![]()
Il motivo delle vite successive
(Revue Spirite n° 34, I° trim. 98)
(L. Péone)
La maggior parte degli uomini è composta da credenti che, per semplicità o pigrizia d'animo, hanno accettato ciecamente la portata dogmatica dei testi religiosi, anche alla lettera, senza degnarsi di sottoporre tale testi al vaglio della ragione.
Accettando con benevolenza la prospettiva di una immortalità felice o infelice, secondo la condotta riferita ad una sola vita terrestre, essi hanno sottoscritto, per ogni caso, un'assicurazione contro l'ignoto dell'aldilà. Per questo, si sono accomunati ad un rituale di superficie che essi ritengono sufficiente a dar loro accesso alla beatitudine eterna.
La delusione di questi cedenti dev'essere penosa, allorché, ritornati nell'aldilà, saranno in grado di constatare che non basta una vita, seppur esemplare, per raggiungere quel paradiso che la loro religione lasciava intravedere.
Quel paradiso, che non esiste in fondo in nessun posto dello spazio, è lo stato di perfezione assoluta che ogni spirito può e deve un giorno raggiungere; è il possesso della secienza della saggezza e dell'amore che fa dell'essere arrivato a questo stadio non un adoratore beato, ma un collaboratore della Divinità.
Chiunque abbia il coraggio di giudicarsi secondo il proprio valore, di valutare la somma delle imperfezioni e di mettere in parallelo la modicità delle sue conoscenze con quelle che gli restano da conoscere per conoscere il perché di tutte le cose, dovrà comprendere che è ancora immensamente lungi dal fine assegnatogli. Misurando l'immensità degli sforzi che dovrà compiere, non solo per ottenere la scienza infusa, ma anche per condurre il suo essere morale alla perfezione, deve rendersi conto che migliaia e migliaia di anni gli sarebbero necessari per arrivarvi e che una sola esistenza umana non può che consentirgli una leggere ascesa verso quella cima che non gli è ancora visibile.
Dobbiamo dunque ben supporre che, dal momento che Dio ha dato all'uomo uno spirito capace di elevarsi fino alle più alte speculazioni, abbia dovuto anche fornirgliene i mezzi e che, lungi dal limitarlo in una esistenza corporea effimera, la Divinità gli abbia dato la possibilità di proseguire la sua opera mediante il gioco di una serie di innumerevoli esistenze, tra cui la presente. Fondata sulla sperimentazione, la dottrina spiritica viene a confermare questa realtà. I grandi spiriti dell'aldilà, che si degnano a volte di manifestarsi a noi, si sforzano di spiegarcene il porcedimento e la ragione. Si sono impegnati a farci capire che l'anima, così come il corpo, ha bisogno di riposo e che le è necessario andare a ritemprarsi nell'etere tra due incarnazioni. In questo ambiente essa può stabilire con calma il bilancio delle sue azioni, buone e cattive, organizzare la sua prossima vita terrestre seguendo gli insegnamenti che le vengono forniti da Spiriti superiori e evitare così di ricadere negli sbagli del passato. Questo ritorno alla carne ha inoltre il vantaggio, grazie all'oblio momentaneo del passato, di rimettersi all'opera senza essere costantemente ossessionata dai irmorsi dei gravi errori commessi e dal timore della loro punizione. Permette ancora la riunione, mediante legami affettivi, di esseri che si sono odiati prima e che, in un'unica vita, sarebbero stati per sempre separati. Così, tramite questo procedimento si creano vere e proprie famiglie spirituali di cui la famiglia umana è molto spesso una parodia. Così, per la legge delle reincarnazioni, si apre allo spirito una prospettiva senza limiti. Chiunque ne abbia afferrato la sublimità non cederà mai allo scoraggiamento, poiché sa che le prove che gli sono imposte, con uno scopo evolutivo, sono solo passeggere, e che se le subirà con rassegnazione e si sforzerà di non rinnovarne le cause, le sue esistenze seguenti saranno più miti. Sa anche che il suo avvenire di incarnato non è limitato al nostro triste pianeta e che i suoi sforzi verso la perfezione gli consentiranno un giorno di avere accesso a mondi superiori dai quali la sofferenza e l'odio sono quasi totalemente banditi. Ma sa anche che in attesa di questo giorno felice dovrà venire ancora diverse volte quaggiù e che è nel suo interesse, nonché nel suo dovere, di sforzarsi, nella misura delle sue possibilità, di migliorarne le condizioni di vita materiale e morale.
Così prende forma per lui la sublimità di questa legge delle vite successive che, incatenando l'avvenire dell'uomo a quello dei suoi fratelli, lo costringe all'abbandono del suo egoismo originale, ad uno sforzo incessante nel raggiungimento della perfezione e lo conduce passo dopo passo alla concezione di un amore universale che è il fine supremo stabilito dalla Divinità.
