Il Fatto
19 ottobre 2000
Antonio Maspes il re del Vigorelli
Si è spento all'età di 68 anni un mito del ciclismo su pista 
 

Con quel cognome spagnoleggiante e dal sapore vagamente esotico, Maspes, lo avresti potuto immaginare a leggere i Tarocchi alla sera nel quartiere di Brera. Oppure al circo come ammaestratore di felini. In alternativa, lo vedevi bene come pittore bohémien in qualche polverosa soffitta dalle parti dei Navigli. Invece era milanesissimo e di professione faceva il ciclista, specialista della pista; come bene ha scritto Marco Pastonesi sulla Gazzetta, “la sua “e”, aperta, si dichiarava milanese: cotoletta, bicicletta, schiscetta. Il suo girovita, smisurato, s’ispirava alla pista del Vigorelli – 397 metri e rotti – lunga e sinuosa””.  

Vicino alla rovina:

Viveva in via Garegnano, vicino alla Certosa con la moglie Liliana. Si considerava, lui che era un campione di razza, un milanese come tanti altri tanto che il suo indirizzo e il suo numero di telefono lo potevi trovare tranquillamente consultando l’elenco. Antonio Maspes ci ha lasciato la sera di giovedì 19 ottobre, a 68 anni, e la notizia ha fatto velocemente il giro della città, raggiungendo la “parrocchia” dei suivers della pedivella; amici, vecchi tifosi e giornalisti. Il giorno successivo la notizia è rimbalzata sui media: Internet, i giornali, la televisione. In molti si sono ricordati di lui. L’assessore allo sport del Comune di Milano, Sergio Scalpelli, giura che il Vigorelli porterà anche il nome di Maspes.

Antonio era un uomo semplice ma che apparteneva anche  alla categoria dei bauscia; di quelli in gamba, però, abili nella parlantina, geniali nel saper fiutare l’aria e andare esattamente nella migliore direzione possibile. A prima vista, poteva persino sembrare  un tantino strafottente; con quell’aria di chi la sa lunga che non gli faceva certo difetto. Maspes possedeva anche un pizzico di autentica furbizia che metteva a frutto nelle piste di mezza Europa: Milano, Copenhagen, Amsterdam, Parigi; ecco i teatri delle grandi vittorie conquistate in un decennio! Memorabili i duelli con Sante Gaiardoni, gli scontri con il belga Jeff Scherens , l’inglese Harris o il francese Rousseau.

Non sempre però i fatti della vita gli andarono per il verso giusto. Preso dal demone del gioco, per un certo periodo fece di tutto per dilapidare i suoi guadagni ai tavoli verdi: “ Avevo la passione per il gioco – disse alla rosea – Finché la passione diventò malattia e intaccò i miei danée. Prima azzerati, poi sottozero. Un giorno scrissi una lettera a tutti i casinò d’ Italia e dintorni: vi chiedo di non farmi più entrare. Firmato: Antonio Maspes. Fu la mia salvezza”. Sembra – dicono i bene informati - che dall’ impiccio lo abbia cavato fuori addirittura Gaetano Belloni, suo nemico storico in quanto sponsor di Sante Gaiardoni.

Con Gaiardoni ingaggiò duelli storici e per anni i due vennero considerati i Coppi e i Bartali della pista azzurra. Sante, il più rivale e il più dispiaciuto per la scomparsa di Antonio che, terminata la carriera, considerava ormai come un fratello.

Il ciclismo di Maspes era fatto non solo di forza ma anche di strategia e furbizia. La sua vita, un rincorrersi di aneddoti. Intanto l’inizio: la prima volta che sale su una bicicletta, rovina in un fosso. Ci prova anche con le moto ma è ancora piccolo per avere totale libertà d’azione. La velocità, però, gli rimane nel sangue per tutta la vita. Così decide per la bici. Come il frate che si attacca al saio, lui giura eterna fedeltà alla pedivella. Una fatica che non gli costa sacrificio perché la bicicletta è la sua vocazione.

