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"Volti di una città"

di Francesco Santosuosso

mostra di pittura di uno dei più affermati artisti italiani

 

Galleria Contrasti

10 - 30 agosto 2001

tutti i giorni dalle ore 18.00 alle 21.00 

 

 

 

I ritratti di Francesco Santosuosso

di Goffredo Fofi 

(critico d'arte)

 

Dei vari modi che Santosuosso ha di raccontare (e raccontarsi) per immagini, colpisce l’”estremismo” delle scelte principali: il ritratto - che non è necessariamente di persona vera, che appare motivato da una sorta di desiderio e ideale di bellezza muliebre – e la costruzione geometrica, da metropolis disabitata e grandiosa, bizzarra ma fredda, altrettanto “immaginata” dei ritratti.

In mezzo c’è il groviglio delle “allegorie” e dei “teatrini”: luoghi di incontro per l’umanità conflittuale e per lo più sfasata, aggressiva, sgradevole.

L’imperturbabilità distante dei volti di donne-dee che sembrano portatrici di pensiero e di giudizio e degli edifici che non sembrano più contemplare abitanti, che vivono geometrici, labirintici di per sé, allontana così un mondo meschino di esseri comuni, per noi, certamente poco amabili.

L’abilità di Santosuosso, e la varietà dei suoi modi di “raccontare” per immagini, possono a tratti apparire condizionati dai gusti dell’epoca, da quell’impasto illustrativo di cui si pasce la società dell’immagine (per le strade della sua comunicazione “pubblica”, per le onde della sua “cultura di massa”), ma ha un modo forte che regge i suoi incastri e le sue differenze ed è quello di una visione intima e ferma, di una riflessione  vissuta, di una spinta di pensiero che ci riguarda.        

È dentro la comunicazione, ma per dire di più o per lasciare che, chi ti guarda, scopra un di più che sostiene e oltrepassa l’immagine.

È su questa strada che Santosuosso ha più cose da dire e si spera voglia continuare a scavare, a immaginare, pensare, mostrare.

 

Dal catalogo “ Santosuosso” – Castelvecchi Editoria e Comunicazione   

  

I volti e le architetture di Francesco Santosuosso

di Sergio Vanni

(critico d’arte)

 

Francesco Santosuosso, dopo la laurea in architettura decide di dedicarsi alla illustrazione ed al fumetto, ed in seguito alla pittura e soltanto alla pittura, come si vede, un percorso preciso, fatto di tappe che hanno caratterizzato nel tempo il suo lavoro.

Tutti questi momenti, apparentemente così diversi, di una crescita artistica costante, hanno mantenuto alla base l’anima architettonica di Santosuosso, nella ricerca della costruzione dell’opera, nel tentativo di dare ad essa una struttura. 

L’apparente dualismo della pittura di Francesco Santosuosso, l’attenzione da una parte alle architetture e dall’altra ai volti, si ricompone nell’idea che esistono i luoghi che rimangono immutati per molti anni e che esiste un’umanità che questi luoghi abita, che muta molto più in fretta. Così gli accostamenti, a prima vista spiazzanti, trovano nella semplice osservazione del reale, la loro elementare spiegazione.

I lavori di questo giovane artista colgono la mutazione biologica e si attestano dunque come esatto termometro di questo divenire.

Per raccontare la sua realtà, l’artista usa immagini graffiate, dense di colori forti, alternando gesto pittorico e segno grafico, adottando qualsiasi supporto, dalla tavola di legno al ritaglio di giornale, alla carta, al metallo, mescolando e sovrapponendo, per arrivare infine a superare tutti gli aspetti antropologici che pure sono presenti nei suoi lavori ed a farli vivere alla fine soltanto come buona pittura.

Fino ad oggi quest’anima si coglieva nei paesaggi urbani che erano diventati una vera e propria cifra stilistica, paesaggi periferici, contrappuntati da gru, cantieri, case di ringhiera, ponti di ferro; a queste immagini antituristiche e antiretoriche Santosuosso mescola, col l’uso del collage, brandelli di giornali cinesi o arabi, a significare l’aspetto multietnico  della città contemporanea.

 

Questo artista così spiccatamente metropolitano si inventa un nuovo percorso, torna alla terra aperta, al mare, ai paesaggi di un Sud che il suo cognome denuncia come terra di origine, e propone ad una giovane galleria di una delle più belle città del meridione l’esposizione dei nuovi lavori.

Così nascono i paesaggi inondati di luce, le cattedrali, le visioni dei porti, le onde, le darsene, i moli, e come nei paesaggi urbani, torna la componente architettonica, lo studio preciso di una struttura applicata prima ad un edificio, ora ad uno spazio agreste o marino; come rimane l’altro segno stilistico forte di Santosuosso, la sua pittura “sporca”, gestuale che toglie il soggetto dal nitore calligrafico e lo reinterpreta attraverso uno stile personale.

Rimangono in queste tele ed in queste carte, i brandelli di giornale, le scritte etniche che, se significavano la confusione linguistica negli spazi metropolitani, qui assumono un significato diverso: il senso della memoria, della storia.

Non era forse Trani il porto da dove partivano le navi crociate per l’Oriente? Non sono state queste terre percorse da arabi, levantini, turchi? Non è stato il Sud luogo d’incontro tra cultura occidentale e cultura araba fin dall’alto Medio Evo?

Nei lavori di Santosuosso questi alfabeti ritornano, alcuni particolari degli stili architettonici arabeggianti si evidenziano, e ci fanno capire che le culture, oggi come ieri, per fortuna si mescolano.   

Questi sono i significati storici, etici, sociali della pittura di Santosuosso che testimoniano una sua lettura attenta e moderna del mondo.

Ma tutto questo avrebbe poco senso se non si traducesse in valori pittorici, se il suo pensare il mondo non diventasse linguaggi.

 

 

 
 
 
 
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