Alla domanda 1010 del Libro degli Spiriti "Il dogma della resurrezione della carne è la consacrazione di quello della reincarnazione insegnato dagli Spiriti?", Allan Kardek a riportato questa risposta:
" Come volete che sia altrimenti? Queste parole, come tante altre, sembrano senza ragione agli occhi di certuni solo perché le si prende alla lettera, ecco perché portano all'incredulità. Ma date loro un'interpretazione logica e quelli che chiamate i liberi pensatori le ammetteranno senza difficoltà, proprio perché riflettono; perché, non ingannatevi, questi liberi pensatori non domandano di meglio che credere; essi hanno, come gli altri, più degli altri forse, sete nell'avvenire, ma non possono ammettere quello che è negato dalla scienza. La dottrina della pluralità delle esistenze è conforme alla giustizia di Dio. Essa sola può spiegare ciò che, senza di lei, è inspiegabile. Come vorreste che il principio non fosse nella religione stessa?"
Così la Chiesa, con il dogma della resurrezione della carne, insegna lei pure la dottrina della reincarnazione?
" E' evidente! Questa dottrina è d'altronde la conseguenza di molte cose che sono accadute non evidente e che non si tarderà a comprendere in questo senso. Tra poco si riconoscerà che lo Spiritismo spunta in ogni parte del testo delle Sacre Scritture. Gli Spiriti non vengono quindi a sovvertire la religione, come alcuni pretendono; vengono invece a rafforzarla, a sancirla con prove inconfutabili. Ma, visto che è venuto il momento di non usare più il linguaggio figurato, essi si esprimono senza allegoria e attribuiscono alle cose un significato chiaro e preciso che non possa essere soggetto a nessuna falsa interpretazione. Ecco perché tra qualche tempo, avrete più persone sinceramente religiose e credenti di quante non ne abbiate oggi".
Questo è quanto insegna Allan Kardek. Vediamo ora cosa scrive Gabriel Delanne: " La realtà della reincarnazione, dicono certuni, non è nuova; essa è risuscitata da Pitagora. Non abbiamo mai detto che la dottrina spiritica fosse nuova, essendo una legge di natura ha dovuto esistere dalla notte dei tempi e ci siamo sempre sforzati di provare che se ne ritrovano tracce sin dalla più remota antichità. Pitagora, come si sa, non è l'autore del sistema della metempsicosi. Egli lo ha tratto dai filosofi indiani e dagli egizi dove esisteva da tempo immemore. L'idea della trasmigrazione delle anime era dunque una credenza ammessa dagli uomini più illustri. Per che via è venuta? Tramite rivelazione o intuizione? Non lo sappiamo, ma comunque sia un'idea non attraversa le epoche e non è accolta da intelligenze d'élite, senza avere un lato serio. L'antichità di questa dottrina sarebbe allora più una prova che un obiezione. Tuttavia, come si vede comunque, esiste tra la metempsicosi degli antichi e la dottrina moderna della reincarnazione quella grande differenza che gli Spiriti rifiutano nel modo più assoluto, ossia la trasmigrazione dell'uomo negli animali,"
Gli Spiriti, insegnando il principio della pluralità delle esistenze corporee, rinnovano dunque una dottrina che ha avuto origine nelle prime età del mondo e che si è conservata fino ai nostri giorni nel pensiero intimo di molte persone. Solo che la presentano sotto un punto di vista più razionale, più conforme alle leggi progressive della natura e più in armonia con la saggezza del Creatore, liberandola di tutti gli accessori della superstizione. Una circostanza degna di nota è che non è solatnto nei nostri libri che essi l'hanno insegnata in questi ultimi tempi; molto prima la loro pubblicazione, numerose comunicazioni della stessa natura sono state ottenute in diversi luoghi e si sono notevolmente moltiplicate inseguito.
La pluralità delle esistenze è stata insegnata nell'antichità da Platone, Plotino, Porfirio, Origene, Timeo di Locride. I Druidi ne facevano un insegnamento pubblico. Nei tempi moderni: Delormel, Bonnet, Dupont de Nemours, Savy, Ballanche, Raynaud, Martin, Esquiros, Flammarion sono partigiani di questa teoria dele vite successive sulla nostra Terra o su altri pianeti.