 L’iniziazione al ciclismo la ebbe al Parco Sempione, dalle parti dell’Arena civica, dove la sera i corridori della città si riunivano per allenarsi. Il ragazzo  si accorse già durante le prime uscite, di poter reggere il ritmo dei migliori e cerca allora di convincere suo padre ad acquistargli una bici da corsa, quella del figlio del fiorista di via Procaccino potrebbe andargli bene (il ragazzo aveva smesso di gareggiare). Il padre lo liquida senza tanti giri di parole: “Pensa a lavorare”. E’ la  Milano anni ’40 che pensava a risolvere prima di tutto i problemi base dell’esistenza e poi, più tardi, a ricostruirsi, rinforzarsi e a far i daneè. Ma sotto la Madonnina c’è sempre qualche figlio ribelle che vuole fare di testa sua e ha una spiccata vocazione per un mestiere strano, con un talento nascosto che prima o poi deve esplodere. Morale: a furia di insistere, il padre cede e Antonio prende la bici da corsa del figlio del fiorista di via Procaccini.

Falsifica la data di nascita

Fu l’incontro con l’ex campione di ciclismo,Tano Belloni, che gli aprì le porte del Vigorelli, considerata la Scala del ciclismo. Per iniziare a gareggiare,  Maspes fa letteralmente carte false. Anno 1947: c’è la Milano- Sanremo in pista. Con la sua solita aria fra lo sfrontato e lo strafottente si iscrive alla gara, poi va in Federazione per regolarizzare la partecipazione. “Anni ?” “Quattordicii” “Torna l’anno prossimo”. Il ragazzo, però, non ha voglia di aspettare. Con un po’ di scolorina cambia la data di nascita della tessera della federazione; il 1932 diventa 1931 e il gioco è fatto. Inizia la grande avventura, vent’anni di sprint nei velodromi di tutto il mondo, sette volte campione del mondo della velocità professionisti, Campione italiano allievi nel ’47, terzo nella velocità ai Giochi Olimpici di Helsinki nel 1952, undici titoli italiani e un titolo europeo. La sua specialità erano le riunioni in pista dove ingaggiava sfide memorabili con gli avversari. La sua arma migliore, la più raffinata e micidiale era il surplace, tecnica che riuscì a portare al parossismo. Consisteva nel bloccarsi per interminabili minuti per lasciare passare davanti l’avversario e condurre la volata partendo da dietro all’avversario. Una versione ciclistica del catenaccio calcistico. Ma il paragone, seppur suggestivo, non rende bene l’idea. Il surplace era un esercizio micidiale che obbligava a spendere energie fisiche e psicologiche non indifferenti. “All’inizio la gente non era contenta – spiegava Maspes – perché aveva il treno o la corriera da prendere, poi iniziò a divertirsi della sfida”. Il record di surplace fu stabilito al Vigorelli ai Mondiali del 1955: per 32 minuti fermo e rigido, incollato alla bici, per far passare l’avversario.  A gara ultimata aveva perso quasi due chili. Il surplace era soprattutto un’arte che Maspes elevò alla sua massima espressione. Il campione milanese ci mise pure di suo un pizzico di intelligenza e furbizia: inventò un microscopico specchietto retrovisore da applicare al guantino, attraverso cui controllare le mosse dell’avversario e non farsi sorprendere da uno scatto improvviso.  

 

 

 I  SUCCESSI

Antonio Maspes era nato a Milano il 14 gennaio 1932. Sposato con la signora Liliana, due figli. E’ scomparso nella serata di giovedì 19 ottobre a causa di un infarto. E’ stato campione italiano allievi nel 1947, terzo nella velocità ai Giochi Olimpici di Helsinki (52), subito dopo passò al professionismo. E’ stato sette volte campione del mondo nella velocità professionisti. Ha vinto undici titoli italiani, un titolo europeo nel 1963. E’ stato primatista mondiale nei 200 metri con 11” , il 13 luglio 1960. Ha disputato una sola Sei Giorni a Milano, per scommessa con il suo Patron, Giovanni Borghi. E’ stato professionista dal ’52 al ’67. Il suo record nel surplace è stato di 32 minuti al Vigorelli in occasione del Mondiale del ‘55. 

