GLI USA E IL MITO DELLA CASA COLLINA

L’ideologia dell’Impero della Libertà

Andrea Navoni – Diego Angelo Bertozzi*

Considerazioni preliminari

Con questo breve saggio intendiamo discutere criticamente l’idea di eccezionalismo messianico quale paradigma fondativo degli Stati Uniti. 

Nel primo paragrafo ne ricostruiremo la genesi storica ed ideologica e mostreremo come esso determini l’idea di missione universale contro il Male, ovvero l’Altro da sé. E questo offrirà l’occasione per problematizzare, nel suo intreccio con il mito della frontiera e della bandiera, il concetto di libertà americana (e liberale).

Nel secondo paragrafo chiariremo come questo paradigma, popolo eletto – missione universale, costituisca un filo rosso nella percezione di sé delle classi dominanti americane. E per suffragare questa ipotesi, analizzeremo i discorsi pubblici degli ultimi due Presidenti, il democratico Clinton e il repubblicano Bush Jr.

Nel terzo e ultimo paragrafo esamineremo come l’eccezionalismo messianico americano operi dentro i propri confini. Osserveremo come, essendo gli Stati Uniti un corpo sano, essi non tollerino il Male interno e, avvalendosi degli apparati repressivi dello stato, lo espellano bollandolo come “antiamericano” oppure “unAmerican”. In questo senso proporremo una analogia storica tra l’oggi e la situazione degli anni Venti e Trenta del secolo XX.

 

Gli Usa e il mito della Città sulla Collina

Se è vero, come sostiene Alexis de Tocqueville in “Democrazia in America”, che “l’intero destino dell’America è contenuto nel primo puritano che sbarcò in America”, da qui occorre prendere le mosse per ricostruire la genesi storica ed ideologica dell’eccezionalismo americano.

Siamo nel XVI secolo quando gruppi di Padri Pellegrini, sottoposti alla persecuzione della regina Elisabetta e del suo successore Giacomo I perché si sottomettano alla nuova chiesa di Stato, cominciano ad abbandonare la Madre Patria per fondare la loro Gerusalemme nel Nuovo Mondo. La traversata oceanica viene paragonata al passaggio del Mar Rosso compiuto dal popolo ebraico e, come arringa il teologo puritano Cotton Mather, “la chiesa di Nostro Signore ora vittoriosamente in viaggio verso l’Israele della Nuova Inghilterra […] nel lasciare l’Inghilterra ha avuto gli stessi motivi degli israeliti nel lasciare l’Egitto”.

Meta di un viaggio di liberazione, il Nuovo Mondo è la nuova terra promessa, il rifugio ideale per tenere lontano da sé il Male, l’Europa peccatrice, materialista e corrotta, dove domina il “falso profeta”. E questo Male assoluto, l’Europa, diventa non solo distante “geograficamente”, ma anche e soprattutto qualcosa di irriducibilmente Altro da sé: qui si registra un passaggio dal terreno della storia, che è contaminazione, ovvero scambi e influenze reciproche, a quello dell’antropologia, ovvero naturalizzazione di un’identità sempre uguale  a se stessa.

All’origine della storia americana sta il senso di eccezionalismo messianico di questi gruppi di puritani. Sono loro - si autopercepiscono infatti come aristocrazia morale e culturale - gli eletti chiamati ad una missione speciale, quella di purificare il mondo. A conferma di ciò, conviene dare ancora una volta la parola a Tocqueville che, riflettendo sul sentimento di superiorità dei primi puritani, lo coglie con acutezza: “si strappavano alle dolcezze della patria per obbedire a un bisogno puramente intellettuale; nell’esporsi alle inevitabili miserie dell’esilio, essi intendevano far trionfare un’idea.”.

E dietro questo eccezionalismo messianico, si agita una interpretazione veterotestamentaria della Bibbia, centrata sul rapporto privilegiato, più che preferenziale, tra questi “veri credenti” e il loro Dio. Di più: i puritani identificano se stessi con il popolo eletto del Vecchio Testamento, guidato dalla luce divina e quindi interprete e portatore della vera civiltà. Durante il viaggio della Mayflower, infatti, viene sottoscritto un patto che definisce “giusti ed eguali” solo coloro che hanno stretto l’alleanza con Dio.

Al riguardo le parole del leader puritano, John Winthrop, che risalgono al 1630, sono illuminanti: “dobbiamo considerare che saremo come una Città sulla Collina, gli occhi di tutti saranno su di noi; se ci comporteremo falsamente con Nostro Signore […] faremo sì che i nemici possano aprire la bocca per dire male delle vie del Signore e di chi opera per Dio”.