Esaminiamo la cosa sotto un altro aspetto, facendo astrazione da ogni intervento e supponiamo che sia solo una teoria e non un fatto concreto. Supponiamo inoltre che non sia stata mai questione di Spiriti. Mettiamoci dunque per un momento su un terreno neutro, ammettiamo allo stesso grado di possibilità le due ipotesi, cioè la pluralità e l'unicità delle esistenze corporee e vediamo da quale parte porteremmo la ragione e il nostro interesse. Alcuni respingono l'idea della reincarnazione per il solo motivo che essa non conviene loro, affermando che ne hanno già abbastanza di una esistenza e che non vorrebbero ripeterne una simile; il solo pensiero di ritornare sulla Terra li fa saltare di rabbia o di disperazione. Abbiamo sentito fare questo ragionamento: Dio, che è sovranamente buono, non può imporre all'uomo di ricominciare una serie di mieserie e tribolazioni. Troveremmo per caso che vi sia più bontà nel condannare l'Uomo ad una sofferenza perpetua per qualche momento di errore, piuttosto che dargli i mezzi per riparare ai suoi sbagli? Il pensiero che la nostra sorte è per sempre stabilita sulla base di qualche errore, quando non esmpre è dipeso da noi raggiungere la perfezione sulla Terra, ha qualcosa di sconsolante, menre l'idea contraria è degnamente consolante e ci dà da sperare. Inoltre, senza pronunciarci a favore o contro la pluralità delle esistenze, senza ammettere un'ipotesi piuttosto che l'altra, diciamo che, se dovessimo scegliere, nessuno opterebbe per un giudizio senza appello.
Se non ci fosse la reincarnazione, ci sarebbe una sola esistenza corporea e l'anima di ognuno sarebbe creata al momento della nascita. Ammettendo, seguendo la credenza popolare, che l'anima prende origine con il corpo o, che è lo stesso, che precedentemente alla sua incarnazione l'anima non abbia nessuna facoltà, ci poniamo le seguenti domande:
Chiediamo quale sia la filosofia o la teosofia che possa risolvere questi problemi. O le anime sono uguali tutte alla loro nascita, o sono disuguali, su questo non c'è dubbio. Se sono uguali, perché allora queste attitudini così diverse? Si dirà che dipende dall'organismo? Ma allora sarebbe la dottrina più mostruosa e immorale. L'uomo sarebbe una macchina, il gioco della materia, senza più avere la responsabilità dei suoi atti, può rigettare tutto sulle sue imperfezioni fisiche. Se sono disuguali, è perché Dio le ha create così, ma allora perché? Questa parzialità è conforma alla giustizia e all'amore uguale che porta a tutte le creature?
Ammettiamo invece una successione di esistenze anteriori progressive e tutto è spiegato. Gli uomini portano, nascendo, l'intuizione di quello che hanno acquisito, sono più o meno avanzati, secondo il numero delle esistenze percorse. Dio, nella sua giustizia, non ha potuto creare anime più o meno perfette, ma con la molteplicità delle esistenze l'ineguaglianza che vediamo non ha più nulla di contrario all'equità più rigorosa; è che vediamo solo il presente e non il passato. Questo ragionamento poggia su un'ipotesi, una supposizione gratuita? No, partiamo da un fatto evidente, incontestabile, l'ineguaglianza delle attitudini e dello sviluppo intellettuale e morale e troviamo questo fatto inspiegabile con ogni teoria. È forse razionale preferire quella che non lo spiega a quella che lo spiega? Quanto alla sesta domanda, si dirà senz'altro che il selvaggio è o no un uomo. Se sì, perché Dio l'avrebbe, lui e la sua razza, privato dei privilegi concessi invece alla razza bianca? Se invece non fosse un uomo, perché tentare di farlo cristiano? La dottrina spiritica è più ampia; per essa, non esistono molte specie umane, ma solo gli uomini, il cui spirito è più o meno avanzato, ma suscettibile di progresso. Non è forse ciò più conforme alla giustizia divina? La credenza alle vite successive era il fondamento dell'insegnamento dei misteri. I filosofi antichi, Platone in testa, credevano alle vite precedenti. Non è forse quest'ultimo che affermava "Imparare è ricordarsi"? La pluralità delle esistenze ha dalla sua parte l'autorità della tradizione, della ragione e dell'esperienza ed è logico che sia accettata con entusiasmo da parte di tutti coloro che hanno sentito il vuoto delle altre teorie.
Kardec aggiunge: "Con le vite successive, l'universo ci appare più popolato da esseri che solcano in ogni senso l'infinita distesa. E quanto è meschina la teoria che circoscrive l'umanità in un punto impercettibile dello spazio, che ci mostra di cominciare in un momento preciso e di finire un giorno con il mondo, abbracciando così solo un minuto nell'eternità? Quanto è triste, fredda, glaciale, quando ci mostra il resto dell'universo prima, durante e dopo l'umanità terrestre, senza vita né movimento, come un immenso deserto immerso nel silenzio! Quanto è disperante per la descrizione che fa del piccolo numero degli eletti votati alla contemplazione eterna, mentre la maggioranza delle creature ha sofferenze senza limiti! Quanto ancora è sconsolante per chi si ama, a causa della barriera che pone tra i vivi e i morti!
