l’anno prossimo”. Il ragazzo, però, non ha
voglia di aspettare. Con un po’ di scolorina cambia la data di nascita della
tessera della federazione; il 1932 diventa 1931 e il gioco è fatto. Inizia la
grande avventura, vent’anni di sprint nei velodromi di tutto il mondo, sette
volte campione del mondo della velocità professionisti, Campione italiano
allievi nel ’47, terzo nella velocità ai Giochi Olimpici di Helsinki nel
1952, undici titoli italiani e un titolo europeo. La sua specialità erano le
riunioni in pista dove ingaggiava sfide memorabili con gli avversari. La sua
arma migliore, la più raffinata e micidiale era il surplace, tecnica che
riuscì a portare al parossismo. Consisteva nel bloccarsi per interminabili
minuti per lasciare passare davanti l’avversario e condurre la volata partendo
da dietro all’avversario. Una versione ciclistica del catenaccio calcistico.
Ma il paragone, seppur suggestivo, non rende bene l’idea. Il surplace era un
esercizio micidiale che obbligava a spendere energie fisiche e psicologiche non
indifferenti. “All’inizio la gente non era contenta – spiegava Maspes –
perché aveva il treno o la corriera da prendere, poi iniziò a divertirsi della
sfida”. Il record di surplace fu stabilito al Vigorelli ai Mondiali del 1955:
per 32 minuti fermo e rigido, incollato alla bici, per far passare
l’avversario.
A gara ultimata aveva perso quasi due chili. Il surplace era
soprattutto un’arte che Maspes elevò alla sua massima espressione. Il
campione milanese ci mise pure di suo un pizzico di intelligenza e furbizia:
inventò un microscopico specchietto retrovisore da applicare al guantino,
attraverso cui controllare le mosse dell’avversario e non farsi sorprendere da
uno scatto improvviso.
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