Da qui discende la natura universale della missione; ecco perché il Male non è più solo un allontanamento da Dio, ma diventa esterno e reale. Il Male, cioè, si “antropomorfizza”, si personifica, ha un volto e un nome, ma essendo Altro da sé non può e non deve trovare posto, e spazio, nella nuova Terra promessa. Va assimilato oppure annientato. Si consideri per esempio che, negli anni che precedono lo sbarco, il padre pellegrino Bradford dichiara, ponendo ex ante le premesse per una giustificazione ideologica del genocidio degli indiani, che l’America viene scelta perché “priva di abitanti civilizzati” e popolata da “uomini selvaggi e animaleschi che vagano su e giù come le bestie selvatiche”. 

Interpretato in chiave religiosa da alcuni dei primi immigrati,questo nocciolo mitico – profetico successivamente si laicizza e, durante la guerra d’Indipendenza diventa patrimonio laico delle colonie britanniche e, poi, della comunità politica rivoluzionaria.

Per brevità, due importanti testimonianze in questo senso, quella di Thomas Paine, teorico dei diritti dell’uomo, e quella dei patrioti durante le elezioni del 1776. Mentre il primo sostiene che l’America, nuova “Canaan” cui Dio affida la causa di tutta l’umanità, ha “la possibilità di cominciare da capo a costruire il mondo. Una situazione simile all’attuale non si è verificata dai tempi di Noè. […] La causa dell’America è in grande misura la causa dell’intera umanità”, i secondi, a più voci, definiscono l’America “la vigna di Dio” e la “sede principale del suo governo glorioso”.

Questo topos dell’eccezionalismo messianico si consolida a seguito della vittoria della Rivoluzione e i neonati Stati Uniti d’America si celebrano, per dirla con Madison, come “il laboratorio della libertà per il mondo civilizzato”.

La Città sulla Collina ora ha davvero su di sé gli occhi di tutto il mondo e il suo modello – messaggio di felicità e di libertà (Thomas Jefferson) acquista un valore universale, di “asilo per tutta l’umanità” (Thomas Paine).

Nasce l’Impero della libertà (Thomas Jefferson), senza confini e proiettato fin da subito verso l’Ovest, verso la conquista del Far West. La conferma arriva dall’emblema scelto dal nuovo Impero in fieri: Stars and Stripes, una bandiera che, per legge, si espande “recependo” sotto forma di nuove stelle le acquisizioni territoriali.

Ma la sacralità del mito si scontra con la prosaicità della storia. La libertà americana si connota infatti da un lato come razziale, dall’altro come “libertà solipsistica della frontiera” (Portelli). Fondata sul pensiero di Locke, secondo il quale la mia libertà cessa quando comincia quella dell’altro, la libertà americana manifesta una delle contraddizioni del pensiero liberale in materia. Intrecciata con l’afflato della missione speciale, cessa di riconoscere l’Altro da Sé e si rovescia in una libertà senza limiti e senza restrizioni, che non conosce più la reciprocità.

Non c’è contraddizione, insomma, tra Stati Uniti come potenza dominante e come faro della libertà per tutti. Un esempio quanto mai denso è lo sterminio dei nativi d’America, che, secondo le élites religiose puritane, politiche, si inserisce in un disegno divino e “giusto” e, quindi, autorizza ad una despecificazione naturalistica e razziale dell’Altro. Conviene riportare per esteso alcune importanti testimonianze.

La prima, del teologo puritano Cotton Mather, recita: “quando avrete trovato le tracce di quei lupi famelici che ululano, inseguiteli con la forza; non tornate indietro finché non li avrete distrutti. Riduceteli in polvere”. Proseguiamo con O. W. Holmes, famoso medico di Harvard, che giustifica così il massacro delle “bestie selvagge della foresta”: “la tela è pronta per una pittura di una umanità un po’ più somigliante all’immagine di Dio”. Chiudiamo con Theodore Roosevelt, futuro premio Nobel per la Pace, per il quale l’espulsione dei nativi d’America è positiva: “non giungo a pensare che gli unici indiani buoni siano gli indiani morti, ma credo che nove su dieci lo siano e non mi piacerebbe indagare troppo a fondo nel caso del decimo”.