La Terra ci offre lo spettacolo di un mondo essenzialmente progressivo. Uscito dallo stato cosmico, si è trasformato, modificato mano a mano che avanzava nella corsa secolare. Gli esseri apaprsi sulla sua superficie hanno seguito la stessa legge di progresso e la loro struttura si è perfezionata in armonia con le condizoni esterne che diventavano migliori. L'Uomo infine uscendo dai bassifondi della bstialità si è innalzato fino alla conoscenza del mondo esterno.
La natura cammina di continuo, lavora, perché Dio è la vita, è eterno e la vita è il movimento progressivo verso il bene sovrano, cioè Dio stesso. L'Uomo solo nella natura fermerebbe il suo cammino per trovarsi bruscamente il più perfetto possibile e senza la sua partecipazione, lui è creato libero? Ciò è incomprensibile.
Se il nostro modo di vedere è buono, ci si può chiedere perché la potenza creatrice non ha rivelato sin dalla partenza all'Uomo la sua vera natura e il suo destino? Per lo stesso motivo per cui non si insegna durante l'infanzia ciò che si insegna in età matura. La rivelazione ristretta era sufficiente per un certo periodo dell'umanità. Dio la prorpoziona alle forze dello spirito.
Coloro che riceevono oggi una rivelazione più completa sono gli stessi spiriti che ne hanno già ricevuta una parte in altri tempi, ma che, da allora, sono cresciuti in intelligenza. Prima che la scienza mostrasse loro le forze vive della natura, al costituzione degli astri, il vero ruolo e la formazione della Terra, avrebbero capito l'immensità dello spazio, la pluralità dei mondi?
Il suicidio
PERCHE’ E’ DA EVITARE?
Gli stessi spiriti suicidi sono unanimi nell’affermare l’intensità delle sofferenze che sopportano; dicono che la fame, la disillusione, la povertà, il disonore, la malattia, l’accecamento, qualsiasi situazione, per quanto angosciante pure sulla Terra, sarebbe comunque un’eccellente condizione paragonata a quello che di meglio si potrebbe soffrire con il suicidio.
Illuminati, gli aspiranti suicidi desisterebbero dal loro atto, frutto della non credenza, della disperazione e del materialismo, già al solo leggere le testimonianze di spititi suicidi: la vita continua e sofferenze indescrivibili sopraggiungono alle vittime di questo vano tentativo di fuga. Le loro conseguenze si prolungano in secoli di sofferenza, per ritrovare l’equilibrio, tramite reincarnazioni in cui espiano le conseguenze di questo grave errore.
È quanto si può trovare nell’abbondante letteratura spiritica, a partire dall’edizione di Allan Kardec de "Il Cielo e l’Inferno", il 1° agosto 1865. Vi si trovano testimonianze di suicidi, di studi e di osservazioni del Codificatore sull’argomento, al capitolo V della seconda parte. Ci inidirizza anche verso ciò che molti di noi ignorano: gli eccessi di qualsiasi natura sono delle varietà del suicidio, lente e indirette, ma altrettanto gravi, seppur inconscie ( eccessi alimentari, di lavoro, irritabilità cronica, collera, abuso di alcolici, fumo, droghe, ogni genere di vizio, fisico o morale).
Ne "Il libro degli Spiriti", le domande che vanno dalla numero 943 al numero 957 riguardano questo argomento: Disgusto della vita. Suicidio. Eccone qualche estratto:
944 L’uomo ha diritto di disporre della propria vita?
- No. Dio solo ha questo diritto. Il suicidio volontario è una trasgressione a tale legge.
Il suicidio non è sempre volontario?
- Il pazzo che si uccide non sa quello che fa.
950 Che cosa si deve pensare di chi si toglie la vita nella speranza di arrivare prima ad una migliore?
- Altra follia! Che faccia il bene e sarà sicuro di arrivarci, poiché ritarda il suo ingresso in un mondo migliore, e lui stesso chiederà di tornare a finire quella vita che ha spezzato con una falsa idea. Uno sbaglio, qualunque esso sia, non apre mai il santuario degli eletti.
957 Quali sono in genere le conseguenze del suicida sullo stato dello Spirito?
- Le conseguenze del suicida sono molto diverse. Non esistono pene fisse e in ogni caso esse sono sempre relative alle cause che lo hanno condotto. Ma una conseguenza a cui il suicida non può sfuggire è il disappunto. Del resto, la sorte non è uguale per tutti; dipende dalle circostanze. Alcuni espiano la loro colpa immediatamente, altri in una nuova esistenza che sarà peggiore di quella di cui hanno interrotto il corso.
