I
ritratti di Francesco Santosuosso
di
Goffredo Fofi
(critico
d'arte)
Dei vari modi che Santosuosso ha
di raccontare (e raccontarsi) per immagini, colpisce
l’”estremismo” delle scelte principali: il ritratto - che non è
necessariamente di persona vera, che appare motivato da una sorta di
desiderio e ideale di bellezza muliebre – e la costruzione geometrica,
da metropolis disabitata e grandiosa, bizzarra ma fredda, altrettanto
“immaginata” dei ritratti.
In mezzo c’è il groviglio delle “allegorie” e dei
“teatrini”: luoghi di incontro per l’umanità conflittuale e per
lo più sfasata, aggressiva, sgradevole.
L’imperturbabilità distante
dei volti di donne-dee che sembrano portatrici di pensiero e di giudizio
e degli edifici che non sembrano più contemplare abitanti, che vivono
geometrici, labirintici di per sé, allontana così un mondo meschino di
esseri comuni, per noi, certamente poco amabili.
L’abilità di Santosuosso, e la
varietà dei suoi modi di “raccontare” per immagini, possono a
tratti apparire condizionati dai gusti dell’epoca, da quell’impasto
illustrativo di cui si pasce la società dell’immagine (per le strade
della sua comunicazione “pubblica”, per le onde della sua “cultura
di massa”), ma ha un modo forte che regge i suoi incastri e le sue
differenze ed è quello di una visione intima e ferma, di una
riflessione vissuta, di una
spinta di pensiero che ci riguarda.
È dentro la comunicazione, ma
per dire di più o per lasciare che, chi ti guarda, scopra un di più
che sostiene e oltrepassa l’immagine.
È su questa strada che
Santosuosso ha più cose da dire e si spera voglia continuare a scavare,
a immaginare, pensare, mostrare.
Dal
catalogo “ Santosuosso” – Castelvecchi Editoria e Comunicazione
I
volti e le architetture di Francesco Santosuosso
di
Sergio Vanni
(critico
d’arte)
Francesco Santosuosso, dopo la laurea in architettura
decide di dedicarsi alla illustrazione ed al fumetto, ed in seguito alla
pittura e soltanto alla pittura, come si vede, un percorso preciso,
fatto di tappe che hanno caratterizzato nel tempo il suo lavoro.
Tutti questi momenti, apparentemente così diversi, di una
crescita artistica costante, hanno mantenuto alla base l’anima
architettonica di Santosuosso, nella ricerca della costruzione
dell’opera, nel tentativo di dare ad essa una struttura.
L’apparente dualismo della pittura di Francesco
Santosuosso, l’attenzione da una parte alle architetture e
dall’altra ai volti, si ricompone nell’idea che esistono i luoghi
che rimangono immutati per molti anni e che esiste un’umanità che
questi luoghi abita, che muta molto più in fretta. Così gli
accostamenti, a prima vista spiazzanti, trovano nella semplice
osservazione del reale, la loro elementare spiegazione.
I lavori di questo giovane
artista colgono la mutazione biologica e si attestano dunque come esatto
termometro di questo divenire.
Per raccontare la sua realtà,
l’artista usa immagini graffiate, dense di colori forti, alternando
gesto pittorico e segno grafico, adottando qualsiasi supporto, dalla
tavola di legno al ritaglio di giornale, alla carta, al metallo,
mescolando e sovrapponendo, per arrivare infine a superare tutti gli
aspetti antropologici che pure sono presenti nei suoi lavori ed a farli
vivere alla fine soltanto come buona pittura.
Fino ad oggi quest’anima si
coglieva nei paesaggi urbani che erano diventati una vera e propria
cifra stilistica, paesaggi periferici, contrappuntati da gru, cantieri,
case di ringhiera, ponti di ferro; a queste immagini antituristiche e
antiretoriche Santosuosso mescola, col l’uso del collage, brandelli di
giornali cinesi o arabi, a significare l’aspetto multietnico
della città contemporanea.
Questo artista così
spiccatamente metropolitano si inventa un nuovo percorso, torna alla
terra aperta, al mare, ai paesaggi di un Sud che il suo cognome denuncia
come terra di origine, e propone ad una giovane galleria di una delle più
belle città del meridione l’esposizione dei nuovi lavori.
Così nascono i paesaggi inondati
di luce, le cattedrali, le visioni dei porti, le onde, le darsene, i
moli, e come nei paesaggi urbani, torna la componente architettonica, lo
studio preciso di una struttura applicata prima ad un edificio, ora ad
uno spazio agreste o marino; come rimane l’altro segno stilistico
forte di Santosuosso, la sua pittura “sporca”, gestuale che toglie
il soggetto dal nitore calligrafico e lo reinterpreta attraverso uno
stile personale.
Rimangono in queste tele ed in
queste carte, i brandelli di giornale, le scritte etniche che, se
significavano la confusione linguistica negli spazi metropolitani, qui
assumono un significato diverso: il senso della memoria, della storia.
Non era forse Trani il porto da
dove partivano le navi crociate per l’Oriente? Non sono state queste
terre percorse da arabi, levantini, turchi? Non è stato il Sud luogo
d’incontro tra cultura occidentale e cultura araba fin dall’alto
Medio Evo?
Nei lavori di Santosuosso questi
alfabeti ritornano, alcuni particolari degli stili architettonici
arabeggianti si evidenziano, e ci fanno capire che le culture, oggi come
ieri, per fortuna si mescolano.
Questi sono i significati
storici, etici, sociali della pittura di Santosuosso che testimoniano
una sua lettura attenta e moderna del mondo.
Ma tutto questo avrebbe poco
senso se non si traducesse in valori pittorici, se il suo pensare il
mondo non diventasse linguaggi.