Ancora un passo avanti. Il binomio “popolo eletto”/missione universale degli Stati Uniti d’America, che si salda organicamente con una visione socialdarwinista della società, postula una rappresentazione manichea della storia: il Bene contro il Male che si contrappongono frontalmente. Due entità, inconciliabili, assolute ed irrelate, che, in questa visione apocalittica, in stile “Armageddon”, tendono a spostarsi dal terreno storico - politico a quello morale ed etico. Non c’è più spazio per una conversione del Male, perché il Male non è solo l’Altro da Sé, ma anche e soprattutto, nel linguaggio di Reagan, la manifestazione terrena dell’AntiCristo, e in quello di Bush, quella del Diavolo. Ma chi è il Male? Se gli Stati Uniti sono l’incarnazione del Bene, è chiaro allora che tutto ciò che si oppone alla sua realizzazione e mette in discussione i suoi fondamenti assume le sembianze del Male, portatore di un disvalore assoluto. Paradigmatico, in questo senso, è oggi il caso della prigione di Guantanamo. Per due ragioni. In primo luogo, per la collocazione, spaziale e giuridica, di questo campo sul territorio cubano. Come spiega Carlo Bonini nel suo reportage, Guantanamo è infatti un “non luogo con lo status di extra-territorialità giuridica”, quindi “estraneo alle prescrizioni e alle consuetudini del diritto internazionale, al controllo di legittimità della Corte suprema degli Stati Uniti, depositaria e garante […] dell’intangibilità dell’habeas corpus dell’individuo”. In secondo luogo, per lo status dei prigionieri rinchiusi. Sono considerati infatti “Enemy combatant”, quindi sottratti al diritto penale e processuale in vigore negli States e alle prescrizioni della Terza Convenzione di Ginevra.

 

La Città sulla Collina nei discorsi di Clinton e Bush Jr.

A questo punto dell’indagine, qualcuno potrebbe obiettare che questa “sovrastruttura” politica – ideologica, il binomio “popolo eletto” / missione universale, appartiene solo all’alba degli Stati Uniti, è da attribuire ad un errore di gioventù di un Paese giovane e senza esperienza. Non è così, e non capire questo tratto importante del pensiero politico americano significa precludersi una chiave di lettura del nostro presente.

In “Storia della Libertà americana”, lo stesso Foner riconosce che “la Rivoluzione trasmise alle future generazioni un lascito permanente ma contraddittorio. L’idea della nuova nazione come rifugio della libertà in un mondo devastato dall’oppressione echeggia ancora oggi nella cultura politica”. Certo, sono i fondamentalisti religiosi americani che, cancellando le mediazioni storiche, considerano “unica e sacra” la loro storia, che dai Padri Pellegrini che fondano le prime colonie conduce ai Padri della nazione e da quest’ultimi all’oggi, ma questa linea di continuità, lungi dall’essere prerogativa di qualche setta, è ben presente anche nell’ideologia dell’establishment politico e opera nella attribuzione di un “Manifest Destiny” sulla scacchiera mondiale. Senza sostanziali distinzioni tra un’amministrazione repubblicana e una democratica.

A questo proposito, per ragioni di spazio, conviene verificare la nostra ipotesi focalizzando l’attenzione sui discorsi pubblici di Clinton e di Bush Jr.[1]

Nel primo “Inaugural Address” del 20 gennaio 1993, dopo i saluti e gli omaggi di rito, William Jefferson Clinton delinea la strategia degli Usa dopo il crollo dell’Unione Sovietica, confermando che, essendo “la più antica democrazia del mondo (the world’s oldest democracy )”, “la [sua] missione è senza tempo (though we march to the music of our time, our mission is timeless)”. Ma perché questa missione?

Questa è una “stagione di servizio (a season of service)”, occorre tornare a dedicarsi all’”Idea dell’America”, un’idea di libertà per tutti, nata “con la Rivoluzione e rinnovata attraverso due secoli di sfide (an idea born in revolution and renewed through 2 centuries of challenge)” e alimentata dalla convinzione che “il lungo ed eroico viaggio dell’America non deve arrestarsi mai (an idea infused with the conviction that America's long heroic journey must go forever upward)”.

Consequenziale a ciò, segue un passo importante. Il Presidente democratico spiega infatti che, essendo pace e libertà la causa dell’America, “quando i [suoi]  vitali interessi sono minacciati, o la volontà e la consapevolezza della comunità internazionale vengono meno, [agirà]  con diplomazia pacifica se possibile, con la forza se necessario (when our vital interests are challenged, or the will and conscience of the international community is defied, we will act—with peaceful diplomacy when ever possible, with force when necessary)”. Qui si situa la concretizzazione, seppur ancora embrionale, dell’unilateralismo a “Stelle e strisce”, sul presupposto di una coincidenza tra interesse nazionale e interesse universale.