Vediamo a tal proposito, due preziose lezioni. De Herminio de Miranda dice ." In verità il suicida è fondamentalmente in fuga. Vuole fuggire le situazioni imbarazzanti, il disgusto, le persone che detesta, i risentimenti che non si sente la forza di sopportare, e in fine dei conti desidera fuggire se stesso. Colui che ha fatto esplodere le proprie orecchie con un colpo assassino, rinasce con il meccanismo uditivo distrutto; non potendo sentire, non imparerà a parlare. Trascorrerà un’esistenza intera, allora, isolato nella solitudine coatta, affinchè il suo spirito comprenda, nel silenzio, il vero senso della vita e il valore inestimabile dei doni che riceviamo alla nascita. Chi ha ingerito del veleno corrosivo, ritorna nella carne con le viscere difettose, soggette a misteriose malattie incurabili.
Il suicidio è dunque l’errore più grande, più tragico e triste che possa commettere l’essere umano.
Chico Xavier riporta il messaggio dello spirito Emmanuel:
Quali sono le prime impressioni di coloro che si disincarnano con il suicido?
- La prima delusione che li attende è la realtà della vita che non si spegne con la morte del corpo fisico, vita che è appesantita da spaventosi tormenti, in virtù della sua impregnata decisione di una ribellione suprema. Alcuni suicidi continuano a provare indefinitamente le sofferenze fisiche dell’ultima ora sulla Terra, nel loro corpo somatico. L’emozione peggiore per un suicidaa è quella di seguire, minuto dopo minuto, il processo di decomposizione del corpo abbandonato in seno alla terra, pieno di vermi e marcio.
Delle mogli gelose che sono ricorse al suicidio hanno visto i loro mariti sposarsi con quelle di cui erano gelose. Esse hanno lasciato i propri sposi e i loro figli nelle mani di coloro a cui sfuggivano. Esse devono loro anche dei favori, poiché compiono doveri che spettavano a loro, a fianco degli esseri amati.
Dei dirigenti di imprese senza prospettive hanno poi visto che i loro problemi erano risolti. E così via. Le testimonianze di suicidi stessi, in qualità di spiriti, le risposte degli Spiriti Superiori e le osservazioni di Allan Kardec, nelle domande riportate, ci permettono di conludere che:
In un commento alla domanda 957 de "Il libro degli Spiriti", Kardec osserva che:
" Questo effetto non è generale, ma in nessun caso il suicida è affrancato dalle conseguenze della sua mancanza di coraggio (…). Nella maggiorparte delle persone, è il rimpianto di aver commesso una cosa inutile, poiché non ne provano che delusione".
Ora, se il suicidio non porta a nulla di positivo, se conduce solo a delusione, sofferenza prolungata su di sé e sugli altri, a riparazioni dolorose lungo numerose reincarnazioni, perché ricorrervi?
Il nostro dovere è di evitarlo e di allontanarne gli sprovveduti, pronti a cadere in un abisso di dolori, facendo appello alla preghiera, alla cura spirituale nei centri spiritici, alla cura medica, al lavoro e al beneficio del prossimo, allontanando gli spiriti ossessivi e facendo igiene mentale.
La liberazione dello spirito
Descrizione della liberazione dello spirito nel momento in cui si disincarna
Esiste una categoria di visoni del tutto suggestive: è quella del distacco del corpo spirituale dal corpo fisico, descritta , da parte di numerosi sensitivi , con ricchezza di dettagli che concordano tutti gli uni con gli altri. Ci sono i famosi rapporti del prete ancglicano, il reverendo W. Staiton Moses, quelli del famoso veggente americano A Jakson Davis, quelli dell’infermiera Joy Snell…
C’è anche una relazione molto interessante e ricca di dettagli, poiché è stata fatta da un medico: si tratta dello sdoppiamento fluidico sul letto di morte, relazione che si deve al dottore americano Riblet B. Hout, pubblicato nella rivista "Light" nel 1935 e ripresa da E. Bozzano nella monografia "Le visioni dei morenti" (pp 162-169)
Il dott. Hout afferma in un preambolo che tutto ciò che riporta "non potrebbe essere attribuito ad un fenomeno di drammatizazione allucinatoria ad un momento di crisi emotiva, dal momento che il fenomeno a cui ha avuto occasione di assistere era totalmente ignorato sia dalla sua mentalità cosciente sia dal suo subconscio, poiché non aveva mai letto nulla di simile e non ne aveva mai sentito parlare".
La manifestazione a cui assistette ha avuto luogo sul letto di morte di una zia, la cui agonia durò per dodici giorni dalle sette di sera alle sette di mattina.