 

 

Perché volli diventare un campione”

Uno dei suoi ultimi incontri pubblici con i suoi vecchi tifosi, fu organizzato a Sesto San Giovanni, alle porte di Milano, presso il centro culturale di una banca. I soldi devono essere sempre stati un suo eterno pallino. Maspes era in ottima compagnia. C’era anche l’ex corridore Motta, Dagnoni che guidava le moto nelle competizioni degli stayers, e Squinzi, il patron della Mapei. Sfoderò, quella sera, un’ invidiabile parlantina. Come sempre, del resto. Ma quella sera era davvero particolarmente ispirato. Affabulatore di razza, rievocò aneddoti a non finire: “Se qualcuno mi chiede che cosa mi spinse a fare il corridore non posso dire che ho iniziato  perché pensavo di guadagnare una montagna di soldi. La ragione è un’altra. Quando assistevo alle premiazioni degli italiani e vedevo la nostra bandiera issarsi sul pennone più alto mentre ascoltavo l’Inno di Mameli, provavo sempre un’emozione indescrivibile. Allora mi scattava la molla: volevo essere io a portare in alto il tricolore! Ecco perché desideravo diventare un campione del ciclismo, perché volevo sentirmi orgoglioso di vedere la bandiera dell’Italia più in alto delle altre”.

 Maspes e il Vigorelli: “Con questa pista ho avuto sempre un  rapporto straordinario. Quando entravo nel sottopassaggio, pensavo ai campioni che lo avevano percorso prima di me e allora mi venivano i brividi. Li sotto, toccavo quelle pareti perché sapevo che i miei idoli erano passati proprio in quel punto e sentivo emozioni che non si possono descrivere.”

Maspes e il doping: “Ai nostri tempi era una cosa ridicola. C’era qualcuno che tuttalpiù prendeva una di quelle  pillole che usavano gli studenti per rimanere svegli la notte per preparare gli esami universitari. Nulla a che vedere con la sofisticazione dei nostri giorni. Il doping oggi fa male, è una cosa micidiale”.

INCONTRI FORTUNATI

Maspes ebbe un incontro particolarmente fortunato con il varesino Giovanni Borghi, padrone della Ignis che fu patron del corridore e anche compagno di scorribande notturne al tavolo verde. Passione che gli procurò non pochi grattacapi finanziari da cui riuscì, per sua fortuna,  a risollevarsi. Al nome di Borghi è legato uno degli aneddoti più curiosi di Maspes. Quando arrivarono le prime riprese televisive, il ciclismo era naturalmente uno degli sport più seguiti in assoluto. Sugli anelli c’erano le scritte degli sponsor. Se i corridori si fermavano per qualche minuto a fare surplace - e Maspes sapeva bene esattamente dove fermarsi – la pubblicità sortiva l’effetto migliore. Insomma, oltre al cachet regolarmente pattuito, Maspes poteva così fare affidamento sulla generosità supplementare del cavalier Borghi, che elargiva bigliettoni in proporzione alla durata del surplace sulla scritta pubblicitaria. Così, cronometro alla mano, nelle tasche del corridore, entrava talvolta qualche lira in più.

Antonio Maspes ha rappresentato l’epoca d’oro della pista, quando le arene ciclistiche erano gremite all’inverosimile e l’entusiasmo era a mille per le sfide dei campioni del pedale. Fra una competizione e l’altra, Maspes alternava periodi di intenso, fachirico, claustrale allenamento con settimane o mesi di completa “spensieratezza”. Meglio passare qualche notte al night che allenarsi, meglio la compagnia degli amici che l’algida solitudine dei campioni.

 

Si può affermare che Maspes abbia interpretato fino in fondo il ciclismo su pista di quegli anni che a tratti era  un po’ burlone, clownesco e nello stesso bohèmien, fatto di spettacolo ed emozioni, oltre che dal talento dei campioni. Quando  però c’era da fare sul serio, Maspes non si tirava mai indietro.

 Il segreto delle sue vittorie? L’ allenamento. Alle 7 era già davanti al Vigorelli. Un bianchino per il Battista,  il custode dell’impianto , succo di frutta per il corridore. Poi in pista a provare il surplace mentre il Battista gli leggeva La Gazzetta dello sport.

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