Il primo “Inaugural Address” si conclude significativamente alludendo ad una “chiamata al servizio (we hear a call to service in the valley)” alla quale “[ogni americano], a proprio modo, e con l’aiuto di Dio, [deve rispondere] ( now, each in our way, and with God's help, we must answer the call)”. Ancor più ricco di suggestioni e di conferme è il secondo “Inaugural Address” del 20 gennaio 1997, nel quale William Jefferson Clinton, appena rieletto, non fa sconti: questo (il XX° secolo) è un secolo americano e “l’America sta sola come l’unica indispensabile nazione del mondo (America stands alone as the world’s indispensabile nation)”. Con un compito: l’America, la più grande democrazia, fungerà da modello e “condurrà - (obblighera?) - tutto il mondo alla democrazia (the world’s greatest democracy will lead a whole world to democracies)”, ovvero proprietà privata e libertà del capitale e delle merci. Una fardello, profetico e funesto, se solo consideriamo che, di lì a poco, nel marzo 1999, l’imperialismo dei diritti umani, sotto l’egida statunitense e con la connivenza delle sinistre europee, procederà all’aggressione della Jugoslavia.
Dopo Clinton, ecco George William Bush. Nell’“Inaugural Address” del 20 gennaio 2001, il Presidente repubblicano ripercorre le tappe della storia degli Stati Uniti (“la storia di un potere [quello statunitense] che è entrato nel mondo per proteggerlo, non per possederlo; per difenderlo e non per conquistarlo (the story of a power that went into the world to protect but not possess, to defend but not to conquer)” enfatizzando il ruolo del proprio Paese: “la fede dell’America nella libertà e democrazia era un roccia nel mare in tempesta. Ora è un seme portato dal vento e che si radica in molte nazioni (through much of the last century, America’s faith in freedom and democracy was a rock in a raging sea. Now it is a seed upon the wind, taking root in many nations)”.
Nel passaggio da Stati Uniti ad America, riemerge il topos della missione di un Paese, sottratto dalla prosaicità della storia per essere riconsegnato alla sacralità del mito. L’America non è più solo un’esperienza storica particolare, è e rappresenta un’Idea, da esportare come modello, perché universale e valida sempre, in ogni dove.

Illuminanti, al riguardo, questi passi estrapolati dal discorso: “la nostra fede democratica è più che il credo del nostro paese, è la speranza innata dell’umanità, un’idea che noi portiamo ma che non possediamo, una fiducia che noi sosteniamo e trasmettiamo (our democratic faith is more tranthe creed of our country, it is the inborn hope of our humanity, an ideal we carry but do not own; a trust we bear and pass long)”. Come in Clinton, gli Usa di Bush sono impegnati nel mondo “per storia e per scelta (by history e by choice)” sospinti dal loro idealismo, che non si arresta dinnanzi a logiche di opportunità (“it is the America story – a story of flawed and fallible people, united across the generations by grand and enduring ideals”), e da un potere trascendentale, più forte delle ragioni degli uomini. Il Presidente ammonisce infatti che “se la [loro, intesi come americani] nazione non condurrà la causa della libertà, essa non sarà condotta (if our country does not lead the cause of freedom, it will not be lead), ma è fiducioso poiché sa che “questo è nel [loro] potere perché [sono] guidati da un potere più importante di [loro] stessi che [li] crea a sua immagine e somiglianza (it is in our reach because we are guided by a power lager than ourselves who creates us equal in His image).

Pochi mesi dopo, ecco l’11 settembre 2001, l’attacco alle Twins Towers e al Pentagono. Come interpreta, l’establishment Bush&company, questo evento traumatico? Scorriamo lo  “State of the Union 2002” del 29 gennaio e acclariamo quali idee forza agita.

Innanzitutto, ciò che colpisce è l’interpretazione quasi “rigenerativa” e “purificatrice” dell’11 settembre. Non è una forzatura, la nostra, lo mostrano le parole di Bush Jr.:“l’11 settembre ha fatto uscire il meglio dell’America e di questo congresso (sept. 11 brought out the best in America and the best in this Congress).[…] I nostri nemici credevano che l’America fosse debole e materialista, che sarebbe sprofondata nella paura e nell’egoismo (our enemies believed America was weak and materialistic, that we would splinter in fear and selfishness)”. Invece, “anche se nessuno si augurerebbe mai il male che è stato compiuto l’11 settembre (none of us would ever wish the evil that was done on Sept. 11)”, questo evento ha obbligato l’America a guardarsi allo specchio e vedere il meglio di sé. Sempre Bush ammette che[gli] venne ricordato che [sono] cittadini, con obblighi l’uno verso l’altro, verso il Paese, verso la storia. [Hanno] iniziato a pensare meno ai beni che poss[ono] accumulare e di più al bene che poss[ono] fare (we were reminded that we are citizens, with obligations to each other, to our country and to history. We began to think less of the goods we can accumulate, and more about the good we can do)”.

Da qui, ritornano l’etica della responsabilità e la volontà dell’azione. L’America vuole essere “una nazione che serve obiettivi più ampi di se stessa (we want to be a nation that serves goals larger than self)” e il suo ruolo è “unico negli eventi dell’umanità (in a single instant we realized that this will be a decisive decade in the history of liberty, that we have been called to a unique role in human events)”. E’ il topos della missione del popolo eletto, nulla di più, ma nulla di meno.