"La moribonda, scrive, aveva 73 anni e delle maniere poco comuni, sempre giovane e attiva fino agli utlimi giorni di vita, quando le fu diagnosticato improvvisamente un calcinoma gastrico e non lasciò nessuna possibilità di gaurigione. Ma né i medici né io stesso avremmo pensato ad un così rapido peggioramento del male. Quando quella sera arrivai a casa sua, mia zia sembrava stare piuttosto meglio e non pensavo di dover assistere ad una morente. La malata era in pieno possesso delle sue facoltà mentali e, pur soffrendo, discusse con me a lungo. Dopo un’ora circa, ebbi la sensazione che stava peggiorando e che si preparava l’agonia. Procedetti ad un esame clinico della malata; il polso, che un’ora prima sembrava regolare e ritmico, era diventato irregolare e teso e la respirazione si era fatta corta e difficile. Compresi che mi trovavo al capezzale di una morente. Avvertii subito i parenti che si radunarono, afflitti, intorno al letto.
Io contemplavo tristemente, con un occhio professionale, lo svolgimento delle diverse contrazioni muscolari della laboriosa agonia. La donna era già in coma, quando fu chiaro che si stava svolgendo qualcosa di non percettibile dai normali occhi del corpo. Guardando per puro caso per aria, avevo scorto un qualcosa di inspiegabile che sembrava concretizzarsi a circa due piedi al di sopra del letto e che consisteva in una vaga sostanza simile a foschia che pareva condensarsi in quel punto. Aveva l’aspetto di una piccola nube di fumo immobile, sospesa per aria e che diventava via via più opaca, prendendo una forma allungata.
Con mio grande stupore la vidi poi assumere una forma ben definita che le conferiva una simmetria particolare e suggestiva, e presto non mi fu più possibile di dubitare: la nuvoletta prendeva una forma umana. Rimasi seduto in silenzio per un paio d’ore, contemplando questo spettacolo impressionante, e quando la trasformazione divenne abbastanza evoluta nel corpo e nell’aspetto, riconobbi in quella forma il corpo fisico e le sembianze di mia zia. Non era possibile ingannarsi, era proprio il suo "corpo spirituale", sospeso per aria, in posizione orizzontale, a due piedi dal corpo fisico.
Aveva un’espressione serena, riposata, tranquilla, in conrasto evidente con il corpo fisico, che era agitato da convulsioni e da penose contrazioni. Constatai che il polso della donna, seppur sempre più debole e intermittente, rimaneva ancora vivo per prolungare di qualche ora l’esistenza della moribonda, che aveva smesso di lamentarsi e aveva assunto un’espressione di relativa calma.
Osservavo con estremo interesse le modalità secondo le quali continuava a svillupparsi il copro spirituale che appariva ora avvolto in tessuti che ne modellavano le forme. Distinguevo nettamente il viso; era proprio quello di mia zia, ma ravvivato da un’espressione di vigore giovanile e da una tranquilla serenità che contrastava con i segni della vecchiaia e l’espressione di soferenza che segnavano il suo aspetto fisico. Gli occhi erano chiusi, quasi come se stesse dormendo un sonno calmo e ristoratore, mentre una luce misteriosa si diffondeva da questo corpo spirituale.
Mentre contemplavo con interesse raddoppiato, misto a stupore e rispetto, questa manifestazione, notai che un cordone fluidico di colore madreperlaceo partiva dalla testa della morente per unirsi a quella del corpo spirituale. Compresi che quel cordone doveva servire da tubo conduttore per la trasfusione, dal corpo fisico a quello spirituale, degli elementi che formavano quest’ultimo. Ciò mi riccordò il biblico "cordone d’argento" di cui parlano le Sacre Scritture, e per la prima volta, afferrai il vero senso di questa espsressione: tale cordone univa il corpo fisico a quello spirituale in formazione, così come il cordone ombelicale unisce il corpo della madre a quello del bambino in gestazione.
Concentrai allora tutta la mia attenzione su quel cordone e sul modo in cui si univa ai due corpi. Ossevai che dalla protuberanza occipitale alla base del cranio uscivano tanti filamenti che divenivano poi un solo cordone il cui diametro era di un pollice circa. Sembrava animato da una grandissima energia vibratoria e potevo notare le lente pulsazioni ritmiche della sostanza madreperlacea che, partendo dal corpo fisico, arrivavano al doppio spirituale. Quando queste pulsazioni siliberavano dalla base del cranio, c’era sul percorso una luminosità che diventava luce all’estremità opposta del percorso stesso. E ad ogni pulsazione che giungeva, il corpo spirituale diveniva più vibrante di vita e più denso, mentre, al contrario, il corpo fisico diventava sempre meno vivo.
Con l’arrivo del giorno mi accorsi che il grande momento si avicinava. Sul viso della morente erano apparsi i segni precursori dell’estinzione imminente della vita e ne avvertii le persone presenti.
Poi la mia attenzione si concentrò sul corpo spirituale che, in quel momento, era meraviglioso. Le pieghe del tessuto spirituale volteggiavano dolcemente, mentre i tratti esrpimevano distintamente un sereno riposo.