Ancora un passo e siamo allo “State of the Union 2003” del 28 gennaio. Qui assistiamo ad una radicalizzazione nella continuità. Il nemico è il terrorismo internazionale (“the man – made evil of international terrorism”) e, contro questo Male assoluto, Bush ricorda che “la bandiera americana significa più del [loro] potere e dei [loro] interessi (the America flag stands for more than our power and our interests)” e che la missione (“our calling”) come benedetta nazione (“a blessed country”) è quella di rendere questo mondo migliore (“to make this world better”). E libero dai nemici come Saddam Hussein, una minaccia per il mondo civilizzato. Certo, “la minaccia è nuova (this threat is new)” ma “il dovere dell’America è familiare (America’s duty is familiar)” perché l’America è il Paese giusto per rispondere a questa missione storica (“we go forward with confidence, because this call of history has come to the right country”).

E nell’accettare questa responsabilità, Bush Jr. minaccia, prefigurando quello che sarebbe accaduto nei mesi a venire, prima e durante l’aggressione all’Iraq, che “il corso di questa nazione non dipende dalla decisioni degli altri. Dovunque l’azione è richiesta, ogni qualvolta l’azione è necessaria, difender[à] la libertà e la sicurezza del popolo americano (“the course of this nation does not depend on the decisions of the others. Whatever action is required, whenever action is necessary, I will defend tre freedom and security of the American people. […] If war is forced upon us, we will fight in a just cause and by just means. […] And if war is forced upon us, we will fight with the full force and might of the United States military and we will prevail)”.

L’afflato fondamentalistico è evidente, suffragato dalla giustapposizione tra Dio e America che compendiano le ultime affermazione del Presidente repubblicano: “la libertà che noi paghiamo non è un regalo dell’America al mondo, è un regalo di Dio al mondo (The liberty we prize is not America’s gift to the world, it is God’s gift to humanity)”.

Manca ancora l’ultima “orazione”, quella contenuta nello State of the Union 2004 del 21 gennaio. Bush Jr. ribadisce, ai critici (dai Paesi europei al movimento contro la guerra) che l’America “rifiuta di vivere all’ombra del’imminente pericolo  (we refuse to live in the shadow of this ultimate danger) e “non chiederà mai il permesso per difendere la sicurezza del [suo] territorio (there is a difference […] between leading a coalition of many nations, and submitting to the objections of a few. America will never seek a permission slip to defend the security of our country)”. Del resto, ”grazie alla leadership e alla risolutezza dell’America (because of American leadership and resolve)”, il mondo tutto sta cambiando in meglio. E questi risultati, conseguiti contro il terrore, dimostrano che l’America è una speranza per l’umanità. E’ “una nazione con una missione davanti a sé, che sorge dalle [sue] convinzioni più profonde (America is a nation with a mission, and that mission comes from our most basic beliefs)” e, seppur con amici e alleati al fianco, ha un “compito speciale: questa grande repubblica guiderà la battaglia della libertà (we understand our special calling: this great republic will lead the cause of freedom)”.

E quanto questa missione di libertà sia “sincera” e “concreta”, lo sanno bene quei popoli bombardati dal cielo in nome di “Freedom” e “Liberty”!

 

Gli Usa, il Male e il nemico interno

Fin qui, la nostra analisi si situa solo sul piano internazionale, sia nella definizione della missione universale, ormai planetaria, sia nella declinazione del Male. Ora, occorre esaminare sul piano interno i riverberi di questa ideologia.

Il patto stretto con Dio, architrave dell’eccezionalismo americano, fa sì che gli Stati Uniti d’America si autopercepiscano come un corpo sano per definizione e, in quanto tale, minacciato solo dal Male. Quest’ultimo è rappresentato come un’entità astratta, della quale non si indagano le origini, che proviene da fuori e che come un virus può infiltrarsi. Il terrorismo, l’asse del male che assedia l’America, è, infatti, descritto da Bush Jr semplicemente come “l’odio verso gli Stati Uniti e tutto ciò che rappresentano”. Pura invidia, insomma, verso una società prospera e perfetta che non ha colpa alcuna. La critica interna della “american way of life”, o anche solo quella politica, diventano, quindi, un servizio reso al Male. Di più: sono un tradimento, una rottura con la comunità nazionale perché mina alle fondamenta l’unità del “We the people” e predispone all’ingresso dei “bacilli” del Male.  Il dissenso e la critica vengono, quindi, bollati come “antiamericanismo” e “unAmericanism”: frutto di cospirazioni che agiscono in combutta con il Male.

Alla minaccia esterna segue, quindi, la stretta autoritaria e il compattamento conformistico del fronte interno. Sintomatico l’appello all’unità fatto da Bush Jr. davanti al Congresso nel gennaio 2002: “mi sento un membro orgoglioso del mio partito, tuttavia mentre agiamo per vincere questa guerra, […] dobbiamo agire primariamente e soprattutto, non come Repubblicani, non come Democratici, ma come Americani (I'm a proud member of my party -- yet as we act to win the war, protect our people, and create jobs in America, we must act, first and foremost, not as Republicans, not as Democrats, but as Americans)”. In questo contesto acquista significato l’accusa di “antiamericanismo” finalizzata a legittimare la repressione e a despecificare politicamente il dissenso interno.

È quanto succede, sotto i nostri occhi, con la mobilitazione nazionalista, gli attacchi allo stato di diritto, la compressione degli spazi di libertà e le derive razziste (il mussulmano come idealtipo dell’indiziato) che accompagnano la guerra permanente al terrorismo e le aggressioni neocoloniali ad Afghanistan ed Iraq. Come spiega Joseph A. Buttigieg, il patriottismo “diventa una formidabile arma nelle mani di quei politici che vogliono ridurre al silenzio il dissenso. […] L’uso di questa arma politica è stato così indiscriminato e brutale che alcuni elementi fondamentali di democrazia e liberalismo sono ormai in pericolo”. Non sorprende che attivisti pro-guerra accusino oppositori e pacifisti di non sostenere le truppe e di essere antiamericani e che chi lamenta l’attacco alle libertà sia bollato come un amico dei terroristi. Ecco come si esprime, a questo proposito, il ministro della Giustizia John Ashcroft: “A quanti spaventano la gente che ama la pace con i fantasmi della libertà perduta, io dico: così aiutate soltanto i terroristi”. Insomma, questi critici diventano, volenti o nolenti, bacilli del Male.  E questo Male porta alla comparsa di un “nuovo Leviatano”, vale a dire il ritorno in grande stile del potere politico, i cui apparati coercitivi vengono utilizzati dalle classi dominanti per colpire il dissenso politico e sociale, estendere il controllo sulla società. In questo senso vanno lette le misure straordinarie nei confronti di immigrati mussulmani adottate nei mesi subito successivi all’11 settembre 2001, la “Patriot Act”, che ha aumentato il potere poliziesco di invadere la vita privata e introdotto la possibilità di detenzioni illimitate anche per i cittadini e i non cittadini, e la creazione di un super-dipartimento per la sicurezza nazionale.

Sono, queste, le misure di profilassi introdotte per impedire la penetrazione e la diffusione interna del Male-Virus e che la storia americana ha già conosciuto contro altri “Mali”. In queste occasioni, come meglio vedremo in seguito, le accuse di antiamericanismo e di collusione con il nemico sono state alla base delle crociate repressive.

In questo articolo concentriamo la nostra attenzione in particolare sul periodo che dalla prima guerra mondiale porta agli anni trenta del novecento. Un lasso di tempo in cui si assiste ad una militarizzazione e mobilitazione della società americana che possiamo paragonare, pur nella discontinuità e specificità storica, alla situazione odierna. Nuovi organismi esecutivi, leggi speciali, propaganda nazionalista, conformismo e pesanti misure contro gli stranieri sono le armi che la classe dominante utilizza, con la scusa della minaccia esterna, per normalizzare il fronte interno (pacifisti, neutralisti, socialisti e comunisti) e sradicare ogni forza sociale che metta in discussione l’american way of life.

Quando nel 1917 gli Usa, guidati dal comandante in capo Wilson, entrano in guerra in nome della democrazia e della libertà, all’interno una legislazione liberticida viene varata per silenziare il dissenso pacifista, bollato come quinta colonna del nemico. Lo sforzo bellico accentra il potere nella mani del governo federale che estende il proprio controllo, grazie a nuove agenzie e organi federali, sulla produzione e sulla società e, contemporaneamente, tutte le forze realmente americane sono chiamate alla collaborazione, anche di classe: non solo il “big business”, che dalla guerra ottiene sensibili profitti, ma anche le ali moderate e apolitiche del movimento operaio come l’American Federation of Labour.

Parte una campagna sciovinista che consente a gruppi di patrioti e vigilantes di instaurare un clima di caccia alle streghe condito da azioni squadristiche contro militanti e sedi della sinistra pacifista. Il tutto con l’appoggio del “Commitee on Public Information”, altro organismo federale, che dirige la propaganda di guerra e incoraggia l’autocensura e il conformismo. Chiarificanti, in questo senso, le parole del ministro Burleson: “a nessun americano deve essere permesso di dire che questo governo ha sbagliato ad entrare in guerra”. L’ “Espionage act” e il “Sediction act”, che mettono il bavaglio alla stampa e permettono la sospensione delle pubblicazioni di sinistra, colpiscono duramente gli IWW, un sindacato di stampo marxista e pacifista, che paga il rifiuto di partecipare alla mobilitazione bellica e al clima di pace sociale con l’arresto di dirigenti e militanti e le distruzioni delle sedi da parte della polizia. Stessa fine subisce il neutralista partito socialista di Debs. Ma il nemico interno ha anche le sembianze del “german american”, dell’americano di origini tedesche e, quindi, di dubbia lealtà. Per questi immigrati, molti dei quali sono militanti del movimento operaio, la libertà di stampa è un privilegio non più ammissibile e la chiusura in campi di concentramento, in quanto “enemy aliens  è una giustificata misura di sicurezza.