Ma il contrasto più evidente era quello esistente tra i due corpi appartenenti alla stessa individualità. Tale contrasto non era semplicemente tra la vita e la morte, ma consisteva nel fatto che uno dei due era segnato dalla grande vecchiaia, mentre l’altro era animato dal fresco vigore della gioventù. Mentre uno era florido di vitalità, l’altro aveva cessato ogni movimento riflesso e cominciava a immobilizzarsi annunciando la morte. Al tempo stesso avevano cessato le pulsazioni ritmiche del cordone fluidico che sembrava molle e poco luminoso. Non tardai a notare che i filamenti che formavano il cordone cominciavano a rompersi uno dopo l’altro, ritirandosi, riavvolgendosi e sparendo, come avrebbe fatto un elastico molto teso che bruscamente si fosse spezzato. Finalmente, l’utlimo filamento si ruppe e scomparì. Lo spirito appena nato era libero. Allora il corpo spirituale, che si allungava sulla schiena al di sopra di quello fisico, si sollevò e scese a fianco del cadavere; restò un attimo così e chiuse gli occhi. Poi fece un cenno di saluto che sembrava rivolto a tutti quelli che le erano cari e al mondo che stava lasciando e si innalzò scomparendo."
Sono questi i passaggi essenziali dell’interessantissima relazione del Dott. Riblet Hout, che concorda in ogni dettaglio con gli altri racconti sullo stesso argomento.
Socrate e la reincarnazione
Socrate (470-399 a.C.) udiva, si sa, la voce de suo daimon, lo spirito e non il "demone". La sua credenza e il suo rispetto nei confronti delle facoltà spirituali erano illimitati. Adattava volentieri le sue opinioni e le sue azioni agli ordini della "voce interiore". Diceva ad Alcibiade "sono subordinato ad un potere più che umano e del quale vi spiegherò un giorno la natura… Aspetto l’autorizzazione che mi verrà data… Ho un angelo custode che è migliore e più saggio del vostro Pericle."
Socrate non ha lasciato nulla per iscritto, non c’è riga di cui possiamo affermare con esattezza che sia stata scritta da lui. La sua vita è l’essenziale della sua opera, poiché ha vissuto la sua dottrina nel momento stesso in cui la predicava. Diogene Laerce spiega, nel descrivere la vita di Socrate, che dopo la sua morte, ad eccezione di Platone, di Senofonte e Antistene, ci furono dieci filososfi definiti come "socratici. I suoi dialoghi, nei quali Socrate aveva un ruolo di primo piano, restano quelli di Platone e Senofonte. È probabile che Platone, alla fine della sua vita, abbia idealizzato le parole di Socrate come Senofonte, con "L’economico" propone opinioni che non possono essere sue.
In ogni caso, l’accordo tra le idee che Platone attribuisce a Socrate nei primi dialoghi e quelle che Senofonte gli attribuisce è molto spesso quasi totale. Possiamo prendere come veri le parole e i principi che Socrate stesso ha messo in pratica. Sua madre era una brava donna che lo ha spinto a proporsi non come un maestro che insegna, ma come un partoriente di spiriti che aiuta a trovare ciò che hanno in essi. Egli ha infatti inaugurato la maieutica, l’arte di partorire gli spiriti.
Vediamo allora nel "Fedone" di Platone Socrate parlare della vita prima della morte e questo proprio prima dell’appllicazione del suo giudizio, bere la cicuta. Nell’attesa della pena, i suoi amici sono con lui e discutono di questa fine per un filosofo. Egli dice a Simia e Cebe: "Se non credessi di trovare nell’altro mondo, innanzitutto altri dèi saggi e buoni, poi uomini migliori di qui, avrei torto di non essere arrabbiato di morire… ho la ferma speranza che esista qualcosa dopo la morte, qualcosa che, secondo vecchie credenze, è migliore per i buoni che per i cattivi".
Possiamo già notare in questo stile quello che possiamo chiamare fede e la certezza di un mondo migliore con una ricompensa per i buoni. La discussione si approfondisce e Socrate riprende: "E’ certo che c’è un ritorno alla vita, che i vivi nascono dai morti, che le anime dei morti esistono e che la sorte delle anime buoni è migliore, quella delle anime cattive peggiore".
"Ora", dice Cebe," se è vero come dici spesso, che per noi, imparare non è altro che ricordarci, è una nuova prova che dobbiamo per forza avere imparato in un tempo precedente ciò che noi ricordiamo ora. E questo sarebbe impossibile se la nostra anima non fosse esistita da qualche parte prima di unirsi alla nostra forma umana. Così si può concludere che l’anima è immortale".
Se l’affermazione della reincarnazione è precisa, la nozione di evoluzione e spiritualizzazione della materia con la legge di attrazione non è da meno nel seguito della discussione tra Socrate e Cebe.