Nell’immediato dopoguerra, la minaccia, il Male, è quello rappresentato dalla rivoluzione d’Ottobre, dal suo messaggio universale capace di offuscare la tradizione rivoluzionaria americana e innescare il contagio[2]. L’antiamericanismo assume le tinte del pericolo rosso, della “red scare”, e sul banco degli imputati, in un biennio di forti rivendicazioni dei lavoratori industriali (1919-21), c’è il movimento operaio radicale e di stampo marxista. Lo spettro del bolscevismo e l’attesa di una imminente rivoluzione in terra americana fanno parte di una atmosfera creata ad arte e che prepara il terreno per la sistematica reazione padronale e governativa. La proiezione esterna della forza è accompagnata da nuove misure di profilassi interna.

Il presidente Wilson partecipa attivamente allo strangolamento economico della Russia bolscevica ed invia in Siberia un corpo di spedizione militare per estirpare quello che, il commissario agli approvvigionamenti militari e futuro presidente Hoover, ritiene un “cancro”. Negli Usa la repressione si scaglia contro i due piccoli partiti comunisti, i socialisti e, ancora, gli IWW. Ma a farne le spese è ogni posizione di dissenso: anche quelle “liberal” non vengono tollerate nel montante conformismo. È il ministro della giustizia Palmer che organizza le incursioni della polizia (“Palmer Raids”) contro i militanti e le sedi delle organizzazioni operaie e radicali. In uno di questi raid ben 249 stranieri, considerati “alien subversive”, vengono raccolti su una nave e spediti verso l’Unione Sovietica.

Negli anni ’20 la paura del contagio rivoluzionario si connette alla xenofobia e alla chiusura delle frontiere nei confronti degli immigrati che arrivano dai Paesi più poveri dell’Europa meridionale e orientale. Sono questi disperati, “bacilli del Male” e causa della decadenza nazionale, ad essere etichettati come sovversivi, anarchici, comunisti, nemici di Dio e della proprietà. Associazioni come la “National Security League” si pongono come obiettivo la salvaguardia dei valori Wasp dalla contaminazione straniera, e il Ku Klux Klan, giunto a cinque milioni di aderenti, considera i neri, i comunisti, i sindacalisti, i progressisti, i cattolici e gli ebrei come elementi estranei (“unAmerican”) e minaccia al modello di vita americano.  La condanna a morte degli anarchici italiani Sacco e Vanzetti, per una accusa di rapina mai provata, è, in questo senso, emblematica.

Alla luce di tutto questo, tutt’altro che eccezionali appaiono le misure prese dal governo americano nel secondo dopoguerra per far fronte, ancora una volta, alla minaccia del comunismo sovietico: politica del “containement” e di interventi controrivoluzionari nel mondo, e attacco alle libertà e forte apparato di controllo all’interno. Il dissenso è, ancora una volta, antiamericano e disgregatore, un prodotto della cospirazione comunista internazionale che vuole minare la moralità e l’integrità della nazione. Il piccolo partito comunista americano viene dichiarato fuori legge, viene stilato un “Security index” contenente un elenco di 26 mila persone politicamente pericolose da rinchiudere in campi di concentramento in caso di emergenza, la Commissione per le attività antiamericane (Huac) procede per un decennio ad investigare su presunti sovversivi (13,5 milioni di cittadini), mentre organizzazioni di destra come l’American Legion, fondata per “perpetuate a one hundred per cent Americanism” scatenano violente crociate con la tacita approvazione della autorità.

Se quelle che abbiamo visto sono state misure di profilassi dettate da minacce percepite come limitate nel tempo e intervallate da periodi di calma e di ritorni alla normalità democratica, oggi, di fronte ad una guerra dalla durata indefinita, ad un nemico che è interno ed esterno allo stesso tempo, e al monopolio informativo, il rischio di assistere ad una torsione autoritaria permanente delle cosiddette democrazie occidentali è forte. Allarmanti, in questo senso, sono le parole pronunciate dal vice-presidente Cheney: “Molte delle misure che siamo stati costretti a prendere diventeranno permanenti nella vita americana, faranno parte di una nuova normalità”.

 

* Poiché i due autori hanno scritto di comune accordo, ma anche autonomamente, il presente saggio, precisiamo che la prima e la seconda parte (“Gli Usa e il mito della Città sulla Collina” e “La Città sulla Collina nei discorsi di Clinton e Bush Jr.”) sono da attribuirsi ad Andrea Navoni, mentre la terza parte (“Gli Usa, il Male e il nemico interno”) è stata scritta da Diego Angelo Bertozzi.

 

BIBLIOGRAFIA MINIMA

Sacvan Bercovitch, 1992

America Puritana, Editori Riuniti, Roma

 

Carlo Bonini, 2003

Guantanamo. Usa, viaggio nella prigione del terrore, Einaudi, Torino

 

Bruno Cartosio, 1989

Lavoratori negli Stati Uniti. Storia e culture politiche dalla schiavitù all'IWW, Arcipelago, Milano

 

Bruno Cartosio, 2002

Gli Stati Uniti contemporanei (1865-2002), Giunti (Gruppo Editoriale), Firenze

 

Mario Corona, 1987

I puritani d’America, Unicopli, Milano

 

Marco D’Eramo, 1995

Il maiale e il grattacielo. Chicago: una storia del nostro futuro, Feltrinelli, Milano

 

Francesco Dragosei, 2002

Lo squalo e il grattacielo. Miti e fantasmi dell'immaginario americano, Il mulino, Bologna

 

Eric Foner, 2000

Storia della libertà americana, Donzelli Editore, Roma

 

Roberto Giammanco, 1993

Ai quattro angoli del fondamentalismo. Movimenti politico-religiosi nella loro tradizione, epifania, protesta, regressione, La Nuova Italia, Milano

 

Roberto Giammanco, 1994

Malcolm X. Rifiuto, sfida, messaggio, Dedalo, Bari

 

Roberto Giammanco, 1995

Dialogo sulla società americana, La Nuova Italia, Milano

 

Poole Gordon, 2002

Nazione guerriera. Il militarismo nella cultura degli Stati Uniti, Colonnese, Napoli

 

Domenico Losurdo, 1997

Le origini del "secolo americano", Accademia delle Scienze dell'Urss, Teti Editore, Milano

 

Domenico Losurdo, 1998

Il revisionismo storico. Problemi e miti, Laterza; Roma-Bari

 

Domenico Losurdo, 1999

Il peccato originale del Novecento, Laterza, Roma-Bari

 

Alessandro Portelli, 2002

America, dopo. Immaginario e immaginazione, Donzelli Editore, Roma

 

Malcom Sylvers, 1984

Sinistra politica e movimento operaio negli Stati Uniti, Liguori, Napoli

 

Malcom Sylvers, 1993

Il pensiero politico  e sociale di Thomas Jefferson, Lacaita, Mandria

 

Malcom Sylvers, 1999

Gli Stati Uniti tra dominio e declino: politica interna, rapporti internazionali e capitalismo globale, Editori Riuniti, Roma

 

E. David Stannard, 2001

Olocausto americano. La conquista del Nuovo Mondo, Bollati Boringhieri, Torino

 

Arnaldo Testi, 2003

Stelle e strisce. Storia di una bandiera, Bollati Boringhieri, Torino

 

Alexis de Tocqueville, 1999

Democrazia in America, Rizzoli, Milano

 

Mark Twain, 2003

Alla persona che siede nelle tenebre. Scritti sull'imperialismo, Spartaco Edizioni, Santa Maria Capua Vetere (CE)

 

Gli “Inaugural Address” e gli “State of the Union” di tutti i Presidenti sono reperibili all’indirizzo internet http://www.bartleby.com/

I documenti, afferenti alla storia americana (da prima del 1400 a oggi), sono reperibili all’indirizzo internet http://odur.let.rug.nl/~usa/D/index.htm

Da tenere in considerazione le riflessioni di Marx ed Engels sugli Stati Uniti. I testi sono reperibili all’indirizzo internet http://www.marxists.org

 

 

 



[1] Per una demistificazione del “Manifest destiny”, come falsa coscienza necessaria che giustifica il progetto imperialista a “stelle e strisce” a cavallo tra Ottocento e Novecento, con riferimento ai casi di Cuba e delle Filippine, ci permettiamo di rimandare al nostro saggio “Strategia Bush, una dottrina Monroe planetaria”, pubblicato sul numero 17 di Rosso XXI. 

[2] È interessante notare, a questo proposito, come Browder, segretario del partito comunista americano, parli del comunismo come “americanismo del ventesimo secolo” e come continuazione della tradizione rivoluzionaria americana. Anche i perseguitati, quindi, fanno proprio il tema del “tradimento” e lo ribaltano sui persecutori.