"Ma questi elementi, mio amico, devi ben pensare che sono pesanti e visibili. L’anima dove si trova è appesantita e tirata verso il mondo visibile dal timore dell’invisibile e, come si dice dell’Ade, essa ossessiona i monumenti e le tombe, dove si sono visti tenebrosi fantasmi, simili agli spettri di quelle anime che non erano pure quando hanno lasciato il loro corpo e che si possono vedere, proprio perché partecipano del visibile".
"Ciò è verosimile, Socrate".
"Sì, veramente, Cebe, è anche verosimile che non sono le aniem buone, ma quelle dei cattivi che sono obbligate ad errare in quei luoghi come punizione della loro condotta precedente in vita, che era cattiva. Ed esse errano fino a quando il loro amore dell’elemento corporeo a cui sono votate le incatena di nuovo in un corpo".
Abbiamo raggiunto ora un nuovo stadio, quello della giustizia con la nozione di pena e di ricompensa futura. Possiamo anche trovarvi già l’avvertimento della legge di causa-effetto in quello che sarà ripreso poi.
"Ma ecco una cosa, miei amici, è giusto metterselo in testa, è che l’anima è immortale, bisogna prendersene cura, non solo per il tempo che dura ciò che chiamiamo vivere, ma per tutto il tempo a venire e sembra ora che ci esponiamo ad un terribile pericolo se la trascuriamo… ma adesso che sappiamo che l’anima è immortale, non ci sono per lei altri mezzi per sfuggire ai suoi mali e di salvarsi se non nel divenire migliore e più saggia possibile. Poiché, scendendo nell’Ade, lei conservi solo l’istruzione e l’educazione, che sono, si dice, quello che serve o nuoce di pià al morto, dal momento in cui parte verso l’altro mondo. Comunque sia, l’anima regolata e saggia segue la sua guida e non ignora quello che l’aspetta. Ma quella che è passionalmente attaccata al corpo, resta a lungo imbevuta di esso e del mondo visibile; è solo dopo una lunga resistenza e molte sofferenze che vi è condotta dalla forza. Arrivata nel posto dove sono le altre, l’anima impura e che ha fatto il male, che ha commesso omicidi ingiusti o altri crimini dello stesso genere,, vede tutti che la fuggono e si allontanano da lei; nessuno vuole accompagnarla o guidarla e lei erra da sola in preda ad un grande imbarazzo, fino a che sia passato un certo periodo, dopo il quale la necessità la trascina nel soggiorno che le spetta".
È dopo aver fatto sviluppare tutte queste concezioni sull’immortalità dell’anima agli amici presenti, dopo averli riconfortati, forte delle sue convinzioni che Socrate bevve la cicuta, sapendo che avrebbe trovato nell’aldilà quell’avvenire radioso che aspetta noi tutti un giorno.
Questo accadeva 24 secoli fa, la sua vita, la sua filosofia, la sua morte furono in perfetta armonia, la sua conoscenza era grande, ma non avendo scritto nulla, saranno i discepoli che diffonderanno il suo pensiero, precursori di quel grande messaggero, quel medium di Dio che, porterà quattro secoli dopo, la seconda rivelazione. I suoi apostoli diffonderanno la sua parola: "Il mio regno non è di questo mondo", "Siate perfetti come vostro Padre è perfetto","Amatevi gli uni con gli altri".
Nel XIX° secolo arriva la terza rivelazione con Allan Kardec che codifica la dottrina degli Spiriti sotto l’egida dello Spirito di Verità. Siamo spiriti immortali, che ci incarniamo per il nostro perfezionamento, per divenire migliori, soffrendo in tutta giustizia il male che abbiamo potuto fare. Troviamo le parole di Socrate in perfetta conformità con la dottrina spiritica su parecchi punti, la reincarnazione, l’immoralità dell’anima e la sua situazione dopo la morte, la nozione del bene, l’attaccamento dell’anima poco evoluta a luoghi "ossessionati", l’erraticità, la sofferenza dello spirito, la solitudine, la visione di coloro a cui il male è stato fatto, la nozione del tempo di sofferenza dello spirito prima di essere portato in un luogo a lui adatto. Quante verità già conosciute da Socrate, che portava in sé, nonostante una cultura diversa. Dava fastidio e fu giudicato e condannato. Il suo miglior consigliere fu il daimon, la sua guida onnipresente, poiché Socrate fu anche un grande medium; profetizzava e più di uno, che non credeva, dovette ricredersi. Dopo la condanna, sognò che sarebbe morto due giorni dopo l’arrivo al porto di una nave proveniente da Delos. Il fatto si realizzò.
Possiamo affermare che Socrate erano spiritista nella sua filosofia, nella sua vita, nella medianità, nella disincarnazione e 24 secoli dopo può ancora essere considerato come un esempio di conoscenza e di saggezza.